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Essere medico di se stesso

La mia storia è molto semplice ed è datata esattamente il 29 giugno 2001.
Non sono di memoria così forte, ma il 29 giugno è il mio onomastico, questo me lo ricordo, e non lo festeggio più.
Quel giorno non stavo benissimo ma avevo attribuito questo mio non star bene a un momento di stress, di malessere molto generico, nulla di ben definito.
Come raramente mi accade, di pomeriggio sono andato a riposare perché mi sentivo stanco. Non avevo attribuito questa stanchezza a nulla di medicalmente importante, e anche pensandoci col seno di poi non era nulla di che.
Mi sono svegliato nel sonno, saranno state le quattro e mezza del pomeriggio, con una sindrome cui ho da questa volta molta importanza e a cui ho dato subito una diagnosi, quella di un attacco cardiaco in termini molto generici.
Era un forte dolore, con tutta la sindrome parallela di tipo vegetativo, cioè sudori freddi, nausea, eccetera.
Io sono un rianimatore, anestesista, quindi sono preparato per interpretare un certo tipo di patologia e di sintomi, soprattutto se sono cose gravi.
La prima cosa che ho fatto, per un attimo, è stato di nascondere che potesse essere qualcosa di importante, era molto più semplice pensare ad un’indigestione, a tante cose molto più banali, ma nel giro di pochi secondi mi sono reso conto dell’assoluta gravità e ho deciso di andare all’ospedale.
Nel paese dove vivo c’è un ospedale dove io ho collaborato, quindi mi sono recato a quel pronto soccorso, facendo però la stupidata di andarci da solo mentre dovevo chiamare l’ambulanza.
Non è stato per machismo e neanche per non voler disturbare il 118, i colleghi che sarebbero venuti, ma per mantenere l’atteggiamento della non eccessiva importanza di quel che mi accadeva, pur essendo conscio di quello che era.
Sono andato al pronto soccorso e ho incontrato come prima persona un caro amico, un infermiere del pronto soccorso, il quale mi ha visto e ha capito subito che non stavo bene.
Sudavo freddo, la cosa più pesante non era tanto il dolore, che era solo fastidioso, quanto la sindrome vegetativa che si accompagna all’infarto: "Michele guarda che sto male, proprio male, male".
Prima ancora di chiamare il medico di guardia mi ha fatto l’elettrocardiogramma. Mi ha chiesto se lo volevo vedere. Sì. L’ho visto e sono scoppiato a piangere, perché ho realizzato che avevo avuto un infarto, che tutto era in progress e che quindi da lì in poi qualcosa sarebbe accaduto, di bello o di brutto l’avrei scoperto dopo, ma in quel momento io avevo avuto un infarto.
A questo punto è arrivato il primario cardiologo che con estrema sensibilità e professionalità ha iniziato a regalarmi un minimo di serenità rispetto a quello che stava accadendo.
In tutto questo io non ho perso la lucidità di comprendere che comunque ero un malato grave, anche se in quel momento loro mi stavano vendendo qualcosa di più leggero, ho capito che comunque ero malato grave, che quello che stava accadendo poteva essere molto grave, però devo essere riconoscente a questo collega che invece è riuscito a darmi, all’interno di questo, un minimo di serenità, parlando di cose che si potevano fare e di possibili soluzioni. L’unica cosa che non ho potuto assecondare è stata quando mi ha detto: "Ettore cosa vuoi fare?" sapendo che la mia professionalità era tale da poter decidere io che cosa era meglio fare come terapia, "preferisci essere portato a Q. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia) per un’angioplastica, con quello che comporta il trasferimento in ambulanza di tre quarti d’ora, o preferisci che facciamo la trombolisi subito qui? (lì non è possibile fare un’angioplastica.)" "Guarda, non chiedermi di decidere. Decidi tu per me e sono sicuro che quello che sarà, sarà per il meglio".
Poi, di fatto, mi ha chiesto se ero d’accordo sulla sua decisione e senza dover pensare ho detto "va benissimo"  e sono rimasto in quell’ospedale, non ho fatto l’angioplastica ma la trombolisi.
Il tutto è avvenuto dalle 5:00 del pomeriggio alle 8:00 di sera.
