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Fondamentalmente è una malattia di cui mi vergogno...

Se parliamo della mia storia, parliamo di malattie importanti.
Sei anni fa ho scoperto di avere un carcinoma al seno: sono stata operata, ho fatto radioterapia e terapia ormonale, in cinque anni ho seguito tutta la trafila normale.
Sei mesi dopo l'ultimo controllo dei cinque anni, ho avuto, sempre allo stesso seno, una recidiva, questa volta bifocale. Ho quindi subito un nuovo intervento.
Quando mi sono sentita un po' meglio sono andata a farmi vedere per un tremore al braccio che pensavo fosse psicosomatico, invece mi è stato diagnosticato un Parkinson... E questo è più difficile da accettare! 
Ma cominciamo dal principio, dal primo problema: il carcinoma al seno. E’ iniziato sei anni fa con un nodulo.
Sono andata a farmi vedere, mi hanno fatto la mammografia e l'ecografia e mi hanno detto che era un nodulo benigno.
Un mese dopo questi accertamenti, però, alla palpazione sentivo che nella porzione centrale era cambiato, non lo sentivo più liscio, lo sentivo bitorzoluto. Ho insistito, ho fatto una nuova visita, mi hanno fatto un'eco e mi hanno detto che non era niente, aggiungendo: “se proprio ci tiene se lo faccia togliere”.
Così me lo sono fatto togliere da un mio amico un ginecologo, ambulatorialmente, in day hospital: mentre lo toglieva già mi ha preannunciato che non era una bella cosa. Poi è seguita la conferma istologica. Sono quindi andata all'Ospedale Oncologico dove mi hanno fatto il quadrante e sono andata sotto la loro ala.  
È stato un inizio drammatico, devo dire, prima di tutto perché non me lo aspettavo... proprio per questo la prima volta è stata peggio della seconda: è stato un impatto emotivo notevolissimo, pensavo di morire!
Tanti pensieri, il mio bambino era piccolo, aveva 5 anni, e io pensavo che di questa malattia si potesse morire, subito.
È stato molto traumatico anche perché tra la diagnosi e l'intervento è passato del tempo: i tempi di attesa sono lunghi, c'è tanta gente... ed ero in questo limbo di incertezza che è stato il momento in assoluto più brutto. 
Dopo l’esito istologico della nodulectomia sono stata messa in lista d’attesa per l’intervento all’Ospedale Oncologico, una lista abbastanza veloce, però sono comunque passati più di quaranta giorni tra la diagnosi e l'intervento. In questo limbo non avevi niente da fare se non pensare e prepararti all'intervento.
Tutte le cose più tragiche me le vedevo davanti: mi vedevo che sarei morta, mi vedevo la chemio, mi vedevo senza speranza… Più che altro era il dubbio dell'incertezza.  
Una volta fatto l'intervento sono poi entrata in un iter che mi ha  rassicurata molto. Il momento o periodo più drammatico è proprio questo interregno tra la diagnosi e l’intervento, questa fase confusionale in cui non sai con chi parlare, anche se la dottoressa è disponibile non puoi andare tutti i giorni ad esprimere delle paure. Forse ci vorrebbe più un amico o un’amica che abbia passato la stessa esperienza, e io non ne avevo, perché una mia carissima amica era morta di questo tumore. E già questo… Altre non ne avevo.
Mi hanno messa in contatto con una signora, che poi ha creato una fondazione, lei mi è stata molto di aiuto a livello psicologico, mi ha detto: ”Vedi, sono stata operata una volta, due volte, sono qui, sono viva, e ho mio figlio.”
Mi ha rassicurata e in questo senso è stata di valido supporto, più che altro per poter avere uno scambio di sensazioni. Dopo l’intervento c’è stato un nuovo momento drammatico, in attesa dell'esito, perché si trattava di vedere se i linfonodi erano stati interessati o no, per stabilire la prognosi della malattia: tre settimane…
Ancora una volta constatavo che l'aspetto più brutto di questa malattia è l'attesa: gli esami, i controlli e l'attesa dell'esito. Sono sempre le attese che snervano, non tanto le diagnosi.
Nelle attese la mente va dove vuole, anche se si cerca di razionalizzare. 
