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Ho sperimentato davvero l'aspetto taumaturgico del medico

Purtroppo ho cominciato a stare male a 17 anni, prima per un’artrite, poi per motivi diversi. Ma la malattia più grave è successa 10 anni fa.
Fortunatamente è successa all’improvviso e con questo mi sono risparmiata i timori, le paure e i dubbi sulle diagnosi, i pareri discordanti dei medici, la scelta sul da farsi.
Io non sapevo di avere una cosa così grave, avevo solo mal di pancia e credevo fosse un’influenza.
Mi fidavo del mio medico che diceva di non sentire niente e mi aveva solo dato dei sedativi.
Una sera, rientrando a casa dopo una lauta cena, scendendo dalla macchina ho provato un dolore così intenso che nella mia vita non mi era mai capitato: incontrastabile! Mille aghi nella carne!
È stata un’esperienza che mi ha sorpreso.
Il dolore era insopportabile e mi ha sorpreso questa qualità così insolita, perché di solito, magari contraendo il muscolo oppure premendo con la mano, un po’ diminuisce, ma quello no, non c’era niente da fare.
Ho chiesto a mio marito di portarmi all’ospedale.
Lui ha paura degli ospedali perché pensa che lì si vada a morire, perché questo gli diceva sua nonna, ma io stavo così male che volevo almeno mi togliessero il dolore.
Se mi avessero detto vuoi vivere così o andartene, io avrei sottoscritto per andarmene: era davvero insopportabile!
Arrivata in ospedale, all’inizio sembrava una cosa modesta, poi hanno pensato a un’appendicite e man mano che passavano le ore erano sempre più preoccupati.
Alla fine con l’ecografia hanno visto che c’era un liquido: “dobbiamo operarla subito se no rischia la setticemia e se ne va all’altro mondo”.
Pensavano fosse una peritonite.
Meno male che c’è il chirurgo, meno male che c’è l’anestesia e meno male che c’è l’ospedale, pensai, fossi stata in una foresta sarebbe stato molto peggio.
Il giorno dopo ho saputo che in realtà avevo la pancia con un buco nell’intestino.
Quando ho aperto gli occhi, quando sono stata meglio, verso sera, il medico mi ha spiegato che quando mi ha aperto la pancia pensava fosse appendicite, quindi ha fatto un piccolo taglietto, ma poi ha visto che l’appendice era rosa e pulita e quindi è andato più su, e lì ha visto che c’era un disastro… l’intestino con un buco enorme e feci dappertutto. E quindi, povero cristo, lui e tutti gli altri, hanno dovuto tirar fuori tutte le mie budella, lavarle, vuotarle, tagliarne un pezzo di 15 cm e ricucirmi.
Non mi hanno detto subito che avevo un tumore, ma sicuramente avevo già capito che non era una cosa da poco.
Sono andata a ringraziare il dottore, era anche simpatico, di colore: “io la ringrazio perché lei mi ha salvato la vita” (mi ricordavo come stavo male!) e lui mi ha risposto: “Lo spero...”.
Lì ho capito che, sì, mi aveva salvato la vita, ma non ero sicura di essere salva.
Ho capito che la cosa non era finita lì e che probabilmente restava un punto interrogativo.
Sono rimasta una settimana. Stavo abbastanza bene, ero abbastanza serena.
Mi ricordo che un giorno ero in prossimità degli ascensori nell’ora delle visite, e intanto che aspettavo pensavo: potrei anche essere arrivata al capolinea, ho 67 anni, in fondo la mia vita l’ho vissuta. Ripensavo a quella mia compagna di scuola, se n’è andata a 18 anni con un tumore, alle altre mie amiche che se ne sono andate prima di me.
In fondo io ho avuto la possibilità di studiare, di lavorare, ho fatto cose che mi sono piaciute molto, per fortuna mia, ho cambiato diversi lavori, sono stati tutti lavori che mi hanno affascinata e interessata, dai quali ho avuto grandi soddisfazioni.
Non ho fatto figli, e quindi non lascio soli dei figli piccoli e quindi, tutto sommato, se dovessi andarmene va anche bene.
Ho avuto la possibilità di esprimermi in molti modi, ho amato, sono stata felice, ho sofferto: ecco la mia vita.
E per il tempo che mi rimane potrei fare altre cose, ma non ho progetti così importanti che se dovesse il Padre Eterno…
Ero abbastanza convinta, come dicevo a mia madre, che l’inferno è qua e che, lasciando il corpo fisico, dall’altra parte invece c’è l’amore divino, c’è un mondo di luce e di energia positiva, di benessere, che forse è meglio di questo. Anche perché purtroppo nella mia vita ho sofferto molto fisicamente.
A 17 anni andando a scuola mi facevano male i piedi e pensavo fossero le scarpe. Poi mi si era gonfiato un dito della mano e pensavo fosse la manicure. Poi mi hanno detto: “no, lei ha un reumatismo giovanile, faccia sport e vita sana”.
Parliamo di 50 anni fa, non c’erano molte medicine.
Quest’artrite è stata veramente pazzesca, pesante: camminavo come le formiche, un passo dietro l’altro, adagio adagio. A volte ero colta all’improvviso dalla pioggia e sembravo una deficiente a camminare lentissima sotto l’acqua scrosciante.
