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Sono arrabbiato e sereno

Io sono in pensione dalla fine del 2000, ho sempre praticato attività sportive, avuto interessi di lavoro… Insomma ho sempre avuto una vita molto attiva.
Ogni tre mesi facevo degli esami per il colesterolo, che era al limite, però avendo smesso da diversi anni di fumare, facendo attività sportiva e prestando un po’ di attenzione all'alimentazione, non c'erano problemi.
A dicembre dell'anno scorso, da questi controlli di routine è emersa un'anemia.
“Strano, che cosa succede?” mi son detto.
Si approfondiscono le cause di quest’anemia. Manca il ferro.
Faccio nel giro di pochi giorni l'esame delle feci, risulta negativo.
Faccio la gastroscopia e la colonscopia, ed emerge questo carcinoma.
Fino a tre giorni prima giocavo a pallone due giorni alla settimana con i miei amici. Avevo, sì, un po' di stanchezza "ti vediamo un po' meno in forma" dicevano i miei amici, "sono vecchio", rispondevo io, ma non avrei mai pensato ad una cosa del genere. Quindi sono entrato in questo carcinoma.
Mi sono mosso per capire che cosa fare, come, dove.
Parli con gli amici, cerchi di fare la scelta più attenta per un pronto intervento, e così sono arrivato all’Ospedale Oncologico.
Ci sono molti meccanici bravi: se uno ha una Ferrari deve andare alla Ferrari.
Credo che l'Ospedale Oncologico dia il massimo della garanzia, è il loro mestiere.
Ho degli amici che hanno avuto un tipo di malattia similare, quindi tramite loro sono entrato in contatto con Principi.
Sono quindi entrato in questo nuovo mondo.
Al di là della rabbia iniziale, una rabbia forte, perché mi dicevo: "ma potevo avere delle sensazioni, dei segnali, e invece niente!".
È vero che non sono mai stato molto attento al dolore, lo sopporto facilmente, non prendo mai medicinali. Se ho mal di testa il dolore deve essere proprio insopportabile prima che prenda un analgesico.
Quindi probabilmente qualche segnale c'è stato, non lo so, ma neanche pensandoci col senno di poi mi viene in mente niente.
Ad ogni modo è emerso questo carcinoma che c'era già da un po' di tempo.
Aveva già creato delle metastasi anche al fegato.
Ho avuto due interventi, il primo al colon in febbraio (70 cm di colon tolti), e il secondo in giugno al fegato, dove mi hanno tolto il 70% del fegato.
Nel frattempo ci sono state le chemioterapie per ridurre e cicatrizzare queste metastasi al fegato.
La situazione che il chirurgo trovò durante la seconda operazione era ben peggio di quanto rilevato con gli esami.
Sono seguiti cinque giorni di terapia intensiva dove, dopo, ho scoperto di essere stato in pericolo di vita. Come l'ho affrontata? Non so se sono coraggioso, se sono incosciente, se sono realista, ma comunque caratterialmente sono ottimista. E quindi non mi sono mai preoccupato più di tanto, sono convinto che da questa situazione ne uscirò. Vuoi perché credo di aver scelto le persone giuste (con i medici mi sento seguito, ho fiducia), vuoi perché fisicamente, facendo molto sport, ho potuto sopportare delle chemio molto intense. Solo adesso che siamo alla fine faccio fatica con il cibo.
Alla fine di novembre faremo una PET per vedere. Dopo l'intervento sono apparse ancora tre piccole cose (loro usano certe terminologie…), che per me sono tre piccole metastasi, due delle quali si sono già eliminate, ne è rimasta una. Visto che sono piccole e che il mio fisico la sopporta pensano di eliminarle con la chemio.
Quando faranno la PET vedranno se sono state eliminate tutte o se c'è bisogno di un piccolo intervento con un'ablazione per cicatrizzarle.
Questo è il programma.
Dove vivo io, con gli anni e l’esperienza ho notato che molta gente ritiene che avere questo tipo di malattia sia frutto di un peccato, sia da nascondere. Non capisco il perché...
Dire “vado all'Ospedale Oncologico” sembra che sia qualcosa di drammatico!
La prima volta che mi hanno detto la diagnosi era dopo la colonscopia.
Io ero ancora sotto l’effetto dell’anestesia e quindi ero un po’ frastornato, capivo ma non ero lucido al 100%.