La diagnosi poi è stata tutto sommato abbastanza buona, nel senso che era un carcinoma però non aveva colpito i linfonodi.
Ho quindi cominciato a fare la radioterapia e le terapie ormonali e ho buttato tutto alle spalle, come se non avessi mai avuto niente. 
Le terapie sono andate bene, anche perché lì sei in gruppo. Infatti ho seguito il gruppo (mal comune mezzo gaudio...). È un male comune, che ci accomuna, per cui ci si raccontava come si stava, cosa facevi per non stare male, cosa facevi per continuare a vivere.
È stata un’esperienza molto bella: è molto importante comunicare, potersi scambiare le idee.
L’iniziativa era organizzata dall’Ospedale e con il supporto di una psicologa.
Gli incontri settimanali erano in due tipi: alcuni in cui si parlava tra noi, della vita personale, della vita “prima”, ecc..., in cui ci si scambiava informazioni, e altri in cui c'erano gli incontri con i medici che venivano e raccontavano un po' tutto sulla malattia, sul suo decorso. Per cui è stato molto tranquillizzante.
Questi incontri hanno riscosso un grandissimo successo perché quello di cui si ha bisogno, in effetti, è tanto la terapia medica quanto quella psicologica.
Si ha bisogno di qualcuno aiuti a sdrammatizzare e a convivere con questa malattia. 
All’inizio, per conoscersi, ciascuno a turno raccontava la propria malattia, le cose successe prima che si manifestasse, se erano successi eventi traumatici, separazioni, o altro.
Poi c'erano dei momenti di training autogeno, di terapia corporea, a volte facevamo questo rilassamento, a volte si sentiva la musica, sempre con la psicologa.
Nelle settimane successive c'erano gli incontri con i medici: loro spiegavano e noi potevamo fare delle domande. Il dietologo spiegava la dieta da utilizzare per le varie forme di tumore.
E poi c'erano gli scambi interpersonali di gruppo, ci si incontrava anche fuori, molte di noi sono rimaste legate l'una con l'altra. Il momento peggiore è stato quando nel nostro gruppo una non ce l'ha fatta… La cosa brutta è quella!  Per il resto è una grossa forza. 
Forse ci accomuna anche il fatto che noi passiamo una linea di confine tra l'idea della morte e la morte vera.
Io avevo sempre pensato alla morte, a un'idea di morte: un giorno avverrà, succederà e concluderà questo passaggio. Ma l'idea che la morte sia proprio qui vicina, o alle spalle, o davanti, fa cambiare un po' il rapporto con la vita, per cui sei contenta per una giornata di sole, sei contenta quando stai bene, sei contenta per il tuo bambino!
Cambiano un po' le dimensioni...
Forse è vero il detto “ricordati che devi morire ma vivi come se non dovessi morire mai”.
C'è un cambiamento, che in questo senso forse è un paradosso: sai che devi morire, ma forse il tastare l'idea della morte ti fa apprezzare di più quello che ti dà la vita.
Non vorrei essere sdolcinata, però è vero che forse è stata una fortuna, perché le cose che ho avuto nella vita, che da diversi anni sono sempre negative, forse le vedo in una maniera diversa, oltre al tumore ho avuto tante altre cose brutte che ho accettato diversamente, in questo senso la malattia ha cambiato la mia vita.
Io amo mio figlio, e potrei dire che prima forse lo amavo al 200%, adesso posso dire di amarlo al 2000%.  
Soprattutto con la recidiva ho avuto il pensiero che questa volta non ce l'avrei fatta, quindi ogni momento con il mio bambino era un momento regalato.
Pensavo: “Che cosa posso lasciargli? che ricordo?”
Siccome penso molto alle persone che sono morte, alle mie persone… Anche se con loro non c'è più niente di fisico, c'è il ricordo, e questo penso che sia importantissimo perché non morirà mai fino a che non morirò io. Il ricordo di mio padre, di mia madre, dei miei amici, della mia amica, non morirà mai, e quindi il ricordo che vorrei lasciare a mio figlio non è un ricordo di malattia, di tristezza, ma qualcosa che possa aiutarlo.
