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Questo desiderio di scrivere le cose mai dette è partito da lì!

Prima della malattia ho passato un periodo molto difficile con mio marito.
Penso di avergli voluto molto bene, anche troppo bene... spesso, tanto da cancellare i miei desideri e i miei bisogni. Finché è arrivato il classico tradimento.
È una cosa che può succedere, ma al momento mi ha ferita, ero impreparata.
Questo nonostante venissi da un’esperienza familiare in cui mia madre era stata toccata, le sue sorelle anche, a casa i tradimenti erano quasi all’ordine del giorno.
Ma quando ti succede non sei mai preparata, e per me è stato veramente devastante.
Anche perché mio marito è un uomo molto rigido, emotivamente molto chiuso, per cui essere uscito da certi binari per lui è stato come non tener fede a se stesso.
Ed è crollato un mondo.
In un certo senso io dovevo aiutare lui, stargli vicino, e nello stesso tempo dovevo aiutare e fortificare me stessa di fronte a questo dolore.
Oltretutto, all’inizio lui non è stato per nulla tenero, non mi ha risparmiata.
Oltre a buttarmi questa cosa addosso, era molto pungente, ironico, sprezzante in certi momenti.
Per me era molto difficile sostenerlo in questa cosa.
Da quel momento fino a quando ho saputo della mia malattia ho passato sei mesi in cui avevo come due personalità: da una parte ero la persona che doveva tenere la situazione in mano, dovevo sostenerlo e sostenere me stessa. Dall’altra parte, quando mi trovavo a casa da sola ero completamente sommersa dalle mie emozioni, dure, forti.
Picchiavo i pugni contro il muro, gridavo, avevo questi eccessi d’ira che un po’ sfogavo, un po’ probabilmente rimanevano come bloccati nel mio corpo.
Ho avvertito questo forte stress, tant’è vero che in certi momenti mi dicevo: “stai attenta, perché non va tanto bene per te, stai attenta!”.
Lo sentivo, avevo questa percezione.
Infatti in sei mesi, poi, con la mammografia e l’ecografia purtroppo è venuta fuori questa cosa.
Questa ghiandola al seno destro.
Facevo la mammografia abitualmente, una volta all’anno perché vengo da una famiglia in cui, tra mia nonna e le mie zie, c’è questa predisposizione. Ma io questo controllo l’avevo fatto in gennaio e non c’era nulla, sono bastati sei mesi perché si sviluppasse, anche meno, perché al tatto già la sentivo in aprile.
Sentivo una cosa dura, una cosa che non faceva parte di me stessa, una cosa che mal tolleravo perché capivo che era una cosa diversa. Però neanche mi preoccupavo più di tanto.
Quell’estate sono voluta andare al mare prima, mentre mia madre avrebbe voluto che facessi tutto velocemente.
All’inizio me la sono presa molto comoda. Poi, però, quando ho capito esattamente che si trattava di una cosa pesante e che bisognava intervenire subito, a metà agosto, mi sono mossa velocemente. Dell’inizio quel che ricordo di più è questo agoaspirato.
Me lo ha fatto un medico che mi conosce da anni e che io trovo abbia un rapporto molto umano con i pazienti.
In un certo senso mi sono messa nelle sue mani.
È un senologo, e quindi meglio di lui, in quel frangente, non c’era nessuno.
Nel momento in cui ho fatto l’esame ho sentito il suono delle sue parole: “si rileva materiale consistente”.
Queste parole mi sono penetrate proprio dentro, perché io mi chiedevo che cosa volesse dire. E soprattutto mi ricordo l’immagine di mio marito, con questo camice molto stropicciato addosso, lui quasi trasandato. Ho avvertito questa sensazione di dolore addosso a lui. Quindi ho capito che la cosa per me diventava pesante.
C’era qualche cosa che… Il medico ha preso tempo: per l’esito dell’esame ci voleva qualche giorno.
Mi ha chiesto di andare da mia zia a Salsomaggiore con la bambina, per non stare a N. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia).
Io sono andata ma capivo che qualcosa non girava per il verso giusto.
Sono rimasta là per due o tre giorni come sospesa fra le nuvole, mi sentivo in una situazione strana. Poi lui, mio marito, è venuto (noi abbiamo lì una casa in campagna) dicendo a mia zia: "Carla, porto via Silvia. Per una sera stiamo tranquilli...".  Questo mi ha fatto pensare ancora di più: "Perché ha bisogno di stare con me, ha riscoperto l’amore all’improvviso?", mi domandavo... "Ha bisogno di un momento con me o c’è qualcos’altro?", pensavo. Ed è stata molto dura poi alla sera.