La mattina puntavo la sveglia alle sei e prendevo un’aspirina per poter arrivare fino al bagno, attaccandomi ai muri e ai mobili, e poi prendere il tram per andare a scuola.
Quando mi capitò questa cosa mi dissi: “Adele, qua i casi sono due. O ti metti in una bara e ti tiri un colpo, o decidi di vivere e di affrontare questo disagio così pesante”.
Avevo sempre un mal di piedi fortissimo, come quello che una volta si provava quando si andava a visitare la fiera campionaria, che si stava in giro tutto il giorno, magari con le scarpe coi tacchi, e poi si arrivava a casa che proprio non si sarebbe fatto più neanche un passo, per nessun motivo… Ecco, esattamente così. A volte era anche imbarazzante. Se andavo al cinema con un amico prima che finisse il film dovevo cominciare a spingere i piedi sul pavimento perché se non lo facevo appena mi alzavo quasi traballavo per il dolore.
Ricordo che tiravo di scherma e ho deciso di continuare, di non abbandonare.
Per 5 anni ho tirato di fioretto pur avendo alle mani e ai piedi tutti questi problemi seri.
Davvero ho avuto molta forza di volontà!
È stato un grosso disagio e anche una limitazione nella scelta delle cose che avrei voluto fare.
Magari avrei voluto imparare a ballare sulle punte, oppure fare un corso di flamenco. Magari anziché fare l’educatrice e poi la dirigente di scuole materne avrei potuto fare la hostess, che all’epoca era un lavoro nuovo, e quindi viaggiare per il mondo. E tanti sport e cose che non ho potuto fare...
Sono limitazioni pesanti, però fortunatamente ho trovato dentro di me sufficiente energia e voglia di andare avanti lo stesso.
Ero purtroppo allenata al male, al malessere e al dolore fisico.
Al mattino non riuscivo neanche ad alzare la testa dal cuscino, il collo mi faceva così male che non reggeva il peso. Allora afferravo un ciuffo di capelli e mi tiravo su. È durato per anni.
A volte non riuscivo neanche a tenere in mano un pettine, a volte mi si gonfiava il ginocchio fino a diventare come un’anguria. E quindi infiltrazioni, medici, continue cure, le pastiglie, poi i controlli, vai a fare il prelievo, poi vai a prenderlo, portalo al dottore. È tutto un grande andirivieni.
Per fortuna il mio dottore della mutua era bellissimo! Una nota positiva.
Quando l’ho visto la prima volta mi sembrava Cary Grant alla scrivania, era proprio un sosia. Quando l’ho visto mi è venuto un colpo, non me lo aspettavo. Ricordo che mi ero presa una bella cotta! Ci pensavo in continuazione, ma lui era sposato con figli.
Un’estate mi aveva invitata a mangiare un gelato. Ci sarei andata in ginocchio! Però dissi: "purtroppo i miei freni inibitori mi inibiscono di accettare il suo invito, perché lei è sposato...". (Ho fatto molta fatica a dirgli di no, mi piaceva da morire). Lui mi rispose: "Come dicono a Bergamo, lei sta cercando il fresco per il letto.”. Gli risposi: "Che cosa vuol dire? (ero molto ingenua)".
Andando avanti il mio disagio si è sempre più aggravato.
A 24 anni il radiologo ha pensato bene di dirmi: “Signorina, lei a 40 anni avrà i piedi sfasciati!”.
Anche questa non è stata un gran bella notizia da mandar giù.
Poi mi hanno detto che avevo un’artrite psoriasica e che la psoriasi non sarebbe comunque mai guarita. Poi ho avuto una tiroidite. E così via.
Sempre lo stesso leitmotiv che io cercavo di tenere basso ma che comunque ha accompagnato la mia vita.
Poi mi sono sposata e pensavo che forse avrei voluto una famiglia numerosa.
Ma questa, più che un’idea mia, forse mi era stata messa in testa da un cugino che era in crisi mistica per i fatti suoi e pensava che io dovessi vivere la favola del principe azzurro.
Il mio ginecologo pensava invece che nelle mie condizioni una gravidanza non era consigliabile, con quelle ossa malandate, e che rischiavo di stare molto peggio.
Per senso di responsabilità pensavo che fare un figlio per poi non poterlo tenere in braccio, dover chiedere a mia madre, non mi sembrava giusto nei confronti di questo eventuale bambino.
Quindi non ho avuto figli.
Facendo però l’educatrice e la dirigente delle scuole materne alla fine ero sempre in mezzo ai bambini. E devo dire che, al contrario di altre maestre che andavano in depressione perché non riuscivano ad avere figli, non so se ho censurato o vicariato con questo lavoro il mio desiderio di maternità, ma in effetti quando uscivo di lì alle 3, specialmente i primi tempi quando gestivo da sola cinquanta bambini per sei ore, pensavo: e se avessi altri figli a casa, come farei a ricominciare?
Nel frattempo, mentre mi preparavo al concorso di dirigente, ho fatto due anni di accademia di arte drammatica: è stata una bellissima esperienza anche questa!
Non volevo far l’attrice, volevo solo mettere a posto la mia dizione perché ero rimasta colpita da un episodio buffo: ero andata a bere un caffè a Marina di Ravenna e entrando nel bar avevo semplicemente detto: “un caffè”. Il barista mi aveva guardata e aveva chiesto “ma lei è di Milano?”.
