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Le solite raccomandazioni del caso

L’inizio della mia malattia risale all’agosto del 1984, il 17 agosto, per la precisione, per dire che non porta rogna...
Completo benessere. Vita sregolata. In vacanza, in montagna in Svizzera.
Normalmente sposato, al mattino verso le 11:00 ho un rapporto sessuale e a metà di questo rapporto sento una stretta alla gola, come se una mano mi stringesse la gola.
Mi fermo, riprendo, ricomincia.
Essendo medico a questo punto i sintomi di una patologia da sforzo non mi scappano e quindi mi fermo.
Ritornato il benessere, vado a giocare a golf (avevo la partita all’una), ma prima mi fermo in un ambulatorio medico dove conoscevo il cardiologo.
Gli spiego la storia, mi fa un cardiogramma, tutto negativo. Mi visita, tutto perfetto. Quindi mi dà delle compresse di trinitrina dicendo: "se ti succede di nuovo mentre giochi prendine una, ma se con quella ti passa stai attento".
E così è successo. Vado a giocare con la mia scatoletta di trinitrina, dopo tre buche mi viene un piccolo fastidio, ne prendo una e in effetti mi passa.
Da buon medico cretino me ne frego e vado avanti. Finché dopo sei buche e una salita abbastanza ripida, il fastidio torna molto più forte e mi butto giù tutta la scatoletta di trinitrina.
Mi sdraio un quarto d’ora e poi andiamo, finiamo senza giocare le ultime due buche.
Mi sono interessato per capire chi fosse un bravo cardiologo in zona, prendo la macchina e senza dire niente a nessuno vado da questo professor Adamsberger, al quale avevo telefonato e che, in quanto collega, mi aspettava.
Mi visita, mi fa l’elettrocardiogramma, per lui va tutto benissimo: "hai l’esofagite!", mi disse.
"Guarda che l’esofagite la conosco meglio di te, io ho qualcosa che viene solo sotto sforzo, un’angina o qualcosa del genere", gli risposi.
Dopo mia ripetuta richiesta e insistenza finisce per farmi un prelievo di sangue, però non chiama i tecnici di laboratorio perché ormai è troppo tardi. Lo mette in frigorifero e mi rimanda a casa tranquillizzandomi.
La sera avevo gente a cena. Mangiamo, giochiamo, fumiamo (fumavo quaranta sigarette al giorno…) e vado a letto alle 2:00 di notte.
La mattina mi sveglio, sto benissimo e il primo pensiero è stato di chiamare i miei amici per andar a giocare a golf.
Dopo mezz’ora suona il telefono, era l’ospedale: “Docteur, docteur, infarctus!
Al che, incredulo, passo prima dal golf dove mia moglie aveva una partita: "Vanna", le dissi, "ho un piccolissimo infarto vado giù in ospedale".
Chiaramente lei ha smesso di giocare ed è venuta giù con me.
Appena arrivato lì mi hanno barellato, spogliato e messo in terapia intensiva.
Completo benessere.
Passano quattro giorni e finalmente viene fuori il segno elettrocardiografico d’infarto.
Mi tengono lì in una camera con un magnifico terrazzo dove stavo a prendere il sole tutto il giorno, non è mai piovuto.
Nel frattempo avevo interessato mio padre che era molto allarmato e quindi aveva parlato con il professor Boselli dell’Ospedale Centrale.
Mi ha fatto venir a prendere in Svizzera con l’autolettiga e mi hanno portato all’Ospedale Centrale. Quando sono sceso non credevano che fossi io l’infartuato.
Mi hanno tenuto lì due giorni e mi hanno mandato a casa dicendo che bastava un po’ di terapia e di convalescenza. E qui finisce la mia prima esperienza, è stata praticamente un niente perché poi sono sempre stato benissimo. Avevo quarant’anni esatti.
Sono stato tre mesi a riposo e poi ho ricominciato a lavorare. Io faccio il chirurgo, e come ho ripreso a lavorare ho ricominciato a fumare.