Il medico mi accennò di questo carcinoma. Le altre persone presenti avevano capito chiaramente quello che aveva detto, ma io avevo solo capito che c'era questa cosa da togliere, che non era un polipo, ma non sapevo ancora se fosse positivo o negativo.
Forse era un rifiuto mentale di pensare al peggio, visto che non avevo alcun segnale.
Invece quando mi hanno dato l'esito (era una signora, una segretaria che distributiva gli esiti) sono rimasto scioccato.
C’era una dottoressa che chiamava dentro uno alla volta e dava gli esiti.
Senza giri di parole mi ha detto che avevo un carcinoma: "Come saprà lei ha un carcinoma.", mi disse. Rimasi scioccato. "No, non lo sapevo...", risposi.
Lei pensava che il medico avesse già accennato a questo carcinoma, e in effetti era così, solo che io non avevo capito. Forse lo rifiutavo, non ho voluto capire…
Comunque ci sono rimasto piuttosto male, anche perché ritengo che sia una cosa seria.
Credo di avere un carattere abbastanza forte, quindi ci si arrabbia, ma poi si cerca subito la soluzione. Che cosa fare? C’è un problema, come lo risolviamo?
Subito mi sono messo in contatto con un chirurgo dell’ospedale di D. (cittadina del Nord Italia) per il ricovero, ma nel frattempo mi sono anche mosso per capire quale fosse la scelta più giusta e più attenta per risolvere il problema.
Tramite questi amici siamo arrivati all'Ospedale Oncologico.
Ho avuto il primo colloquio con il dottor Principi e subito si è vista l'esperienza: "A D. saranno bravissimi, sicuramente, però noi di questi interventi ne facciamo milioni, loro qualche centinaia… Quindi a parità di capacità, noi abbiamo più esperienza", mi disse.
Mi sentivo più tranquillo, ho capito che lì andavi alla Ferrari a far riparare la Ferrari, senz'altro erano molto più attenti, più bravi. Tant’è vero che lui già prevedeva che ci sarebbero state delle conseguenze al fegato, come poi si è rivelato.
Sono andato al reparto solventi, perché tramite i servizi sanitari ci sarebbe stato da aspettare e l'urgenza era basilare.
Prima ancora di uscire dallo studio del medico avevo già deciso che avrei fatto l’intervento privatamente. Non c’era molto da pensare, non è come comprare un prodotto per cui si va al mercato e si baratta sul prezzo.
"Io di lei mi fido per definizione", dissi a Principi "perché ho fiducia nelle persone che mi hanno presentato lei, sono amici comuni, e quindi mi dica quando interviene".
Ha guardato l'agenda e mi ha dato disponibilità già per la settimana dopo.
Una cosa molto veloce, molto immediata.
E qui è iniziata tutta l'avventura.
Io non avevo mai subito un intervento tranne per un dito rotto giocando a pallone. Però ero integro fisicamente e anche abbastanza impreparato in un certo senso.
Il primo intervento l'ho sopportato con il sorriso, pensavo che sarebbe stato molto duro. Invece è stato sopportabile, sopratutto se paragonato al secondo, che al contrario è stato tosto.
Dopo otto giorni sono ritornato a casa e ho cominciato il ciclo di chemio con gli assistenti del dottor Principi.
Quando entri in una struttura in cui hai fiducia è normale avere fiducia in un’equipe, a meno che non dimostrino il contrario.
Mi sono sentito tranquillo, mi sono messo nelle loro mani, non ho dubitato che stessero facendo il massimo, il meglio.
Io facevo un altro tipo di lavoro e credo che sia bene andare dagli specialisti.
È vero che bisogna comunque stare sempre attenti, perché magari l'opera ottima del chirurgo o dell'oncologo può venire vanificata da un’infermiera stupida che dà la pastiglia sbagliata, piuttosto che dal cibo.
In un’equipe ogni cosa è importante: ci vuole chi fa una diagnosi ottima, il chirurgo che interviene, l'oncologo, gli infermieri, il cibo, ecc.
Ma l’unica cosa di cui mi posso lamentare è il cibo, che all’Ospedale Oncologico è veramente schifoso. Con gli infermieri e il personale in generale mi sono trovato molto bene.
Ho trovato umanità e efficienza.
