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Avevo il cuore come un leone

Erano quasi quattro anni che sentivo disturbi allo stomaco.
Il medico di famiglia mi mandava a fare dei controlli, tra cui una visita da un cardiologo che mi fecce un elettrocardiogramma.
Avevo un cuore come un leone, quindi non mi preoccupavo di un discorso di cuore. Però, strada facendo, questo fastidio c’era sempre di più, finché ultimamente, potando le siepi del mio giardino, ho avvertito questo dolore alle braccia e sotto i polmoni.
Mi sono recato dal medico, gli ho spiegato quello che era successo e gli ho raccontato che non facevo più neanche le scale perché mi sentivo mancare il fiato.
Mi ha mandato a fare l’elettrocardiogramma sotto sforzo. Però lì: guaio!
Non prendevano neanche appuntamenti, "torni tra due mesi" mi dissero.
Io non sapevo come fare. Ogni giorno stavo peggio.
Poi è arrivato un amico che lavorava all’ospedale di B (Cittadina del Centro Italia).
Mi ha portato con lui, un cardiologo mi ha fatto l’eco al cuore e ha capito di che cosa si trattava.
Con la TAC ha visto due coronarie chiuse.
Mi ha quindi mandato all’ospedale di G. (Cittadina del Centro Italia) per fare una coronarografia e, se c’era bisogno, un’angioplastica per aprire queste coronarie.
Mi sono recato all’ospedale di G. urgentemente, ho fatto questa coronarografia, con il risultato che una coronaria era chiusa al 99%, l’altra al 100% e l’altra ancora chiusa in 3 posti.
Non c’è stato altro da fare che rivolgersi al chirurgo dell’ospedale di Q. (Capoluogo di Provincia del Centro Italia).
Il Professore ha guardato il solito dischetto che gli avevano inviato, che contiene tutti gli esami.
Io neanche l’ho visto perché stavo male, da lui sono andati mia moglie e mio figlio.
Era mercoledì. "Questa persona bisogna operarla urgentemente" ha detto loro. "Purtroppo io fino a lunedì non lo posso operare perché proprio non ho posto. Però, anche se rischia un’emorragia", io già prendevo l’aspirinetta "bisogna operarlo tassativamente entro venerdì". 
Aspettare fino a lunedì rischiavo la vita.
Infatti sono stato operato il venerdì nonostante il rischio di emorragia. E come Dio ha voluto, è andata bene.
Io, dal canto mio, sono diventato consapevole di tutto quello che stava succedendo dopo l’intervento. Prima sentivo sempre questo dolore allo stomaco ma non pensavo fosse una cosa del genere.
Il mio medico mi mandava dallo specialista e lo specialista diceva che non era niente.
Poi, visto che mi faceva male il braccio, mi hanno mandato da un ortopedico, il quale mi ha fatto fare altri esami…
Insomma, tutto pensavo tranne che fossero le coronarie.
L’ortopedico, però, non avendo trovato niente, a parte qualcosina al tunnel carpale, mi aveva detto di fare un’indagine più approfondita sul cuore. E lì è successo tutto.
Ma è andata bene.
Il professore che mi ha operato l’ho visto solo dopo l’intervento, prima no.
È una bravissima persona, sia come professionista che come persona.
Quello che mi era successo me l’ha detto in modo semplice, col sorriso sulla bocca, è stato spettacoloso, non so neanche dire quanto! Amichevole, rassicurante, eccezionale.
Anche il personale dell’ospedale è qualificato ed educato, veramente, posso dire bene di tutti.
All’inizio io questa malattia non l’accettavo. È stato difficile accettarla, non è una cosa bella.
Poi piano piano l’ho accettata, e ora seguo tutto quello che devo fare. Questa malattia non è bella.
Io sono andato lì col pensiero di non risvegliarmi, che la vita era finita.
Ora sono contento. Chiaro, non è come prima, alcuni sforzi non posso più farli, ma sto molto meglio, in tutti i sensi.
In ospedale ci sono stato pochissimo, otto giorni, poi lì non senti niente, sei sotto sedativi, antidolorifici. Una volta a casa però, il dolore aumenta.
Certo, bisogna reagire, perché se uno si fa prendere dalla depressione, è finita. Quindi ho reagito bene. E così: tutto qua! Sono contento: mi sembra un sogno tutta questa storia.
Ora prendo otto pasticche al giorno, per un anno. Dopo forse dovrò prendere altri farmaci. E non devo fare sforzi.
Più che altro mi dà fastidio abbassarmi, perché appena mi abbasso mi sento chiuso lo stomaco. In compenso cammino.
