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		<title>Ucare</title>
		<description>Le ultime storie</description>
		<link>http://www.ucare.it</link>
		<lastBuildDate>Sun, 05 Sep 2010 09:03:00 +0100</lastBuildDate>
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			<title>Lettera a un tumore</title>
			<link>http://www.ucare.it/storie/lettera-a-un-tumore.html</link>
			<description>
Sono passati anni e da tempo non ricordavo un momento particolare della mia disperazione che mi ha portato a .......... scrivere ............. al tumore. 
Sia allora che adesso considero quello scritto una grande ingenuit&amp;agrave;, ma quando non si sa pi&amp;ugrave; in cosa sperare ci si rivolge anche alla preghiera.
Io scrissi una preghiera al tumore di mia mamma.


&amp;ldquo; ......... in questi giorni di grande sofferenza mi rivolgo a te: la massa, la massa nera. Non so&amp;rsquo; di che colore tu sia, ma per me sei la massa nera.
Ci fai tanto male e tanta paura. Abbiamo fatto tanto contro &amp;ldquo;il male&amp;rdquo;, contro di te, e il male continua. Allora, finalmente,  mi rivolgo a te.
Tu sei dentro la mamma, sei una parte viva di lei, penso tu sia sempre stata dentro di lei. Ma penso che un tempo avessi un&amp;rsquo;attivit&amp;agrave; diversa, svolgessi altre funzioni, poi ......... sei cambiata e .......... quanto dolore, quanta sofferenza hai causato .........................
Tu sei parte della natura, per questo penso che tu sia il caos. Sei la conseguenza di una serie di eventi, di disfunzioni, fino alla turbolenza, alla ..... catastrofe.
Ti prego, fermati, torna indietro, le tue cellule prima, sono certa, servivano a &amp;ldquo;buone cose&amp;rdquo;.   Ti prego, ritorna l&amp;igrave;.
Noi abbiamo tanto, tanto sofferto e per questo ti abbiamo combattuto, abbiamo cercato di annientarti, di farti del male con le chemio e le radio terapie. Ma tu sei  forte, il pi&amp;ugrave; forte, sei il tumore. Ti sei fermato e poi riorganizzato, ripartito.
Basta, basta !! Ti prego fermati. Non vogliamo pi&amp;ugrave; farti del male. Ti prego, anche tu non fare pi&amp;ugrave; del male a noi.
Non so se sono la prima persona a parlarti cos&amp;igrave;, ma vorrei riuscire a cambiare le cose per il vantaggio di tutti coloro che soffrono.
Tu sei vivo, pi&amp;ugrave; vivo del cuore: il cuore si muove, ma tu ti riproduci. 
Cosa producevi prima? Cosa possiamo fare? Quali condizioni ripristinare?
Tu sei il sintomo doloroso del grande travaglio interiore della mamma, della sua complessit&amp;agrave;.
Facci capire cosa possiamo fare perch&amp;eacute; tu possa tornare indietro, a svolgere la funzione preziosa che svolgevi prima. Facci capire cosa abbiamo sbagliato e  cosa, come possiamo fare ora.
Non so se questa mia preghiera sia follia, ma penso che se con il rilassamento e l&amp;rsquo;auto-concentrazione si pu&amp;ograve; raddrizzare la spina dorsale, forse &amp;ldquo;guardandosi dentro&amp;rdquo; si potr&amp;agrave; fare qualche cosa anche per te, per noi.
Non ti chiedo di andare via, ma di tornare alle tue buone funzioni, non ti attaccheremo, ma tu non muoverti, torna a fare ci&amp;ograve; per cui sei nato.
..................... Non vogliamo la guerra, debellare, sopraffare: vogliamo armonia per tutti, per tutti coloro che soffrono. 
Come faccio a dirtelo, a farmi capire, a farmi credere? Ti prego apri una finestra sulla &amp;ldquo;normalit&amp;agrave;&amp;rdquo;,  dammi dei segnali.....................................&amp;rdquo;


Lessi questo testo alla mamma e lei mi disse che era proprio una bella lettera ..................
Fu uno degli ultimi scambi di grande affetto ed emozione.
E&amp;rsquo;stato doloroso ricordare, molto, ma al tempo stesso mi ha fatto bene.