Certo, devi stare un po' attento: c'è chi è più efficiente e chi lo è meno, chi capisce un attimo prima e chi un attimo dopo, ma in generale mi lamento solo del cibo.
I risultati sono stati ottimi, molte di queste ferite, di queste metastasi (non mi ricordo come le chiamano loro) al fegato si erano eliminate o rimpicciolite. Quindi mi hanno operato per un totale del 70% del fegato.
L’intervento è durato molte ore, mi sembra dodici, dal mattino fino alla sera, poi sono stato in rianimazione.
Non ricordo con esattezza, ma penso sia una forma mentale di rimozione, perché la rianimazione non è un ambiente gradevole. Non mi rendevo conto di essere sotto anestesia. Ma non ho mai avuto il dubbio di lasciarci le penne, anche se più avanti ho saputo di avere rischiato la vita.
Il dopo intervento è molto doloroso. Un dolore incredibile, non pensavo che si potesse soffrire così. Però ogni giorno miglioravi, ogni giorno facevi un passettino avanti… e adesso sono qui a raccontarla.
Mi auguro che a fine mese non debbano fare ancora qualcosa. Non ci credo troppo, perché sono abbastanza realista. Sono ottimista ma realista.
Il dubbio che hai sempre è quello di ricadere, che esca da un'altra parte, che un domani facendo qualche esame emerga qualcosa.
Il fegato funziona, il colon è perfetto, ma poi magari c’è qualcos’altro. Però alla fine, più che dell’intervento, devi preoccuparti delle persone che ti stanno attorno, perché molte volte sono negative. Noti apprensione, noti paura, noti troppo attaccamento…
Al di là del fatto che ognuno ha il proprio carattere. Io, ad esempio, sono uno caratterialmente indipendente, non voglio essere aiutato se non ne ho bisogno perché penso che ci sarà il momento in cui veramente avrò bisogno e allora chiederò una mano. Se invece chiedi continuamente, anche quando puoi far da solo, penso che la gente che ti sta intorno si stufi (oltre che gli rompi le scatole).
Non darmi una mano se sono in grado di alzarmi, di mangiare.
Da questo punto di vista, molte volte i cari possono essere negativi. Per affetto e per amore, per l'amor di Dio, però…
Poi ci sono le persone al di fuori, i curiosi, quelli che t’incontrano e vogliono sapere, che t’incontrano e “non ti preoccupare, ho un amico che è andato avanti due anni”, e via di questo passo.
Lascia stare, non dirmi niente!
Sicuramente le persone intorno a me sono state di aiuto tecnico, materiale.
Però poi ognuno ha il suo carattere: io tra il bicchiere mezzo pieno e quello mezzo vuoto, vedo quello mezzo pieno.
Mia sorella invece è negativa, vede tutto negativo.
La mia compagna è una donna molto efficiente e molto attenta. Però a volte ti stanno un po' troppo addosso, dovrebbero forse capire che ogni tanto hai bisogno di stare un po' da solo a riflettere, a renderti conto.
In generale va bene, ma le persone che ti sono vicine dovrebbero capire come comportarsi in funzione del tuo carattere. Ma non sono psicologi…
Da giocatore di calcio, per me questa malattia è una partita che stai perdendo 3 a 0, però la squadra è buona.
Ci sono degli incidenti di percorso, ma punti quanto meno a pareggiare.
Cerchi di convincere gli altri che si può vincere: se ci diamo tutti da fare, se collaboriamo, se ognuno dà il massimo di sé stesso, si può vincere o almeno pareggiare. Comunque non perdere.
Quando parli con persone che hanno fatto o che stanno facendo chemioterapia, ti accorgi che tutti stanno male, tutti hanno dei grossi problemi. Ma non mi spaventa: è da fare!
Sto attento agli effetti collaterali per evitare malesseri, però probabilmente sono aiutato dal mio fisico forte.
Almeno prima, ora un po' meno perché ho già fatto nove cicli.
Adesso vorrei evitare di farne ancora perché vedo che mi sta debilitando. Ma tutto sommato grossi problemi non ne ho avuti, mi aspettavo peggio. Nausea ce l'ho, però non ho mai vomitato.
A volte vengono attacchi di diarrea e quindi lo gestisci, dopo un po' cerchi di capire il cibo che ti fa meno male, quello che sopporti meglio.