Avevo 23 anni e tenevo molto alla mia privacy, me la menavo un po’, e quindi non mi andava il fatto che soltanto con una parola una persona potesse capire di dove ero. Così sono approdata all’accademia dove ho fatto questo corso veramente affascinante di due anni.
Il primo anno era solo dizione e cultura teatrale.
Abbiamo lavorato molto sulla voce, parola per parola, cercando il significato, il significante, i ritmi, i toni, i timbri, le velocità. È stato bellissimo.
Poi ho fatto anche il secondo anno e ho preso il diploma di attrice.
Non volevo fare l’attrice, perché è una follia, figuriamoci per una persona che come me ha bisogno di certezze. D’altra parte non m’interessa l’applauso, essere al centro dell’attenzione. Piuttosto ho molto bisogno di essere approvata. Vorrei non sbagliare mai, far sempre le cose per bene.
Ho avuti pochi rimproveri, ma quei pochi mi bruciano sulla pelle. Mi dispiace davvero molto sbagliare. Nelle mia vita sono riuscita ad andare avanti, nonostante questi grandi handicap e nonostante tutti questi annunci pesanti che si sono poi puntualmente verificati: i piedi si sono staccati e allora chiodi e viti, mi hanno segato gli alluci li hanno riavvitati, eccetera, le mani si sono piegate e anche lì, altri problemi, anche se ho continuato a suonare il piano perché mi piaceva (mia madre suonava il piano e ci ha insegnato ad amare la musica), è molto rilassante, permette di staccarsi dalle tensioni e rigenerarsi. È un nutrimento dell’anima e questo era importante per me che pensavo a questa malattia così pesante, sapevo che non sarebbe mai finita se non in peggio.
Quello che potevo pensare riguardo al mio futuro era di finire su una sedia a rotelle...
Non progettavo mai per un futuro lontano, probabilmente censuravo questo problema, ma non facevo mai progetti.
Mai una volta ho pensato “quando avrò 80 anni...”, in fondo non avevo niente di bello da pensare per i miei 80 anni.
Ancora oggi spero di non arrivare a 80 anni perché secondo me, salvo le rare eccezioni, la vecchiaia porta guai! La manutenzione aumenta e quindi la qualità della vita ne risente.
Per quanto mi possa piacere la musica, i film, la compagnia, l’arte, le poesie, tante cose belle che si possono fare anche da vecchi, ma l’idea di questi tagliandi continui non mi entusiasma.
Dopo essere uscita dall’ospedale, quando il dottore mi ha tolto i punti gli ho fatto qualche domanda e lui mi ha detto: “ma insomma, è inutile che ci giriamo intorno, le hanno tolto un tumore”. Così, senza mezzi termini! Poi invece la dottoressa del reparto, con la quale avevo simpatizzato, ha voluto ricevermi. Voleva dirmelo lei, in un modo più garbato. Mi ha detto che avevo un tumore e che dovevo fare una chemioterapia. È stato un bel colpo perché non pensi mai che ti possa capitare. O meglio, lo pensi anche, ma in realtà è una frase fatta, pensi che possa capitare più agli altri che non a te.
Per quanto mi riguarda mi dicevo: “il Padre Eterno mi ha dato questo guaio che mi porto avanti da quando avevo 17 anni, forse basta, vogliamo aggiungere dell’altro?”. E invece no, c’era anche questo. Quando ho saputo di aver questo linfoma e di dover fare una chemio mi sono rivolta ad un amico che lavorava all’Ospedale Oncologico e lui mi ha mandato da Moretti, secondo lui il più bravo.
Ho trovato una persona straordinaria, molto accogliente e rassicurante. Mi ha spiegato che si poteva curare, mi ha spiegato che sì, era necessario fare questa chemioterapia, che però probabilmente non mi avrebbe dato disagi gravi e via dicendo.
Mi ha spiegato tutto molto bene, è stato così accogliente e gentile, anche con il timbro della voce. Infatti mi ha detto: “devi subito fare una TAC per vedere se c’è qualcos’altro in giro, perché questi linfomi con la chemio spariscono come la neve al sole e dopo non lo sappiamo più...”.
Aveva usato proprio queste parole, “spariscono come la neve al sole”, e ricordo che questa frase mi aveva colpita e mi aveva un po’ rassicurata, “ti ringrazio di queste cose che mi dici, mi rasserenano, mi rassicurano” risposi. Tanto che quando sono uscita e ho spiegato la situazione a mia sorella che mi aspettava fuori, man mano che parlavo lei mi guardava e sbarrava sempre di più gli occhi.
In effetti io le stavo raccontando questa cosa se si trattasse di qualcun altro.
Non ero spaventata, non ero in lacrime, non ero angosciata.
Non so come mai, forse perché Moretti era stato così bravo nel darmi questa speranza.
Non mi ha dato certezze, ma mi ha lasciato intendere che in qualche modo poteva anche finire bene. Mi ha fissato subito l’appuntamento per la chemio, prima ancora di sapere i risultati di tutti gli esami: “Ci vediamo il 7 maggio” mi disse.
"Caspita, qui non si perde tempo!", risposi. 
Quel giorno mi avevano accompagnato a fare la visita mia sorella e mio marito, e nonostante avessi una ferita abbastanza fastidiosa all’inguine, ho detto: “dai, andiamo a mangiar qualcosa”.