In febbraio andiamo di nuovo in montagna a sciare.
Sempre in completo benessere, una sera sento il solito fastidio alla gola e questa volta non mi sono più fatto fregare, sono tornato subito il giorno dopo a casa e sono andato subito all’Ospedale Centrale.
Il medico che mi aveva seguito mi fa un elettrocardiogramma, vede che qualcosa deve essere successo e quindi facciamo una coronarografia, la quale ha evidenziato questa stenosi severa nel ramo interventricolare anteriore. Non era possibile un'angioplastica perché in prossimità di una biforcazione, e quindi mi hanno consigliato l’intervento.
Qui c’è stato il primo patema e, forse perché faccio il chirurgo, dico via il dente via il dolore e decido per star lì con Pasquini per fare l’intervento che allora facevano con la safena e non con la mammaria. Decido di restare lì e di non andare all’estero nonostante i miei genitori volessero che andassi a Londra o in america.
Mi hanno operato nel maggio del ’85.
Intervento perfetto, dopo otto giorni sono andato a casa guidando la mia macchina e sono stato bene. Ho fatto la rieducazione che è importante perché uscito dall’ospedale, anche se ero apparentemente spavaldo, un po’ di dubbi e ansie, consce o non consce, ci sono.
Fatta la riabilitazione, che mi ha fatto molto bene, ho ricominciato a far la mia vita di sempre, e purtroppo dopo qualche mese anche a fumare nuovo. Lì mi avevano messo in guardia: "guarda che se non ti comporti bene un bypass dura sette o otto anni...".
Terminato questo primo episodio da infartuato, per sette anni sono stato benone.
Prendevo la terapia che mi avevano consigliato, che era un antiaggregante e coronarodilatatore. Finché arrivo al febbraio del ’93.
Sempre per una gara di golf, ero in Toscana ospite di amici.
Una notte alle 4:00 sento di colpo come una terribile pugnalata nel petto. “Qui sono fatto”, mi dissi.
Il primo pensiero è corso alla mia famiglia, “non riesco neanche a salutarli, ad avvisarli”, pensai.
Ero convinto di essere andato.
La padrona di casa da cui ero ospite è stata bravissima. Ha chiamato subito un’ambulanza con un medico rianimatore e mi hanno portato al reparto rianimazione di Pieve dove sono stati bravissimi.
Sono stato in terapia intensiva per dieci giorni.
Quella notte mi hanno fatto quattordici morfine per riuscire a farmi passare il dolore.
Dopo dieci giorni ero di nuovo stabilizzato e ho potuto chiamare Franceschini, che è poi diventato il mio cardiochirurgo di fiducia. "Guarda, ho di nuovo un infarto o una chiusura del primitivo bypass, adesso sto abbastanza bene posso essere trasportato in lettiga", gli dissi.
Quindi mi ha fatto venire a N. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia), alla Vespucci e, fatta immediatamente la coronarografia, tre ore dopo ero in sala operatoria.
Prima mi ha rifatto il bypass, con mammaria destra e sinistra. Si era completamente chiuso il primo bypass.
L’intervento è stato più gravoso del primo però senza nessuna complicazione.
Anche lì sono stato dimesso dopo dieci giorni con le solite raccomandazioni del caso, soprattutto di non fumare.
Sono stato sei mesi senza lavorare, da paziente modello.
Dopo sei mesi ricomincio a lavorare e per me, andare in sala operatoria e operare per quattro o cinque ore e non avere caffè e sigarette era impossibile. E quindi ho ricominciato. Con Franceschini che continuava a dire: "guai a te se fumi, non venire più da me perché non ti curo più!"
Fin lì tutto bene. Dal ’93, vado avanti senza nessuno problema e sempre con la modestissima terapia di antiaggregante e coronarodilattatore. E arrivo al ’97.
