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Se avessero una visione più sistemica dell'organismo...

La mattina del 12 luglio mi sono svegliato alle 5 con un forte dolore al petto e con un calo di pressione. Dopo un quarto d’ora mi sono deciso a telefonare al 118, ero in un paesino sul lago e quindi mia moglie si è attivata: sudavo freddo e avevo i classici sintomi dell’infarto.
Il 118 ha mandato subito un’ambulanza che però non era attrezzata per gestire un infartuato. Perciò si sono messi d’accordo con un’altra ambulanza che partiva da V. (cittadina del Nord Italia), la quale è arrivata dopo quasi mezzora.
Mi hanno caricato e mi hanno portato fino a V.
Nel tragitto mi hanno fatto un primo intervento, ma era solo un trattamento così, con le risorse che potevano avere su un’ambulanza di volontari: non c’era nessun medico, nessuno che potesse garantire un intervento precoce su un infarto.
A V. hanno fatto una prima diagnosi e hanno visto che si trattava di un infarto molto forte, molto pericoloso, per cui mi hanno trasportato in elicottero a G. (capoluogo di Provincia del Nord Italia). Quando sono arrivato a G. erano passate un paio d’ore.
Mi hanno fatto l’analisi coronarica e hanno verificato che era ormai troppo tardi per intervenire direttamente con un’operazione. Per cui mi hanno permesso di superare il momento critico con trattamenti farmacologici, anticoagulanti, eccetera.
Sono rimasto due settimane assolutamente immobilizzato in attesa dell’operazione.
Per una persona di 69 anni, riprendere l’efficienza muscolare è un bel problema  dopo essere stata immobilizzata per due settimane prima dell’operazione e altre settimane dopo. Ma i tecnici, in questo caso i cardiologi, con questa specializzazione estrema non tengono conto di altri possibili disturbi che possono intercorrere.
Spero che per quanto mi riguarda queste conseguenze siano a breve termine, ma oggi per me il rischio è che per tutta la vita io non possa più avvalermi del mio apparato muscolare… Infatti, avendo subito nel 2001 quindi cinque anni prima dell’infarto, un’operazione di ernia al disco, durante le settimane di immobilizzazione assoluta ho notato che il mio piede destro, quello che a suo tempo era stato più interessato dall’ernia al disco, non si muoveva.
Al momento non ho dato molta importanza a questa cosa, anche se l’ho segnalata, ma tutti i medici erano presi dal problema cardiaco. Con il passare del tempo, però, l’inefficienza muscolare è diventata sempre più pericolosa, tanto che adesso, a un paio di mesi dall’operazione, è il vero grosso disturbo.
A livello cardiaco e cardiovascolare è passato tutto, però il sistema muscolare non va più!
Queste sono conseguenze che chi fa un’operazione probabilmente potrebbe prevedere se avesse una visione più sistemica dell’organismo umano e non soltanto specializzata all’apparato che tratta.
Anche se per quanto riguarda l’operazione è andato tutto molto bene, non ho niente da dire sulla tecnica dei chirurgi e del primario che è intervenuto.
Ho denunciato questa mia disfunzione e nessuno riesce a capire, dicono che non centra niente col cuore.
Ma perché è capitato in questi giorni? Come mai facendo un’operazione al cuore, un’operazione che è durata 7 ore e quindi molto prolungata anche a livello di anestesia, io non riesco più a tirare su la gamba? È l’anestesia che ha bloccato i nervi? È l’immobilità? È il sistema un po’ complesso che è rimasto coinvolto nell’operazione?
Dovrebbero essere i chirurghi ad avere il quadro complessivo e a capire a quali conseguenze va incontro il paziente.
Forse una maggiore conoscenza di queste conseguenze non volute poteva per esempio permettermi di fare delle attività di ginnastica ai piedi, anche a letto, senza alzarmi, se questo era richiesto dalla mia situazione cardiaca. Fatto sta che non è stato preso neanche in considerazione.
Dicevano “ma no, noi facciamo solo interventi al cuore” e quasi chiedevano a me come mai fosse successa una roba del genere… Ma non tocca a me dare una spiegazione!
Dopo aver fatto una riabilitazione in una struttura molto attrezzata questa situazione diventava sempre più evidente.
Il 20 di agosto, un mese e mezzo dopo l’infarto, prima di rientrare a casa ho chiesto una settimana di ricovero nell’unità di neurologia perché mi facessero degli esami per capire come mai, perché il rischio è molto forte di perdere l’uso di una gamba.