Giovanni


 

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			<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 17:25:23 +0100</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Sono tornata in farmacia</title>
			<link>http://www.ucare.it/storie/sono-tornata-in-farmacia-2.html</link>
			<description>
Sono passati alcuni anni da quando mio marito se n&amp;rsquo;&amp;egrave; andato per sempre.
Ne sta per passare un altro.
Non so questa volta come rivivr&amp;ograve; quei terribili giorni della fine della sua malattia.
Quante volte ho cercato di allontanarne il ricordo. Ma tra poco ci risiamo. 
Mi devo preparare e percepisco che  qualcosa sta cambiando.
Voglio prepararmi prendendo atto anche della cose piacevoli che ho  cominciato a vivere.
E&amp;rsquo; banale, lo so, ma da circa un anno vivo senza pena andare dagli amici da sola. Ora penso: sono sola, costituisco sempre il numero dispari del gruppo ma, se mi invitano, significa che desiderano la compagnia di una &amp;ldquo;single&amp;rdquo;. Anzi ora voglio proprio pensare che se mi invitano significa che i miei amici mi vogliono bene.
S&amp;igrave;, ritengo sia importante &amp;ldquo;pensare positivo&amp;rdquo;. Si &amp;egrave; accesa in me una nuova luce, che mi fa leggere senza sofferenza gli eventi che ho vissuto negli ultimi anni e recentemente. 
Anzi rivalutandoli, anche se inizialmente ritenevo proprio insoddisfacente ci&amp;ograve; che mi era accaduto.
Non sempre le cose vanno per il verso giusto, anzi devo dire spesso, ma ora ho la voglia e il piacere di dare nuovi significati a ci&amp;ograve; che ho vissuto: ai cambiamenti traumatici indesiderati, ai ritardi nelle realizzazioni attese, agli atti mancati degli altri verso di me, ecc., ecc. 
I cambiamenti precipitosi capitati mi sono costati fatica e impegno, ma ora devo dire che sono fiera di essermi di nuovo impossessata delle attivit&amp;agrave; che avevo trascurato.
I ritardi spesso mi hanno evitato di commettere errori e devo imparare a dare attenzione agli eventi: quante forzature mi sono state utili?, quante variazioni, potendo, ora vorrei apportare?.
Non solo attenzione a ci&amp;ograve; che mi capita, devo dare pi&amp;ugrave; ascolto agli altri. Ogni atto mancato ha una sua motivazione. Perch&amp;eacute; non cercarla? non provare a comprenderla?
Vedo meno &amp;ldquo;nero&amp;rdquo;, o come si diceva qualche tempo fa &amp;ldquo; mi pare che la luce in fondo al tunnel possa essere la fine del tunnel, non solo un treno che viene in senso contrario&amp;rdquo;.


Dopo 7 anni, confesso, 7 anni, sono riuscita a tornare nella farmacia vicina a casa, nella quale prendevo tutti i farmaci per mio marito e ordinavo quelli per la terapia del dolore della fase terminale.
Erano gentilissimi come me, sia i medici che i commessi, facevano sempre il possibile per fare arrivare i cerotti rapidamente, per aiutarmi come potevano. Ma io non ce l&amp;rsquo;ho pi&amp;ugrave; fatta ad entrare in quel negozio: quando andavo ringraziavo per le loro cortesie, ma ero disperata e ......  anche quello &amp;egrave;  un terribile ricordo. 
Qualche giorno fa ci sono riuscita, ho visto dentro visi nuovi e ...... &amp;egrave; andata. Ci sono tornata e ho intravisto anche l&amp;rsquo;anziano medico di allora. Ma .... ormai ho rotto il ghiaccio.
Penso che mio marito abbia piacere di questo mio cambiamento, certamente mi incoraggerebbe a proseguire sul sentiero delle nuove possibilit&amp;agrave;  e delle nuove interpretazioni


