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La fortuna davanti al Casinò

Ricordare l’inizio della mia malattia è la cosa più facile del mondo.
Quando sono inciampato in questa disavventura, sono inciampato come se mi avesse colpito un fulmine a ciel sereno.
Fino a 49 anni, l’anno in cui mi è capitata, non avevo mai avuto niente. Il mio cuore funzionava perfettamente, o perlomeno io consideravo che funzionasse perfettamente.
Non avevo mai fatto esami, e questo è stato un errore perché avrei potuto anticipare un grosso problema. Però non avevo mai avuto nulla.
Sono stato in gioventù un giocatore di calcio quasi professionista e, fino a esattamente una settimana prima dell’infarto, tutti i sabati che Dio ha creato sulla terra facevo una partita a pallone con i miei amici. Quel sabato io non ho fatto la partita perché ero stato invitato al compleanno di un’amica a San Remo. Stavo passeggiando, aspettando l’ora di cena, quando ho sentito qualcosa.
Che cosa abbia sentito non lo so descrivere, però è stato qualcosa di assolutamente particolare.
Non me lo ricordo bene, so soltanto che ho subito detto alla persona che era con me: “Chiara, portami in ospedale”.
Qualcosa era successo.
Non so dire che cosa, ma qualcosa di assolutamente strano.
La mia fortuna è stata che questa persona non ha esitato.
Non mi ha neanche chiesto che cosa avessi, evidentemente ha capito: dalla mia espressione, dal fatto stesso che io abbia chiesto di essere portato proprio in ospedale, cosa mai successa in tutta la mia vita. Comunque ha capito e non si è persa d’animo.
Ancora per fortuna, eravamo davanti al Casinò di San Remo e il portiere, avendomi sentito, rivolgendosi alla mia amica disse: “vada subito in infermeria, è molto attrezzata”.
Siamo corsi lì e l’infermiera, vecchia volpe del mestiere, ha riconosciuto subito lo stato critico della situazione: “questo è un infarto”, ha detto sottovoce a Chiara.
Io non l’ho sentita.
A me ha dato una pastiglia di trinitrina e nel giro di pochissimi minuti è arrivata un’ambulanza che mi ha portato all’ospedale di San Remo.
Stai tranquillo perché probabilmente è una congestione” diceva Chiara.
Ma dentro me, qualcosa deve essere successa, in ambulanza ho cominciato a piangere.
Infatti, appena arrivati al pronto soccorso un’infermiere ha detto ad alta voce (e questa volta l’ho sentito): “questo è un brutto infarto!”.
Mi hanno mandato direttamente nell’unità coronarica dell’ospedale, senza nemmeno un elettrocardiogramma.
Evidentemente non era arrivato il mio momento perché quella di San Remo è l’unica unità coronarica nel raggio di 50 km.
Appena mi hanno messo sul letto è venuto il medico.
A lui sarò riconoscente per tutta la vita, tanto che è diventato quasi un amico.
Mi ha fatto qualche iniezione.
Mi sono sentito sprofondare in un lago d’inchiostro nero.
Ho perso i sensi, mentre, da lontano, sentivo gridare “dottore! dottore!”.
Dopo non so quanto tempo, ho riaperto gli occhi.
Vicino a me c’era il medico, con uno strano aggeggio in mano: “dottore che cosa mi è successo?”
E lui mi ha  risposto, non lo dimenticherò mai: “ma niente, è morto per due o tre minuti”.
Ho avuto un arresto cardiaco.
Il mio essere stato riportato in vita è stato dovuto a un defibrillatore, che loro avevano pronto per ogni evenienza.
Davvero credo che non fosse il mio momento.
Non era il mio momento perché l’infarto è successo in un posto, davanti al casinò, dove c’era qualcuno in grado di prestarmi le prime cure.
Non era il mio momento perché si è verificato a San Remo, dove c’è un’unità coronarica.
E non era il mio momento perché l’arresto cardiaco è avvenuto in ospedale.
Comunque, in quel istante sono stato un po’ preso dal panico e mi si sono accumulate tutta una serie di impressioni.
La prima è stata: “che cosa faccio adesso”.