Sono stato ricoverato in terapia coronarica dove da subito ho realizzato che il mio pianto in pronto soccorso, immediato, istintuale, non era legato alla gravità, non era il malato che piange pensando “mamma mia che cosa mi sta succedendo, sono grave!”, a mente serena ho capito che era legato al mio futuro, “adesso che cosa sarà di me?”. Non tanto dal punto di vista medico, conoscendo il percorso che questi malati fanno, ero disposto a pagare e ad affrontare l’iter medico, ma era per l’esito di questa malattia rispetto allo stato di benessere che sempre mi è appartenuto, e quindi: "tornerò a nuotare in piscina? tornerò a sciare? potrò tornar a correre? potrò fare la vita che ho sempre fatto o sarò un handicappato, avrò l’handicap di chi non può permettersi alcune cose?"
Questo pensiero mi ha angosciato e questa angoscia mi ha accompagnato per qualche giorno.
Ho vissuto questa prima notte in rianimazione da paziente in maniera abbastanza tranquilla, quindi non commentando, lasciando fare agli infermieri e ai colleghi della cardiologia in maniera totale e indiscutibile, sia per la terapia, sia per quello che era l’atto infermieristico e medico.
Sono arrivato al giorno dopo non più così angosciato perché ho realizzato che la trombolisi aveva avuto effetto.
L’ho capito per la mia percezione di ritrovato benessere, oltre che per l’aver parlato oggettivamente con il cardiologo e l’aver visto gli esami strumentali. Loro hanno cercato di coinvolgermi: "vedi va meglio, gli esami vanno bene, gli enzimi si sono mossi, la trombolisi sta facendo effetto…
Io ho detto che non m’interessava più di tanto.
In quel momento non volevo tornare a fare il medico ma rimanere a fare il paziente, sapendo che comunque, a differenza di tanti altri pazienti, ero in grado di capire sia quello che i medici mi dicevano, sia quello che stava avvenendo.
Penso che questo mi abbia molto aiutato, non ho vissuto la malattia in termini sconosciuti, ignoranti, rispetto sia a quello che succedeva, sia a quello che sarebbe accaduto, che i medici mi dicevano ovviamente in termini coscienti e chiari.
Per me l’elaborazione di quello che era successo è stata chiara, da subito. Rimaneva il dubbio del dopo.
Perché un conto è il passaggio tra fase a acuta a post-acuta, un conto è poi il dopo, a bocce ferme “adesso che cosa sarà?”.
Sono stato dimesso dall’ospedale dopo una settimana di ricovero che ho vissuto ottimisticamente. Dopo i primi giorni di terapia intensiva sono stato trasferito in cardiologia in un reparto di degenza assolutamente normale. Certamente ho goduto dei privilegi dell’aver lavorato in quell’ospedale e quindi delle carinerie degli infermieri, dei colleghi, e anche della struttura, il privilegio di essere in una stanza da solo e tante altre cose. E va bene così, credo che sia normale.
Man mano stavo meglio in maniera sempre più ottimistica rispetto allo stato acuto, ma rimaneva sempre il dubbio del dopo.
Questo dopo si è concretizzato, in termini temporali, quando mi è stato detto: "Bene, la fase acuta è passata in maniera ottimale, dobbiamo fare una coronariografia per capire cos’è successo esattamente e capire qual è la malattia di base, sia in termini qualitativi che quantitativi".
Lì ho vissuto una settimana male, ormai a casa, in maniera molto angosciante, perché pensavo: “vedendo la coronariografia mi diranno che il mio è un cuore sfasciato, che ho passato l’infarto perché la fase acuta si passa, però poi la mia vita sarà quella dell’infartuato, che tanti ne ho conosciuti e tanti ne ho seguiti nel postoperatorio sapendo che la loro vita era cambiata.”
Mi angosciava il fatto che ci potesse essere un’indicazione per l’intervento chirurgico di bypass aortocoronarico e che questo comportasse il vedermi nuovamente paziente, non più solo medico ma anche chirurgico, in un letto di rianimazione post-chirurgica, intubato, attaccato al ventilatore, sapendo che questi sono momenti bruttissimi per i pazienti.