Non è la fine del mondo, per carità, dopo essere sopravvissuto a un infarto così importante. Ma questo potrebbe per esempio impedirmi di guidare, e io non sono giovanissimo, ma neanche vecchissimo, e ora rischio per i prossimi 10 anni di essere bloccato in casa senza potermi muovere.
Questa è un po’ la mia paura. Ma in dieci giorni di ricovero in quel reparto di neurologia non sono riusciti a capire la causa di questo problema: si limitano a registrare il deficit al sistema nervoso e muscolare, ma non danno nessun’altra indicazione...
Nell’anamnesi ricordano sia l’operazione all’ernia del disco sia quella al cuore, ma comunque fanno le loro diagnosi, i loro esami e concludono con delle indicazioni molto generiche di infiammazione dei nervi. Dopo di che, che cosa fare, il medico non lo dice...
Non mi hanno dato nessuna risposta, soltanto una diagnosi in cui si dice che c’è questa infiammazione ai nervi.
Per fortuna non ci sono in atto altre malattie degenerative dei nervi e del sistema nervoso. Però rimane questo deficit di efficienza, i riflessi sono un po’ rallentati, e quindi qualcosa non va. Ma loro non mi dicono né esattamente che cosa sia, né come contrastarla.
Ho quindi deciso di andare privatamente da un fisiatra che adesso mi sta facendo fare una serie di interventi di elettrostimolazione sperando che succeda qualcosa, anche se ancora non mi sa dire l’esito. Speriamo che questi trattamenti risolvano la questione.
Sembra che ciascuno lavori nel suo piccolo settore senza avere né la competenza, né la capacità, né l’attitudine di guardare all’organismo nel suo complesso.
Non voglio arrivare adesso a problemi di tipo psicologico, che pure ci sono, ma almeno avere quella visione d’insieme che permetta di capire che quando si interviene in una certa situazione, sotto stress, su una persona di una certa età, con un periodo di immobilità, è necessario prevedere le conseguenze. Se si prevedono possono anche essere contrastate, magari è semplicissimo.
Se io avessi avuto la possibilità, pur rimanendo sempre sdraiato, di fare questa ginnastica ai piedi probabilmente oggi non sarei in questa condizione.
Se è vera l’ipotesi che tutto è dovuto all’immobilità, perché non intervenire in tempo per evitare che succeda?
Questa è un po’ la domanda che il paziente si fa. Ma non tocca a me dirlo, sono loro che dovrebbero sapere e anche fare tesoro di questa esperienza.
Per il resto invece tutto va benissimo, tutte le conseguenze dell’operazione, la cicatrizzazione delle ferite, la funzionalità del cuore, posso muovermi, faccio della ginnastica…
Sul piano tecnico non ho nulla da dire.
Per quanto riguarda il clima relazionale che ho trovato in questi ospedali, a cominciare dai volontari che mi hanno portato prima a V., poi in elicottero a G., devo dire che ho ammirato l’efficienza complessiva del sistema: sia i volontari dell’ambulanza che il personale dell’elicottero erano veramente gentilissimi. Anche se qualche disfunzione incomprensibile c’è stata.
Per esempio, l’ambulanza non può arrivare fino a V., devono fermarsi a metà strada dove fanno venire un’altra ambulanza da V.! Per competenze territoriali il malato deve essere trasferito da un’ambulanza all’altra!
Nel mio caso, dato che era un infarto, non hanno fatto questo cambio, ma in compenso ho dovuto aspettare che arrivasse l’ambulanza da V. per potermi prendere e portare lì.
Se la prima ambulanza avesse avuto l’attrezzatura e il permesso per arrivare fino a V. avremmo guadagnato quasi un’ora di tempo. Invece no.
Loro comunicano via telefono o mail l’esito della pressione che mi hanno preso, discutono per un po’ per vedere se è possibile il trasferimento a V., decidono che non è possibile, quindi gli altri decidono di partire, fanno 25 km di strada molto stretta e con le curve, arrivano giù, poi ci vuole una mezz’oretta per caricare il paziente e di nuovo un’altra mezzora per arrivare in ospedale… quindi un’ora e mezza solo per arrivare in ospedale.
Una volta che sono arrivato a V. hanno verificato che non potevano far niente, a parte le prime cure. Dovevano portarmi a G. A questo punto mi sono sentito tranquillizzato. Invece un’annotazione negativa riguarda il modo in cui a V. i medici dell’ospedale hanno gestito l’emergenza con i miei familiari.
Era proprio l’inizio delle vacanze e i miei tre figli erano con noi.