Ci sono delle persone che riescono ad enfatizzare anche gli aspetti negativi, ma a me grandi problemi non me ne ha dati.
Ieri sera riflettevo che è da agosto che non mangio un piatto assaporandone il sapore.
Mangi una brioche, la metti in bocca e invece di sapere di brioche sa di ferro, sa di tutto, ti dà nausea. Ma poi ti sforzi di mangiarla perché sai che una volta che è dentro, ti dà le vitamine, fa qualcosa. L’oncologo mi ha spiegato qual era il suo programma e i prodotti che avrebbe usato. Da ignorante, non avevo un'esperienza per poter controbattere o suggerire altre soluzioni. Per questo bisogna avere fiducia nella persona a cui ti affidi. Invece adesso penso che si possa negoziare di più.
L'ultima volta ho detto al medico che ormai faccio fatica, sono calato di sei chili di peso nonostante cerchi di mangiare, ma faccio veramente fatica, anche l'acqua mi dà fastidio. Pertanto l'ultima chemio l'ha fatta un po' più leggera, sia come tempo, sia come quantità.
Adesso se a fine novembre mi dicesse facciamo un'ablazione, che vuol dire un piccolo intervento con dei risultati certi, lo preferirei. Ma alla fine l'ultima parola dovrebbe essere la loro, io posso solo dire quello che penso e dare tutti gli elementi perché loro possano valutare.
”Signori, siete voi che dovete decidere, perché vedete gli esami, sapete quanto il mio fisico sia forte, quindi fate voi.”.
Prima avevo le cosce molto muscolose, adesso quando mi guardo allo specchio, vedo che il fisico si è asciugato, che di muscoli ce ne sono un po' pochi dopo un anno di bombardamenti e di non sport. Anche se mi sento bene, non ho troppi problemi.
In generale non cerco di capire troppe cose sulla mia malattia.
Sono dell'opinione che da ignorante bisogna evitare di andare troppo a fondo perché ti fai del male. Peggiori anche mentalmente la situazione.
Meglio affrontare il problema quando si presenta.
Nel mio lavoro ero uno molto attento, giustamente mi informavo, volevo avere il quadro completo della situazione perché avevo una posizione di responsabilità, quindi la decisione giusta era il frutto di un’analisi attenta.
Quando in questo caso ho cominciato a leggere troppe cose poi ho preferito smettere, non sono più andato a vedere.
Leggo gli articoli sulla chemioterapia sul Corriere Salute, ho letto qualcosa su tutti i prodotti che mi stanno dando, sulla ricerca, sui risultati. Mi tengo informato ma non bado molto alle statistiche, meglio lasciar stare.
Quando mi sono ammalato ero già andato in pensione per una scelta mia, perché erano cambiate le condizioni di vita aziendale. L'azienda ha cambiato filosofia e non mi divertivo più. Si era creata una situazione abbastanza pesante, non mi dava più soddisfazione.
Non avendo mai pensato alla pensione ho cercato di avere delle risposte dall'azienda per tornare a lavorare con soddisfazione, ma l'hanno messa unicamente sul piano economico. Io invece ero affezionato al mio personale, a tutto l’ambiente che avevo creato, e quindi ad un certo punto mi sono tolto di mezzo.
Avevo tante altre cose da fare.
Ho cambiato modo di vivere, facevo molto più sport, dedicavo molta attenzione agli interessi che avevo tralasciato avendo sempre dedicato tutto al lavoro, passavo tempo a chiacchierare con gli amici… Quindi avevo trovato un nuovo modus vivendi.
Non mi sono mai annoiato, ho trovato una nuova dimensione.
Da giovane andavo in crisi anche cambiando una strada, poi ho notato che trovavi sempre un modo di vivere, forse anche migliore, che ti dava soddisfazione, arrivavi a sera e avevi ancora delle cose da fare e non ti eri annoiato.
Mi manca molto lo sport perché fa star bene.
Ora amo molto di più la vita.
Io ho amato la vita sempre, sono stato convinto che la vita sia un dono e che sia bella da vivere. Però, quando uscendo dalla sala rianimazione ho visto il dottor Principi e chi era con me, ho capito che potevo non esserci più. Al di là che il trapasso sarebbe avvenuto in maniera indolore, non me ne sarei accorto. Forse me ne sarei accorto se al di là avessi trovato qualcosa, ma a quel punto… In quel momento lì realizzi e ti dici: io non ho fatto molte cose, non voglio fare molte cose, perché non le devo fare?