Le mie preoccupazioni del lavoro, le mie preoccupazioni di quello che stavo facendo, la preoccupazione per mio figlio, la preoccupazione per quello che avrei potuto creare alle persone che avevo intorno, la preoccupazione di una possibile menomazione, la paura di sentire dolore (io ho il terrore assoluto del dolore!), la paura per quello che mi poteva capitare da un momento all’altro, per quello che sarebbe successo dopo...
Tant’è che la prima domanda che ho fatto è stata: “e adesso che cosa faccio?”.
A questa domanda nessuno mi ha risposto.
Ancora non si sapeva abbastanza.
La cosa importante era stare calmi, stare qualche giorno in quest’ospedale e osservare il decorso della malattia.
Io sono sicuro di essere un uomo fortunato.
La fortuna mi ha sempre accompagnato nella vita, ma nel periodo specifico in cui mi è successa questa cosa, la mia fortuna è stata l’aver vicino una persona che mi ha immediatamente dato grande serenità. Era la mia compagna, Chiara, che mi ha sostenuto e ha minimizzato la portata del male che avevo. Poi anche gli amici che avevo intorno, in particolare un amico carissimo, medico chirurgo. A lui ci siamo rivolti immediatamente e si è subito prestato per trovare una soluzione nel caso fosse stato necessario un intervento.
L’altra mia preoccupazione in quel momento è stata: “e adesso che cosa facciamo, quanto tempo devo rimanere qui, quanto tempo potrà rimanere Chiara?”
Da questo punto di vista tutto si è risolto per il meglio, perché all’ospedale di San Remo sono rimasto solo cinque giorni. Nel frattempo sono venuti mio figlio e vari amici.
Ad ogni persona che si avvicinava al letto di dolore, che non era più un letto di dolore ma un letto di noia perché non c’era niente da fare, immediatamente si apriva il lacrimatoio… evidentemente la malattia comportava una forte emozione non appena si avvicinava qualcuno. E poi tante telefonate. Non potevo tenere il cellulare ma c’era un telefono di quelli classici della SIP (allora si chiamava ancora SIP non Telecom) che su un carrello veniva portato fra i vari letti.
Io ero la disperazione della camera! Eravamo in 6 o 8, ma quel telefono era mio monopolio. Ero sempre al telefono.
Finalmente, il medico che mi ha riportato in vita ha organizzato il mio trasferimento a Milano.
Il primario dell’unità coronarica aveva dato il divieto che io fossi trasportato, se non sotto la mia responsabilità, e non solo, anche sotto la responsabilità del medico che aveva richiesto il trasporto. Mi ha quindi accompagnato lui, personalmente, insieme ad un’infermiera, con un’ambulanza attrezzata. Dopo un viaggio trascorso più o meno scherzando, sotto un diluvio che non dimenticherò mai, al mio arrivo a Milano ho trovato il mio caro amico che mi aspettava in ospedale.
Visita con il cardiologo, il mattino dopo coronarografia, ecc. E necessità di un’intervento nel più breve tempo possibile.
Il fatto che tutti mi abbiano parlato fin dall’inizio con grande verità, con grande serenità e senza nascondermi nulla mi ha aiutato ad affrontare questa cosa con una certa tranquillità, anche se avevo sempre l’incubo del dolore. Io sono uno che non sopporta assolutamente il dolore, è la cosa più orrenda che mi possa capitare.
A questo riguardo, ho avuto un rapporto molto positivo con l’anestesista, quando mi ha raccontato per filo e per segno tutto quello che mi sarebbe successo dopo l’intervento: “al risveglio, non si preoccupi se non potrà parlare, perché sarà intubato”.
Mi ha spiegato la reazione di disperazione che può suscitare il fatto di aprire la bocca e non sentire il suono delle proprie parole.
Tutto questo mi ha facilitato la vita perché si è verificato esattamente quello che mi aveva detto, e quando mi sono risvegliato, il trauma che avrei potuto avere a non sentire il suono della mia voce non l’ho avuto.
La vera tragedia, invece, è stato il dolore.
Non quello allo sterno e tutte quelle cose che mi avevano detto, ma quello che ho sentito quando hanno tolto i drenaggi che mi avevano messo nel corpo.
È stato un dolore che non dimenticherò mai, la cosa peggiore che io ricordi di tutta la faccenda.
Dal punto di vista dell’ospitalità ho avuto una grandissima assistenza.