Mi hanno accompagnato tutti, seguendo dietro con la macchina, e stavano lì ad aspettare l’esito della prima visita. Facile immaginare con quale ansia.
Poi è passato questo medico che con grande severità ha chiesto a tutti: "lei chi è?" "la moglie" e "lei chi è?" "la figlia" e, ancora, "lei chi è?" "l’altro figlio", ecc.
E questo medico sta in silenzio… "Mio Dio è finita!", pensa la moglie.
I ragazzi si mettono a piangere.
"Abbiamo verificato che non possiamo fare niente...", dice il medico e poi.. silenzio..., quindi pianti. Finalmente arriva a dire: "abbiamo deciso di trasferirlo in elicottero". "Allora non è morto?!", dice mia moglie. "Io non vi ho detto questo!", risponde il medico. 
Non l’avrà detto, ma con il suo modo di parlare, il modo con cui si presenta, il modo con cui fa l’interrogatorio per sapere se hanno diritto o no ad essere informati, tutte queste cose insieme, li ha proprio distrutti!
Ma che modi sono di gestire questo rapporto informativo?!
Ci vuole un minimo di sensibilità nell’informazione, nel modo di gestire il rapporto con i parenti del malato!
Bisogna capire che certe informazioni vanno date in un certo modo, anche perché poi possono essere causa di altri squilibri. Infatti mia moglie si è sentita mancare.
Invece di gestire la cosa con quel distacco e con quella severità, bastava dicesse per prima cosa: stia tranquilla adesso lo ricoveriamo a G.
Poi, eventualmente chiedere chi sono e chi non sono, invece di fare questo interrogatorio che sembra significare: oddio è un segreto che non posso dire a nessuno ma a voi lo dico lo stesso…
Una volta ricoverato devo dire che hanno avuto a G. un ottimo comportamento, soprattutto il personale infermieristico.
Ormai il personale infermieristico e gli ausiliari hanno una formazione che io non ricordavo di aver visto in passato.
Forse adesso c’è una sensibilità maggiore in questo personale più esecutivo.
I medici invece hanno questo ruolo davvero molto onnipotente, e questa è veramente un po’ la nota dolente della mia esperienza.
Poche informazioni: non si parla direttamente col primario!
Quando vengono e fanno la visita sembra ancora di assistere alla visita del barone che passa con assistenti e infermieri, parlano tra di loro con termini incomprensibili e non ti dicono molto.
A me per esempio non hanno dato nessuna informazione fino al giorno prima dell’operazione.
E io mi chiedevo: "ma perché non mi operano?".
Cercavo di capirne di più, di capire che cosa impedisse l’operazione, invece niente: mi hanno tenuto due settimane assolutamente immobile, non potevo scendere dal letto neppure per necessità sanitarie, ma non mi dicevano niente.
Il personale infermieristico mi ha trattato benissimo, ma in compenso c’è stata questa mancanza d’informazione e questa distanza del personale che quanto più è altolocato tanto più è scostante.
Infatti è successa una cosa veramente sgradevole. Io ero ricoverato con la mutua e nell’imminenza dell’operazione viene un’infermiera che mi dice: "se fossi in lei, chiederei il ricovero nell’unità dei solventi perché lì ci sono camere molto più attrezzate, con la televisione, l’aria condizionata (era fine luglio c’era un caldo terribile con 40 gradi all’ombra)".
Nel reparto di cardiochirurgia invece non c’è l’aria condizionata, fa un caldo terribile, sono stanze con 3/4 letti, tutti post operati, alcuni con grandi problemi, alcune stanze non hanno nemmeno il bagno. Invece nella stanza privata, se può permetterselo…
"Ma quanto viene a costare, tanto per sapere?", chiesi. L'infermiera mi rispose: "Beh, bisogna aspettare, bisogna che parli col primario...".
Allora faccio chiedere al primario il quale, non essendo mai stato disponibile prima per dare informazioni dirette, appena ho chiesto soluzioni di assistenza privata ha immediatamente chiamato mia moglie dicendole, senza mezzi termini, che in regime di soluzione privata tutto è a carico del privato, quindi l’operazione, l’anestesista, l’affitto della sala operatoria, l’assistenza, gli infermieri, la stanza, il tutto per centinaia di milioni.
Insomma, dover pagare proprio tutto è una cosa proibitiva.
Prima di conoscere l’entità della cifra mia moglie chiede: "ma che differenza c’è di trattamento?"
Alla fine i medici sono sempre gli stessi e anche il personale.