Realizzi che la vita è una e va vissuta più che mai intensamente.
Perché c'è chi non c'è più attraversando la strada, c'è chi va avanti novant’anni e la vive aspettando sempre la morte, vive male.
Si può vivere meglio, si può migliorare la vita.
Il problema è che sei inserito in una società, il nucleo familiare e un sacco di gente che ti gira intorno e non capisce. Dice di capire, ma non capisce fino in fondo. Ma tu che hai toccato con mano… Puoi avere dei contrasti, delle discussioni.
L'altro giorno sono andato al cimitero e ho visto un'epitaffio. Era di una mia carissima amica che non sentivo da tempo. Io non la chiamavo per non doverle dire della malattia, perché l'avrei addolorata. Ho realizzato tramite amici comuni che non mi hanno neanche informato per non darmi un dispiacere! Ma con questa signora abbiamo bevuto il caffè insieme a mezzogiorno per più di trent’anni! Lavorava nell'azienda, aveva un caratteraccio, dura, mezza sarda e mezza toscana, però era un'amica.
Ci dovevamo vedere e realizzi come lei, che aveva in mente un sacco di cose, si dedicava alla vita sociale, in dieci giorni è andata via. Aveva un cancro ai polmoni, un cancro già esteso al fegato in modo disastroso.
Non aveva mai avuto niente e in dieci giorni se n’è andata.
Quando tocchi queste cose, e in più le hai vissute in prima persona, è chiaro che il lato positivo è che vuoi vivere più intensamente.
Quando vai a comprare un paio di pantaloni e te ne piacciono due, prima aspettavi, adesso invece ne prendi tre se questo ti dà soddisfazione, perché oggi ci sei, domani senz'altro… Però insomma, carpe diem, l'attimo fuggente.
Charlie Chaplin diceva “quando si chiude il sipario, è chiuso” non c'è né più per nessuno.
E non sai quando chiude il sipario.
Ma veramente il problema più grosso sono le persone che ti stanno intorno, che magari ti danno del fuori di testa di fronte a certe situazioni, a certe scelte.
Prima ci ragionavi sopra, ci pensavi, adesso ti trattano come uno fuori di testa “e perché fai così e non fai cosà?”.
La gente vive convinta di essere immortale. E io per primo quando avevo vent’anni ero convinto di essere immortale. In fondo in fondo ne siamo convinti: sì, muoiono tutti ma io forse no.
Nell’età dell'incoscienza io ho fatto certe cose, anche impegni familiari, finanziari, e non ho mai pensato che mi potevo ammalare, ero immortale.
E giustamente in quel periodo ho raggiunto degli obbiettivi con questo pizzico di incoscienza, oltre a dedicarmi seriamente al lavoro.
Oggi giorno ti accorgi che non sei immortale, che oggi ci sei ma dopodomani potresti non esserci. Questo è l'aspetto positivo, io cerco di perseguirlo, di vivere questa vita anche se non è facile.
Non è facile perché vivendo in società hai sempre delle persone vicine che fanno pressione.
Sono convinti, lo fanno con affetto e per il tuo bene, però se dici "vado a fare un giro in bicicletta sul Ghisallo".  "Ma sei matto con quello che hai avuto, alla tua età!" ti rispondono. "Ma lasciami provare!", poi magari dopo cinque chilometri torno a casa.
Dei medici, per quanto mi riguarda, non posso parlare male. Forse è anche per l’impatto, per come ti proponi, ma ho sempre trovato persone valide, persone disponibili e attente.
Più in generale ci sono due categorie: chi lo fa per passione e chi lo fa unicamente per i soldi.
Poi ovviamente i soldi servono, fanno parte della vita, ma ti accorgi immediatamente di chi lo fa solo per i soldi.
Direi che in generale ho trovato gente che lo fa con passione, seriamente.
Non solo l’equipe dell’Ospedale Oncologico, ma anche il medico che mi ha fatto la gastroscopia: lui stesso ha fissato l'appuntamento per la colonscopia, aveva già capito, perché sono esperti, è il loro mestiere. Questo esame era già stato previsto dalla mia dottoressa ma di lei devo dire che è stata molto giovane, inesperta, molto leggera. Non è che ne voglia parlar male perché è una brava persona, ma è un semplice medico di base, fa le ricette e questo tipo di cose, non va molto oltre.
