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La cravatta

Io non uso mai la cravatta.
Il giorno del battesimo di mia nipote mi metto il cravattino e sento una tumefazione al lobo sinistro della tiroide.
Qui comincia il discorso di come il medico si pone nei confronti della patologia quando colpisce se stesso.
Forse, come tutti, è tendenzialmente disposto a credere che le brutte patologie possano colpire gli altri e non se stesso. Era un nodulo abbastanza grosso, duro, dolente.
Avevo fretta di partire per le ferie per cui ho sottovalutato tutto. E qui sono iniziate le mie disgrazie.
Prima di partire mi faccio fare un agoaspirato da uno specialista dell'Ospedale Oncologico, dove avevo lavorato come oncologo, quindi da una persona assolutamente fidata.
Il prelievo è stato abbastanza difficoltoso perché il nodulo era molto duro e quindi nell'ago sono rimaste poche cellule. Purtroppo per me, le poche cellule erano assolutamente normali, erano tireociti normali, quindi l'anatomopatologo mi dice: “Guarda, io non me la sento di porre una diagnosi, però il poco che vedo sono tireociti del tutto normali”.
Adesso so che dovevo assodare questo fatto, al limite procrastinando la partenza per le vacanze, invece sono partito basandomi su questo fatto e sono andato dall'altra parte del mondo perché sono andato ai Caraibi, in barca.
Lì il nodulo ha incominciato a farmi male, ad aumentare di dimensioni e darmi una strana sintomatologia dolorosa occipitale, della quale peraltro nessuno è mai riuscito a spiegarmi l'origine.
Ho fatto una brutta, bruttissima estate. Mi faceva abbastanza male ed ero preoccupato, in ansia, dormivo malissimo, mi faceva male il collo, potevo stare solo in alcune posizioni. E secondo me il nodulo aumentava, anche se palpandolo tutti i giorni era un po’ difficile capire veramente.
Qui inizia la mia esperienza negativa, perché secondo me sono stato danneggiato dall'essere medico, oncologo, e molto amico di colui che mi ha poi operato, il quale a sua volta ha sottovalutato il problema: “ma figurati, ma dai, sarà una tiroidite, prenditi due antibiotici e ci vediamo quando torni”.
Per fortuna a bordo ho un mucchio di farmaci che mi servono quando ai Caraibi vado in zone molto poco civilizzate, dove la presenza del medico è una rarità per cui cerco di dare una mano a queste persone, è un lato umanitario che non mi dispiace. Quindi avevo l'occorrente e mi sono fatto la mia terapia antibiotica. Non è cambiato nulla.
Il giorno stesso che sono rientrato, sono andato a casa di questo collega, notissimo specialista, il quale sicuramente per tutte le cose legate all'amicizia ha di nuovo sottovalutato dicendo: “per me non è niente ma facciamo alcuni accertamenti”.
Ho fatto gli accertamenti, compreso un secondo agoaspirato il quale ha posto una diagnosi di una patologia molto rara, che è borderline con la patologia neoplasica.
Mi sono fatto ricoverare e siccome l'indicazione principe per questa patologia è l’emitiroidectomia,  ho fatto un'emitiroidectomia: ho tolto la mezza tiroide che conteneva il nodulo.
L'esame istologico è stato invece francamente positivo per un CA papillare della tiroide, quindi una franca patologia maligna. Ed è proprio qua che secondo me sono stato danneggiato, perché nonostante le linee guida dell'Ospedale Oncologico per il CA papillare della tiroide indichino la tiroidectomia, e nonostante una volta avuto l'esame istologico io abbia detto che non m’importava essere rioperato, visto che le linee guida erano quelle di togliere anche l'altra metà della  tiroide per la possibilità della multifocalità del tumore, questo signore ha detto: “non ci sono problemi, andiamo avanti così, semmai ti fai controllare”.
È il classico errore che il medico fa con il medico o con i propri familiari. Da sempre si dice che il medico è il peggior medico delle persone a cui vuole bene, perché così come tu sei convinto che a te non possa succedere mai nulla, quando devi porti come medico nei confronti di tuo figlio, di tua moglie o del tuo amico del cuore, sei più propenso a sminuire.