Io pensavo che il regime privato permettesse di pagare una differenza per la stanza ma che tutto il resto, visto che comunque è comune, non cambiasse: l’assistenza è quella, il primario è quello… certo è che se uno è pagante sarà trattato molto meglio.
"Se uno sceglie il regime privato paga tutto lui, ed è chiaro che per noi medici è trattato meglio, perché siamo pagati subito e siamo pagati extra", rispose il primario.
Una notizia di questo genere, detta da un primario, che ti insinua che quello della mutua non viene curato bene mentre quello pagante sì, nello stesso reparto, il tutto per legittimare una richiesta di denaro esorbitante, è una cosa sconcertante! È davvero molto grave!
Mia moglie a me non ha detto niente per non farmi spaventare.
Il rischio con la mutua era anche che non mi operasse il primario, come era stato stabilito, ma qualche suo assistente.
Per fortuna abbiamo un caro amico che è cardiochirurgo a N. (capoluogo di regione del nord Italia), uno molto importante in Italia, che si è indignato per quello che era successo e si è assicurato che fossi trattato nel migliore dei modi e operato proprio dal primario.
Lo ha tempestato di telefonate fino all’ultimo per essere sicuro.
Forse nella formazione del medico varrebbe la pena far capire che si tratta di una professione ad alto rischio, perché ha a che fare con le situazioni più drammatiche dell’esistenza umana, con la sofferenza, con la frustrazione eventuale se vince la malattia, con il problema della morte.
Tutti questi vissuti il medico rischia di viverli come una minaccia e quindi si difende con una corazza che gli impedisce di ascoltare e di avere un rapporto troppo impegnato personalmente con il paziente. Però questa non è una soluzione. Forse preserva l’igiene mentale del medico, ma non risolve il problema del paziente, il quale avrebbe bisogno di ben altri aiuti per vivere senza rimanere distrutto dal problema della sofferenza, della malattia, dello scacco, del fallimento e della morte.
Ci vorrebbe una formazione basata su una continua supervisione da parte di esperti per prendere coscienza dei propri sentimenti.
Il medico deve imparare a conoscere se stesso perché questa è la condizione per cui lui possa ascoltare senza sentirsi minacciato dalla comunicazione del paziente.
Saper comunicare significa saper ascoltare, ma significa anche saper sollecitare e stimolare una comunicazione, e questo avviene solo se uno non ha paura. E uno non ha paura solo se conosce se stesso.
Ma questa è una dimensione di formazione che è completamente assente dall’esperienza del medico. Chi ha concepito la formazione del medico, con degli esami di medicina generale, specialistica eccetera, ha assolutamente trascurato questo elemento di efficacia professionale.
Non è soltanto un problema etico morale, ma è un problema di professionalità e di efficacia professionale.
Il dottore deve sapere come gestire i propri sentimenti, deve essere aiutato a individuarli, a non averne paura, a elaborarli e quindi poi a trasformare il suo rapporto in comunicazione, dove solo un buon clima di comunicazione può far venire fuori le energie represse del paziente. Perché se un paziente è malato è perché qualcosa in lui si è bloccato.
Sembra un paradosso ma se uno è malato la natura è attrezzata per fronteggiare virus, microbi e ostacoli, una ferita, un incidente o altro. Per cui il paziente si sente impotente, ma di fatto lui avrebbe delle forze che non vengono attivate perché in quel momento sono bloccate.
Ecco perché il vero professionista è quello che attraverso la conoscenza di se stesso riesce ad attivare queste risorse del paziente, e questo può avvenire solo con una buona padronanza della comunicazione.
E la comunicazione è fatta anche dalle cose che uno non dice, che ascolta, che intuisce, è fatta di domande che servono a mettere l’altro a proprio agio. Sono tutte quelle sfumature della comunicazione la cui mancanza è quella che produce la gran parte delle malattie.
Perché a sua volta il paziente si ammala perché non riesce a comunicare, perché la famiglia non comunica, perché è in conflitto con la moglie, con i figli…
Comunque alla fine abbiamo deciso di rimanere lì, mi ha operato lui, tra l’altro molto bene, ma è mancata la disponibilità del personale degli alti livelli.
Dalla caposala in giù, invece, soprattutto il personale infermieristico, non c’è niente da dire, anzi, c’è solo da apprezzarne la professionalità. Però resta questa nota stonata del sistema sanitario di chi è arrivato al primariato.
Fatta l’operazione sono poi stato trasferito in un centro di riabilitazione.
Anche lì il personale infermieristico è perfetto e i medici sono bravi, però ci sono stati alcuni disguidi organizzativi per me incomprensibili.