Una sera mentre stavamo giocando con amici a golf mi è viene di nuovo un terribile senso di oppressione.
Ormai giravo con il Natispray (che è trinitrina spray) quindi mi faccio due puff di Natispray.
Erano le tre del mattino per cui decido di farmi portare al mio ospedale.
Lì mi hanno messo in un letto del mio reparto di chirurgia, mi hanno messo una terapia anticoagulante e la mattina dopo ho chiamato di nuovo Franceschini, il quale non voleva neanche ricevermi. Invece finalmente mi ha trovato il letto e sono andato all’Amabilis.
Lì mi hanno studiato e hanno risolto il problema, che non centrava nulla con il primo bypass ma era un ramo della coronaria destra che si era chiuso, e hanno risolto con un angioplastica.
Dopo due giorni sono venuto a casa ma questa volta con una grossa complicazione.
Durante l’angioplastica, è stata la cosa più drammatica, mi è comparsa una diplopia pazzesca, vedevo tutto doppio.
Probabilmente durante l’intervento si era mosso un embolino di colesterolo che mi era andato nel cervello. Con la Tac non si è visto niente: "prima o poi passerà...", mi hanno detto. E mi hanno mandato a casa così, che vedevo doppio. Poi ho messo dei prismi sugli occhiali, che per fortuna l’ottico sotto casa mia mi ha detto esistevano perché là non mi avevano detto niente, e ho potuto fare una vita normale.
Dopo qualche tempo sono tornato a vederci spontaneamente. Così è finito anche il terzo episodio del ’97, erano passati quattro anni dall’intervento predente.
Dal ‘97 sono stato sempre perfettamente fino al 2002, quando una notte di novembre, a casa, ho avuto qualche sintomo premonitore e quindi, non essendo tranquillo, vado all’Amabilis dopo aver chiamato Franceschini.
Siamo arrivati là a mezzanotte.
Fatti gli accertamenti di routine, esami del sangue, cardiogramma, eccetera, erano tutti negativi.
Stavo per tornare a casa, ma poi ho preferito restare lì per la notte per farmi fare un altro controllo al mattino per essere tranquillo, perché il giorno dopo, tanto per cambiare, dovevo andar a giocare a golf per un weekend: "se domani mattina sto bene me ne vado", dissi. Invece, verso le 4:00 di notte probabilmente ho avuto l’infarto più grosso di tutti, quello che mi ha lasciato attualmente una notevole invalidità.
Ho perso conoscenza e mi sono risvegliato dopo aver fatto una coronarografia d’urgenza.
Franceschini che era stato chiamato era arrivato lì e mi dice a quattrocchi: "Senti, la situazione è gravissima. Posso operarti, oppure no. Se non ti opero vediamo cosa succede, però le prospettive di vita sono quelle che sono. Se ti opero ci sono tante chance che tu non ce la faccia...". "Per carità, facciamo l’intervento e speriamo bene!", risposi, "però prima voglio parlare con le mie figlie e con la mia compagna.". Così alle 5:00 ho svegliato sia una che le altre e sono tutte arrivate lì trafelate.
Ho parlato prima con le figlie, poi con lei, la quale aveva parlato con Franceschini che le aveva detto: "Guarda, alle figlie non lo dico, ma avrà 80 probabilità su 100 di non uscire dalla sala operatoria, e 20% di farcela.".
D’altra parte io ormai avevo deciso così, quindi ho salutato loro (mia madre non l’ho avvisata perché era troppo avanti con gli anni per darle questa preoccupazione) e sono andato in sala operatoria, dove sono rimasto dalle 7:00 del mattino fino alle 4:00 del pomeriggio dopo.
Con mille alti e bassi, ma alla fine ce l’ho fatta e sono tornato in rianimazione.
Il decorso è stato all’inizio brillantissimo. Poi complicato da un arresto cardiaco e da un’insufficienza renale acuta.