C’è stato un momento molto bello sul balcone che affaccia sulla campagna, da dove si vede il cielo stellato… sembra impossibile oggi, ma lì si vede ancora il cielo stellato.
Era agosto e ci siamo messi a guardare le stelle. 
"Esprimi un desiderio" mi ha detto quando ne abbiamo vista una cadente.
Questa cosa mi si è attaccata addosso: "cosa vuole dirmi, cosa deve dirmi?", mi ripetevo. 
Alla sera non è uscito, siamo stati insieme, e la mattina dopo, non so perché, gli ho detto:  "Abbiamo passato un periodo veramente difficile fra noi, però vedi che pian piano riusciamo a venirne fuori", lo sentivo incredibilmente vicino, "siamo riusciti a superare questa prova.". 
"Adesso ne abbiamo una più grossa...", mi ha risposto. E lì me l’ha detto. Ha avuto la forza di dirmelo. Dopo l’ho tampinato con tutte le mie domande.
In quel momento mi sentivo persa, ho pianto, piangeva anche lui… è stata una situazione dura.
Per due o tre giorni, camminavamo, lui con questa barba incolta, che è il primo segno quando è stanco o veramente avvilito. Io invece mi sentivo come sospesa. Però avevo bisogno di fare domande e avevo bisogno che lui mi rassicurasse, perché lui in quel momento era il mio uomo, ma era anche il mio medico, e me lo doveva!
Sentivo che questa cosa lui me la doveva, come per riparare a un suo danno.
E devo dire che è stato bravissimo, in tutti i modi. Tanto che quando abbiamo avuto l’incontro all’Ospedale Oncologico con il professor Marinetti, pur nella drammaticità è stato molto bello.
Tutti cercavano di farmi comprendere tutto, ma nello stesso tempo di rassicurarmi. E mi spiegavano tutto, dal momento in cui avrei avuto l’intervento, cosa sarebbe successo dopo l’intervento. Mi hanno fatto persino vedere delle fotografie di donne prima e dopo l’intervento.
Questo, per esempio, mi ha aiutato tantissimo, perché secondo me non sapere le cose, oppure non conoscere fino in fondo quello che ti succederà, è devastante. Ti crea dentro dei buchi enormi.
Avere invece delle persone che nella loro professionalità sono anche in un certo senso umili, che ti fanno vedere la realtà della vita, ovvero che cosa ti succede, secondo me psicologicamente aiuta tantissimo. E può essere anche la tua forza, perché è come pensare “devo lottare per me, ma anche per altri, perché c’è qualcuno che veramente tiene a me”.
Io sentivo questa cosa. Ed è importante il rapporto empatico tra medico e paziente, secondo me è determinante.
Non mi ero fatta un’immagine precisa di quello che sarebbe successo.
Sapevo che sarei stata deturpata, questa era la sensazione che avevo dentro. In una parte del corpo che io ho sempre amato molto. Le due parti che forse ho amato del mio corpo sono il viso e il seno. Sono sempre stata molto orgogliosa del mio seno che secondo me è ben modellato. Essendo di costituzione molto larga nei fianchi, il seno è quello che in un certo senso mi equilibrava.
Per me il dolore è stato lì, nel momento in cui ho capito che venivo colpita nella parte che io amavo di più di me stessa. Ma pensavo pure che in un certo senso l’avrei superata, sapevo che nella chirurgia plastica sono stati fatti dei grandi passi.
All’inizio mi era stato prospettato di fare l’intervento al San Rocco, perché lì lavora mio marito, mi avrebbe operato il medico che conosco da una vita, per cui ero in buonissime mani. Però non essendoci il chirurgo plastico, avrei dovuto fare l’intervento in due tempi diversi. Non me la sono sentita. Ho detto subito a mio marito: "Michele, io non me la sento di fare una cosa così, vedermi senza è troppo forte.".
E in effetti, nonostante abbia fatto subito la ricostruzione, quando mi sono vista dopo l’operazione per me è stato difficile da digerire. Perché vedi questa massa informe. Comunque bisogna fare della ginnastica per ammorbidire questa parte, per renderla un pochino più simile all’altra, e ci vuole tanto tempo.