Io sono entrato il primo di agosto e mi hanno affidato a un medico molto bravo e molto disponibile. Ma a un certo punto questo se ne va in ferie senza dirmi niente, sparisce improvvisamente.
Quando io lo aspetto per verificare con lui come va, non c’è!
Era il periodo un po’ critico a cavallo di ferragosto e io per cinque giorni non ho saputo più niente, non ho più avuto nessuna cura perché in quel periodo sono tutti in ferie...
Finalmente si è fatto vivo il nuovo venuto, ma non sapendo niente di me, non avendomi seguito, non è stato nemmeno possibile instaurare un minimo di rapporto professionale e personale.
Mi sono trovato molto male: ero molto arrabbiato e abbandonato, come tradito.
Bastava anche poco, bastava che il medico mi dicesse che se ne andava in ferie e che passava le consegne a un altro, che gli avrebbe raccontato tutta la mia situazione, i problemi che c’erano stati, che tra l’altro lui aveva seguito con grande professionalità.
Infatti avevo avuto un versamento di acqua nei polmoni per il quale lui mi aveva seguito per una notte intera e i giorni successivi mi aveva dedicato molta attenzione, per cui avevamo anche un buon rapporto.
Si fa in fretta a confidarsi con il medico e ad instaurare un rapporto di stima reciproca.
Poi però sparisce senza dirmi niente e io mi trovo abbandonato per cinque giorni con lì un altro, non responsabile dei propri pazienti, e quindi con un altro tipo di rapporto.
Sarà stato anche per il periodo critico delle ferie, ma pur essendo in una situazione complessiva di grande qualità, ancora una volta le persone sono venute meno.
Noi sapevamo le cose solo tramite i nostri amici e parenti medici che chiamavano il primario per sapere come era la situazione. E nonostante questo interessamento da parte loro, io con il primario non ho mai parlato, non si è mai degnato di venire a spiegarmi che cosa dovevano fare, che tipo di operazione. Non mi hanno detto niente dei bypass e all’ultimo momento hanno deciso di intervenire anche sulla valvola mitralica: "già che ci siamo facciamo anche quella...", era la loro ipotesi.
Mi hanno fatto sottoscrivere il consenso a questo intervento ma non mi hanno spiegato che cosa comportava, quali rischi in più.
Sapendo con chi avevamo a che fare, sapendo poi che c’è una specie di classifica delle abilità che viene fatta in base al numero di interventi praticati, a un certo punto viene anche il dubbio che magari mi abbiano fatto un intervento inopportuno che però avrebbe aumentato le loro statistiche.
Per fortuna in quel momento io ero all’oscuro di questo e quindi non mi sono potuto preoccupare più di tanto. Ma adesso, a posteriori, non lo so.
Infatti dopo mi sono accorto che quando sei in fase di operazione hai dei meccanismi di difesa per cui cerchi di non accorgerti di cose che ti potrebbero disturbare, cerchi di avere un ottimismo generale, pensi che andrà tutto bene anche perché tutti te lo dicono, ti fanno coraggio.
Mi dicevano: "quello è una celebrità a livello nazionale, sei stato fortunato, sei capitato bene!".
E invece il rapporto personale con chi è responsabile dell’operazione, dell’intervento, e quindi della tua vita, non esiste.
Almeno, non è esistito nella mia vita.
Io avrei voluto sapere, e invece le informazioni mi arrivavano indirettamente, da parte di parenti e amici medici, e del personale infermieristico: tutti rassicuranti.
All’inizio sembrava mi dovessero operare dopo due o tre giorni, poi cinque, poi è passata una settimana. E tu ti chiedi come mai non ti operano, rimani lì immobile e ti fidi, tutto sommato è l’unica difesa anche da ulteriori stress: mi fido, io non posso controllare niente... il personale è altamente qualificato, mi fido di loro.
Infatti, dal punto di vista tecnico sono stati assolutamente bravi e all’altezza della fama internazionale che hanno, ma sul piano della relazione umana e sul piano dell’informazione, non possono trattare il paziente come un numero di una struttura onnipotente, ma come persone.
Se io trattassi i miei clienti come loro hanno trattato me, in qualunque altro tipo di professione perderei subito il mercato.
Loro non perdono il mercato perché siamo obbligati a subire la loro autorità!
A partire dall’ambulanza non attrezzata in poi, c’è stata poi una serie di disguidi non imputabili ad una singola persona, ma al sistema in generale.