Ero lucidissimo: "questa volta non ce la faccio",  ho pensato "mi rompe proprio le palle di dover andarmene.". Però si vede che non era la mia ora, le cose si sono messe al meglio, e a poco a poco, mi sembra che ci siano voluti quindici giorni… ma sono qua.
Devo dire che raramente si può arrivare ad una malattia più grave di questa.
Sono uscito, ho avuto una ripresa lenta e attualmente faccio tutto, però rispetto alle altre volte con una netta inefficienza dal punto di vista fisico, ho poco fiato, insomma…
Ho un’invalidità reale perché il mio cuore al 40% non funziona più, è stato danneggiato irreparabilmente. Adesso faccio una vita praticamente normalissima, anzi, esagerata, non fumo (si dovrebbe dire così), e staremo a vedere.
Per quanto riguarda i rapporti con i miei familiari, con le mie figlie sono stati stupendi, è anche servito per avvicinare loro alla mia attuale compagna che prima praticamente rifiutavano assolutamente, poi con mia madre e mia sorella, ottimi, con Francechini, è un mio carissimo amico e prima di mandarmi via ha detto: "l’unica cosa che ti prego di fare è buttar via il mio numero di telefono se ti risuccede!".
È chiaro che dal mio punto di vista, mentre i primi tre episodi non mi avevano lasciato il benché minimo segno, cioè non ho mai avuto timore di far qualcosa, questa volta, siccome capisco di avere una potenzialità notevolmente ridotta, ho smesso con l’ospedale, lavoricchio saltuariamente, e quindi quest’ultimo episodio ha dato la svolta abbastanza determinante a quella che era la mia vita di prima.
I primi tre episodi purtroppo non avevano modificato il mio modo di essere.
Da una parte per fortuna, perché io ho sempre fatto l’intervento per non dover essere costretto a vivere come un paziente ammalato.
Di solito con l’intervento, a parte due precauzioni che verrebbero considerate stupide da chiunque, cioè qualche farmaco e smettere la cosa più facile che è il fumo, per il resto non si hanno delle limitazioni particolari. Invece io purtroppo non solo non ho cambiato niente ma non ho neanche smesso di fumare, ed è quello che sempre mi ha fregato di volta in volta. D’altra parte sono fatto così…
L’unica cosa che forzatamente ha cambiato le mie abitudini di vita è quest’ultimo episodio. Non le abitudini di vita mentali, ma quelle pratiche, perché per forza tante cose non riesco più a farle.
Non riesco più ad alzarmi tutte le mattine alle sette, magari andando a letto tardi la sera, o alzarmi di notte per andare a operare per la reperibilità e cose del genere. Da quel punto di vista ho dovuto per forza darmi una calmata.
Io sono nato con un nonno che era un grande medico, uno zio medico, mio padre che poteva essere medico ma era professore universitario di materie scientifiche parallele, ma più che altro si è dato agli animali, agraria e veterinaria.
Di fare il medico io l’ho sempre avuto in testa da ragazzino e quindi l’ho fatto, non ho mai avuto dubbi di scelta. Per quanto riguarda il mio mestiere di chirurgo, non avrei potuto far altro perché l’unico aspetto che mi piaceva era la sala operatoria. E poi devo dire che per il mio carattere estroverso ero molto portato per il rapporto con i pazienti che mi è risultato facilissimo, quindi ho riscosso anche un notevole successo dal punto di vista dei rapporti umani, il paziente si è sempre trovato bene con me.
Ho fatto un lavoro che mi è piaciuto, non sfruttando per scelta occasioni che magari mi avrebbero potuto portare a una carriera più brillante, ma siccome mi è sempre piaciuto fare una vita bella e comoda molto spesso ho sacrificato qualcosa della mia carriera per quello, però è sempre stata una scelta, non ho mai avuto delusioni.