Devo camminare, andare in bicicletta… devo fare quello che mi sento di fare, non cose forzate. E devo stare attento sul mangiare, anzi, devo diminuire di peso, che è una cosa importante.
La terapia la faccio tranquillamente, senza sacrificio. Ho fatto un controllo a un mese, uno dopo tre mesi e adesso ne devo fare un altro fra sei mesi. Poi si vedrà una volta all’anno.
Ora mi segue il cardiologo di B., che, tutto sommato, è quello che mi ha salvato la vita. A lui mi sono attaccato, siamo diventati amici. È una carissima persona. Con lui non ho proprio nessun problema. Tutto sommato, se mi guardo dietro le spalle ce ne è di peggio, quindi bisogna accontentarsi.
È andata bene, poteva andare peggio.
Io facevo l’autista sui camion e quindi ho rischiato, è andata bene... Il sacrificio più grande è la forchetta! Uno non può abusare di certe cose. Poi ci sono altre cose, ero abituato ad andar via col camion, era la mia passione, ma ho dovuto smettere.
Quando è successo io ero in pensione ma ancora lavoricchiavo, perché mi sentivo di lavorare. Avevo questo disturbo, ma gli ortopedici dicevano che era una questione muscolare, che bisognava conviverci. E quindi sopportavo.
Per riprendersi è una cosa lunga, però pian piano vedo che sto riprendendo. Ci vuole un anno buono, mi hanno detto, e non devo fare sforzi, devo stare attento.
Prima di questa cosa io non ho mai preso una pasticca. All’inizio l’accettavo un po’ male. Adesso sono passati quattro mesi e la vivo tranquillamente.
I primi tempi mi sentivo un handicappato, e invece no, non è vero.
Oggi, per come gira il mondo, è una cosa più che normale. Quindi la mia terapia personale è un convincermi, perché uno non si deve abbandonare, sennò finisce tutto. Bisogna reagire e basta.
Se uno reagisce bene, migliora in tutti i sensi, sia del male che ha avuto, che per il resto.
Bisogna scordarsi di quello che è successo, quello è importante.
Sono stato al controllo e mi hanno detto che l’intervento va alla grande, ho un cuore talmente forte che ho reagito bene. E me lo sento che sto molto meglio, in tutti i sensi.
Prima non riuscivo a stare né in poltrona, né a letto, né in piedi.
Tutto è successo nel giro di quindici giorni.
Per qualche settimana io mi sono sentito proprio finito, completamente. Però non riuscivo a convincermi che era questo male, finché non me lo hanno detto.
Prima dell’intervento sono stato dal medico e ho fatto tutto il giro, dalla coronografia alla tac, in una settimana soltanto. Io proprio non pensavo a questo.
Era da tempo che sentivo questo dolore al petto, ma era un dolore strano, mi arrivava fino alla gola. E ogni volta che andavo dal mio medico, questo mi mandava da uno specialista diverso.
Ci fu addirittura un medico che mi disse che ero un frignone. E allora a quel punto ho detto basta, mi vergognavo.
Io sentivo che qualcosa non andava, ma mi hanno detto che erano i muscoli, e quindi ho detto basta, non ci vado più, se è così, è così, ci convivrò. Ma sentivo che mano a mano questo dolore aumentava, fino a quando ho fatto quegli sforzi, tagliando le siepi nel giardino.
Mia moglie mi ha aiutato tanto. Che, devo dire, non sarà stata una cosa bella. Mia mamma ha ottantotto anni e addirittura non le ho detto niente fin tanto che mi hanno fatto l’intervento. Lo ha saputo venti giorni dopo che sono tornato a casa. I figli mi hanno aiutato tanto, in tutti i sensi. Ma la moglie è quella che ha subito più di tutti. Anche perché cinque giorni dopo il mio ritorno a casa ho dovuto ricoverare mia figlia per appendicite. Un trauma dopo l’altro, è stata una brutta settimana! Ma il supporto della famiglia c’è stato, tanto.
Anche gli amici. Sono venuti tutti a trovarmi, con loro non è cambiato nulla, sono tutti qui.
A me piace molto fare dei lavoretti con il legno, e questo mi ha aiutato parecchio quando sono stato fermo. Ci ho passato giornate intere. Ora, dopo quattro mesi, sto facendo ancora di più. Addirittura faccio cose che non dovrei fare. Ma faccio le cose perché vedo che sto migliorando. Ci metto la mia passione, la mia volontà di migliorare, e quello è tutto nella vita, perché se uno si perde, se lascia perdere, io penso che sia  peggio. Peggiora la situazione. Se invece uno dice che vuole migliorare e guarire, questa è una cosa importante.