Per esempio, non ci vorrebbe molto a mettere uno dei cinque medici del paese dove eravamo ad accompagnare pazienti così gravi, in caso di emergenza, fino all’ospedale. Non sarebbe questa gran spesa per il sistema sanitario.
Poi a fronte di questo ti mettono a disposizione un elicottero che costa una fortuna al minuto per il trasporto fino a G., e in questo caso devo dire estremamente efficiente perché in un quarto d’ora mi hanno portato da V. a G.
Il sistema funziona, magari con un po’ troppa burocrazia ma funziona.
È l’organizzazione che non funziona, sono le alte gerarchie del personale medico che sono venute meno. Dovrebbero curare di più.
I pazienti non sono dei bambini, non sono delle cose, sono delle persone su cui sta intervenendo un sistema sanitario che ha delle conseguenze sulla loro vita.
Dovrebbero anche coinvolgere il paziente nel proprio processo di guarigione perché non è vero che il medico guarisce il paziente, ma è il paziente che guarisce.
Il medico al massimo lo può aiutare dando un supporto ai suoi processi di guarigione.
Io di professione devo insegnare a tutti quelli che fanno servizio alla persona, e una cosa certa è che se una persona è informata, è consapevole, è convinta del vantaggio di collaborare, allora collabora, se no aspetta che qualcuno risolva i suoi problemi.
Esiste un modo di trattare che non è soltanto richiesto da un codice etico di rispetto della persona, ma che deve entrare proprio nel codice professionale.
I medici devono sapere che non sono loro che guariscono la persona del paziente, ma è la persona del paziente che guarisce.
Loro non farebbero nulla se il mio sistema immunitario non reagisse e se io non collaborassi con la loro azione.
Invece l’ignoranza di questa semplice impostazione del rapporto terapeutico rischia proprio di confermare il medico nel suo delirio di onnipotenza: pensa proprio che sia lui a guarire, perché è bravo, perché è il primario, perché ha riconoscimenti internazionali, perché ha scritto quattro libri, perché ha il titolo dall’università.
Per questo dico che tanto più uno è famoso e bravo, tanto più rischia di non percepire che la sua bravura è semplicemente legata alla bravura del paziente.
Se il paziente non collabora nessuna bravura riesce. Con una serie di interventi relazionali, che non siano soltanto ispirati dalla buona educazione o dalla pietà, ma proprio dalla consapevolezza che una volta stimolato attraverso l’informazione e attraverso un rapporto che gli attribuisce responsabilità, capacità e sopratutto stima, allora il paziente avrà un processo di guarigione più efficace.
Il medico dovrebbe percepirsi come regista di una serie di processi che però dipendono soltanto in parte dalla sua abilità medica e dalla sua capacità di sollecitare i pazienti a rispondere.
È troppo facile dire che i medici dovrebbero essere più gentili: non si tratta di gentilezza o di etica professionale, è proprio una questione di competenza professionale!
E secondo me manca loro quella competenza che li mette in grado di stimolare la risposta efficace del paziente.
Loro non cercano assolutamente di conoscerti, prendono le informazioni dalle analisi, e poi ti mandano lo psicologo.
La cosa curiosa è questa: non è il medico che cerca di conoscerti, delega a uno psicologo, il quale ti fa un’intervista e annota una serie di cose in una specie di lungo questionario… Ma non è quello di cui ha bisogno il paziente! Anzi, mi sono sentito misurato con uno strumento di analisi statistica già predisposto... Mettono tante crocette su un questionario che non si capisce a che cosa debba servire. Tante volte l’ottica è quella di tagliare a fettine la persona: per l’aspetto psicologico c’è lo psicologo, per l’aspetto chirurgico c’è il cardiochirurgo, per l’aspetto neurologico c’è il neurologo.
Ma non c’è qualcuno che ti ascolta come persona, e che ti attiva come persona, mentre dovrebbe essere proprio questa l’arte del curatore.
Questa è la conseguenza di un’impostazione di studi universitari fatta per specializzazioni: si fa medicina generale e se poi uno vuole esercitare fa una specializzazione.
Nessuno si preoccupa più di guardare l’organismo nel suo complesso.
Poi su Repubblica escono intere pagine che parlano di una grande scoperta scientifica americana, secondo la quale l’infarto sarebbe dovuto al 50/70% allo stress e all’incidenza di fattori psicosociali e non tanto al colesterolo.
Ma allora è possibile che non venga il dubbio che chi cura questo infarto forse dovrebbe avere anche certe competenze?!