Ero in una clinica privata e il rapporto che c’è stato con il personale infermieristico è stato molto bello e umano. Sopratutto il personale della rianimazione, che mi ha assistito con immensa pazienza. Perché io sono ansioso. Al risveglio, non lo dimenticherò mai, di fronte al letto avevo un orologio: il tempo non passava mai! Vedevo queste lancette e ogni cinque minuti chiamavo con il campanello, e loro ,ogni cinque minuti venivano e mi trattavano con grande pazienza.
Per continuare con gli aneddoti divertenti, in clinica avevo paura di non risvegliarmi la mattina, e questo è durato per alcuni mesi: secondo me, sarei morto. Ogni notte chiudevo gli occhi e dicevo: ecco, adesso non li aprirò mai più. Sentivo sempre dei fastidi. Il professore mi voleva dimettere il sabato, dopo cinque giorni che mi aveva operato, ma ho pensato che era il fine settimana e, visto che allora vivevo da solo, ho preferito rimanere fino a lunedì.
La cosa divertente è stata che, a credere a me, la notte di domenica avrei avuto circa una dozzina d’infarti.
Chiamavo in continuazione l’infermiere dicendo sto male sto male sto male! Ogni volta lui mi faceva l’elettrocardiogramma e vedeva che non avevo niente. Quando l’ho chiamato di nuovo, per l’ottava volta, mi ha detto gentilmente: “senta, io glielo faccio, ma sappia che ha già speso qualcosa come due milioni di lire in elettrocardiogrammi… ma se vuole continuare a farli io non ho problemi”.
Mi sono addormentato, fine della trasmissione, e mi sono rassegnato a morire.
Comunque mi rendeva sereno il fatto di essere uscito da questo incidente, prima senza intervento e poi con un intervento che mi avrebbe reso assolutamente migliore nell’aspetto interno, cioè per quel che riguarda il cuore, rispetto a quanto ero prima: prima ero malato e loro mi avrebbero rimesso in condizioni assolutamente ottimali.
Dopo l’intervento, per un certo periodo di tempo ho rispettato le direttive che riguardavano lo stile di vita, i farmaci da prendere, il cibo, il lavoro preso in maniera diversa, ecc.
Ho smesso di fumare e ho rispettato con una certa attenzione gli obblighi sull’alimentazione.
Prima mangiavo porcherie inimmaginabili e da allora ne mangio meno.
Per quanto riguarda il lavoro, almeno nella fase iniziale sono stato attento a non lavorare più come un disperato, a non prendere più 10 aerei la settimana ma prenderne uno ogni 10 giorni…
Ma poi sono tornato a fare più o meno quello che facevo prima, anche se in realtà ho cambiato rapporto con il lavoro, proprio nel ricordo di quello che mi era successo.
Non potendo ridurre l’impegno che dedicavo alla mia attività, che mi occupava più di dodici ore al giorno, l’ho venduta e ne ho ripreso una molto meno impegnativa e stressante.
Sicuramente questa vendita è stata determinata dalla malattia, perché io ho il terrore della morte.
Sono molto legato alla vita proprio per il piacere della vita.
Il cruccio che ho dell’invecchiamento non è tanto perché s’invecchia, ma per il deperimento, il degrado del corpo che non ti consente più di fare quel che hai sempre fatto. Però poi ti abitui a non andare più a giocare a pallone perché non puoi più farlo, ti abitui a non fare più vacanze di un certo tipo e le fai in un altro modo.
Prima il mio rapporto con la vita era legato a una vita attiva.
Più che sportiva, una vita di movimento, intellettuale e fisico.
Il pensiero di non essere più parte del piacere della vita mi ha sempre angosciato e il fatto di avere paura di morire mi ha portato a cambiare il tipo di vita che avevo sempre fatto.
Questa vita, in un certo senso l’ho migliorata, in un altro senso l’ho peggiorata.
Di sicuro l’ho peggiorata per le persone che mi stavano vicino, perché hanno sopportato le mie nevrosi. Per molti mesi io ho avuto paura di non sopravvivere alla mia malattia.
I medici vivono il rapporto con il malato in maniera professionale, sanno con chi hanno a che fare e quindi sanno gestire anche questo tipo di comportamenti. Per chi ti sta vicino, invece, è  diverso. Chi ti deve stare a tuo fianco subisce, perché tu, malato, cambi parte della sua vita.