Abbiamo fatto una passeggiata, ci siamo fermati a mangiare all’aperto, abbiamo fatto una chiacchierata, insomma, l’atmosfera era rilassata.
Io cerco sempre di abbinare un aspetto positivo, lieto, per alleggerire un po’ le situazioni pesanti.
Quindi ho deciso di fare questa chemio all’Ospedale Oncologico.
Il Prof. Moretti è stato davvero grandioso, l’ho ringraziato mille volte, lo penso sempre con gratitudine e gliel’ho anche detto.
Ha un approccio molto gradevole e molto positivo con i pazienti.
È serio e professionale, senti di essere in buone mani.
Lo vedevo ogni settimana quando andavo a fare le flebo.
Il posto è molto bello: c’è questa sala con la chaise longue, i box con le tinte azzurre… avevo più la sensazione di andare in un centro di estetica.
Anche le infermiere erano gentili.
Io avevo deciso di prendere positivamente questa cura.
Avevo letto dei libri che mia nipote mi aveva portato dall’America, sulla guarigione, sul quant’è importante il pensiero positivo.
Parlavano di persone che erano riuscite a guarire solo attraverso la meditazione, senza altre cure.
Le chemio per fortuna non mi hanno dato grandi problemi. Una era rossa come il Campari: “andiamo a farci il Campari”, dicevo sempre.
Poi man mano che facevo i controlli mi sono sentita sempre più sollevata perché l’esito era positivo, la cura funzionava.
Questi linfomi hanno cominciato a sparire, fino alla completa scomparsa.
I primi tempi dovevo ancora fare controlli ogni mese, ma almeno non prendevo più medicine e non dovevo più fare la chemio.
Arrivate le vacanze ho cominciato a fare anche delle meditazioni di autoguarigione basate sul metodo dell’americana Louise H. Hay, che per due volte si era guarita da sola un tumore al seno, senza altre cure, aiutata soltanto alcuni maestri con le quali faceva meditazione.
Aveva intrapreso un cammino spirituale, di ricerca.
In passato avevo già letto molti libri sull’argomento e quando ti capita il guaio, inevitabilmente te ne occupi.
Mia nipote mi aveva tradotto questo libro, che era in inglese, ma poi io ho voluto inciderlo con la mia voce.
La mia voce mi piace, è un po’ una forma di gigionismo, però quando ascolto ho una specie di deformazione professionale.
Anche se lei era abbastanza brava nella dizione, io prestavo troppa attenzione ai significanti, alle pause e ogni tanto mi distraevo, pensavo: "ma questa cosa si potrebbe dire meglio, questa parola andrebbe detta in un altro modo....". E poi mi sono detta che in fondo sono io che parlo a me stessa.
Mia nipote mi ha dato un bellissimo sottofondo musicale che sembrava di volare in cielo fra le stelle e ho inciso questo testo parlando a me stessa: “fai un rilassamento profondo, ecc.”
Tutti i giorni facevo 20 minuti di rilassamento e meditazione di autoguarigione, era molto gradevole e penso che questa cosa mi abbia aiutata.
Ovviamente il pensiero in ogni momento tornava sulla malattia, ma tutte le volte che mi veniva un pensiero negativo cercavo di sostituirlo subito con un’affermazione positiva, e questo era rasserenante. Sono andata avanti per lungo tempo.
Dopo 5 anni pensavo di esserne fuori e invece, tre o quattro anni fa, Moretti mi ha detto: “facciamo una TAC perché potresti avere di nuovo un linfoma o una leucemia”.
Avevo un LDH folle e lui si era molto insospettito, ma per fortuna non c’era niente.
Nel frattempo ho subito un’operazione al cuore, tanto per aggiungere qualcosa.
Avevo delle tachicardie folli. All’improvviso avevo dei batticuori, la pressione andava a 45/60 e dovevo sdraiarmi, ovunque mi trovassi.
La prima volta la camicetta saltava così tanto che mi veniva da ridere! I
o ho questo senso un po’ comico delle cose, per fortuna...
Prima mi sono sdraiata in macchina e poi sono riuscita ad arrivare alla cabina telefonica e ho chiamato mio marito perché mi venisse a prendere.
Il povero Cristo si è preso un altro spavento...
È venuto a prendermi e gli ho chiesto di portarmi in ospedale. Ma prima ancora di arrivare in ospedale, d’un tratto è passato tutto  e quindi siamo tornati a casa. Però questi episodi si ripetevano ogni due per tre.
Arrivavano i lettighieri con le maschere dell’ossigeno, mi mettevano le flebo, eccetera.
Stavo sempre peggio! Per attraversare la strada a piedi non mi bastava il tempo di un semaforo. Camminavo pianissimo e mi dovevo sempre fermare a riprendere fiato.
Ho deciso di farmi operare: così non è vita, non ha senso...
L’idea che mi squartassero il torace mi dava molto fastidio però il cardiochirurgo mi aveva detto: ”le faccio taglietto qua, entro  e le sistemo la valvola. Spero di rammendargliela e di non sostituirgliela”. Ero serena, sembrava una passeggiatina, ti faccio il taglio, poi rammendo e cucio.
La sera prima dell’intervento arriva l’anestesista e mi racconta tutto quello che avrebbero fatto (dovevo firmare il documento).