All’inizio vedi una cosa così, proprio brutta…
La mia sensazione è stata quella. Ma allo stesso tempo capivo che poteva essere migliorata, che avevo gli strumenti per farlo. E quello che mi ha aiutata è stato proprio vedere le immagini, le fotografie di quelle donne, perché vedevo qual era la realtà di fronte alle mie fantasie: "Cosa succederà? come posso essere?".
Il paziente va aiutato in questo percorso, il paziente deve sapere che cosa gli succede poi.
Forse alcuni medici non osano, o non ci pensano, invece è una cosa che aiuta molto.
Per quanto mi riguarda è forse quella che più mi è rimasta dentro.
Quando fai un intervento non sai mai cosa può succedere dopo, e vedere chi ha già fatto il tuo stesso cammino dà una speranza, aiuta.
Prima dell’intervento mi avevano preparata a tutto, anche alla chemio che pensavano avrei dovuto fare. Ma essendo il mio un tumore intraduttale, era proprio circoscritto.
Era grosso ma circoscritto, e quindi hanno reputato che la chemio non fosse necessaria.
Per me è stato un grande sollievo.
A dire la verità, la prima cosa che ho pensato, ancor prima dell’intervento, è stata “devono intervenire, ma la chemio no: devo riuscire a non farla!”
Era una cosa che psicologicamente mi dicevo spesso. Perché, non lo so. Forse era un fatto istintivo, il fatto che potessi soffrire per quell’esperienza, essere particolarmente toccata. Forse era anche timore, paura. Invece a distanza di tempo ho conosciuto persone che l’hanno fatta e in realtà oggi si riesce a sostenere benissimo.
È probabilmente una paura che mi portavo dentro. Mi ricorda quando sono rimasta incinta. Mi sono aiutata in tutti i modi, perché ho sempre pensato che più ossigeno davo a mia figlia, più aiutavo lei, ma più aiutavo anche me stessa. Dopo tre mesi di gravidanza ho iniziato a fare un corso di ginnastica associata alla respirazione, tra l’altro un corso bellissimo perché secondo me aiuta molto anche a livello psicologico, ti prepari a quel traguardo. E chissà perché la malattia, il tumore, lo collego sempre a quell’esperienza. Lo confronto molto con quel percorso perché è come se fosse un traguardo, qualcosa da superare. Qualcosa da cui vorresti fuggire. E invece no, devi stare lì, tenere fede a te stessa e fare quel percorso. Anche per riflessione dentro di te. Però mi sono aiutata in questo tragitto. Mi sono aiutata, tant’è vero che quando ho partorito non ho avuto neanche un punto, Francesca è uscita nel migliore dei modi, in pochissimo tempo, una cosa che veramente ha colpito tutti, e io stavo benissimo.
Mi ricordo che una cosa che mi dava preoccupazione e che faceva sorridere terribilmente mio marito era fare gli esami del sangue e le flebo. Per dire come ognuno di noi si porta dentro le cose… Che poi flebo ne ho fatte lo stesso, ma  l’angoscia non era il partorire, per assurdo, ma il superare quelle cose. Lo stesso ha rappresentato il tumore per me: c’erano delle cose che facevo fatica ad affrontare psicologicamente. Poi, viste col senno di poi è più facile, così come ho fatto le flebo che poi non mi hanno dato nessun fastidio. Ma probabilmente ognuno di noi si porta dentro queste paure.
Quando dopo mi è stato detto che non avrei avuto bisogno della chemio ho pensato “ce l’ho fatta!”. Anche perché io ho vissuto il mio male come una battaglia interiore. Sicuramente ho capito che in quel momento dovevo avere tantissime forze, dovevo contrastare questa cosa e nello stesso tempo dovevo aiutarmi.
Dovevo aiutarmi e mi sono aiutata.
Dopo l’intervento, ero a casa, con ancora i drenaggi addosso, e ho sentito la necessità fortissima di mettermi a scrivere. Perché nella mia vita ci sono state delle persone alle quali avrei voluto dire certe cose e non sono riuscita a dire come avrei voluto. Forse questa cosa mi è sempre andata un po’ su un po’ giù. È nata proprio da una lettera inviata ad un medico.
Questo desiderio di scrivere le cose mai dette è partito da lì.
Con questa persona non ho mai avuto un rapporto emozionale e forse avrei voluto avere un rapporto più umano. Così è nata.