Nella maggior parte dei casi, il nostro organismo è attrezzato per rispondere agli agenti che lo possono minacciare, quindi credo che l’organismo si ammali perché non si difende abbastanza.
E in base alla mia esperienza ritengo che non si difenda abbastanza perché qualcosa si è bloccato a livello emotivo.
Le emozioni sono la dimensione meno conosciuta e meno gestita della nostra esperienza, e la incapacità di una persona di gestire le proprie emozioni si traduce in difficoltà di comunicazione. Ma la comunicazione non si basa solo sullo scambio di informazioni, avviene soprattutto sulla base di uno scambio emotivo fra due persone. La difficoltà di questo scambio produce dei blocchi emotivi, i quali sono all’origine della maggior parte delle malattie.
Per capirlo basta guardare i neonati che vivono difficoltà di comunicazione con la madre. Quello tra la madre e il neonato è uno scambio che non usa parole, si esprime attraverso gesti, carezze, emozioni, con il linguaggio che il corpo ha.
La mancanza di questa comunicazione produce immediatamente delle reazioni di tipo dermatologico, di tipo digestivo, bambini che rifiutano di mangiare, eccetera.
L’ansia della mamma che vuole ad ogni costo far mangiare il bambino gli produce il blocco dell’alimentazione, come mai?
I bambini piccolissimi sono attrezzati per gestire le proprie emozioni e per recepire le emozioni degli altri. Interagiscono soltanto a livello delle emozioni e il disturbo di questo scambio emotivo produce immediatamente il sintomo della malattia.
Io non sono un esperto di queste cose, ma certamente a livello neonatale gran parte dei disturbi del bambino sono dovuti a difficoltà di comunicazione tra lui e la madre, o tra la madre e il padre, oppure del contesto familiare e nei confronti del nuovo venuto, compresa la gelosia del fratellino, eccetera. L’intuizione che la mancanza di comunicazione emotiva condizioni la salute si verifica in modo evidente nei bambini, ma la si può verificare a tutti i livelli: nel ragazzo che a scuola non si sente accettato dai compagni o non si sente stimato dagli insegnanti, negli insegnanti che si sentono minacciati da una classe ostile, a livello familiare con i genitori che non si stimano reciprocamente e vengono percepiti dai figli come una minaccia…
C’è un evidente rapporto tra il clima che circonda la persona e la risposta sintomatica dell’organismo. C’è chi arriva addirittura a dire che non esiste nessuna malattia che non sia psicosomatica.
E quando parliamo di psiche, parliamo di comunicazione.
Io mi sono trovato in difficoltà professionali, non avevo nessuno con cui parlare: problemi di concorrenza.
Ero in una situazione frustrante, senza sbocchi, e credo che abbia prodotto in me dei sintomi che poi si sono espressi con l’infarto.
Ma come curare questa malattia che è procurata anche da situazioni comunicative difficili? L’ottimo sarebbe ripristinare dei canali comunicativi con l’aiuto di qualcuno, ma fare questa educazione emotiva nell’adulto è estremamente difficile.
Per i ragazzi invece è importante ed è ancora possibile, ma i ragazzi di oggi si trovano in una situazione di incomunicabilità terribile: tra i genitori che lavorano e il tempo che loro passano fuori, finisce che non s’incontrano più...
Che cosa può venir fuori da un’esperienza di non comunicazione protratta per 10 o 15 anni? È terribile! E quindi a seguito di queste difficoltà comunicative che tu somatizzi finisci per ammalarti.
Perché la malattia è una forma di comunicazione, è un linguaggio del proprio corpo che non riesce a parlare, ma almeno ammalandosi riesce a preoccupare gli altri, e così, allora, esisto anch’io.
Se il medico non è capace di comunicare con se stesso, di capire il proprio disagio e la conseguenza delle proprie emozioni, come può capire le emozioni che hanno dovuto trovare una strada distorta per potersi esprimere attraverso il sintomo dato che attraverso il linguaggio non si possono esprimere? Chissà quante volte il malato ha tentato di dire le cose e nessuno lo ha ascoltato finché non è esploso il sintomo?
La capacità di ascoltare è la capacità di percepire i segnali comunicativi che derivano dai comportamenti, dal linguaggio non verbale, non dalle parole.
Non si tratta di una benevola disponibilità a dare del tempo ad ascoltare uno che parla, è una competenza che deve essere acquisita da tutti quelli che hanno come professione il servizio alla persona.