E così questo signore ha continuato a dire : ”Io non farei niente” nonostante io abbia insistito molto.
Sono anche andato apposta a casa sua: “tu mi dici che non devo fare nient'altro, ma le linee guida dell’Ospedale Oncologico dicono invece che dovrei farmi operare. Perché non devo fare niente?”.
Ha continuato a sostenere che non era necessario.
Poco tranquillo su questa situazione ho continuato ad autovisitarmi, con l’autopalpazione, e a mio modo di vedere in quella zona si stava riformando qualcosa alla velocità di un razzo.
Sono tornato a farmi vedere e ancora una volta è stato sottovalutato il problema.
In questi casi il medico è veramente in una bruttissima situazione quando si fa vedere da un altro medico, soprattutto quando è di fronte ad una patologia grave.
Questo è anche da sempre un caro amico ed è pure un mio paziente. 
Lui ha continuato ad insistere che non fosse niente nonostante io dicessi: ”guarda che secondo me c'è qualcosa che si sta modificando“.
Ho fatto un’ecografia e ancora una volta: “non è nulla“. Visto che l’ecografista non mi era sembrato particolarmente ferrato avevo preso appuntamento con un secondo ecografista, secondo me molto più bravo, il quale mi ha detto invece che si trattava in effetti di una recidiva del tumore della tiroide.
Sono tornato da questo collega, che a questo punto mi ha ricoverato per la seconda volta e ho fatto l'intervento che già avrei dovuto fare, ho tolto tutta la tiroide.
Il tumore purtroppo era in una forma avanzata, nel senso che non era più “entro i limiti chirurgici”, cioè l'intervento chirurgico di tiroidectomia non era stato radicale perché il tumore era uscito dalla tiroide e si era annidato nelle strutture vicine, e quindi questo secondo intervento chirurgico non è stato considerato risolutore.
Tra la prima e la seconda operazione saranno passati al massimo tre mesi.
A questo punto la velocità della ripresa evolutiva del tumore della tiroide ha “spaventato” più i medici dell'Ospedale di quanto abbia spaventato me, perché aveva avuto un’evoluzione molto più veloce e aggressiva di quanto ci si possa aspettare da questo tipo di patologia. E quindi a questo punto c’è stata quasi una sorta di inversione di tendenza nel comportamento: se prima si è tentato di sottovalutare il problema, quando si è visto questa rapida ripresa evolutiva, sono stato sottoposto a tutte le terapie che esistono per debellare il tumore.
Sono stato ricoverato una terza volta in ospedale per fare una terapia con iodio radioattivo.
Ero ricoverato in un bunker (perché ero radioattivo) e sono rimasto chiuso lì dentro una settimana a fare questa terapia, sottoterra: era una sensazione incredibile! Anche se per me era una situazione meno stressante che per altri, perché conoscevo tutti, era il posto dove avevo lavorato e quindi venivano a trovarmi in tanti. 
Terminata la terapia con iodio radioattivo, c'era un dubbio su un linfonodo sovraclaveare sinistro per cui si è deciso di fare una cobaltoterapia, una terapia che ho fatto ambulatorialmente.
Per un mese, tutte le mattine alle 8.15 andavo in istituto, venivo sottoposto a radioterapia, finito me ne tornavo a casa e iniziavo il mio lavoro. Anziché iniziare alle 8.30 iniziavo alle 10.00, ma ho condotto una vita assolutamente normale.
Finita questa quarta terapia, ho dovuto attendere un certo periodo di tempo prima di poter fare una risonanza magnetica, perché altrimenti la cicatrizzazione, l'infiammazione e tutto quello che ci sta attorno confonde l’esito dell'esame.
Due o tre giorni prima di partire per le ferie di quest'anno ho fatto questa risonanza magnetica che ha escluso che ci fosse in quel momento ancora una patologia in atto, e ha escluso che i quel momento ci fosse una probabilità che il linfonodo fosse metastatico. E quindi, mentre in un primo tempo mi si era detto che dopo questa quarta terapia avrei dovuto fare una quinta terapia chirurgica, che voleva dire lo svuotamento del collo per allontanare i linfonodi eventualmente interessati, a questo punto si è detto: “non hai nient'altro non devi fare nient'altro, sei guarito, si vedrà, aspettiamo un anno prima di fare un altro accertamento”.