Pensavo che quella lettera rimanesse a sé, che la cosa si chiudesse lì, e invece è stato come un vortice.
Dalla prima lettera poi ho sentito il bisogno di dire, di confrontarmi con tutte le persone che avevo intorno, dai miei genitori, a mio marito, mia figlia, i miei suoceri… tutti. Le cose che io avrei voluto dire. E lì è stato però terribile, un tragitto doloroso, molto doloroso.
È come se fossi andata in auto-analisi.
Di mattina piangevo con questi singhiozzoni profondi, scosse così pesanti come non avevo mai avvertito in vita mia, tant’è vero che mio marito un paio di volte è rimasto un po’ perplesso e mi ha chiesto: "ma sei certa di fare questa cosa, sei sicura?"
Forse per lui era eccessivo ma io sentivo di aver bisogno di farlo.
Pur nel dolore, credo che le persone vicine, mio marito, mia figlia, hanno reagito meglio all’esperienza della malattia che all’esperienza della scrittura. Perché secondo me la malattia offre un cambiamento. È come se ti dicesse “a questo punto devi cambiare”, perché hai dei tuoi nodi interiori che devi sciogliere.
Ecco, io avevo dei nodi interiori.
La malattia mi ha fatto avvertire questa cosa. È come se avessi represso una parte di me e invece questa parte doveva uscire.
Purtroppo nella mia vita sono rimasta un po’ condizionata dagli affetti, dalle persone che mi ruotavano intorno, perché comunque Silvia era la buona, Silvia era sempre quella che doveva agire in un certo modo, non doveva mai uscire dai binari…
Dopo la malattia ho sentito che questa era una richiesta per me eccessiva che gli altri mi facevano. E poi portare alla luce questa parte che forse noi dimentichiamo nel tempo, come se avessimo delle capacità interiori che a un certo punto della nostra vita ci nascondiamo, non so perché.
E’ come se la vita ci inghiottisse così tanto che questa parte nostra, interiore, la chiudiamo. Invece ho sentito che dovevo mettermi in gioco io, dovevo risolvere questa mia questione. E capivo che questo provocava dolore.
Penso che la malattia sia legata alla psiche dell’individuo, a nodi interiori che noi ci portiamo avanti e che facciamo fatica a sciogliere. E nel momento in cui mi sono resa conto che potevo veramente aiutare me stessa attraverso la scrittura, e nel momento in cui ho offerto questa scrittura anche agli altri, quindi nel momento in cui ho voluto liberare me stessa di questa cosa, ho avvertito che creavo dei buchi intorno a me.
Le persone che amavo di più, in questo tragitto, potevano dirmi “no, non ci stiamo”, perché io ero completamente diversa ai loro occhi.
Questa è la parte più difficile. Ma lì è venuta fuori la parte forse più bella di me perché ho capito che avevo iniziato a volermi bene.
In quel momento forse c’era bisogno di dire “no, adesso ci sono io. C’è tutta la mia storia che è importante, che può essere anche importante per altri, e non importa se in questo cammino voi non ci state. Io vi voglio comunque bene ma probabilmente dobbiamo fare cammini diversi”.
A volte nella vita abbiamo paura di affrontare queste cose. Ma se ci riusciamo, pur nel dolore, con tutto il tempo necessario per digerire e metabolizzare questo dolore, poi si riesce a vedere la persona in una nuova luce, e dopo stranamente nella vita succedono delle cose bellissime, meravigliose, per cui questi rapporti si capovolgono e viene fuori tutta la loro positività.
Ad esempio, con mia madre avevo un rapporto fra genitore e bambina che io ho sempre odiato, un rapporto che non mi stava bene. Adesso è un rapporto fra adulti. La stessa cosa la avverto con mio marito.
Eppure in questo cambiamento, l’assurdo della vita, la persona che mi è stata più vicina è stata mia figlia Margherita.
Aveva solo undici anni, ma nel momento in cui mi ha vista in questo grande conflitto interiore, quando ha visto che volevo portare avanti le mie scritture, che ero decisa a pubblicare e avevo tutti contro, ad un certo punto lei, nella sua fanciullezza, mi ha detto: "Mamma, fai quello che ti senti, quello che hai dentro tu fallo. A me va bene.".
Forse per me è stata questa la luce: c’è lei! Non è vero che non c’è proprio nessuno, c’è lei, vado avanti per la mia strada.