Comincia a dirmi che mi sgonfiano il polmone, che mi fanno l’extracorporea, che poi andrò in sala rianimazione perché la respirazione sarà forzata, insomma… Mi sono presa uno spaghetto!
Ma che modi sono questi di dire le cose? Non devono dire queste cose la sera prima!
Gli psicologi lo sanno!
Dimmelo la mattina così almeno durante il giorno rielaboro! ma la sera prima, alle sette! E l’indomani mi operavano! Mi sono veramente presa uno spaghetto...
E’ venuto e ha detto: “io sono l’anestesista”.
L’avevo già visto, era un bel ragazzo, tra l’altro simpatico, e mi ha spiegato per filo e per segno, senza enfatizzare o con un tono spaventoso, ma spiegandomi molto bene che mi dovevano sgonfiare un polmone, che mi dovevano fare un taglio qui, che lì mi mettevano il tubo, che il sangue poi andava altrove, che dopo mi avrebbero intubata, che sarei rimasta in sala rianimazione con la ventilazione forzata…
Il cardiochirurgo invece aveva solo detto che mi avrebbero fatto un taglio, che sarebbero entrati con una macchina a quel punto avrebbero visto il dà farsi e avrebbero rammendato. Ne aveva fatti 200 d’interventi così e quindi ero tranquilla.
Quando l’anestesista mi ha fatto tutto quel discorso non ci potevo credere.
Sono una che cerca sempre di prendere le cose con un po’ di allegria, però devo dire che quella sera è stata dura. Comunque mi hanno operata ed è andato tutto bene.
La notte sono stata male, avevo dei dolori atroci al torace, quindi ho chiamato l’infermiera che mi ha dato della morfina e ho dormito.
Erano tutti carini, l’Amabilis è anche un posto accogliente.
Il giorno dopo mi hanno portata in bagno, mi hanno messa seduta sull’asse della tazza perché mi facessi la doccia. E io ero lì, seduta sul water, sorpresa. Non sapevo neanche da dove cominciare per fare questa doccia.
Dopo un intervento così ti senti diversa, sei piena di dubbi, non ero sicura di farcela. Però ero lì da sola, e quindi… Sono stata 10 minuti a pensarci e poi mi sono decisa: “se mi hanno lasciato qui sola si vede che questa è la prassi”.
A dire la verità avrei preferito avere una persona vicino, però è andata così.
Mi sono fatta questa doccia. Più tardi mi hanno fatto degli esami e mi hanno detto che l’intervento era andato bene.
Il quarto giorno mi hanno detto che l’indomani mi avrebbero mandata a casa, anche se avevo un versamento.
Un medico del reparto mi avrebbe spiegato come gestirlo.
Invece l’ultima visita è stata quella dell’endocrinologo che doveva ridarmi le pastiglie giuste. Mi ha dato il foglio e mi ha detto “Arrivederci e auguri”.
Il cardiochirurgo mi aveva detto che ci saremmo rivisti entro un mese.
Uno torna a casa ed è contento. Pensa che sta bene, che è tutto finito, risolto. Inoltre, essendo stato un intervento poco invasivo non dovevo neanche fare rieducazione, ero pure fortunata. Invece arrivata a casa ci ho messo un quarto d’ora per fare i pochi metri per arrivare all’ascensore.
Mi scendevano le lacrime: non pensavo di trovarmi in una situazione come questa...
Stavo così male che non potevo sollevare un libro, un cuscino.
Potevo sollevare due o tre fogli ma non un quaderno.
Non potevo fare niente, dovevo sempre chiedere aiuto.
Ero sdraiata, ero sempre stanca, camminavo adagio e prendevo le medicine che mi avevano dato.
Un giorno il mio amico dell’Ospedale Oncologico ha telefonato per sentire come stavo e mio marito gli ha raccontato la situazione: che ero senza forze, non potevo far niente, stavo malissimo, che mi mancava anche il fiato.
Mi ha detto di andare subito da Decarlo, che è bravissimo.
Decarlo vede i miei esami, mi ascolta, mi fa qualche altro esame, e si siede davanti a me. È un personaggio di una simpatia straordinaria e di un’empatia incredibile. Mi ha detto: “Senta, faccia come se io fossi un amico. Lei ha dei problemi, è come se le fosse passato sopra un tir, tanto per farle un esempio. Io penso di poterla tirar fuori. Io sono come un amico ma lei deve fare assolutamente tutto quello che le dico di fare, altrimenti mi arrabbio”.
A me andava bene. Allora mi ha dato 19 pastiglie che dovevo prendere nell’arco della giornata.
Ricordo solo le pastiglie, non ricordo mi abbia detto di fare altre cose. Ma la sua presenza, la sua voce, il suo sorriso, la sua accoglienza, sono stati tali che mi hanno dato una sensazione di rinascita, di fiducia, di potercela fare di nuovo! Sono tornata a casa contenta!
Io avevo tutti i suoi numeri di telefono, mi aveva detto di chiamarlo se avevo bisogno, e ogni due o tre giorni mi chiamava lui: “signora come va?” diceva con questa voce energica.
Che piacere sentirlo! Solo quello mi faceva stare bene!
Ho sperimentato davvero l’aspetto taumaturgico del medico.