Lavorando in cardiochirurgia so benissimo che cosa vuol dire essere paziente con un tubo in gola, in uno stato di semi-incoscienza, con questi disagi, e dover completamente delegare se stessi ad altri, medici e infermieri che siano, e alla macchina.
Questo mi angosciava in maniera totale e credo di essere andato a fare la coronarografia, non rassegnato, sicuro che probabilmente le cose sarebbero andate bene, ma con la paura di un responso che sarebbe stato brutto e triste per me.
Nella mia fortuna (io la chiamo così) di aver subito un infarto miocardico, la cui evoluzione è stata però ottima e bella, ricordo con piacere ancora oggi un altro pianto, liberatorio, che mi sono fatto con un collega quando mi ha detto: "Ettore, domani devi tornare a lavorare perché non devi più rompere le scatole, stai bene e quindi non hai bisogno di nient’altro.".
È stato il pianto liberatorio che ho fatto nel momento in cui era finita la coronariografia, esattamente due settimane dopo l’infarto acuto che era il momento difficile da superare. Ma se mi avessero detto “caro mio dobbiamo fare un bypass coronarico, adesso ti diremo quello sarà…
Basta. Io la mia malattia l’ho vissuta così.
Non dico che l’ho cancellata dalla mente, ma per fortuna sono uno di quei privilegiati che è tornato a fare la vita di prima, e anche più intensa e partecipe rispetto alle proprie passioni.
Prima, per quanto già le seguissi, le mie passioni erano in parte guidate dalle esigenze che nella vita di ognuno di noi ci sono, di tipo lavorativo, familiare, e quindi i tempi che dedichi alle passioni sono i tempi che rimangono. Invece oggi è cambiato un po’, ho cominciato a dare molta meno importanza al lavoro, o per lo meno a quello che a parer mio c’è di perverso nel lavoro, nel fare di tutto di più per arrivare. No. Per me oggi il lavoro è diventato il mezzo per godermi le mie passioni.
Mi sono reso conto che anche dal punto di vista affettivo la malattia mi ha modificato.
Mi sono reso conto di cosa vuol dire non sapere se c’è un domani o se non c’è domani, sapendo io benissimo cos’è l’infarto del miocardio.
E credo che mi abbia modificato nel mio essere medico.
Io ho avuto la fortuna di essere un paziente privilegiato, però so benissimo che nel 99,9% dei casi i pazienti non sono privilegiati, quindi il rapporto è cambiato.
Ad esempio, io sono un medico anestesista rianimatore, quindi ho un concetto delle posologie di certi farmaci molto più avanzato rispetto a quello che possono avere altri colleghi, non ho paura di certi farmaci perché li uso tutti i giorni, e ricordo che quando al pronto soccorso mi hanno fatto la morfina, gli dissi: "ma non 5 milligrammi, non sono mica un bambino di 40 Kg, fammi tutta la fiala.". E il medico questo ha fatto.
Mi rendo conto che sia stato un privilegio che appartiene solo a me. Però so perfettamente che, ancora oggi, nel momento in cui m’incontro e mi scontro col dolore altrui il mio atteggiamento è sbagliato.
Ma oggi rispetto totalmente e completamente il paziente che mi dice che malgrado le terapie ha ancora dolore.
Con questo intendo dire che è sbagliato ragionare per protocolli, come invece fanno.
Questo mi ha insegnato la mia malattia.
Ma lo sapevo anche prima, solo che ti fa comodo continuare a ragionare in un certo modo. E questo mi ha aiutato a modificarlo.
Ecco, questa è stata la mia storia come medico e paziente.
Credo di aver fatto qualcosa in più rispetto ad altri, ma questo mi appartiene al di là dell’esser medico, e cioè l’aver dimostrato a me stesso da subito, appena ho potuto farlo, che qualcosa è successo, che il mio cuore ad un certo punto ha avuto un problema, ma che questo doveva aiutarmi ad andare oltre la malattia. E per andare oltre ho usato mezzi un po’ esagerati, ho iniziato a fare addirittura cose che prima non facevo, a correre di più, a nuotare di più, cioè a fare più fatiche per dimostrarmi che sto bene, per dimostrarmi che la mia vita è cambiata, ma è cambiata in meglio perché ho realizzato alcune cose. Dopo appena una settimana dall’infarto ero in piscina che nuotavo, adagio, con molta paura, e i colleghi cardiologi che mi hanno visto mi hanno detto se ero scemo o che cosa.