Ho davvero fatto patire le persone che mi stavano vicine, addirittura quella con la quale sono andato a vivere! Ma anche questo è stato superato, perché poi ti dimentichi il dolore che c’è stato e ritorni per fortuna a fare una vita normale.
Per quanto riguarda la mia compagna, paradossalmente credo che questo incidente sia servito a migliorare ulteriormente la relazione e il rapporto affettivo. Tra due persone esiste una complicità sentimentale legata a certi episodi della propria vita, e quello che mi è capitato credo porti la complicità maggiore che si possa immaginare.
La mia compagna mi ha aiutato a sopravvivere, mi ha portato a continuare a vivere. È stato un momento di sublimazione del rapporto. L’intimità che c’è stata in quei momenti, credo sia stata veramente speciale, irripetibile. Credo non sia paragonabile a nessun’altra intimità ci possa essere fra due persone. Prima mi sembrava fosse già una cosa molto bella e molto speciale, quella tra noi due, ma dopo lo è stato ancora di più.
Il fatto che io abbia incontrato sempre le persone giuste, sia nell’ambito professionale, cioè i medici, che in quello privato, cioè gli amici ma sopratutto la mia compagna di vita, ha permesso che la malattia che ho avuto non comportasse un’alterazione del mio sistema di vita, se non in parte.
Ho solo modificato il ritmo.
Se prima era una vita sregolata al 90%, adesso lo è al 50%. Ma per il resto vivo come prima, e se vivo come prima lo devo alle persone che mi sono vicine in un senso o nell’altro.
Nei mesi dopo l’intervento, quando vivevo con la paura di morire, il mio amico medico mi ha aiutato molto.
A seguito del problema che ho avuto al cuore ho avuto degli altri problemi, che sono non tanto quelli psicologici, della ricostruzione della mente, quanto quelli della ricostruzione del corpo, perché l’intervento che ho avuto è stato così devastante che ha richiesto poi tre interventi di ricostruzione dei tessuti. In parte sono stati fatti da questo amico, e questo ha aumentato il nostro legame.
Il chirurgo che mi ha operato al cuore, ha fatto il suo mestiere, ma per il resto per lui era solo una cosa normale, non se ne interessava. Invece il mio amico, che è chirurgo ma non cardiochirurgo, minimizzava ma non trascurava mai.
Ogni volta che lo chiamavo perché ritenevo di avere un problema, ci scherzava su, ma mi guidava verso la soluzione. Non cose importanti, ma un esame, una visita, che per me erano una soluzione.
Mi conosceva bene e sapeva della mia paura della malattia e del dolore.
Quello che invece mi prendeva sul serio, anche se consapevole che non avessi niente, era il cardiologo. Evidentemente abituato a trattare con il paziente malato di cuore, quindi abituato a certe reazioni, mi portava a tranquillizzarmi sul fatto che non c’erano conseguenze di quello che avevo avuto, che anche tutte le mie nevrosi, tutte le mie paure, facevano parte delle regole del gioco, che sarebbero state superate col tempo. E in effetti così è stato. Lo cercavo spesso e lui era sempre disponibile. Ma sopratutto cercavo spesso l’amico, perché era quello col quale avevo un rapporto di confidenza ed era quello che, se anche minimizzava il problema, capivo che non lo trascurava. Lui era l’amico al quale confidavo le mie paure e che, essendo medico, aveva delle risposte per me. Mi guidava nella soluzione del mio problema, magari non direttamente, spesso indirizzandomi ad altri. Però sicuramente mi prestava quell’assistenza, più che altro psicologica, di cui in quel momento evidentemente avevo molto bisogno. Il cardiologo è tuttora il mio cardiologo. Con lui ora ho un rapporto come deve essere, cioè due volte all’anno: visita conversazione ecc. Si preoccupa sempre del mio stato, soprattutto psicologico, e quando io manifesto delle paure che vanno oltre la sua sensazione di superficialità della paura, dispone degli esami approfonditi e mi dà delle spiegazioni che mi fanno pensare di aver superato il problema. Con questo poi morirò d’infarto, pazienza.
Per me la malattia non ha un senso particolare, se non che mi è capitata perché non mi sono mai preoccupato di curare il mio corpo in quella direzione.