E’ stata la mia grande forza.
Oggi sento forse il bisogno di approfondire questa dimensione mia, interiore, il bisogno di darmi degli spazi miei. Per esempio mi piace tantissimo scrivere, magari delle poesie, esternare le emozioni che porto dentro. Ai tempi l’ho un po’ represso, mentre ora provo questa cosa meravigliosa di sentirmi, anche attraverso quello che mi succede. E poi forse sento il bisogno di non risparmiarmi in questa cosa, di far capire anche ad altri che vivono un percorso del genere che comunque la malattia è un segnale che non va sottovalutato, che va approfondito interiormente.
C’è la cura del corpo che è importante, però c’è anche un’altra cura, assai più importante, che è quella della mente, dell’interiorità, che va stimolata e aiutata in questo percorso.
Ci sono mille tecniche per aiutarsi in questa cosa, per esempio, ricordo che ai tempi ero stata tentata dallo yoga.
Le tecniche sono tante, ognuno di noi può trovare delle corrispondenze. E ad ogni modo vale la pena cercare di approfondire.
Quando ho iniziato a scrivere, ricordo benissimo quel momento, pensavo “ma cosa scrivo, cosa mi salta in mente, che cosa dico?!”.
Perché il primo momento è difficoltoso, soprattutto se non lo fai da tempo, se è una cosa non tua. Non è una cosa semplice. Però bisogna un pochino lasciarsi andare senza badare alla forma, cercare di esternare ciò che hai dentro, la tua emozione, la sensazione, quello che vorresti veramente. È un lavoro che va costruito. Non è facile, a volte è terribile.
Quando inizi a farlo è travolgente!
In certi momenti mi trovo a scrivere così velocemente che le cose sono già lì prima ancora che il pensiero arrivi a formularle. È come se dietro di me ci fosse un’altra forza, una sensazione stranissima. Non bisogna avere sfiducia, pensare di non riuscire, pensare che non ha senso. Non è sempre così, a volte bisogna avere un po’ di coraggio, tentare, buttarsi, e allora sicuramente si aprono altre strade. Oggi la mia è una vita sicuramente molto più profonda, più sottile, più attenta a quello che mi succede, a come vivo, all’interiorità.
Nelle persone vado sempre a cercare la profondità, l’interiorità. Per esempio mi piace tantissimo sentire le storie degli altri. Sono in contatto con due o tre persone autorevoli che mi danno veramente molto, perché hanno dentro una tale spiritualità, un’interiorità, che mi rendo conto di prendere tutto quello che posso da loro, è un più che io mi do. Perché secondo me c’è solo da imparare.
Da queste persone bevo. Ne sento il bisogno. È una cosa che sento molto forte.
Ci sono invece persone che non mi danno assolutamente niente e allora, appena avverto una perdita di tempo, mi dico “taglia, perché non te ne viene niente”.
È istintivo, e magari a volte non è giusto perché con alcune persone bisogna approfondire di più per capire che c’è dell’altro. Ma ad ogni modo ho l’esigenza fortissima di riempirmi dell’esperienza degli altri, che per me è formativa, e a volte penso che mi dia anche sostanza. Non so perché, ma quando scrivo in qualche forma strana vengono fuori. Tutto questo per me è energia per cui bevo veramente a piene mani da queste persone.
Io sono architetto e  prima lavoravo in negozi di arredamento, quindi mi occupavo sia della progettazione che della vendita. Era un lavoro che mi piaceva, perché stare in relazione con il pubblico mi è sempre piaciuto, e nello stesso tempo l’arredamento, studiare gli interni, soprattutto quelli piccolini, mi ha sempre presa molto.
Quando Margherita aveva sei o sette anni mi è stato chiesto di lavorare tutto il giorno e quindi mi sono trovata di fronte ad una scelta.
Fino ai tredici anni io sono sempre rimasta con i nonni perché mia madre lavorava, e lei lo ha vissuto malissimo, tant’è vero che il rapporto tra mia madre e me ha sempre avuto purtroppo questo nodo centrale. Quindi quando mi sono trovata di fronte a questa scelta mia madre ha detto “no, non pensare che io possa tenere tua figlia tutto il giorno. Devi scegliere. O lavori part-time e ti gestisci tua figlia, altrimenti stai a casa”.
Ho veramente vissuto un conflitto, anche perché avevamo un mutuo per la casa molto alto.
