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Prendere queste sei compresse ti ricorda che sei malato

Sono stato male nel 2000, ma da circa un anno prima avevo dei disturbi ad un braccio, sentivo fastidio quando camminavo. Essendo medico, di solito cerco di ridurre le mie preoccupazioni riguardo le questioni di malattia, e quindi avevo rinviato questa valutazione. Però man mano la sintomatologia diventava sempre più evidente e quindi, avendo io una familiarità per le malattie coronariche, avevo deciso di farmi vedere da un cardiologo.
Il 20 di giugno del 2000 avevo un appuntamento da un cardiologo, mio amico, il primo di giugno ho avuto l'infarto.
Da lì è iniziata la mia parte da paziente piuttosto che da medico.
Di quei giorni ricordo che quando mi portavano i giornali, mi accorgevo, cosa che non avevo mai notato prima, che gran parte delle cose pubblicizzate erano per gente che sta bene: vedi salire montagne, usare biciclette, va di qua, va di là, e mi sono chiesto: ”chissà se riuscirò a risalire le montagne?”.
Poi ovviamente ero preoccupato per il problema stesso, avevo le preoccupazioni familiari (io ho due figli, di cui uno all’epoca stava per nascere, mia moglie era incinta e ha partorito a luglio).
E poi c’era questa sensazione di come la situazione e i punti di vista cambino, e uno si mette a pensare, soprattutto nelle fasi più critiche, se nella sua vita, ha perso del tempo o meno.
Mi sono ricoverato di notte, alle tre, nell’ospedale dove lavoro. Fatti tutti gli esami che si fanno in questi casi mi dissero che sarebbe stato meglio restare lì.
Mi ricoverarono in una stanza mista, con una signora.
Gli infermieri mi chiesero se per me era un problema essere in stanza con una signora e io ho risposto: ”se alla signora sta bene!”.
Quella notte stetti sveglio dalle tre fino alle otto del mattino, quando sono arrivati i medici. E mentre stai sveglio, mentre aspetti, ragioni, fai un po’ un bilancio, fai delle valutazioni di tipo personale e familiare.
Il giorno dopo sarei dovuto andare a Milano, dovevo prendere un treno. Quindi la mattina mi organizzai per telefonare e dire che non sarei potuto partire perché avevo avuto un infarto.
Dall'altra parte chi mi stava ascoltando si mise quasi a ridere: ”non mi prendere in giro” diceva!
Sono esperienze “nuove”, che si possono provare solo in queste condizioni particolari, e che portano a valutazioni di tipo epocale, valutazioni complessive.
Immagino che diventi veramente epocale per chi ha una diagnosi di malattia più infausta.
Nel mio caso c'è una possibilità di rischio immediato, ma c'è anche la possibilità di una prospettiva di sopravvivenza, lunga, nota.
Sono situazioni abbastanza pesanti.
Nella fase acuta questa malattia è stata come un gran travaglio. Soprattutto nel momento di definizione.
Avevo deciso di farmi operare di bypass aortocoronarico, come mi era stato consigliato per i rischi di potenziali recidive, e sono stato praticamente due mesi nell’attesa di questo intervento.
In questi due mesi vivevo in una specie di limbo, in una situazione di incertezza, di precarietà, nell'attesa di questo intervento che poteva andare bene, come va sempre, e che pero' poteva anche andare male.
Era come se dovessi partire per il fronte. Devo dire che siccome sono andato all'estero a farmi operare, in Scozia, mi ricordo che il giorno della partenza, mi ha accompagnato mio fratello.
Partimmo la mattina presto, ho salutato mia moglie, i bambini dormivano, sembrava davvero una partenza per il fronte.
Quando sono stato male ho demandato tutto al medico, volontariamente.
Ho voluto evitare un mio intervento.
Ci sono colleghi medici che vogliono sapere, vogliono intervenire, io ho voluto che le decisioni venissero prese come se io non fossi stato un medico.
Per quanto riguarda la terapia, seguo quella che si dà normalmente in questi casi.
Prendo una serie di farmaci, sei compresse al giorno.
Per quanto riguarda la parte cardiologica ormai di fatto la terapia è quella, se devi fare l'aspirina la devi fare. Sono farmaci che ormai sono normalmente utilizzati per guadagnare anche nella sopravvivenza. Chi ha avuto un infarto sa che deve essere attento a seguire la terapia. Anche se devo dire che la continuità è difficile da mantenere.