Questo è quanto, ma sinceramente credo che l'essere medico sia stato peggiorativo nei confronti della patologia che ho avuto. Sicuramente è stato peggiorativo l'essermi rivolto all'ambiente nel quale lavoravo, l’essermi rivolto a degli amici, che a loro volta probabilmente non si sono sentiti completamente sereni a porre una diagnosi.
Di fronte ad un paziente sconosciuto, non amico e non medico probabilmente sarebbero stati un attimino più accorti. Esiste un vecchissimo proverbio che dice: il medico pietoso fa la piaga purulenta. A qualunque livello sia la malattia, ma è ovvio che più grave è la malattia più grave è l'errore, il medico sbaglia ogni qualvolta non si pone serenamente nei confronti di una patologia. È un dato di fatto, si è sempre detto.
Io vengo da una famiglia di medici, mia moglie è medico, mio suocero era medico, mio padre è medico, mio figlio è medico, quindi… Il problema di non porsi serenamente nei confronti della patologia di un parente o di un amico molto stretto è quello che ti fa sbagliare.
Tua moglie, tua figlia, tuo figlio, l'amico caro, chissà perché non può avere una grave malattia.
Io non sono sereno nei confronti di questa persona quando la visito e quindi sono portato a sopravvalutare i lati favorevoli e a sottovalutare quelli non favorevoli.
In oncologia (parlo di oncologia perché l'è el me mestè) ci sono dei parametri che vengono valutati: l'evoluzione, la durezza del nodulo, l'eventuale dolore, l'età del paziente, ecc. Esistono quindi delle caratteristiche che fanno propendere per una patologia maligna e altre caratteristiche che fanno propendere per una patologia benigna.
Quando non sei sereno, se devi dare un voto alle caratteristiche maligne e un voto alle caratteristiche benigne, finisci purtroppo col sopravvalutare i sintomi benigni rispetto a quelli maligni, e quindi a sottovalutare la patologia di cui è affetto il parente o l’amico.
Quindi credo di essere stato svantaggiato. Ma siccome errare umanum est, non posso escludere che chiunque avrebbe sbagliato e chiunque si sarebbe comportato così come si sono comportati questi amici e colleghi. È difficile dirlo perché non puoi fare marcia indietro e vedere come sarebbero andate le cose se tu non fossi stato medico o se tu non fossi stato amico.
Ora affermo qualcosa che è molto poco medico, tanto che se me l’avesse detta un mio paziente mi avrebbe lasciato molto perplesso: dopo il primo intervento chirurgico io sentivo che il mio fisico, il mio organismo, non era apposto. Per questo ho insistito così tanto, anche contro la volontà di chi mi aveva operato, per fare ulteriori accertamenti. Invece, dopo l'ultima radioterapia mi sono sentito in pace e in ordine col mio organismo, mi sono sentito che effettivamente in quel momento, o da quel momento in poi, il mio organismo non aveva più nulla di patologico. Questa è una sensazione.
Mi auguro ovviamente per la mia vita che sia una sensazione corrispondente a verità, nel senso che mentre prima ero molto in ansia con la mia patologia, adesso mi sento di essere totalmente guarito.
Anche quando non mi sentivo di essere completamente guarito non ho praticamente mai perso un giorno di lavoro e non ho mai interrotto l'attività sportiva, però non mi sentivo apposto con il mio organismo.
Adesso mi sento assolutamente e totalmente apposto con il mio organismo.
Questa sensazione mi ha colpito e in realtà è una riflessione che è maturata nel tempo.
Nel periodo in cui non stavo bene con me stesso pensavo semplicemente: ”quelli dicono che non ho niente invece non è mica vero, qua c'è qualcosa”.
Perché dicevo questo?
Perché non mi sentivo a posto?
Perché quello che sentivo non poteva essere un semplicissimo tessuto cicatriziale, esito dell'intervento chirurgico, ma era qualche altra cosa?
Perché quando il primo ecografista mi ha detto che non avevo niente io ne ho voluto vedere un altro?