Se avessi avuto il mio vecchio medico ormai in pensione, che era anche amico mio, si sarebbe mosso subito appena vista l'anemia, prima di Natale, verso i primi di dicembre.
Non mi avrebbe detto “aspetta di mangiare il panettone prima di fare tutti gli esami”, al contrario, avrebbe subito chiamato, fatto, sbrigato, e avrebbe recuperato senz'altro un mese, perché è uno tosto, uno della vecchia guardia.
In passato ho visto come ha affrontato i problemi.
Mia moglie è deceduta per un cancro allo stomaco nel '83.
Ho vissuto un dramma. Lei era un po' dimagrita durante le vacanze e quando siamo tornati dal mare, in settembre, è stata ricoverata d'urgenza per un'emorragia allo stomaco.
Dopo neanche un anno, ad agosto, ci sono stati i funerali.
Con grandi dolori. Aveva un cancro devastante allo stomaco e all'esofago, quello dei grandi fumatori e non aveva mai fumato una sigaretta e aveva solo trentotto anni.
Quella è stata un'esperienza estremamente negativa e già lì avevo realizzato che la vita va vissuta. Ma nonostante questo, quando lo provi sulla tua pelle ti tocca maggiormente.
Avevo già cambiato registro nel modo di vivere, anche se poi con il lavoro, una cosa e l’altra, non è semplice. Quindi l’esperienza del cancro l’avevo già vissuta.
Mi ricordo che anche allora avevo scelto il dottor Giorgi, un luminare, grande uomo, docente di chirurgia, ed ero sicuro di averla messa nelle mani più giuste.
Lo avevamo trovato tramite questo medico amico di famiglia. Ma era vent’anni fa, quando la tecnologia e la medicina erano più arretrate.
Oggi giorno fanno passi da gigante, per quello che leggo e per quello che si vede.
Spero!
Non è che non dorma di notte pensando sempre alla mia malattia, ma sono sempre arrabbiato perché non posso fare tante cose.
Sono molto arrabbiato. Anche perché la mia vita non è stata semplice.
Tu pensi erroneamente di aver pagato già abbastanza, ma poi ti accorgi che non c’è un conto di quello che è successo, che c'è chi non paga mai niente e muore a cent anni, c’è chi invece paga ogni giorno. Non penso mai di essere più sfortunato degli altri e nemmeno più fortunato.
Quello che ottieni lo ottieni dandoti da fare con professionalità.
Certo, se non avessi vissuto questo dramma, questo dolore così intenso che è stato la malattia di mia moglie. Io avevo quarant’anni.
Su questo non ho dubbi, è stato molto, ma molto più pesante, vedere una persona giovane che se ne va giorno per giorno, è molto dura.
Quindi sono arrabbiato e sereno.
Non so gli altri come la vedano, credo sia una questione di carattere.

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#1 T.Fiorella 2008-02-26 19:13
Mi dispiace molto per tutto ciò che hai dovuto affrontare in questi anni.Mispiace, però, dover constatare che, nonostante tutte le tue sofferenze sia ancora pieno di presunzione. ti definischi una ferrari,(magari d'epoca, data la tua età), anche il tim riparatore dei medici, sono della ferrari! per non parlare del "cibo schifoso" che ti ha propinato l'ospedale. Od era una clinica a pagamento?
Con questo non voglio dire che tu abbia fatto qualcosa di sbagliato a rivolgerti ai migliori medici, quello che mi ha dato fastidio è stato il tuo modo di porti poichè forse avresti dovuto pensare alle persone che "quelcibo schifoso" lo vorrebbe poter ingerire almeno una volta al giorno.
Ti faccio comunque i miei migliori auguri, soprattutto per la tua guarigione, ma non certo posso congratularmi con te per la tua modestia. di solito sento dire che la malattia ci fa riscoprire il meglio di noi e ci fa dare il giusto valore alle piccole cose di ogni giorno.Spero sia così anche per te, vivrai sicuramente più sereno e meno "arrabbiato"
Con sincera amicizia(quella che non si compra!) Fiorella.
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