Anch'io che sono medico e so di dover seguire questa terapia, la mattina per prendere queste sei compresse, dedicare questo tempo non è semplice, anche perché il fatto che tu debba prendere delle medicine ti ricorda che sei malato di una malattia cronica.
Per quanto riguarda i farmaci non c’è molto da scegliere, le terapie sono abbastanza standard, ma è vero che la terapia va comunque concordata con il paziente.
È chiaro che più il paziente è consapevole di dover fare la terapia, più è aderente nel farla.
Da questo punto di vista, bisogna informare bene il paziente sull'importanza della pillola che prende, questo deve capire la terapia che segue.
Per me è stato più facile perché essendo medico lo sapevo.
Finché si parla solo di rischio, pur sapendo di aver familiarità con una patologia, è difficile modificare i comportamenti, come sul fumo, l'alimentazione, il movimento, comunque continui a fumare e a tenere lo stesso stile di vita. Ma se uno ha avuto l'infarto è più facile che segua le terapie.
Per quanto riguarda lo stile di vita i costi sono relativamente bassi, si tratta solo di prendersi queste pasticche la mattina e fare controlli ogni tanto, ma sono tutte cose accettabili, devi solo ricordarti di prendere le medicine e fare i controlli.
D’altra parte, la letteratura medica e i dati dimostrano che la cardiologia è la branca della medicina in cui si è ottenuto di più in termini di sopravvivenza, sia per quanto riguarda gli interventi, di cui io ho beneficiato, sia per quanto riguarda le terapie, che hanno determinato prolungamenti della sopravvivenza. Questo è un dato oggettivo.
Fortunatamente io mi sono trovato in questa situazione e spero per il più lungo tempo possibile di continuare ad avere i benefici già dimostrati, che purtroppo altri, con altre malattie, non hanno. Anche se è chiaro che comunque ho una malattia cronica con un evento già avuto.
Nel lungo periodo, anche quando uno sta bene resta la tendenza a ricondurre alla propria patologia tutta una serie di situazioni che compaiono. Ad esempio se hai male ad un braccio pensi subito alla tua malattia, e questo ti pone in una condizione di disagio.
Magari è solo un dolore al braccio che non c'entra niente, però hai subito paura. Se invece ti senti bene non ci pensi più di tanto.
In effetti la mente umana tende ad eliminare quegli aspetti che sono critici.
Mi ricordo che quando ho fatto l'intervento ci sono state delle fasi molto critiche e pesanti che pensavo non mi sarei mai dimenticato in vita mia. Invece a distanza di un anno, mi ricordo occasionalmente di questi episodi. Ma penso sia una logica difensiva della mente umana, che cancella ciò che è molto critico, molto pesante da poter sopportare. E quando uno si sente meglio sa che sta migliorando, e viceversa quando non si sente bene lo sa.
Quando sei in una situazione di cronicità, fino a che stai bene sai che tutto va bene.
Io ho una storia abbastanza pesante, perché mio padre ha avuto un infarto quando era molto giovane, quindi la mia è stata per i miei familiari una situazione inaspettata, però già provata.
I miei genitori furono abbastanza colpiti perché si ripeteva un evento che si pensava potesse accadere solo ai genitori e non ai figli. Infatti dopo questo evento tutti i familiari, in particolare quelli giovani, sono andati a farsi visitare, sono diventato un po' il capro espiatorio.
Durante il periodo di malattia ho realizzato di avere una vera e propria famiglia.
Mia figlia aveva cinque anni, poi a luglio è nato mio figlio e ad agosto mi sono operato.
Questa malattia è stata vissuta lontano dagli altri familiari, dai genitori, mentre mia moglie è venuta con i nostri figli in Scozia.
Di fatto si è ricreata una situazione nella quale ho realizzato, probabilmente per una delle prime volte, che c'era un nucleo familiare autonomo e che le cose si facevano in casa propria, con i propri figli, la propria moglie, e il problema che uno aveva nei confronti della moglie e dei figli diventavano elementi prioritari rispetto al discorso dei genitori. Però naturalmente tutto il nucleo familiare, incluso mio fratello, che è venuto con me, sono stati molto di supporto in questa situazione.
Anche le amicizie mi hanno aiutato molto. Mi ha fatto piacere che molta gente sia venuta a trovarmi durante il periodo di degenza in ospedale, anche persone che non mi aspettavo. È un aspetto importante.