Per tanto tempo ho pensato che quando avrei di nuovo incontrato mio marito avremmo pianto insieme per le sofferenze della sua malattia e le mie sofferenze per lui.
Ora desidero ancora molto incontrarlo presto, ma comincio a ridefinire le modalit&amp;agrave; del nostro stare di nuovo insieme. 
Desidero stare con lui in serenit&amp;agrave;, non per piangere, per sorriderci ancora. Per iniziare insieme una nuova vita, qualunque essa sia, tenendoci per mano, guardando avanti, non indietro. E perdendoci nella profondit&amp;agrave; dei nostri sguardi con grande dolcezza e tenerezza.
S&amp;igrave;, ora voglio che sia cos&amp;igrave;, basta dolore, solo speranza di felicit&amp;agrave; insieme, non ha importanza in quale forma, purch&amp;eacute; sia possibile. 


Donata

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			<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 14:51:42 +0100</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>La Tosse</title>
			<link>http://www.ucare.it/storie/la-tosse.html</link>
			<description>
Tosse tossetta:  Dottore (di base) che dice? mi senta per favore, non passa mai 
 Signora stia tranquilla, bronchi e polmoni liberi. E' un p&amp;ograve; di reflusso esofageo, un p&amp;ograve; di irritazione alla trachea. Prenda una compressina di Bentelan per due settimane .
Via a fare una bella camminata nel parco vicino recitando a memoria una poesia di tempi lontani, con un p&amp;ograve; di affanno.
Classe 1934, che vuoi di pi&amp;ugrave;?
La mia vita non &amp;egrave; stata una passeggiata. Figlia e moglie di un pilota militare, traslochi a volont&amp;agrave;, radici da trapiantare, temperamento ultra sensibile e ansioso, maggiore di sei fratelli, precocemente responsabilizzata, ho vissuto anche l'abbandono di mio marito dopo 24 anni di matrimonio. Lo so, molti sorrideranno. Sono stati anni lunghi devastanti che hanno inciso sulla mia vita e quella di mia figlia che resta la cosa pi&amp;ugrave; bella che mi ha dato luce e coraggio nei dolorosi anni, anche di tribunale. Mio marito &amp;egrave; morto nel 2001. Io sono sola dal 1989.
Avanti, avanti la vita ricomincia e quando ricomincia non guarda in faccia nessuno: mia figlia si laurea e poi si sposa e poi arrivano due bimbe e io intrepida cerco di guardare al futuro con fede e speranza.
La carit&amp;agrave; c'era gi&amp;agrave;!
Ma una brutta polmonite nel novembre 2007 mi inchioda duramente. Poi tutto a posto. Sembrava.
La tosse che continuava a tormentarmi &amp;egrave; stata l'annucio di un'altra guerra.
Una mattina tossicchiando sputo un p&amp;ograve; di sangue mentre parlo con mia sorella al telefono. Mio cognato, radiologo, sente quello che succede e ordina:  radiografia subito . Sorrido ma obbedisco. Niente. Risposta negativa:  TAC con contrasto .
Vaghi sospetti. Ma di che cosa? 
Io vivo a S. centro Italia, mio fratello medico anestesista, vive a N. citt&amp;agrave; del nord, mi chiama subito per eseguire altre indagini. 
Piuttosto confusa e preoccupata vado a N. quindi all'ospedale oncologico dove mi fanno la PET.
Ho ricordi strani, un senso di freddo, assenti le emozioni, non una faccia nella memoria se non quella di mio fratello che mi aspetta fuori silenzioso e quella di mia cognata ottimista e solare.
Dopo una settimana circa andiamo a parlare con i medici. 
Un chirurgo, gentile e sveglio e un oncologo (ho saputo dopo le specialit&amp;agrave;) con gli occhialetti, sveglio e stupido.
Mi chiedono insieme se ho lavorato, che studi ho fatto, tanto per gradire una conversazione del piffero e mi dicono:  Signora, lei ha un adenocarcinoma, con carcinosi pleurica e versamento pleurico. Non si pu&amp;ograve; intervenire per rimuovere il tutto. Dopo che sar&amp;agrave; stata ricoverata qui da noi per qualche giorno, dovr&amp;agrave; fare la chemio .
A bocca asciutta rispondo:  Ma per quanto tempo? . Mi risponde l'oncologo sorridente:  Beh, praticamente finch&amp;egrave; vive .
Per poco non gli sputo in faccia. Mio fratello credo fosse di pietra.