Pensavo di essere l’uomo più sano del mondo, facendo sport, facendo vita attiva, lavoravo molto, mi divertivo molto, anche vivendo dei dispiaceri, i problemi familiari e via dicendo. Facevo una vita sregolata e quindi molto piacevole, come tutte le vite che non sono inquadrate e che sono secondo me le migliori. Pensavo fosse impossibile che mi potesse capitare qualcosa. Quindi non ci ho mai pensato. Facevo una vita piena, fisicamente, intellettualmente, socialmente, sentimentalmente… E invece mi è capitato, e da allora devo dire che me ne sono capitate tante.
Forse col passare degli anni ogni tre per due c’è un problema. E ogni tre per due questo problema lo affronto con la stessa preoccupazione, con la stessa angoscia, con la paura del dolore, con la paura di non superarlo, con la consapevolezza che alla fine comunque le cose si sistemano.
Sembra una contraddizione, ma dopo l’intervento al cuore ho avuto almeno 4 o 5 interventi, non seri, non importanti, ma sempre con la paura di non uscirne ma allo stesso tempo sicuro di venirne fuori. E con la paura del dolore. Io ho sempre paura.
Sento come uno sgarruggiamento dentro. Queste paure le ho confidate a tutti. Alla mia compagna la quale mi dice: “tu sei matto, per me seppellirai tutti noi”. Al mio amico medico che dice che sono un imbecille. Al cardiologo che dice: “ma basta, ma lei non ha niente!”.
Tutti i professionisti mi dicono: “rispetto a tutti quelli che non sono stati operati lei sta meglio. Perché tutti quelli che non hanno subito un intervento hanno qualche problemino nelle coronarie, lei invece ha le coronarie assolutamente perfette perché glie le hanno fatte nuove”.
Anche se, lo dico seriamente, io non ho superato il mio problema.
Lo so che prima o poi mi succederà ancora qualcosa, perché sono convinto che questa sia la mia malattia.
È  impossibile che io sia guarito da questo problema, anche se ora sto benone. Però… sono convinto di non essere apposto, sono convinto di avere qualcosa, anche se non è vero, anche se tutti mi dicono che non è così.
Non è vero che non ho più paura di non svegliarmi la mattina.
Sono convinto che un bel giorno non mi sveglierò. Può darsi che sia la soluzione migliore. Però il più tardi possibile! Piuttosto che morire di dolore e di accidenti o di vecchiaia, rimanere un po’ rimbambito, chissà che non sia meglio così. Anzi sicuramente è meglio così. Ma questa paura me la porterò per sempre, perché io non ho mai avuto niente nella vita, questa è la cosa più grave che io abbia avuto, e si è manifestata in maniera così repentina e così traumatica che ora mi aspetto che si ripresenti un giorno o l’altro.
Infatti, l’unica persona con cui non ho avuto un buon rapporto, in tutta questa vicenda di malattia, è una persona che voleva guidarmi nella riabilitazione psicologica.
Non so se è la prassi della terapia o se hanno invece pensato che io ne avessi particolarmente bisogno, comunque un bel giorno, al centro presso il quale mi avevano indirizzato per la riabilitazione fisica, mi hanno detto: “lei ha bisogno di parlare con uno psicologo”.
Personalmente ero contrario a questo rapporto perché non ne sentivo il bisogno.
Dopo due incontri con questa psicologa (di cui non ricordo neanche la faccia mentre mi ricordo perfettamente la faccia di tutti gli infermieri) mi sono reso conto (forse sbagliando, però…) che non avevo bisogno di una riabilitazione psicologica come la intendeva lei, quanto di un rapporto diverso con la vita che mi dovevo costruire da solo.
Credo che questa sia una mia caratteristica, non so se positiva o negativa, ma mi devo costruire personalmente, individualmente e “senza aiuto” il mio rapporto con la malattia e con il mondo che mi circonda.
Nel momento in cui qualcuno tende a condurmi verso questa nuova relazione, se non è una persona con la quale ho un rapporto personale, probabilmente non mi aiuta.
Se devo ricordare qualcosa di non positivo in tutto questa storia, qualcosa di inutile, è stato proprio questo rapporto.
Sono andato due volte e poi ho detto basta, non ci vado più.
Forse in effetti è stato un errore, perché oggi sono convinto di morire d’infarto!
Forse se fossi andato da questa qua, mi convinceva che la mia era una cosa sbagliata, che probabilmente io morirò sotto una macchina, e oggi non sarei convinto che morirò d’infarto…

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