Secondo me il Decarlo solo con la sua presenza, solo con la sua voce, ti fa star bene. Almeno questa è stata la mia esperienza.
In effetti ho cominciato a star meglio. Un po’ per volta ho ripreso un po’ di forze. Ma nonostante tutto questa ripresa era lentissima e non si capiva come mai...
Dopo mille tribolazioni è venuto fuori che avevo una polmonite che non mi avevano trovato.
In una situazione in cui ho: problema alla tiroide, problema d’artrite, problema all’anca, problema ai piedi, problema alle mani, problema al cuore, problema all’intestino, il problema dell’LDH che ancora non è stato risolto…
Ogni tanto mi dico: “ho fatto quell’esame là, il cardiologo mi dice così, quello mi dice cosà, io non so cosa fare, lui non sa cosa dirmi”. E quindi mi era tornato il fiato corto, ma non volevo chiamare, mi seccava, e quindi ho tiro avanti senza dire niente a Decarlo.
Quando sono andata da lui si è sorpreso: “E me lo dice adesso?”, mi disse.
“Si, te lo dico adesso perché io non so che cosa fare”, risposi.
Mi ha capita, perché diceva che in effetti spesso manca un medico di riferimento. Ed è vero.
Quello che ho sperimentato in quest’ultimo periodo è che quando sei malato, quando hai un sacco di guai, ne hai piene le tasche perché ormai, dico la verità, non che non ami la vita perché mi godo un bel film, so ancora godermi i piaceri, ma ci sono tante cose di cui ne ho pieno le tasche.
Vorrei che qualcuno mi sollevasse dall’onere di tutte queste visite mediche, i documenti, il correre qua e là: è come un lavoro! E ogni volta rimesti. È tutto un gran rimestone.
Una volta Decarlo mi ha detto: “perché non buttiamo via tutto?”.
In effetti è una bella idea. Ma dopo…?
Dulcis in fundo, a giugno scorso mi è venuto uno sfogo, mi si spelava tutta la faccia: sembravo una lebbrosa!
Una bella ciliegina sulla torta proprio prima dell’estate!
Vado dal dermatologo, mi dà delle pomate che non servono a niente. Allora vado da un’altra parte, e lì mi dicono che forse ho il lupus, che però bisognava fare degli esami dall’allergologo.
Vado dall’allergologo, mi riempie di cerotti e mi dice che non ho niente.
Incontro la dottoressa che mi aveva mandato là: "Dottoressa, non ho niente", le dico. Mi risponde:"Chi l’ha visitata?". "La pinco pallo", dico. "Quella non capisce niente, venga con me: è impossibile!", mi dice.
Mi porta da questo dottorone con i capelli lunghi, strano.
Più che un dottore sembrava un asceta.
Nonostante gli esiti negativi, nonostante l’allergologa mi avesse detto così e l’altra super esperta mi avesse detto cosà, lei era convinta che io potessi avere qualcosa: “le faccio un Day Hospital al Limiti”. E vado al Limiti a fare questo il Day Hospital.
Porto un pacco di esami che già mi sembravano una tonnellata e questa mi dice: "Mi racconti la sua storia". "Veramente la mia storia comincia quando avevo 17 anni…", le rispondo. "Ma non mi ha portato le cose di allora? le medicine che ha preso...?", mi domanda. Le rispondo "Medicine le ho prese tutte, ma sinceramente non mi ricordo i nomi, le cose, sono troppe...!".
Io credevo di aver portato l’ira di Dio ma non le bastava!
Per fortuna ero lì con un’amica! A un certo punto ci siamo guardate in faccia e abbiamo iniziato a ridere: mentre la dottoressa scriveva noi non la finivamo più di ridere, non riuscivo a fermarmi!
Alla fine, o ti spari o ridi!
Si è accontentata di quello che le avevo portato e mi ha fatto fare tac, radiografie e altri esami. Per poi dirmi che il lupus non ce l’avevo.
Adesso ho sempre in ballo questo problema del LDH ma il Decarlo ha detto che ci avrebbe pensato lui a chiedere che cosa poteva essere. E quindi nel frattempo mi sento meglio perché ho visto Lui.
Forse dovrei andare là e registrare la sua voce, così quando ho bisogno del Decarlo attacco il registratore ed è come se mi facessi una pera!
Lui è proprio importante per me. Io ho assolutamente bisogno di un medico che dà fiducia, che dà speranza, che ti dice: “Ok, stai morendo, ma dai, non soffrirai tanto” oppure: “Sì, sei gravissima ma magari ci mettiamo ancora una pezzolina.” Ecco, uno così.
Non come quell’ortopedico che parlava sottovoce, quello che mi ha curata quando mi sono rotta il femore.
Entri e non ti saluta, ti bisbiglia qualcosa. "Scusi, cosa ha detto?" gli chiesi. "Si deve pesare tutte le mattine, ma solo fino a 3 chili", mi rispose. "Cosa vuol dire?", insistei "Che ci deve caricare 3 chili...", rispose. "Scusi come faccio a saperlo?", continuai. "Deve mettere il piede sulla bilancia...", riprese. Insomma, Cose da mettersi le mani nei capelli!
Oppure quell’altro scemo, mi si perdoni la parola ma gli va proprio ad hoc.
Era 15 giorni dopo l’intervento al cuore, avevo ancora le ferite, i lividi e tutti i postumi dell’intervento.