Ho buttato gi&amp;ugrave;:  Lei &amp;egrave; ancora giovane, dottore, ma impari a trattare con i pazienti. E grazie .
Saluti, sorrisi a met&amp;agrave; e fuori.
Volevo piangere e fuggire via.
Avevo gi&amp;agrave; avuto tante batoste, non si invecchia felici e questo era soltanto l'inizio, lo sapevo.
Ho capito, orrore, che non avevo scelte e che mi conveniva pensare a una tazza di t&amp;egrave; o alle patate lesse. Era la stessa cosa.
I giorni rotolavano, anche quelli in ospedale. Oddio, la camera operatoria, l'anestesia, le varie biopsie, il talcaggio della pleura, i tubi di drenaggio, l'ora dei pasti con nausea adeguata, i giovani infermieri che credevano di essere socievoli dicendo:  Ma che bella vestaglietta!!! , mentre tu ti domandavi dove diavolo andavi a finire.
Notti nere, senza sonno e seduti.
La squadra in bianco camice che arrivava la mattina con un bel sorriso dicendo:  COME VA? .
Lacrime trattenute.  A quel paese! , tanto uscivano presto sorridenti nella loro indifferenza.
Riuscii a fare arrivare alla cuoca la preghiera di usare meno sale. Mi sono commossa quando mi &amp;egrave; arrivato un  grazie, lo far&amp;ograve;  inaspettato e sincero.
E il dramma antico del catetere?
Tolto s&amp;igrave; e per fotuna subito vittoria ma dopo qualche ora dramma. Dolore e spavento mio con i tubi del drenaggio a fare la pip&amp;igrave; per terra!!
Infermiera, lasciamo perdere, mi d&amp;agrave; della pazza e dopo un'attesa sconvolgente, arrivano pannolone e pasticca per le vie urinarie. Ecco in compagnia dell'incubo di essere oramai fritta, dipendente anche dal pannolone.
Grazie a Dio e al coraggio insospettato che ho tirato fuori ce l'ho fatta.
E una mattina sono uscita dall'ospedale con mio fratello quasi all'oscuro dell'attimo seguente.
Mai pi&amp;ugrave; all'ospedale oncologico di N.
Non so come e che parte abbia avuto io ma dopo un p&amp;ograve; di tempo mi ritrovo in treno con mia figlia verso R. cittadina del centro Italia. Ci sono mia sorella e mio cognato, radiologo, che mi accolgono, mentre mia figlia e le nipotine sono anche loro a R. per l'estate.
Comincio la strada per l'ospedale oncologico di R., accompagnata da mio cognato, tutto pi&amp;ugrave; a misura di malato.
Sono affidata a un dottore serio, sensibile, giovane anche lui, che si sforza di non lasciarmi scavalcare la scrivania, perch&amp;egrave; sente lo stato d'animo di chi ha davanti. Forse pensa alla sua mamma, non so. D&amp;agrave; fiducia, anche se il quadro clinico &amp;egrave; cupo.
 Lei sapr&amp;agrave; che a questo punto l'et&amp;agrave; &amp;egrave; un bene contro il nemico .
Attacco la chemio. Madonna mia, uno strazio infinito: nausea, dolori, fiacca mortale. E tanta buona volont&amp;agrave;. L'imperativo &amp;egrave; sempre stato: uscire, camminare, scrivere, studiare, cucinare, insomma continuare la vita di tutti i giorni.
Non dimenticher&amp;ograve; mai i compagni di viaggio, le improvvise coraggiose risate o risatine, riconoscibili al volo, pallidi, naso consumato, bottigliette appese sotto il pull-over, pelati, o con ciuffetti spennacchiati, pelle mal ridotta, qualcuno piangente, ricordo un giovane pap&amp;agrave; con recidiva...
Ho scoperto da vicino che la sofferenza regna sovrana e che ci resta veramente e solamente la consapevolezza che l'unica salvezza sia amarsi gli uni con gli altri-tutti-sempre-e non avere pi&amp;ugrave; paura. Perch&amp;egrave; la tragedia insieme alla speranza &amp;egrave; che un uomo pu&amp;ograve; sopportare tutto e andare avanti ora per ora.
Sono qua che racconto un anno dopo.
Anno in cui ho vissuto 15 giorni a S. e 15 a R., spostandomi da sola in treno e ora in Belgio by plane dove vive mia figlia con il marito e le bimbe.
Continuo la chemio per bocca per&amp;ograve;.
Sono decisamente una malata che ce la fa a combattere contro il nemico. Cos&amp;igrave; ripete il dottore dell'ospedale di R. che continua a seguirmi.
La guerra continua e io sorrido e bacio le mie nipotine. Con tutto il cuore.
Una nonna.