Se adesso dovessi fare un’analisi, magari potrei anche essere pentito, perché prima o poi arriva sempre il momento in cui i nodi vengono al pettine, però… Ho vissuto bene facendo un lavoro che mi piaceva e allo stesso tempo divertendomi. Non ho particolari rimpianti.
La malattia, in particolare la cardiopatia, per molti è un dramma. Questo l’ho capito dopo il primo episodio facendo la riabilitazione al Centro Riabilitativo.
C’era con me un gruppo di persone che addirittura andava due ore alla settimana dallo psicologo perché aveva bisogno di un sostegno psicologico spaventoso, gente che prendeva quattro o cinque psicofarmaci, o tranquillanti, o sonniferi per poter dormire, per stare tranquilli, e gente che con un infarto ha pensato che la propria vita fosse nettamente rivoluzionata, finita, in parole povere.
Io devo dire che quel problema non me lo sono mai posto, anche perché ho sempre risolto la mia malattia con l’intervento chirurgico, e quindi ho sempre pensato “dopo l’intervento chirurgico sono nuovo e ricomincio tutto come prima.” Tranne quest’ultima volta che il danno è stato più rilevante.
La prima volta ho salvato la pelle grazie al mio intuito medico perché probabilmente, fosse stato per loro il giorno dopo sarei andato a giocare a golf e sarei morto sul campo da golf. Perché quando io ho convinto il primo collega svizzero a farmi un prelievo del sangue, questo non ha fatto gli esami subito, li ha fatti il giorno dopo, e c’era un movimento enzimatico caratteristico dell’infarto, un danno muscolare mostruoso, da cui il loro spavento. Io non ero spaventato perché non ho avuto nessun sintomo dopo quella sera, ma se fossi ancora andato a giocare a golf probabilmente mi sarebbe capitato in modo molto più serio. Quindi è stato un po’ il mio intuito a salvarmi.
Lo stesso l’ultima volta, se io fossi partito per il weekend non dando peso a quei fastidi che avevo avuto la sera, probabilmente mi sarei schiantato con la macchina la mattina dopo. Per cui la diagnosi è sempre venuta ovvia. Non c’è mai stata una sorpresa.
L’unica volta che ho avuto molta paura è stata la seconda volta perché pensavo di non arrivare all’ospedale, e l’ultima volta durante il decorso postoperatorio, quando non pensavo di superarla. Però sono qua.
Il medico con cui ho avuto a che fare io è talmente impegnato che se non ci fosse un rapporto di amicizia particolare, perché siamo colleghi e amici, probabilmente non lo avrei più rivisto. Già così posso parlare al telefono con lui, o vederlo fuori ospedale, o parlargli nei momenti liberi tra un intervento o l’altro, quindi non c’è una situazione di assistenza postoperatoria così assidua.
Anzi, l’impressione che ha uno non del mestiere, che non ha appoggi, è di venire un po’ abbandonato a se stesso dopo un intervento di cardiochirurgia. È vero che ti consigliano la rianimazione, ma anche lì, se sei uno qualunque vai in rianimazione e dopo quindici giorni ti dicono “ok” e ti mandano a casa.
A quel punto devi trovarti tu un medico o un cardiologo di cui ti fidi, con cui instaurare un rapporto costante, non dico di assistenza vera e propria, ma un punto di riferimento cui rivolgerti ogni volta che ti viene qualche dubbio, perché tanti sintomi possono venir scambiati per una patologia cardiaca. Sopratutto i soggetti un po’ ansiosi hanno bisogno di un punto di riferimento costante.
Costi concreti, oggi con il sistema sanitario che abbiamo in Italia non ce ne sono, poca roba, se uno vuole affrontarli con il sistema sanitario. Se invece uno vuole affrontarli privatamente sono costosissimi. Dal punto di vista delle rinunce, l’unica cosa che adesso, dopo l’ultimo episodio, ho dovuto fare, all’inizio a cuor leggero, poi a malincuore, è stato di abbandonare l’ospedale e di cambiare un po’ il mio tipo di vita, perché dall’ultimo episodio sono uscito per miracolo e quindi mi ha dato una notevole invalidità che prima non ho mai avuto.
