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Sfogo

Sono la vedova di un paziente oncologico, cui hanno diagnosticato, nel 2004, dopo mesi di accertamenti, un angiosarcoma epitelioide. A questo è seguito un anno di chemioterapia, poi un anno di remissione completa, poi la recidiva all’inizio del 2007 e poi il decesso. Questa è la storia clinica.
Ci riprovo. Sono la moglie di B., lui è morto a dicembre e io ho bisogno di raccontare una cosa. A ottobre ho accompagnato B. a fare una visita di controllo dopo una chemioterapia che non aveva sortito risultati; B. era molto provato, abbiamo aspettato tre ore, aveva l’emoglobina molto bassa e sapeva che le notizie non sarebbero state grandiose, ma era comunque fiducioso in una strategia terapeutica.
L’oncologo ci ha accolto nel suo studio, ha constatato gli scarsi risultati riportati dopo i mesi di chemioterapia e ha proposto una nuova cura. B., disorientato, ha fatto un’osservazione timida, tenera, un po’ ironica, senza dubbio ingenua: “Peccato, a questo farmaco stavo cominciando ad affezionarmi”. Non l’avesse mai detto, l’oncologo stizzito, con voce alterata lo zittisce quasi gridando: “Ma cosa sta dicendo! Non vede com’è ridotto... Non sta in piedi, il suo fisico è totalmente debilitato, quanto crede di poter andare avanti così... e oltretutto il tumore non è minimamente regredito...” e così via.
B. è ulteriormente sbiancato, è ammutolito e si è ritirato in se stesso, da allora non ha più pronunciato parola. L’oncologo, dopo la sbrasata, illustra la sua strategia, ma B. non ascolta più.
Quando siamo usciti, mi dice una sola cosa: “Anche se questo potesse guarirmi, io lì non ci torno, non ci sto a essere trattato in questo modo”.
Non era vero, ci siamo tornati, non avevamo alternative, ma B. dopo un mese e mezzo è morto. Peraltro l’ottimo oncologo l’abbiamo rivisto molto poco e quando nel suo reparto, quella domenica mattina, sono morte due persone (mio marito e una signora) il medico di reperibilità non ha ritenuto fosse suo dovere arrivare in ospedale e ha lasciato il tutto nelle mani dei bravissimi infermieri e del medico di guardia (un odontoiatra?, un ortopedico? chissà).
Allora, io adesso riesco a parlare della sua malattia, riesco a parlare della sua morte, ma non riesco a ripensare a questo stupidissimo episodio senza piangere.
La malattia, la morte appartengono a questo grande mistero che è l’esistenza; l’arroganza, la prepotenza, la scortesia appartengono agli uomini e potrebbero essere evitate, soprattutto negli ultimi giorni di vita di una persona e soprattutto da parte di un medico.
Vorrei ribadire una questione: questo episodio non ha spostato nulla nella vicenda clinica di mio marito, ma nella sua esperienza esistenziale ha contato eccome, ha perso la fiducia, ha perso la speranza di essere capito e la possibilità di poter esprimere liberamente i suoi pensieri anche se “sciocchi” secondo la percezione del “suo” medico. Per quel che mi riguarda continuo a incontrare persone che mi dicono: “Tizio... un bravissimo oncologo”; no, non sono d’accordo e non perché non ha guarito mio marito, ma perché non lo ha “curato”, e questo era in suo potere farlo.

Commenti   

 
#1 Giampaolo 2009-07-09 22:04
La Vostra lettera esprime in maniera commovente quanto dolore può provocare la povertà d'animo e di sensibilità di certi pseudo-medici che io chiamerei ANIMALI!! Le porgo tutta la mia vicinanza e solidarietà con la speranza che questo brutto ricordo lasci il posto ai tanti che certamente avrete avuto. Cordialmente la saluto.
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