Però io ero sereno, mi sentivo di fare questa cosa, e mi sono detto: chi può essere miglior medico di se stesso? nessuno.
Un’altra cosa che prima non facevo e che mi ha insegnato la malattia è ascoltare i segnali che il corpo ti trasmette. Avrei probabilmente dovuto ascoltarli anche prima, ma avevo sempre detto “chi se ne frega”.
Dare importanza alle cose che tu senti e cercare di interpretarle rispetto a un significato, più o meno serio, o importante, che vuoi attribuirgli.
Analizzando a posteriori quello che mi è successo, è probabile che prima dell’infarto io non abbia dato particolare importanza a segnali stressogeni, e io credo molto nello stress e in quello che ne deriva.
Ho un cuore che mi è stato detto essere abbastanza sano, è il cuore di un cinquantenne ma nulla più, quindi credo che quello che mi è accaduto sia stato anche figlio di un momento particolarmente difficile della mia vita al quale non avevo dato molta importanza. Quindi uno stress occulto, o semiocculto perché alcune cose comunque non le nascondi, e che mi hanno portano in definitiva a pagare in maniera pesante questo non aver ascoltato il mio corpo. Oggi questo lo faccio molto di più. Per lo meno a qualcosa è servito.
Il mio bicchiere è sempre mezzo pieno, voglio continuare a pensarlo così.
Questo mio piangere al pronto soccorso credo che sia stato un momento di rabbia rispetto a quello che stava accadendo, ma più proiettato al futuro.
Non ho pianto perché avevo paura di morire, ho pianto perché la mia paura era quella di non riuscire più a vivere in maniera così bella come io ho avuto la fortuna fino ad ora.
E credo che l’essere medico per me sia stata un’opportunità perché mi ha aiutato a decriptare in maniera ottimistica quello che i colleghi mi stavano dicendo, e ho cercato di andare oltre le loro parole mettendoci del mio in maniera positiva.
Credo di aver vissuto il mio stato di malattia utilizzando il mio sapere medico in termini ottimistici. È chiaro che non si può responsabilizzare un paziente normale rispetto alla scelta medica. Difatti mi fa un po' sorridere l’esigenza del consenso informato che oggi c’è, perché nessun medico sarà mai in grado di far percepire a un paziente normale il significato di una scelta medica.
Io non lo chiamerei “consenso informato” ma “informazione informata”, e lì si ferma, perché il consenso presuppone un atto di coscienza tua, intelligibile, rispetto a quello che sarà l’atto medico, ma consenso significa anche elaborare in termini di scelta.
E cosa deve scegliere rispetto a un atto medico una persona normale? Non può che affidarsi totalmente nelle mani di un medico. Salvo essere informato rispetto a quello che sarà, perché lui può decidere della sua vita. Io in quel momento potevo decidere, se mi avessero detto “devi far un bypass aortocoronarico” avrei potuto decidere, da normalissimo paziente, non se ne parla proprio perché il mio torace non si apre e preferisco aspettare, quello che sarà, sarà. Questa è un’informazione che mi viene data e l’elaborazione mia è: intervento chirurgico sì, intervento chirurgico no.
Ma se io non sono medico, il medico non mi dice mai a che cosa andrò incontro, quali saranno i pro e contro dell’intervento chirurgico, qual è l’aspettativa di vita di chi è stato operato rispetto a chi non lo è stato, quale sarà la qualità della vita mia residua rispetto all’intervento o al non intervento.
Nessuno lo fa, ma sarebbero queste le informazioni che permettono il consenso. Ma questo non accade.
Quindi quando il medico cardiologo mi chiede: "Ettore, facciamo una trombolisi o ti portiamo a Q. al Policlinico per un’angioplastica", lo fa più che altro per educazione o perché da collega sa che potrebbe condividere se non altro affettivamente un percorso.
