Relazione e tempo (parte prima)

orologio

Il medico era al telefono, nel frattempo ci guardava: un po' scusandosi per l'interruzione, un po' con sguardo serio e d'intesa, a ribadire un concetto appena espresso.

- Ma come faccio a saperlo? Secondo lei ho la sfera di cristallo? ... Sì, ecco, quando rientra lo vediamo....

Terminata la telefonata, tornò da noi.

- Appunto, come dicevamo...  in questo caso era un paziente che chiama dalla Puglia...  Gli sono arrivati i referti e vuole sapere, da me, a Milano, che cosa ne penso...

Io e il mio collega eravamo, da circa un quarto d'ora, nell'ufficio di questo giovane medico, un chirurgo oncologo: volevamo approfondire alcuni aspetti sulla relazione medico paziente.

Il medico, pur molto gentile e disponibile nei nostri confronti, ci guardava con un certo scetticismo.

La conversazione era iniziata con una formale e cortese disponibilità, compatibilmente con il poco tempo che poteva concederci, e con una sostanziale e razionale chiusura.

- So benissimo che cos'è la relazione e come instaurarne una buona, ma serve tempo ed è l'unica cosa che non ho...!

Per sottolineare il concetto, tirò fuori da un cassetto uno studio effettuato in un'altra struttura ospedaliera.

Lo studio mostrava come il solo fatto di dedicare del tempo a dei pazienti, in questo caso per fare compilare un questionario, e quindi prestare loro una maggior attenzione, neanche su un argomento specifico della propria situazione clinica, modificasse, in modo anche radicale e positivo, la loro percezione sugli aspetti non solo relazionali, ma anche strutturali dell'ospedale.

Per il nostro interlocutore il tempo, come premesso e dimostrato, è la condizione indispensabile per instaurare una buona relazione medico paziente.
Essendo, però, il tempo, nell'attuale assetto organizzativo della sanità, una risorsa scarsamente disponibile e preziosa, la questione relazionale è una questione quasi del tutto teorica ed accademica.

Il nostro medico, quindi, per salvaguardare questa risorsa scarsa e preziosa, necessaria per svolgere la prestazioni strettamente terapeutiche, sosteneva la necessità di creare una distanza per non farsi sopraffare dalle richieste, eccessive e talora maleducate o addirittura folli dei pazienti.

Continuammo soprattutto ad ascoltare, eravamo lì per quello, e dopo circa mezz'ora, con un po' di disagio per il tempo sottrattogli, ce ne andammo.

Il medico in questione, che avevo già avuto modo di conoscere, anche attraverso alcuni suoi pazienti, a dispetto dell'episodio raccontato, è un ottimo medico, non solo dal punto di vista clinico, ma anche, con alcune eccezioni, dal punto di vista relazionale.

La sensazione è che avesse voluto recitare una parte. Da medico ospedaliero e da chirurgo oncologo, voleva innanzitutto marcare una distanza da noi profani, che forse, dal suo punto di vista, non potevamo comprendere la complessità della situazione di cura e il portato emotivo di chi ha a che fare con il dolore e lo spettro della morte. Voleva inoltre esprimere il disagio e il disappunto per alcuni aspetti burocratici ed organizzativi che stanno attraversando la sua professione.

Al netto di questi fattori, senz'altro rilevanti, forse anche fondamentali, questo incontro può essere esemplificativo di una situazione in realtà molto comune e diffusa.

E' fuori discussione e anche banale affermare che avere tempo aiuti ad instaurare una buona relazione, non solo con un paziente, ma con chiunque.

Troppo spesso, però, il tempo, la sua mancanza, diventa un alibi per negare la possibilità di una corretta relazione con il paziente e per eludere, quindi, la questione.

Nel caso citato, per esempio, il paziente che telefonava dalla Puglia, avanzava una richiesta impossibile da esaudire per il medico, che, ad oltre mille chilometri di distanza, non poteva formulare un parere.

Questo è il fatto sostanziale.

L'aspetto relazionale, invece, attiene alla specifica situazione di quello specifico paziente e al lato formale, ovvero,  al "come" dell'interazione.

Nel caso considerato quindi, la relazione non atteneva al contenuto dei referti, ma alla specifica situazione che ha generato quella richiesta e a "come" rispondere e corrispondere a quella richiesta.

La situazione era quella di un paziente probabilmente e comprensibilmente apprensivo, siamo in ambito oncologico, che aveva appena ricevuto dei referti per lui incomprensibili, ma che contenevano  notizie letteralmente fondamentali per la sua vita.

Se dal lato sostanziale il medico non era in grado di esprimere un parere, dal punto di vista della relazione (buona), avrebbe potuto, come ha fatto, rimandare alla prossima visita il parere medico, senza rimarcare invece l'impossibilità (e forse anche  la stupidità) della richiesta che gli veniva rivolta. Avrebbe, inoltre, potuto rispondere alla richiesta implicita di rassicurazione, tranquillizzandolo, se fosse stato possibile.

In un caso come questo il tempo non c'entra con la qualità della relazione. Nella stessa quantità di tempo è possibile agire comportamenti relazionali con esiti opposti.

Gli aspetti relazionali dell'interazione hanno infatti a che fare più coi fini che coi contenuti di una determinata situazione.

Il tempo è un fattore che certo aiuta a comprendere la situazione e i bisogni del proprio interlocutore e, quindi, ad instaurare una relazione buona, o almeno, corretta rispetto alle proprie finalità.  Una quantità minima di tempo è necessaria per fornire un'adeguata prestazione clinica e costruire una, almeno dignitosa, relazione con il paziente.  In mancanza di questo tempo minimo un corretto comportamento relazionale è in grado, almeno in parte, di salvaguardare la dignità del paziente e del medico stesso.

Il problema dei tempi sempre più stretti delle visite, dettate dall'organizzazione del lavoro in sanità, resta e merita senz'altro approfondite discussioni e ripensamenti. Questo problema, però, è di natura strutturale e, quindi, la sua soluzione non è assolutamente nelle disponibilità del singolo medico.

Gli aspetti relazionali sono invece nella disponibilità di ciascuno e possono rappresentare delle leve in grado di alleviare, almeno in parte, diversi problemi di rapporto, inclusi quelli dettati dai tempi contingentati, e di attivare delle dinamiche di reciproca soddisfazione, sia per il medico che per il paziente.

Proprio per questo gli aspetti relazionali sono fondamentali e, talvolta, sono l'unico "contenuto" che medico e paziente possono apprezzare in mancanza di tempo.

 

Aggiungi commento