Ero lì sdraiata, con questi che corrono avanti e indietro con le flebo, e mentre mi fa l’elettrocardiogramma, questo dice ad un collega seduto lì vicino: ”Questi interventi mini invasivi” a voce alta, io non gli avevo chiesto niente “Sono una gran boiata! guarda qui! Guarda là! Guarda che reflusso!”. Sentirmi dire questa cosa, da questo qua, che a voce alta, con questo tono di disprezzo, facendo pure il nome di chi mi aveva operata diceva: “ah Cesare Cesare, che cosa combini!”.
Quando ha finito l’ecografia ho detto: “Dottore, mi sembra di capire che sono in un mare di guai, ma si può fare qualcosa ?” e lui mi dice: “Eh, signora, si può fare. Qui bisogna rioperare con il metodo tradizionale, aprendo il torace. Sperando che qualcuno voglia metter mano ad un intervento mal riuscito” e mi congeda.
Ero fuori che aspettavo che mi venissero a prendere, hanno cominciato a scendere le lacrime.
Tornata su nel reparto, ho raccontato questa cosa ad una dottoressa molto carina, con la quale c’era stato anche un certo feeling, che mi dice che poteva mettermi in nota per fare questo intervento. Insomma, tra una cosa e l’altra, consultandosi tra vari cardiologi e chirurghi, volevano operarmi da lì a un paio di  settimane. Ma a quel punto non avevo più energie ne risorse per affrontare un intervento così invasivo.
Sono stata zitta ma pensavo: “io non ho voglia di farmi operare, di farmi squartare il torace, di rifare questa menata”.
Poi sento la dottoressa dire a mio marito che visto che ero lì potevo fermarmi così mi avrebbero operata prima.
Quando è entrato gliel’ho detto: “No, proprio questo no, io non sono d’accordo! Non sono assolutamente pronta a subire un nuovo intervento!”.
Sono andata a casa ed è stato allora, subito dopo, che ho incontrato Decarlo.
Nel frattempo, visto che continuavo ad avere forti attacchi di tachicardia, avevo sentito altri pareri sull’intervento. E mi avevano detto che era stata una “boiata”.
Dopo un mese sono quindi tornata all’Amabilis.
Volevo parlare con il cardiochirurgo per dirgli che mi era stato detto che lui aveva fatto una "boiata", volevo sentire cosa avrebbe risposto.
Io ero andata da lui perché me lo avevano consigliato in molti, era ritenuto uno molto bravo per quanto riguarda i problemi alle valvole cardiache.
Gli ho quindi riferito quello che mi era stato detto e gli ho spiegato di queste tachicardie folli che continuavo ad avere.
Loro guardano la tachicardia e pensano che sia la valvola, ma la valvola non c’entra niente” mi ha risposto.
Quindi mi ha visitata e appena mi sono alzata dal lettino ho avuto un attacco fortissimo. Si è spaventato. “La ricovero subito e l’affido a miei colleghi del reparto specializzato in queste cose, così la sistemano, le faranno un’ablazione”, mi disse.
Sono andata lì, è arrivato questo bell’uomo, giovane e abbronzato, con la gelatina nei capelli, che era il capo di quella divisione.
Mio marito, che era fuori, lo vede entrare. Poi vede entrare un assistente, poi un altro assistente, due infermieri e un altro medico.
Lui si preoccupava perché tutti entravano e nessuno usciva!
E infatti non riuscivano a fermare l’attacco di tachicardia.
Il medico era molto serio e io a quel punto ero preoccupata. "Vedo che ha la faccia molto preoccupata, dottore, che cosa sta succedendo? è molto grave la faccenda?" chiesi. "Io preoccupato?" mi disse, "Ma no, si figuri. È perché ho fame, devo andare a mangiare...".
Diceva così ma in realtà aveva la faccia proprio seria e preoccupata, poi c’era intorno tutta quella gente arrivata a vedere questa roba che non andava a posto.
Finché, senza dirmi niente, mi fanno un’iniezione, di un colpo solo.
Io sento un gran casino nel cuore e penso: "adesso me ne vado proprio...".
"Sì, la tachicardia è anche passata, però se lei mi avesse detto quello che stava facendo non mi sarei spaventata così tanto! È stata una cosa davvero terribile...", gli dissi. 
E poi mi ha spiegato che il mio problema poteva essere risolto con un’operazione.
Questa tachicardia possiamo toglierla facendole un’ablazione. Le metto un catetere, arrivo al cuore, vedo dove sono i punti che scatenano la reazione e cauterizzo questi punti nell’incavo del cuore, così lei non avrà più questi problemi”, mi rispose.
Quella che è seguita è stata un’ora che per fortuna mi ha risolto la vita, perché da allora non ho più avuto tachicardia, ma è stato un autentico strazio!
Sarà stato per l’approccio del medico, oppure perché a quel punto ne avevo passate così tante che non ne potevo più. Comunque sia, quando sono scesa in sala operatoria mi è venuta addosso una paura tale che mi scendevano le lacrime e cercavo di asciugarmele con il lenzuolo.
Ero spaventata e le lacrime continuavano a scendere.
Rivolgendomi ad un’infermiera che era lì ho chiesto, con le lacrime negli occhi: “senta, che cosa mi faranno?” avevo bisogno di essere rassicurata.