Quando sono stato male, ho dovuto sospendere per molto tempo il lavoro, sono rientrato solo dopo nove mesi, però in tutto quel periodo di recupero il rapporto con i colleghi è stato continuo perché loro venivano a trovarmi, parlavano anche del lavoro. Nel frattempo ho dedicato più tempo alla mia famiglia, ma dopo nove mesi avevo proprio necessità di riprendere a lavorare, non sarei potuto stare senza lavorare. ù
Dopo un evento così, le cose cambiano molto. Sopratutto, come medico il mio atteggiamento è cambiato molto, nonostante ritenga fossi già prima una persona attenta.
Per quanto uno si comporti correttamente, dia informazioni, ecc, spesso il medico dà per scontato alcuni aspetti di tipo assistenziale che invece non lo sono. Ad esempio, il problema del sondino naso-gastrico, che è una cosa banale. A me è stato messo e ha dato un fastidio enorme, addirittura me lo sono dovuto far levare dopo qualche ora perché non lo sopportavo. Ecco, davanti a una cosa del genere, ora rifletto di più se ricorrere o meno al sondino naso-gastrico.
Un evento così ti pone una serie di aspetti che normalmente come medico non valuti.
Penso che se un medico avesse delle esperienze da paziente sarebbe utile, ma non so in che modalità perché ovviamente non si può pensare di far ammalare i medici, ma certe cose le capisci solo se sei malato.
Quando ero malato e vedevo i colleghi che mi guardavano, avevo un certo senso di dispiacere, pensavo: "Ma guarda, loro stanno lì, dovrei essere lì anch’io!”.
Perché poi uno non esce mai da questa cosa del medico. Ed è un aspetto importante che il medico non ha sempre presente, anche perché non è stato educato ad averlo, nei corsi di medicina non c'è un'educazione a questo tipo di problematiche.
Ho cercato di non farmi influenzare in termini negativi dalla malattia.
C'è una corrente di pensiero che vuole che la malattia possa essere un elemento, per quanto di perdita, anche di arricchimento in termini di esperienza.
Penso di aver cercato di acquisire questi aspetti in termini di “maturità”, sia per quanto riguarda il lavoro che nella vita privata.
Anche se non è così semplice perché quando uno ritorna al lavoro dice: "adesso farò tutto in maniera diversa, cercherò di dare il giusto peso alle cose”, poi invece si ricade nei soliti meccanismi. Però il tipo di prospettiva comunque cambia, penso in termini migliorativi.
In alcune situazioni ci sono alcuni colleghi che non riescono più a fare bene il proprio lavoro. Personalmente, quando sono rientrato ho avuto qualche difficoltà quando facevo delle diagnosi di un certo tipo, avevo dei flashback. Ma comunque si va avanti, fai questo lavoro e devi saper accettare, non ti devi far coinvolgere troppo, ma allo stesso tempo devi far pesare anche l'esperienza che hai avuto. È un equilibrio non semplice, ma se si riesce a mantenere penso che sia il più utile da un punto di vista generale, personale e professionale.
Penso che chi sta male in maniera seria ha occasione di pensare, di riformulare quello che ha fatto e quello che farà, tanto più chi ha avuto malattie che poi… diventano dei ripensamenti importanti. Tendenzialmente cerco di andare il meno possibile dal medico ed è una cosa che consiglio sempre anche ai miei pazienti. Faccio i normali controlli. In compenso mi rivolgo al medico nel momento in cui ho dei dubbi. In questi casi non leggo libri, non cerco di trovare le risposte da solo, consulto il medico. Non il medico di famiglia che neanche mi conosce, ma il mio cardiologo. Con lui cerco di mantenere i rapporti perché cerco di non fare le cose da solo.

Commenti   

 
#1 Umberto 2008-02-26 19:29
Nel leggere questa esperienza fatta da un medico ho apprezzato molto l'insegnamento che ha ottenuto in termini di rapporti umani con il paziente. Ho anche appreso che tutta la sua esperienza è avvenuta con tutto il conforto della sua famigliola al seguito e con un intervento fatto in Scozia, penso con dei conforts superiori a quelli offerti dalla nostra sanità.
Mi piacerebbe, però, che lo stesso dottore provi a rapportare la sua disavventura con un qualsiasi cittadino che non ha conoscenze con dottori per poter ottenere una visita oppure un esame o una coronorpgrafia in tempi rapidi o almeno ragionevoli e doversi poi operare presso un ospedale diversi chilometri lontano dalla propria famiglia e senza la possibilità di potersela portare appresso.
Provi a rapportare le due situazioni e ne tragga le relative conseguenze.
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