Credo me lo abbia chiesto per educazione perché penso sapesse già che io avrei risposto: "guarda non mettermi nelle condizioni di prendermi delle responsabilità in un momento di zero lucidità rispetto a quello che è, scegli tu per me, assolutamente.".
Questo mi ha dato da pensare, rispetto alla mia attività di medico, proprio per quello riguarda il consenso informato.
In quel momento lì io, medico, quindi con “la conoscenza medica” che mi appartiene, ma allo stesso tempo in stato di necessità, non sono stato in grado di decidere. Posso quindi immaginare uno, non medico, in stato di necessità, rispetto ad una scelta medica se è mai in grado di decidere. No, è al massimo in grado di essere informato, poi basta.
E quindi la fiducia è indispensabile.
In quel momento la mia fiducia in questo collega era totale perché mi aveva vinto con la sua serenità, con la sua tranquillità e con la sua non agitazione, e credo che questo sia fondamentale sapendo bene io che la situazione era molto grave visto che si trattava di un infarto acuto.
Però l’ho percepito come un collega tranquillo, con in mano la soluzione, ma sopratutto con la tranquillità di chi ha le idee in testa e non con l’agitazione di chi ti fa percepire soltanto “adesso non so cosa fare, dammi tempo per pensare e qualche soluzione la trovo”.
In quel momento non c’era tanto tempo per pensare, il pensiero doveva essere immediato. E devo dire che la sua tranquillità mi è stata di molto aiuto.
Questo non mi ha modificato, perché per fortuna ho sempre affrontato l’urgenza, facendo il rianimatore, in maniera molto serena anch’io, con grande autocontrollo rispetto alle cose e le scelte che faccio. Però ho avuto una convinzione ulteriore che questo è il modo in cui bisogna trattare il paziente, che deve percepire dal medico che è lì vicino la sua serenità, la sua tranquillità rispetto all’atto medico e alla soluzione più o meno immediata che deve cogliere. Credo che questo sia importantissimo e io l’ho realizzato da paziente.
Credo che, fondamentalmente, nei rapporti con le persone i medici non siano persone intelligenti. Normalmente il medico non ha quell’atteggiamento di tipo affettivo che predispone un rapporto su basi fiduciarie con il paziente, paritetico, sullo stesso piano, legato a una fiducia che nasce dall’empatia, da qualcosa che trasmetti al paziente.
Il rapporto fiduciario non nasce perché normalmente il medico ha un atteggiamento di superiorità, non si mette sullo stesso piano del paziente e quindi il paziente è un po’ il Fantozzi che davanti al ragioniere capo cade sulla sua sedia puff, quello è il paziente per il medico normalmente.
Quindi il paziente ha spesso questo atteggiamento di totale sudditanza e di totale incapacità di entrare nella questione, di decidere circa il proprio futuro, ma soprattutto mancando questo rapporto di affettività non riesce poi a trovare un contatto.
Può percepire per intuito la professionalità del medico, ma in termini affettivi e emozionali rimane allontanato.
Capisco però che per il medico sia molto difficile. È una cosa che puoi fare nella professione libera perché in quel contesto c’è una norma contrattuale che vincola il medico e il paziente, “io ti pago perché tu mi curi”, e in quel rapporto libero contrattuale ci sta anche l'affettività, ci sta anche il bere insieme un caffè.
Ma il nostro sistema sanitario non permette che questo avvenga perché è assolutamente anonimo. Quindi non permette che avvenga nelle cose di tutti i giorni, perché il rapporto medico-paziente ospedaliero è un rapporto abbastanza anonimo: tu vieni in ospedale e normalmente non puoi neanche scegliere il medico, normalmente subisci l’atto medico, punto e basta. Spesso con la percezione di avere una valenza economica, e non di paziente, perché oggi è così.
Tutto quello che oggi viene fatto, viene fatto per conto di una economicità di gestione della malattia, che è una cosa pessima.
Normalmente il medico lascia un po’ da parte l’affettività, perché se poi fosse affettivo con tutti i suoi pazienti sarebbe difficile, anche per questioni di tempi.
Io ho delegato in maniera totale, non ho mai chiesto “che cosa state facendo” né “perché”, sapevo che mi stavano curando nel miglior modo possibile rispetto alle conoscenze dell’epoca e rispetto a quello che si poteva fare in quel ospedale.