Mio marito è medico, però lavora in ospedale e non è che sia questo grande stipendio, ed essendo alto il mutuo dovevamo comunque lavorare in due. Però ho dovuto scegliere.
Ho preso un po’ di tempo però, logicamente, il titolare mi ha detto: "no, io ho bisogno tutto il giorno, devi decidere!".
Alla fine ho scelto di stare momentaneamente a casa.
Mio marito non l’ha vissuta bene.
Prima di tutto perché si è sentito ancor più responsabilizzato. Ma a distanza di tempo è servito molto anche a lui perché lì ha dovuto crescere, mentre fino a quel momento aveva sempre fatto un po’ affidamento su di me. E io mi sono molto buttata nell’educazione di mia figlia, per cui ero rappresentante della scuola, dove gestivo molte cose, e ogni tanto davo lezioni di matematica e italiano a dei ragazzini, giusto per fare qualcosina. Non erano tempi d’oro nemmeno quelli, per cui non potevo confidare in uno stipendio per quei due o tre ragazzini che seguivo, però mi davo da fare così.
Quando mia madre mi ha posta di fronte a questa scelta per me è stato durissimo, l’ho quasi odiata, è come se lei mi avesse voltato le spalle. Ma a distanza di tempo ho capito che ha fatto la cosa migliore per me, perché è stato uno stop in cui ho dovuto riflettere anche su me stessa.
Prima facevo mille cose, mi riempivo la giornata, e invece lì ho cominciato a ricostruire un po’ il mio senso, mi sono posta delle domande: “qual è il mio senso? Che cos’è importante per me?”. E infatti dentro di me prendeva sempre più importanza il fatto che la crescita di mia figlia veniva prima di tutto. E da quello che ho visto intorno a me, anche da amici, e dai ragazzi a cui davo ripetizione, l’esperienza mi ha fatto capire che i ragazzi hanno bisogno di punti di riferimento, di valori, di tempo.
Mia figlia ha retto molto bene la mia malattia. A lei io non ho mai nascosto nulla. Quando suo papà mi ha tradita, Margherita è andata un po’ in crisi perché mi vedeva diversa, tesa, nervosa, agitata. E io capivo che non potevo trasmettere questa insofferenza più di tanto. Una madre cerca anche di nascondere quei discorsi, però poi le emozioni vengono fuori, non c’è niente da fare, non le puoi nascondere.
Ogni pensiero, ogni comportamento, i ragazzi lo captano in un modo terribile, che noi neanche arriviamo a pensare. Quindi alla fine ho pensato che era meglio parlarne.
A tavola, davanti a lui, perché ho voluto che lui fosse presente, le ho detto: "Papà non si è comportato molto bene, ha fatto una cosa che non doveva, perché è uscito con una persona, eccetera..." le ho spiegato quasi come una cosa normale, "quindi è per questo che tua mamma ogni tanto è tesa, nervosa.", le dissi. 
Logicamente lui ha cercato di sminuire, di giustificarsi perché era di fronte a sua figlia, e io invece ho voluto che lui ne prendesse atto, come un fatto di responsabilità.
Nel momento in cui Margherita ha saputo è come se si fosse messa il cuore in pace, ha avuto un atteggiamento completamente diverso. Era più spontanea, più libera, meno pensierosa.
Prima si chiudeva in camera, c’era qualcosa che l’arrovellava dentro, qualcosa che comunque le faceva male.
E così è stato il tumore. Uguale.
Per due giorni io e mio marito non lo abbiamo detto, e quando siamo tornati a N. in macchina Margherita si è messa a parlare come fa quando è a disagio.
Non è una ragazzina che parla molto, ma quando vive una situazione per lei difficile lo si capisce perché inizia a parlare, a dire cose su cose, tanto che non la segui più. Per cui ho capito che c’era un disagio fortissimo e ancora in macchina ho fatto capire a mio marito che dovevamo parlarle.
Appena siamo arrivati a casa ci siamo seduti sul divano e le abbiamo detto la verità: "tua mamma dovrà fare questo intervento, è un intervento pesante, tu probabilmente non verrai in ospedale per i primi giorni perché la mamma magari avrà bisogno di un pochino di tempo, di tranquillizzarsi. Però la mamma torna a casa. Questa malattia ha bisogno del suo tempo.".