Proprio io che dico sempre ai pazienti di non andare da più di uno specialista, perché tot capita tot sententiae, vai da dieci medici e ti dicono dieci cose differenti, dopo di ché ti confondono e basta.
Perché di fronte ad un'ecografia che diceva: ”non hai niente” e che quindi mi faceva molto ”comodo” ho preferito invece andare da un altro di maggiore mia fiducia e l'ho instradato verso una diagnosi di recidiva?
Perché sono andato da questo secondo specialista per dire: ”Guarda, parliamoci chiaro, secondo me ho una recidiva del tumore”, e mentre il primo quando ho detto una cosa del genere ha detto: “No, tu non hai niente, è il tessuto cicatrizzale”, il secondo ha avuto zero dubbi e mi ha detto: “Questa è una ripresa della patologia”?
In quel periodo non ero sereno ma pensavo fosse una cosa del tutto normale. Ma poi a un certo punto mi sono accorto che sono diventato sereno. Così come l'anno scorso ho vissuto malissimo le mie ferie perché ogni giorno ci pensavo, non dormivo tranquillo ed ero nervoso, quest'anno, finito il trattamento radioterapico, con questo esame io mi sono sentito libero da tumore.
E' un discorso molto poco scientifico, e per me che cerco di affrontare come oncologo le malattie in modo estremamente scientifico questa è una cosa incomprensibile.
Non mi sono posto il problema, e l'ho anche trovato strano, però ho pensato: “Mi sento in pace, mi sento sereno, non ho più niente, sono guarito”. Sarà il domani, ovviamente, a dire poi se sono nel giusto.
Perché può succedere che io non abbia più niente per tutta la vita oppure, trattandosi di un tumore, può succedere che ad un certo punto ci sia una ripresa. E mi chiedo se a questo punto il mio organismo se ne accorgerà. La ripresa potrebbe non essere più soltanto locale, e quindi di fronte ad una manifestazione che potrebbe esser non più locale ma lontana, me ne accorgerò?
Incomincerò a sentirmi non sereno con me stesso?
È molto difficile poterlo dire oggi. È un aspetto della malattia al quale non ho pensato più di tanto, ma l’ho notato.
Ho notato che per mesi ho lottato dicendo: “Vi sbagliate io ho qualche cosa” e da un certo punto della mia esistenza, in questi ultimi mesi, mi sono detto: “non ho più niente, sto bene”. E come tutti i pazienti che non hanno più niente e stanno bene, magari ritardo un po' a fare gli esami di controllo, ritardo a fare determinate cose perché proprio mi rendo conto di essere a posto con me stesso.
Nella mia vita professionale una cosa del genere non mi era mai successa. Non mi è mai capitato un paziente che mi dicesse: “no, secondo me ho ancora qualcosa“ e in effetti l'aveva, e che dopo mi sia venuto a dire: “non ho più nulla, sto bene perché io mi accorgo di non avere più nulla” e in effetti stava bene.
Nei miei trent'anni di mestiere non mi è mai successo. Forse perché non ho mai indagato molto questi lati.
Faccio l'oncologo, visito, vedo gli esami e se sono negativi dico: “lei non ha più niente, torni fra un anno”.
Forse perdo troppo poco tempo a chiacchierare con il paziente, a chiedergli come si sente lui nei confronti della malattia che ha avuto e che in questo momento gli esami dicono che non ha più.
Non credo di essere un'eccezione o una mosca bianca, probabilmente molti pazienti hanno questa stessa sensazione, ma io non la indago.
Purtroppo la mancanza di tempo cronica di tutte le attività professionali forse fa sì che quando il paziente viene per un controllo oncologico il medico non si interessi della psiche, della testa. Io so che cosa devo fare dopo un anno, dopo due anni, dieci anni che il paziente ha avuto un tumore della tiroide, della pelle o della mammella, faccio questi accertamenti, ma non dedico al paziente altro tempo per indagare su come lui si pone rispetto alla sua malattia.
Anche se ora devo dire che questa cosa mi interessa, voglio vedere tutti i pazienti che hanno superato la malattia, se in qualche modo sono coscienti di porsi o di stare in modo differente rispetto a quando erano portatori del tumore. Ma credo che sia molto difficile capirlo con gli altri. Con te stesso è più facile.