Mi sono sentito medico di me stesso nel momento in cui ho percepito il mio nuovo stato di benessere, che ho interpretato da medico, perché questo io ho la possibilità di farlo.
I pazienti possono essere medici di se stessi se il loro medico comunica loro che questo è possibile. Oggi si inizia un po’ a farlo, ma il medico è sempre stato geloso rispetto alla sua professione perché questo richiedeva da parte del paziente un ritorno dal medico per comunicare come stavano andando le cose, un ritorno dal medico per chiedere ulteriori informazioni.
Oggi, per fortuna, si tende un po’ di più a responsabilizzare il paziente, fin dove può essere responsabilizzato, a essere medico di se stesso.
È bello portare il paziente a essere più medico di se stesso, fargli capire e percepire quello che è il significato dello star bene, e quindi cosa implica dedicare del tempo a fare per esempio una corsa, una nuotata, piuttosto che dedicarsi ad uno stato di benessere e serenità interiore, che significato può nascere dallo star bene dentro. Una volta questo lo si faceva meno, oggi lo si fa un po’ di più e credo che sia importante. Aiuta molto, perché se il paziente ci crede aiuta sia il medico che il sè stesso. Questo secondo me vale in tutte le patologie, sia quelle importanti sia quelle meno importanti.
In genere il medico fa fatica ad ascoltare. Poi c’è medico e medico. Quando chiacchiero con un paziente, capita che improvvisamente lui abbia la pretesa che tu diventi anche un po’ il suo confessore. Io chiedo al paziente che mi parli di quello che in quel momento mi interessa rispetto al mio lavoro, per esempio di uno stato di malattia che può essere un problema nel momento in cui devo fare l’anestesia, o qualcosa che interessa al mio atto medico di anestesista… Quindi il paziente mi parla di tutto questo e poi aggiunge: "Senta dottore, ma quando potrò camminare con le stampelle?". "Questo forse è meglio che lo chieda al suo ortopedico, per questione di competenze.". "Eh sì, chi lo vede mai quello là…". Allora ti senti quasi in obbligo…
Io non prendo le difese dell’ortopedico o del chirurgo che non si vede mai, ma a questo paziente qualche risposta qualcuno la deve pur dare, e allora normalmente qualcosa rispondo: "Guardi, penso che nel giro di un paio di giorni dopo l’artroscopia lei potrà muoversi, però credo anche che avrà l’opportunità di rivedere il suo ortopedico, se non altro in sala operatoria!".
Si sta assolutamente perdendo in maniera totale quello che è il rapporto classico fra medico e paziente.
Qui si sta andando incontro ad un’attività da supermaket: si va, si compra, si torna a casa.
L’attività medica è diventata talmente mercantile che non c’è più spazio per il resto.
Il paziente è diventato un numero di un sistema che non prevede che questo paziente sia fatto se non solo di ginocchia. Non prevede più che oltre le ginocchia abbia anche un’anima, una testa, e dietro alle spalle altri problemi.  Quindi la visione olistica o univoca di quello che il paziente è si è persa totalmente, e ai medici non interessa più ritrovarla. Forse perché non hanno più tempo, non ne hanno più voglia, sono demotivati, forse il sistema non lo permette. 
Ci sarebbe anche da discutere su questo, però oggi è così.
I medici curanti di famiglia, da quello che so, sono puramente legati alle norme burocratiche della professione, e non solo burocratiche, ma di tutela del sistema sanitario invece che di tutela del paziente. Quindi non hanno né il tempo né la possibilità di dedicare al malato, o comunque alla persona che va da loro che non necessariamente è malata, un minimo di sapienza e di coscienza in più rispetto non solo alla malattia, ma anche al resto.
Se una persona va dal medico perché ha mal di testa e il medico si limita a dargli un’aspirina, credo che sia un fallimento della medicina. Perché quel paziente ha mal di testa perché ha bisticciato con la moglie il giorno prima, perché i figli vanno male a scuola… Il mal di testa va interpretato anche diversamente, non solo “prenda l’aspirina” e basta. Oggi è così. È a tutela del servizio sanitario e non a tutela del paziente, ma è così.
