
Spesso gli aspetti relazionali non sono presi in considerazione in quanto ritenuti accessori rispetto alla terapia in senso stretto. In quest'ottica la terapia e la sua somministrazione sono completamente avulse dalle modalità e dalle situazioni in cui avvengono.
L'articolo del Time "Doctors Who Feel Your Pain Heal More Patients" riprende un recente studio sull'influenza che l'empatia del medico può avere sul decorso terapeutico del paziente.
Dopo la premessa che l'empatia può addirittura essere un ostacolo per il chirurgo in sala operatoria, si considera invece come nelle situazioni di maggiore interazione col paziente può rivelarsi una modalità estremamente efficace per incrementare gli effetti terapeutici.
Dallo studio citato pare infatti che "i medici che sono più empatici hanno effettivamente pazienti più sani".
Il dottor Mohammadreza Hojat del Jefferson Medical College e la sua squadra hanno seguito per tre anni 891 pazienti diabetici, trattati da 29 medici.
Ai singoli medici è stata assegnato un livello (alto, medio e basso) di empatia, sulla base della Jefferson scale of physician empathy, considerando innanzitutto la capacità di comprendere il punto di vista del proprio paziente e quanto questa comprensione guidasse il desiderio di aiutare il paziente.
Lo studio mostra come i pazienti dei medici che hanno ottenuto il punteggio più alto in questo tipo di empatia avevano maggiori probabilità di ottenere un buon controllo della loro glicemia e di avere livelli di colesterolo migliori rispetto ai pazienti dei medici con i punteggi più bassi empatia.
Se, come pare, la relazione sembra essere un efficace elemento della cura sarebbe opportuno non solo prestare un'attenzione maggiore a questi aspetti, ma anche richiedere che diventino parte integrante delle competenze richieste ad un buon medico.
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