Anche perché da sempre si dice in campo oncologico che il paziente prende in giro il medico. E forse il paziente prende in giro anche se stesso, è un’altra cosa estremamente umana.
Anche da malato il paziente ha sempre tendenza a dire “i guai possono succedere agli altri, non a me”.
Ricordo che questa cosa mi aveva colpito quando ancora ero un ragazzino. Io sono arrivato all'Ospedale Oncologico prima come studente, al quinto anno di medicina. C’erano stanze a quattro letti. Se nei quattro letti c'erano per esempio quattro donne con lo stesso tumore alla mammella, magari in una fase avanzata, ogni donna, quando veniva a colloquiare con me, diceva: “le altre tre sono nei guai, ma a me va bene”.
Ognuna delle quattro faceva lo stesso discorso. Ognuna era positiva nei confronti della prognosi della sua malattia e pensava di essere più fortunata delle altre, anche se magari erano tutte quattro allo stesso livello.
Per questo è molto difficile poter chiedere a queste persone, che mentono con se stesse (in buona fede ovviamente, perché è umano pensare “io ho passato i guai e adesso camperò cento anni”) come si pongono nei confronti della loro malattia.
Tendenzialmente la gente tende a mentire a se stessa, e questa è una cosa umana. Io non sono migliore di altri, ho cercato di non mentire a me stesso, memore del grave errore che avevo commesso sottovalutando la mia patologia, partendomene bellamente per andare ai Caraibi, perché avevo la barca che mi aspettava, perché avevo gli amici che mi aspettavano, perché avevo gli impegni che mi aspettavano.
Quando invece faccio la diagnosi di un tumore maligno nei confronti del paziente, non vedo il paziente, vedo la patologia. E per quello che riguarda la ristretta cerchia di patologie tumorali che  tratto (della tiroide, della pelle e della mammella) la diagnosi quasi sempre è molto certa.
Dopo trent'anni che faccio questo mestiere, sinceramente è difficile che sbagli una diagnosi.  È difficile che dica: “signora, è meglio fare degli altri accertamenti” perché penso ci sia una patologia tumorale quando invece non c’è, così come è difficile che io dica: “stia tranquilla non è niente” quando invece la patologia c’è.
Questo nel mio lavoro è estremamente importante, perché nei confronti di questi tumori mi sento un po’ un medico di frontiera, cioè un medico lontano da strutture importanti.
Ormai io lavoro in una piccola città di provincia, e se ad una paziente dico “lei non ha niente, ci vediamo fra un anno” è difficile che questo paziente si rivolga a un altro e faccia ulteriori accertamenti, perché ai suoi occhi io sono il grande specialista in oncologia che “ha detto che non ho niente”.
D'altra parte nella zona sono molto noto perché è dal febbraio del ‘76 che visito la stessa popolazione, quindi ci sono persone che magari hanno ventinove controlli fatti da me perché una volta all'anno vengono a farsi visitare. E' chiaro che queste persone sono estremamente fiduciose nei miei confronti “l'ha detto lui che non ho niente, io per una anno sono tranquillo”.
Per me è molto più difficile, perché mi rendo conto che il mio errore può metter in difficoltà il paziente.
Se un paziente a Milano va a farsi vedere da uno specialista ed è poco tranquillo, allora forse va a farsi vedere da due, tre, dieci specialisti, oppure fa altri accertamenti. Ma in una zona dove ci sono soltanto io e dove ho acquisito questa enorme credibilità nei confronti della popolazione che visito, perché è da trent'anni che questa popolazione si rivolge a me, è chiaro che ripongono una tale fiducia in me che io non mi posso permettere di sbagliare.
Questo mi complica la vita, perché poi ogni volta penso: “ho fatto bene a dire a quella paziente, Signora stia tranquilla non faccia altri accertamenti?” Mi mette molto in difficoltà ma lascia la paziente molto serena perché “l'ha detto lui e allora…”. Questa è la differenza tra fare il medico in una struttura estremamente periferica e fare il medico in un grosso centro. 