Io sono un medico un po’ speciale perché ho avuto esperienze in paesi terzi, laddove la medicina è un’altra cosa. Ovviamente il motivo per cui ci vai non ha valenza economica, e quindi ha la valenza di medicina. E lì è diversa. Da quell’esperienza mi sono reso conto che un ritorno a questo tipo di medicina (ammesso che ci sia mai stata una medicina così in Europa) sarebbe molto bello se avessimo la possibilità di farlo.
Per la mia malattia e per la mia esperienza in paesi in via di sviluppo io sono un medico assolutamente fuori dalla media.
Queste esperienze mi aiutano nel rapporto con i malati a comportarmi in maniera diversa. Essendo stato malato ho imparato a dare significato alle cose molto più di quanto normalmente si faccia, e a chiedere ai malati: “ma lei si è ascoltato? Come interpreta i suoi disagi, la sua malattia?”.
Io non lo avevo fatto e mi sono reso conto che forse sarebbe stato meglio farlo, quindi credo che questo sia un messaggio importante da dare ai malati. È  chiaro che a latere c’è questa mia esperienza che mi porta a riconsiderare il paziente nella sua unicità e non soltanto paziente cuore, paziente polmone, paziente rene, paziente ginocchio. Perché così risolvi il problema ginocchio, ma spesso il problema del paziente non lo risolvi. Ma credo di essere fuori dalla media.
Mi occupo ogni giorno di pazienti con infarti acuti o problemi del genere, e mi piace poter dire loro che anch’io ho avuto lo stesso problema. Loro mi guardano, mi vedono in perfetta forma, e mi dicono sorpresi: "Sei stato malato?" "Si, sono stato malato e ho avuto anch’io gli stessi problemi. Guarda, faccio cento vasche in piscina, vado a correre, la mia vita è cambiata in meglio perché ho avuto la fortuna di superare questa malattia in maniera ottimale.".
Magari per qualche paziente non sarà così, però è importante regalare davvero al paziente, in maniera conscia, non gratuita, l’idea che quello è un passaggio obbligato della nostra vita. In me si chiama infarto, in qualche altro si chiamerà tumore, in un altro sarà la protesi dell’anca, ma è un passaggio della vita.
La normalità non è il benessere, la normalità è la malattia.
C'è poco da fare, questa è la legge della vita.
La legge dell’invecchiamento è questa, solo che noi non lo sappiamo perché nessuno ce lo ha mai detto, perché si dice solo che bisogna essere belli, ricchi e carini, e che dobbiamo stare bene. Ma non è così, la verità è un’altra. E così al paziente tu dici “guarda che tutto questo è normale, nell’invecchiamento ci sta anche l’infarto, ci sta anche che tu ti rompa una gamba. L’importante è sapere che questo è normale e può succedere, e in questa normalità ci sta anche che tu esca benissimo da tutta questa storia, e che tu continui a conquistarti la tua vita, nella tua normalità, sapendo che se c’era da pagare tu hai già pagato.” È quello che oggi mi dico, io qualcosa ho già pagato, se non altro in angoscia, e allora può darsi che, se devono tornare i conti, io sia dalla parte di chi ha già dato.
E così a volte si riesce a dire queste cose al paziente, magari facendolo sorridere, che sta affrontando qualcosa che, pur nella sua enormità, nello stato di malattia, comunque appartiene alle cose normali.
Io non credo che la malattia sia una cosa anormale, credo che sia anormale non essere ammalati se consideriamo un uomo dai 0 ai 90 anni.
Come si può non passare per uno stato di malattia? È inevitabile.
Nel momento in cui si muore è uno stato di malattia, anche se sei stato bene per tutta la vita. Questa è la normalità.
Uno può fare delle prove di morte prima e superarle benissimo, e una volta superata, adesso avanti l’altra. Quindi il messaggio che do a questi pazienti non è quello che va tutto bene, di star tranquilli. No, gli dico che la situazione è quella che è, e che da questo momento, da questo inciampo, nasce una nuova normalità. E che bisogna comunque sapersela conquistare, perché il medico da solo non ti permette di conquistare nulla, devi essere conscio tu che da questo incidente ti devi conquistare una nuova normalità, o comunque iniziare a credere in una nuova vita, in termini anche di rinascita, e che forse se qualcosa bisognava pagare lo stai pagando, poi basta.