Sono più lento a fare le cose, ma tanto il tempo ce l’ho, quindi non è quello che incide. In questo il medico mi ha aiutato tanto, veramente. Anzi, il giorno prima di entrare all’ospedale mi ha telefonato a casa e mi ha incoraggiato tanto. È stato un punto di riferimento, è stata la mia salvezza. Ora infatti ai controlli vado da lui, perché è stata la mia salvezza. In quanto al professore che mi ha operato lui è bravo come chirurgo e come persona. Sono intimi amici fra di loro, e io devo tutto a loro due.
Se non fosse per queste due persone non so se sarei qui a raccontare la mia storia.
Ora vado avanti a fare i miei lavoretti di casa, ho il mio orticello, il mio giardino, i miei hobby, e basta, tanto sono in pensione.
Mi sento una persona normale. Vedo il miglioramento giorno per giorno. Infatti me lo aveva detto anche il chirurgo: "Vedrai, che come arriva settembre, ottobre, cambiando l’aria tu starai meglio".
Io ero un tipo un po’ pauroso, avevo paura del dottore, sono sempre stato così. Siccome da piccolo, a otto anni, ho fatto l’intervento per l’appendicite, che all’epoca si faceva da sveglio, è stato proprio un trauma che non ho più scordato. Addirittura andare all’ospedale a trovare un amico già mi veniva un po’ pesante. Invece trovando queste due persone così, proprio non ho problemi, non è più come una volta.
Al tempo mio quando si andava da un professore aveva un’autorità che ti faceva paura. Ora è tutto diverso. I medici e gli infermieri sono bravissimi, davvero gente qualificata e disposta a qualunque cosa di cui uno abbia bisogno. Persone giovani qualificate, disposte a tutto. Con tutti ho avuto un’esperienza veramente positiva, non credevo ai miei occhi.
La notte prima di essere operato è stata brutta. Spero che un giorno mi vada via dalla testa l’incubo di quella notte. Ce l’ho ancora. È stato davvero un incubo. Non so la testa dove andava a finire. Avevo tanta paura! Poi all’ultimo, quando mi hanno portato in sala operatoria, la mattina, un po’ mi avevano addormentato con dei sedativi, mi sono lasciato andare.
Quando mi sono risvegliato in terapia intensiva c’era sempre un medico e un’infermiera, fisso, non si muovevano.
Ora sono contento. Ovvero, se non fosse successo niente sarei più contento, però, visto e considerato che nella vita se non capita questo capita quest’altro, se guardo dietro le spalle c’è di peggio. Quindi bisogna accontentarsi. Con quello che è successo io sono rimasto soddisfatto di tutto il lavoro che hanno fatto, di come mi sono stati vicini tutti, i medici, gli amici, i familiari, i figli, tutti.
La malattia non si nasconde, il male non si nasconde. È inutile che uno nasconda che sta male, tanto la vita non si compra e non si vende, come si dice. Se è successo questo, basta, è così.
Raccontare quello che è successo con gli amici ti aiuta anche a vivere, perché non è una vergogna. È meglio parlarne e cercare di cavare qualcosa che hai dentro, che tieni con te, e tirarlo fuori. Io la vedo così. Ci sono tante persone che si vergognano, ma parlarne ti aiuta. Aiuta anche a vivere.

Commenti   

 
#2 Elisa 2014-03-22 09:17
Buongiorno,
abbiamo scoperto un mese fa che anche mio padre di 50 anni ha avuto la Sua stessa cosa.. Due coronarie ostruite al 100% :(
Tutto questo è difficile da accettare, specialmente quando il medico di famiglia nonostante i sintomi, ti cura con la tachipirina! Io volevo sapere se Lei è riuscito a superare questo momento, se ha avuto altri problemi..in modo da poterlo rassicurare.
RingraZio infinitamente.
Elisa
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#1 RODOLFO 2011-06-21 10:21
BUONA GIORNATA,
SO QUELLO CHE SI PASSA IN QUEI MOMENTI,
ANCH'IO CI SONO STATO 4 MESI FA, ADESSO SONO IN FASE DI RIPRESA, MA NON RIESCO A DARMI PACE PER TUTTO QUELLO CHE HO PASSATO. COMUNQUE RINGRAZIO I MEDICI CHE MI HANNO SEGUITO IN QUESTO PERCORSO, MA SOPRATUTTO LA MIA COMPAGNA CHE MI E' SEMPRE STATA VICINO.
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