Non credo che la mia esperienza abbia influenzato il mio modo di pormi come medico nei confronti del paziente che si siede di fronte a me e vuole essere visitato.
Può darsi che nel mio subconscio qualcosa sia cambiato, ma se così è non ne sono assolutamente cosciente. Quest’esperienza ha riguardato me come uomo, non come medico, riguarda me e basta.
Non credo di essere cambiato nei confronti della mia professione o del paziente.
Quando ho iniziato la mia attività, essendomi laureato nel '72, ci si poneva ancora il problema “devo dire al paziente che ha un tumore o non lo devo dire?” Oggi questo problema non si pone praticamente più, e io sono favorevole a questo.
Una volta sentivi dire “quello è morto di un male incurabile”, lo si diceva di persone dello spettacolo, di persone pubbliche che decedevano, e questo era secondo me un grandissimo male che si faceva alla popolazione.
I giornali, i mezzi di comunicazione, la televisione dicevano “è morto di un male incurabile”, quindi diffondevano l'informazione sbagliatissima che di tumore si muore. E quindi al tuo paziente non lo dicevi.
Oggi la stragrande maggioranza dei tumori presi in tempo sono curabili, ecco perché è importante la prevenzione. E quindi si può dire più facilmente al paziente “lei ha un tumore, ma guardi che nel 98% dei casi guarirà”.
A mio modo di vedere, da un punto di vista culturale questa è stata una grossa conquista, perché oggi chi sa di avere un tumore ne parla con la vicina di casa, ne parla con gli amici e sa che di quel tumore può guarire.
Una volta c'era quasi la vergogna e il pudore di parlare di una cosa che ti aveva condannato.
Credo che informare il paziente di questa patologia faccia in modo che il paziente sia più conscio e più responsabile.
Non è che io ho un tumore e adesso mi vado a buttare sotto al tram perché la mia vita è finita, io ho un tumore e posso guarire, così come si guarisce da un infarto, così come si guarisce da altre malattie. L'avanzamento delle conoscenze tecniche e scientifiche, la facilità di raggiungere una struttura preparata per questo tipo di patologie, ha fatto sì che i decessi da infarti siano assolutamente crollati da un punto di vista di percentuale. Idem in campo oncologico.
La diagnosi precoce arriva a scoprire dei tumori maligni, in una fase in cui le terapie di oggi ti fanno guarire in una percentuale talmente alta che secondo me è giusto dire al paziente: “hai un tumore ma tu guarisci”.
Dobbiamo smetterla di terrorizzare il paziente con una malattia incurabile, perché in linea di massima, anche prendendo la totalità dei tumori, oggi oltre il 50% sono curabili, quindi è una malattia curabile.

Commenti   

 
#2 CECILIA 2010-04-26 14:46
IO SONO STATA SOTTOPOSTA NE 2003 A TIROIDECTOMIA TOTALE CON SVUOTAMENTO LATEROCERVICALE SINISTRO.OGGI SONO UNA DONNA DI 32 ANNI E MAMMA DI UNA BIMBA DI 5 PERO' DEVO AMMETTERE CHE LA MIA VITA E' CAMBIATA MI SENTO PIU DEBOLE E MENTALMENTE DEBOLE,LA CONSAPEVOLEZZA DI AVER AVUTO UN TUMORE E I RIPETUTI CONTROLLI MI PORTANO AD UNO STRESS GIORNALIERO,POI ,IL CUORE NON E' PIU LO STESSO DATO L'EUTIROX CHE SPESSO MI DA EFFETTI INDESIDERATI TERRIBILI.... VA BEH! GRAZIE DELLO SFOGO... AUGURI A TUTTI.
Citazione
 
 
#1 Teseo 2010-02-05 22:48
Questa storia mi aiuterà senz\'altro, io ho subito intervento di tireodictomia nel novembre 2009, per un sospetto ca papillifero della tiroide. Tale è stato confermato dall\'istologic o, mentre ero ricoverata per effettuare terapia con iodio 131 mi viene scoperta una metastasi latero cervicale, vengo dimessa senza eseguire terapia e mi viene consigliato un secondo intervento chirurgico. Allora questo è solo l\'inizio?
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