Nel momento in cui questa cosa si è detta a me è piaciuta tantissimo perché lei a un certo punto è andata in camera, è tornata con un bambolino che ho ancora a casa, con tutti i capelli sparati, bruttissimo, però bellissimo nel mio cuore, e mi ha detto: "mamma, mettilo sul tuo comodino quando sei in ospedale.". Poi è andata in camera sua e ha cominciato a cantare.
Per me è stato un momento fortissimo.
Sembra un assurdo ma per me questa malattia è stata una luce.
A volte dico “avrei potuto farlo da sola, c’era bisogno di questo?” E forse sì, c’era proprio bisogno di questo… Di qualcosa che cambiasse il corso della mia vita, che mi facesse capire che ci sono delle sfumature mie interiori che vale la pena portare alla luce. Ecco perché parlo di luce. Per una parte della mia vita ho assecondato gli altri, anche a volte per il loro bene, perché ti conoscono in questa veste, hai paura di rompere gli equilibri, e forse hai paura che ti girino le spalle. È forse questa la paura più forte. Oppure hai paura della solitudine, di ritrovarti sola. E per questo hai paura di buttarti. È come buttarsi in un tunnel, in uno di quei pozzi profondi… L’ignoto. Quindi ci vuole una grande forza. E la malattia secondo me segna questo confine.
Con il mio medico ho un rapporto molto bello.
È una persona che conosce la mia storia, ha avuto tutti i miei libri, e sa che io lo stimo molto, soprattutto come uomo. Conosce anche le mie difficoltà di un certo periodo.
Poi è strano perché la mia vita è stata costellata da queste figure di medici. I
l medico con cui sono cresciuta era un medico del San Rocco a cui ho voluto molto bene, era il mio punto di riferimento perché quando mio padre e mia madre non sapevano dirmi certe cose, anche quando si parlava all’inizio di sessualità e cose del genere, lui diventava il mio punto di riferimento. Quando mi ha lasciata, è stato un vuoto incolmabile dal punto di vista umano.
Lui ha aiutato mio marito ad entrare in ospedale quando ancora faceva l’università.
E’ stato proprio il mio punto di riferimento e quindi penso che il medico possa avere una grande forza.
A volte il medico non se ne rende conto, ma più che la forza della medicina o la forza della terapia, secondo me è la forza umana che può venire fuori dal medico.
Loro neanche sanno che grande forza possono avere dentro di loro, una forza che invece è fondamentale per la persona che hanno di fronte.
E lui è stato un uomo che ha comunque segnato la mia vita. Ricordo benissimo che lui era ancora in vita quando ho avuto la diagnosi. E guarda che strano destino la vita, lui ha perso la moglie per un tumore al seno. Quindi è venuto via da un’esperienza così forte, difficile.
Quando l’ha saputo, mi ha telefonato dalla Sicilia dove era in vacanza, e una cosa che proprio mi è rimasta impressa, che mi porto dentro, è che mi ha detto, proprio in base all’esperienza che aveva vissuto lui, sulla sua pelle con la moglie: "Lo sai che questa è una battaglia tua? Solo tu puoi combattere questa battaglia!".
Al momento è come se mi avesse dato una sberla, che grande peso! Però ha detto una grande verità. E io questa frase ce l’ho dentro di me, è come se fosse scritta nel mio corpo.
Alle persone che vivono tragitti simili, mi sento di dire che è fondamentale innanzitutto mettersi nelle mani di qualcuno che senti, che può essere un medico o una persona di fiducia, e farsi aiutare spiritualmente, perché il malato ha bisogno di contenuti.
È una grande forza, un’energia che acquisisce. E poi che ognuno di noi trovi una strada per aiutarsi, ognuno di noi ce l’ha.
Per me è stata la scrittura, per altri possono essere altre cose.
Forse c’è quella parte artistica, spirituale, quella parte poco legata alla materialità della vita che vale la pena assecondare, vale la pena ricercare. Non ci siamo abituati, ne siamo lontani.
Ho letto un paio di volte il libro di Tiziano Terzani, l’ho letto in un momento in cui ne avevo proprio bisogno, e questa sua esperienza di vita è stata folgorante.
Lui parla proprio di queste cose, di come sia importante fare un percorso introspettivo. E ogni persona può avere degli strumenti. Noi tutti secondo me li abbiamo, dobbiamo solo aiutarci e farci aiutare da qualcuno a portarli fuori.

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