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			<pubDate>Thu, 20 May 2010 14:25:16 +0100</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Amore</title>
			<link>http://www.ucare.it/storie/amore.html</link>
			<description>
Una sera degli ultimi mesi della malattia di Olaf, una delle poche sere in cui Olaf riusciva ad uscire a cena, rientrando a casa trovammo un messaggio nella segreteria telefonica. Una signora, che non ha dato il suo nome, anzi ha precisato che anche dopo tanti anni Olaf l&amp;rsquo;avrebbe riconosciuta, chiedeva a mio marito di essere richiamata, a qualunque ora del giorno e della notte.
Invitai subito mio marito a richiamare, Olaf con un gesto della mano mi fece capire che non ne aveva alcuna intenzione, non l&amp;rsquo;avrebbe certamente richiamata.
Non ho mai saputo quale fosse stato il rapporto di mio marito con quella persona, ma ricordo ancora cosa ho provato in quella circostanza.
Olaf stava sempre peggio, era sempre pi&amp;ugrave; debole ma voleva continuare a lavorare. A causa delle radioterapie aveva difficolt&amp;agrave; ad alimentarsi e faceva a casa la nutrizione parenterale. Erano passati circa due anni dalla scoperta del suo tumore e non sapevo pi&amp;ugrave; come  aiutarlo, in quale terapia sperare. 
Non volevo arrendermi, senza figli per me Olaf era tutto e, non &amp;egrave; retorica, da tempo avrei fatto qualunque cosa per  alleviare la sua sofferenza e per fargli vivere una situazione piacevole,  un ricordo gioioso o  un pensiero positivo. Ricordo perfettamente che quella sera e nei giorni seguenti, se la cosa fosse stata di interesse di mio marito, se gli avesse fatto almeno un po&amp;rsquo; piacere, sarei andata io stessa a prendere quella signora, l&amp;rsquo;avrei accompagnata da Olaf e li avrei lasciati soli ..................,sperando che una  tenera rievocazione lo facesse sorridere.
L&amp;rsquo;amore per mio marito aveva anche un nuovo senso: la completa conoscenza, comprensione, condivisione ..... La sua vita era la mia, la mia era sua: eravamo come un&amp;rsquo;unica realt&amp;agrave;, sia nelle difficolt&amp;agrave; e sofferenze , sia nelle soddisfazioni, anche piccole.
Ancora oggi, dopo anni, non so parlare di fine della vita, di morte, riesco solo a dire, come ho fatto all&amp;rsquo;inizio, &amp;ldquo;gli ultimi mesi della malattia&amp;rdquo;, ma  affronto molte situazioni, ora anche piacevoli, sentendomi ancora un&amp;rsquo;unica realt&amp;agrave; con Olaf.
Vera