Questa, con aria supponente, stizzita, mi ha risposto: “Signora, se lei è venuta qui i medici le avranno detto che cosa le faranno, no?
Poi è arrivata un’assistente, una donna, io continuavo a piangere, e le dico: “Sono molto spaventata, ho bisogno di un aiuto non può darmi un sedativo?”.
Niente da fare, mi rispose: “non posso, lei deve stare sveglia. Tutt’al più chiederemo al professore quando arriva”.
Quando arriva l’assistente gli chiedo la stessa cosa, e anche lui mi dice che non può darmi niente con un tono assolutamente freddo, senza nemmeno l’ombra di una parola di conforto.
Finalmente arriva il boss. Mi guarda, vede che piango, e io gli dico: “senta, io sono molto spaventata e avrei bisogno di un aiuto, non può darmi un piccolo sedativo, qualcosa per aiutarmi?”
Lui intanto si era messo questa giacca per difendersi dai raggi, mi guarda, si avvicina e in faccia mi fa: “Bau! - Bau!
Ero allibita! "Questo è fuori!" ho pensato.
Io studio comunicazione so quanto sia importante la voce. Uno può dire urlando “Si calmi signora!”, oppure dolcemente, con tono pacato “Si calmi, signora, vedrà che andrà bene”.
Basta veramente una parola... Ero allucinata! Non ci credevo! Mi sembrava di essere in un mondo di folli!
Questi fanno i medici, ma io sono una persona! Questa è stata la sua risposta, bau bau.
No so se pensava fossi un bambino piccolo, non so che cosa gli sia passato per la testa, ma era una situazione folle.
E comunque mi dice: “non posso darle niente perché lei deve stare immobile, deve cercare di respirare con regolarità e di non fare respiri forti. Deve stare tranquilla!”.
Come no: ero proprio tranquilla...!
Insomma, hanno inserito i cateteri con difficoltà varie e hanno iniziato a cauterizzare i punti da cui partivano le scariche elettriche. “Allora cominciamo”, disse.
Io ero sdraiata e non vedevo niente.
C’erano tre video e lui aveva vicino un’infermiera che gli dava dei numeri: “400” “13” e lui manovrava questo aggeggio che mi dava delle scariche elettriche e io sentivo la tachicardia che arrivava.
Lei dava i numeri “300, 1000, 45” e lui, trac! dava queste scariche.
A me avevano detto che sarebbero stati due o tre punti. Invece saranno stati cinquanta! Non finiva più, è durata più di un’ora e mezza e io non ero stata preparata ad una cosa così.
Emotivamente è molto pesante. Ogni tanto sentivo male ma dovevo stare ferma, immobile, non respirare, non parlare.
Ad un certo punto mi ha fatto proprio male, ho sentito dolore forte, lungo: "Posso parlare?", chiesi, "Senta mi ha fatto molto male, così non lo tollero, non possiamo fare qualcosa?". "Ha fatto bene a dirmelo", rispose, sempre con quel tono freddo e secco, "allora quando le faccio male lei dica “male”, così vado più adagio".
Passa un’altra mezzora di scariche più o meno dolorose quando finalmente si ferma, ma non dice niente.
"Sto pensando...", dice ad un tratto. 
"Questo è pazzo!", penso invece io.
"Adesso andiamo avanti e ne facciamo ancora un po’", disse.
Ed è andato avanti un altro po’ così.
Io mi sentivo come in mano ai nazisti che facevano le torture con scariche elettriche.
Quello era il mio stato d’animo.
Finalmente ha deciso di smetterla: "Adesso mi fermo se no rischio di doverle mettere un pace maker". Questa è stata la conclusione.
Quando sono rientrata in camera ho cominciato a piangere così tanto che non riuscivo più a fermarmi. Ho anche litigato con mio fratello! Probabilmente per minimizzare, per aiutarmi mi disse che anche loro dovevano fare il loro lavoro…
Ho fatto una scenata come mai nella vita, io che non ho mai litigato con i miei amici o parenti, non è proprio nel mio temperamento.
Gliene ho dette di tutti i colori! “Tu non puoi dire questa cosa!”
Mi è montata una tale rabbia che lui volesse pure difenderli, questi che sono stati così tremendi!
Poi mi è passata.
Il giorno dopo mi hanno mandata a casa.
Devo dire che nonostante tutto sono stata contentissima e lo rifarei.
Intanto sarei preparata a tutto quello che capita, ed è vero che probabilmente mi è costata molta più fatica perché ero già stremata da tutte le cose precedenti.
Per fortuna le tachicardie non mi sono più venute, quindi benedico il giorno in cui mi hanno fatto questa cosa. Certo però che sulle modalità potevano fare di meglio!
I medici dovrebbero fare un corso sulla voce, su come si parla ad un paziente, su come si saluta, come si incoraggia, su come si consola.
Non che uno debba fare il consolatore, ma basta una parola, un gesto, una mano sulla spalla, un “ti capisco”, una cosa qualunque. Invece ti rispondono male, come quell’infermiera...
Una così sarebbe da licenziare, non ci si può rivolgere ad un malato in quel modo!
Un po’ di psicologia e l’uso della voce, è fondamentale.
Ci aiuta a vivere meglio la malattia, a guarire prima, ad aver fiducia e questo è straordinario. Decarlo docet, Moretti docet.

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