Capito quello, poi si può dare una risposta, prima emotiva, magari basta anche un sorriso, per poi provocare finalmente la risposta verbale. I
l vero rimedio è questo: poter capire il messaggio che ha percorso una strada distorta per permettere al soggetto di esprimere le sue emozioni attraverso le parole e non più attraverso comportamenti distorti o aggressivi.
Invece non mi sono mai sentito ascoltato!
Loro fanno delle grandi analisi, ma non hanno mai cercato di stimolare una risposta verbale ai miei sintomi somatici.
Se l’infarto è il sintomo somatico di un disagio, un medico esercitato a capirlo, a percepirlo e a tradurlo, e che non ne avesse paura delle emozioni, forse avrebbe potuto aiutarmi a scoprire il mio disagio psichico, il mio disagio razionale, e quindi mi avrebbe facilitato la comunicazione.
Ma per fare questo io avevo bisogno di qualcuno che mi comunicasse la sua disponibilità all’ascolto.
Io non sono un esperto della comunicazione psicosomatica ma mi aspetto che il medico lo sia, perché oggi un medico non può non essere esperto di psicosomatica.
Se non lo è, allora è un dilettante, un incompetente.
Le emozioni sono una dinamite che rischia di scoppiare, di creare dei disastri, a meno che non ci sia questo clima di accoglienza che permetta di vivere le proprie emozioni senza paura e senza nasconderle. Ma non mi aspetto più queste cose dal medico.
Il sistema sanitario è deludente e da adulto non mi aspetto che ci sia il medico in grado di ascoltare, perché non è formato per questo. Se per caso lo trovassi, sarebbe davvero una grande sorpresa.
Sono ormai rassegnato a un sistema sanitario che non mi ha valorizzato nel mio essere persona, ma soltanto nel mio essere organismo ammalato in un apparato specifico.
Ad esempio, prima dell’infarto ho avuto disturbi dermatologici che potevano essere dei segnali.
Vado dal dermatologo, mi dà delle pomate.
Non passa.
Torno dal dermatologo, mi dice sarà lo stress e che devo stare più tranquillo...
Bene, grazie!
Ma dopo ti rendi conto: allora il mio organismo stava mandando dei segnali ma nessuno era in grado di coglierli, di recepirli.
Ora, io non sono andato dal dermatologo per essere ascoltato, però la realtà dei fatti è che se qualcuno fosse stato in grado di ascoltare quei messaggi del mio organismo allora magari qualcuno mi avrebbe potuto suggerire di fare un ecocardiogramma sotto sforzo, perché se l’organismo reagisce in questo modo può darsi che ci sia qualche altra parte dell’organismo più minacciata.
Questo è quello che intendo come capacità di ascoltare, capacità di recepire dei segnali, di elaborarli e di trasformarli in segnali di pericolo che vanno aldilà di quello che si vede.
Ma non ho più quest’attesa nei confronti del medico, non penso sia in grado di farlo, perché nella nostra società il medico ha una funzione specializzata.
Ormai la nostra è una cultura generale che ha separato la psiche dal corpo e quindi neppure chi vive questo disagio mette le due cose assieme. Anzi, spesso il malato nega assolutamente: “non sono mica matto!”
La cultura analitica non si ferma più, continua a tagliare fette sempre più sottili.
Oggi c’è la specialità, poi la sottospecialità, settori sempre più specializzati e sempre più incapaci di tenere il controllo sull’intero sistema.
Si sta imponendo adesso la cultura sistemica, ma è ancora minoritaria.

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#2 alessia 2008-10-31 16:47
Concordo e sottoscrivo quanto ha detto a proposito delle malattie orginate dalla repressione delle emozioni e dalla mancanza di comunicazione.
Io sono una persona che ha enormi difficoltà a comunicare e a vivere liberamente le proprie emozioni e ho sempre avuto tanti problemi di salute, il che non può essere un caso.
La società occidentale si vanta di aver creato una scienza medica superiore ma in realtà ha ridotto l'uomo a un insieme di organi,un semplice ammasso di carne.
Ci sono tante malattie e disturbi per cui si viene operati e che in realtà potrebbero essere curati senza intervento con delle strategie per ristabilire l'equilibrio emotivo ed energetico del paziente.Ma i nostri bravissimi e razionalionalis simi medici dicono che bisogna sempre e solo operare.
E' più facile e veloce,evita il lavoro di dover agire a livelli profondi e sopratutto è moooolto conveniente per tutto il sistema economico che è alla base del business della malattia.
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#1 abg 2008-02-27 14:23
esprime molto bene le situazioni che si incontrano nella sanità e inquadra bene la poca sensibilità di moltissimi medici. Complimenti.
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