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			<pubDate>Mon, 10 May 2010 17:08:30 +0100</pubDate>
		</item>
		<item>
			<title>Il pane ha sette croste: malattia e lavoro</title>
			<link>http://www.ucare.it/storie/il-pane-ha-sette-croste-malattia-e-lavoro.html</link>
			<description>
Ho visto che pubblicate anche storie di parenti  dei pazienti e vi  invio una considerazione
sul  mio lavoro, considerazione che ho fatto recentemente scrivendo degli appunti.
Ho colto infatti il vostro invito a scrivere ci&amp;ograve; che provo e ci&amp;ograve; che penso perch&amp;eacute;, come dite voi, la sofferenza &amp;egrave; di chi vive una malattia e di chi vive la malattia di una persona cara.


Come ci si sente quando, affetti da malattia grave, si torna al lavoro?
Non per esperienza diretta ma so&amp;rsquo; che ci sono molti problemi. Almeno inizialmente, prevale la necessit&amp;agrave; di &amp;ldquo;non dire&amp;rdquo;, di non dire tutto. La persona malata vuole essere percepita  come sempre, come prima della malattia e teme le considerazioni altrui, di qualunque tipo, anche quelle affettuose e di protezione. 
Anche Salvatore, mio marito, nei primi mesi di malattia, non voleva che i suoi collaboratori, clienti, ecc. sapessero della sua situazione. Poi le cure hanno richiesto comportamenti diversi, assenze di giorni, anche solo di ore ma ripetute, e la vita professionale &amp;egrave; diventata visibilmente diversa. Non si poteva non dire.
Mi piacerebbe molto che qualche lettore, se pubblicherete questo mio ricordo, scrivesse un proprio commento, il proprio vissuto nel rientro al lavoro. Spero possa essere un contributo per chi sta  per affrontare questo momento.


Io ho due precisi ricordi di come consideravo il mio lavoro nel periodo della malattia di mio marito. 
Dopo che ho saputo che Salvatore aveva il tumore al colon tutto era diventato gravoso, perch&amp;eacute; tutto era l&amp;igrave; in quella notizia, tutto  solo l&amp;igrave; in quel pensiero.
Ricordo anche le sensazioni fisiche che provavo: grande apprensione, tachicardia, disidratazione (la cos&amp;igrave; detta secchezza delle fauci)  e grande debilitazione. 
Ma non potevo fermarmi, c&amp;rsquo;erano tante cose da fare, le cure, il lavoro e tutto il resto. E il pensiero era sempre l&amp;igrave;,  come la polvere ricopriva tutto, rendeva tutto scuro, ogni istante era grigio, sotto la cappa di piombo della diagnosi era impossibile scordare, anche parlando occasionalmente con persone che non avevano nulla a che fare con i miei problemi, con la mia famiglia, tutto era improntato al mio grande turbamento, ogni discorso altrui era per me banale, fuori luogo. 
 
Ricordo che dopo 4 mesi di malattia, al termine di una riunione di lavoro mi ritrovai a pensare con piacere allo sviluppo di una mia attivit&amp;agrave; e mi stupii di quel pensiero positivo. Avevo provato soddisfazione e, seppure gratificata professionalmente, mi sentivo fuori posto con me stessa, come se avessi commesso un illecito. Incredibile, il problema di mio marito non era certo risolto e mi era capitato di  pensare ad un successo professionale. Mi sentivo in colpa? Non so, per un attimo mi ero illusa che qualcosa potesse ancora farmi piacere, forse avevo bisogno di compensare il dolore per la malattia di mio marito. Per molto tempo non ho compreso cosa fosse esattamente quella mia sensazione.


