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Dietro il paravento

E’ molto rassicurante per il comune cittadino, leggere, attentamente, quanto scrivono i Responsabili delle ULSS.
Non desidero addentrami sulla “spettacolarità” della macabra esecuzione di Saddam, sulla “pubblicità” data al caso Welby, discussioni su eutanasia sì o no, accanimento terapeutico od altro, mi preme solo far presente ai vari operatori sanitari un aspetto che non ho trovato segnalato e minimamente accennato tra le tante buone prospettive e progetti che si elencano in questo periodo fecondo di iniziative e di buonismo, di cui non ho motivo di dubitare, quali le “liste di attesa”, le “dimissioni protette”, ecc.
Qualche mese fa ho fatto un’esperienza, ma non era la prima, che mi ha fortemente toccato dentro e che non posso tenere solo per me, anche se dietro quel paravento c’ero proprio io ed in una situazione di salute particolare.
In tre settimane di degenza nel reparto medicina, in una stanza confortevole a 4 letti, per ben tre volte ho “assistito” alla morte di altrettante persone, di età variabile e con patologie diverse.
Io, purtroppo, monitorato e quindi attaccato ai macchinari, in quei momenti non potevo lasciare il mio letto come hanno fatto gli altri compagni di stanza, per cui sono stato “protetto” appunto da un paravento.
Le cure dei medici e del personale medico, quanto mai adeguate, premurose, sollecite, ecc., richiedevano un adeguato spazio intorno al paziente, per cui ero nella condizione di vedere e sentire tutto, in quanto nel letto accanto.
La cosa, a volte può andare avanti anche per ore, per cui il disagio di chi è lì vicino si acuisce sempre più, soprattutto in persone che hanno già del suo a cui pensare, soprattutto circa il proprio stato di salute. Ma la mia segnalazione è rivolta non solo a questo, ma soprattutto all’estremo disagio dei famigliari che assistono al “compimento” di una vita cara in tale situazione.
Il malato terminale, spesso viene a trovarsi in uno stato di incoscienza o semicoscienza ma ho potuto constatare come i famigliari sono condizionati e frenati perfino negli affetti e nei sentimenti più intimi e religiosi, proprio a causa di questa promiscuità. A volte non riescono neppure a dare completamente libero sfogo al loro pianto dinanzi alla persona con cui hanno condivisa un’intera vita.
Credo che oltre a tutto quanto fatto o deliberato per il prossimo futuro, l’Unità Sanitaria dovrebbe garantire, in questi particolari momenti, una privacy più adeguata, più umana.
Mi è stato detto che in teoria ci sarebbero alcuni locali predisposti allo scopo, ma che in effetti sono sempre occupati da altre cose.
Termino ed insisto, tra le tante cose già in essere od enunciate, quanto mai necessarie nei servizi del socio-sanitario, non si può assicurare al cittadino malato anche una “conclusione” più dignitosa, una morte più a misura di persona?
Oltre agli interventi pratici, concreti, necessari, anche questo aspetto “umano” non è trascurabile e merita l’attenzione e la sensibilità di tutti!

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