Chiaramente non sono sempre così prosaico, però è il messaggio che qualche volta riesco a dare. Forse regalo un minimo di ottimismo, che sicuramente serve, perché se togli l’ottimismo ai malati gli togli tutto.
Se i medici fossero un po’ più umanisti non sarebbe male.
C’è una persona che ammiro moltissimo, che è facile da ammirare, si chiama Einstein, è il mio idolo.
Io ricordo che, a chi aveva obiettato che tutti gli scienziati, in particolare i fisici e matematici, erano talmente legati a formule matematiche, e quindi alla ragione, e di conseguenza così lontani dalla filosofia, dall’umanesimo e dalla religione, Einstein aveva risposto: “Questa formula è talmente perfetta che non può averla inventata l’uomo. Io l’ho interpretata, non l’ho creata.” In questo c’è l’uomo Einstein che è andato oltre il suo essere scienziato nella fisica. E così, se i medici fossero un po’ più umanisti credo che sarebbe una bella cosa per tutti. Io ho la fortuna di esserlo, ma è una fortuna che spesso non riesco a condividere con altri colleghi.

Commenti   

 
#4 Umberto 2008-02-27 10:33
Da poco ho scoperto questo sito ed è la seconda storia che leggo. Spero che altre storie che leggerò non riguardino solo medici come mi è capitato fin'ora. Mi rifiuto di pensare che si tratti di storie non del tutto vere perchè, purtroppo, dalle mie espeienze avute, tante e molto serie (cardiologiche e tumorali) non mi è capitato nessun medico che minimamente si potesse paragonare ai dottori protagonisti di queste storie. A parte questa piccola polemica, desidero informare questo meraviglioso dottore di una sua grossa inesattezza circa i medici a pagamento. Non è affatto vero che il medico a pagamento si comporti tanto diversamente da quello del pubblico servizio, generalmente l'unica differenza stà nel ricevere il paziente offrendogli la mano come gesto di saluto e magari dandogli del lei. Recentemente ho fatto un'esperienza con un cardiologo che mi ha avuto in cura da oltre dieci anni e che avendo fatto carriera si è trasferito lontano. Viene una volta al mese visitando ininterrottamen te dal mattino alla sera molto inoltrata. Mi ha visitato alle ore 14.00 con in mano una merendina che mangiava in contemporanea e mi chiedeva di fare una scintigrafia. La sua segretaria mi ha chiesto una cifra sostanziosa con o senza fattura. Ho eseguito la scintigrafia che ho potuto far visionare a questo signor cardiologo dopo otto mesi ma solo attraverso un'infermiera tra una visita e l'altra senza ricevermi e per mezzo della medesima infermiera mi ha comunicato che avrei dovuto fare un'angioplastica.
Non mi prolungo, ma ci tenevo a portare questa mia esperienza per dimostrare all'autore suddetto che è solo questione di uomini e non di mezzi.
Citazione
 
 
#3 antonella 2008-02-27 03:10
-ascoltare i segnali che il corpo ti trasmette... ma avevo sempre detto "chi se ne frega". Dare importanza alle cose che tu senti e cercare di interpretarle rispetto a un significato, più o meno serio, o importante, che vuoi attribirgli.-
E'questo che so di calpestare perchè "non ho tempo" per rispettarmi. Da questa notte qualcosa cambierà. Grazie!
Citazione
 
 
#2 antonio 2007-12-20 19:31
Carissimo sei un grande uomo e poi un grande medico, scrivi un vademecum e poi distribuiscilo a tutti i medici d'Italia!!!!!!! ! Come ho compreso bene cio' che hai scritto!!!! Purtroppo svariati anni di dialisi, due trapianti di rene, un espianto di rene oramai atrofizzato e tante altre cose tremende!!!!!Un salutone e tanti auguri di Buon natale.
Citazione
 
 
#1 anonimo 2007-12-14 17:52
BRAVO BRAVO BRAVO QUESTO MEDICO!!!
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