Tempo dopo mi capit&amp;ograve; un altro pensiero collegato al lavoro, ma ancora non capii cosa la mia sofferenza mi comunicava.
Mi era capitato pi&amp;ugrave; volte di lamentarmi del lavoro, per le difficolt&amp;agrave; connesse alle responsabilit&amp;agrave;, ai continui spostamenti, lontano da casa, ecc. Qualche anno prima della malattia arrivai persino a ricattare mio marito. Avevo piacere di acquistare una casetta in montagna, Salvatore non era interessato e io lo condizionai. Gli dissi o comperiamo la casetta in montagna o smetto di lavorare.
Poi un giorno, nelle lunghe giornate in clinica con Salvatore ci trovammo a parlare, con altre persone, del lavoro, del peso dell&amp;rsquo;impegno professionale. 
In quel momento rivalutai la mia visione del lavoro. Pensai al lavoro, con tutti i suoi problemi e difficolt&amp;agrave;, come ad una situazione di grande serenit&amp;agrave;. Pensai che quando si lavora, e non si &amp;egrave; sotto l&amp;rsquo;incubo di una grave malattia, ogni problema ha una soluzione, pi&amp;ugrave; o meno semplice, pi&amp;ugrave; o meno impegnativa, faticosa, ma ha una via di uscita. 
Con la malattia grave la soluzione dipende da molti fattori esterni a noi, dipende dai medici, dalle cure, ecc. non dipende da noi , dai nostri sforzi, dal nostro impegno e questo crea grande tensione e toglie serenit&amp;agrave;.
Ripensai ai lunghi periodi di lavoro fuori casa, ma anche alla &amp;ldquo;liberazione&amp;rdquo; del venerd&amp;igrave; sera, con il rientro a casa, in famiglia, nella serenit&amp;agrave;. 
In quel momento, con quei pensieri, avrei volentieri barattato con il cielo dieci anni di intenso lavoro con una giornata di mio marito senza sofferenza.


Solo ora, scrivendo, mi sono  resa conto del significato delle mie emozioni, del mio stupore nel pensare ad una gratificazione professionale in presenza dell&amp;rsquo;incubo della malattia grave.
Per me tutto stava cambiando, anche il modo di percepire la vita. Le soddisfazioni professionali che fino ad allora erano parte della normalit&amp;agrave; della vita, come le difficolt&amp;agrave;, acquisivano improvvisamente rilievo. Da tempo non le consideravo pi&amp;ugrave; un  piacere. Con la malattia di Salvatore sono cambiate tante cose e anche la mia valutazione del lavoro.
La stragrande maggioranza delle persone che lavorano sono in buona salute e con la loro volont&amp;agrave;, energia, capacit&amp;agrave; raggiungono i loro obiettivi, e  pi&amp;ugrave; affrontano difficolt&amp;agrave;, pi&amp;ugrave; si sentono soddisfatti. 
Il successo &amp;egrave; faticoso da conquistare, mia mamma, milanese doc, diceva che il &amp;ldquo;pane ha sette croste&amp;rdquo;: ogni guadagno materiale e morale &amp;egrave; difficile da ottenere.................. 


Che cosa grande il sapore del pane, che cosa terribile l&amp;rsquo;abitudine, non provare pi&amp;ugrave; piacere per quello che si ha, piccolo o grande che sia. Che cosa dolorosa pensare al piacere della normalit&amp;agrave; quando questa non c&amp;rsquo;&amp;egrave; pi&amp;ugrave;.

</description>
			<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 11:42:58 +0100</pubDate>
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