Prima rinunce non ne ho fatte, quindi non mi è costato niente. Anzi, purtroppo non ho mai nemmeno smesso di fumare! Devo dire che anch’io, che mi ritengo un po’ particolare, forse perché medico e molto fatalista, quindi poco ansioso, di base tendo a somatizzare molto più di prima qualunque episodio, magari legato a una piccolissima ernia o una bolla d’aria, qualunque sensazione strana uno avverta nel torace ha subito un po’ l’ansia, e quindi semmai vai dal medico per un conforto.
Magari questo ti fa un’ecocardio, un cardiogramma, una qualunque cosa che ti dice che no, che è tutto a posto e che puoi stare tranquillo. A me non è mai capitato di sentirmi meglio di quanto poi in realtà il medico mi diceva, è sempre successo il contrario, semmai. Anche perché la sua parte impone un po’ al medico di infonderti tranquillità e sicurezza.
Chiaramente, se io vado a raccontare al mio cardiochirurgo che fumo, lui non mi rivolge più la parola… Se io non riesco più a fare quello che facevo prima vuol dire che qualcosa è cambiato. Questo è un dato di fatto con cui devi imparare a convivere.
Io adesso non credo più che migliori, sono passati ormai tre anni, ma per qualche anno dovrei essere ancora tranquillo...
Chiaramente la mia vita è cambiata nel senso pratico perché prima avevo una mia professione, una mia carriera, cosa che oggi, anche se faccio dei lavoretti saltuari, non ho più. Quindi è cambiata.
So benissimo che non camperò fino a centododici anni, per cui quello che viene lo prendo, e almeno cerco di vivere giorno per giorno come riesco, e poi si vedrà.
Forse se avessi un carattere diverso e mi comportassi molto più regolarmente avrei delle prospettive di vita più lunghe, ma io non riesco a vivere diversamente.
Il rapporto di cura è sicuramente farmacologico perché purtroppo devo convivere con una dose giornaliera di circa dieci compresse, tra vari farmaci, un po’ per il diabete, un po’ per il colesterolo, per la pressione alta, eccetera. Quindi la terapia farmacologica è inevitabile. E poi, ma questo varia da individuo a individuo, l’unica altra terapia possibile è un sostegno psicologico, per chi ne ha bisogno. Forse in certi momenti tutti ne hanno bisogno, però come regola io ritengo di non averne bisogno perché purtroppo non c’è un mistero sulla mia situazione, sulla mia patologia. Chi è causa del suo male pianga se stesso.
Certe volte penso: “perché ci tengo così poco?” perché nei due momenti in cui ho detto “non ce la faccio” il mio primo pensiero è stato “Dio mio no, non farmi morire perché proprio mi seccherebbe morire, ho tante cose che mi piacciono, tanti affetti a cui tengo”? E quindi non si capisce se c’è un forma di masochismo interiore misconosciuto, ma io diversamente non riesco a vivere.
Come cura, l’unica che per me andrebbe bene sarebbe forse avere uno psicologo vicino che mi dica di cambiare stile di vita. Se questo poi può servire, non lo so.
Io sono molto fatalista, per cui secondo me quando arriva l’ora di ciascuno, uno se ne va.

Commenti   

 
#1 giuseppe 2013-09-04 20:27
carissimo collega se cosi mi posso esprimere collega cardiopatico sono stato colpito da infarto del miocardico dopo normale angioplastica è normali stend mi è sopravvenuta trombosi con dannegiamento del cuore è caro amico ti posso dire che sono ancora vivo per miracolo io ò l'etto la tua lettera è mi debbo complimentare per il tuo modo di di illustrare la tua odissea con grande coraggio io sarei morto. perché sono un fifone.tanti sauti e che tu possa vivere fino à 110 dieci anni saluti
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