Adesso ha 11 anni: abbiamo parlato della mia malattia poi ha visto che tremavo e piuttosto che vederlo spaventato per qualcosa che non conosce gli ho detto che ho il Parkinson.
Lui è stato molto di aiuto, ad esempio quando mi ha detto: “Ma sì, mamma, tremi un pochino, anche il Papa l'ha avuto…” Oppure, un’altra volta riferendosi a un telefilm dove parlano di medici mi ha detto: “Mamma sai che potresti non avere il Parkinson ma la malattia di Wilson, perché ne hanno parlato questa sera!
Non so se ho sbagliato a dirglielo, credo di no, perché anche lui convive con queste malattie, vede che vado in ospedale… Non mi sembra turbato, credo che sarebbe più turbato se mi vedesse stare male e non sapesse il perché. 
Per quanto riguarda il Parkinson invece, mi ha destabilizzata completamente!  
In questo caso mi sono abbandonata all’emotività, cosa che non ho mai fatto... tipo piangere quando ritiro l'esito, piangere davanti a tutti, piangere...
C'era anche la mia amica, quando l’ho scoperto, e le dicevo: “guarda, di fronte a questa malattia non c'è altro, posso solo piangere, perché non ho armi, non ho possibilità di guarire, non ho speranze, è una malattia che non so neanche come evolverà, cosa succederà…”. Rappresenta proprio ciò che io odio: l'incertezza! C’è anche il fatto che è una malattia che mi accompagnerà, penso, fino alla morte.
So che con il Parkinson non si muore, però è una malattia invalidante, che toglierà la mia autonomia, tutte le cose più brutte… Per cui ho passato un mese a piangere, perché non potevo fare come per il cancro e tirarmi su le maniche... qui non so che cosa devo combattere!
Ho fatto un po' di terapia di supporto, ho fatto della ginnastica, ma non la faccio più perché mi sono un po' stufata: sono un po' nella fase del “chi se ne frega!”, anche se so che non bisognerebbe farlo perché peggiorerà, ma adesso sono un po' stanca e mi sono presa un periodo di riposo! 
È ancora una storia recente ed è difficile da... deglutire.
Al lavoro non ne ho parlato, però qualcuno se ne è accorto, per il tremore, che non ho costantemente, però se qualcuno mi osserva, magari mentre sto scrivendo, o se tengo in mano uno strumento, comincio a tremare... è difficile...
Adesso sto andando pochissimo a lavorare, perché non voglio farmi vedere: non riesco a riprendere la routine normale, lavoro molto a casa col mio computer, così non mi vede nessuno... So che non l'ho ancora accettato! 
Avere tanti amici medici può essere un vantaggio ma anche uno svantaggio.
Ad esempio, questo mio carissimo amico, un ginecologo, quando mi ha tolto il primo nodulo, mi ha telefonato sul telefonino dicendo: “Sei a casa?” e ho pensato “eccolo là, mi vuol parlare a casa… come dire che non è una cosa bella”. In seguito mi ha detto che era un carcinoma e che era un grado due... Io allora non sapevo ancora tante cose e ho detto: “Ma è brutto avere un due?” Mi ha risposto di sì.
Nel frattempo aveva avvertito mia sorella dicendole che secondo lui era una situazione disperata. Quindi è venuta mia sorella: tutti che piangevano... e io da questa cosa ho dedotto che era veramente grave.  
Il giorno dopo, sempre piangendo, sono andata con questo mio amico all'Ospedale Oncologico, ho fatto una visita dall'oncologa, la quale mi ha tranquillizzata tantissimo dicendo che era un grado buono, che prima di dire se ero persa o no avrei dovuto fare le indagini di routine, cioè la scintigrafia e altre cose, mi ha detto che le dimensioni erano piccole e che avevo una grandissima percentuale di sopravvivenza.
E' una donna splendida, mi ha accolto benissimo, mi ha rassicurata: io avevo paura! Questo non significa che racconti bugie, dice sempre la verità, una volta mi ha detto: “anche se mi può far star male, stia tranquilla che io devo dire la verità”.
Questo è molto rassicurante, perché vai lì preparato, con estrema fiducia, sai che quello che ti dirà, nel bene o nel male, è la verità: non ci sono pietose bugie...
Il fatto che lei sia così ferrea mi piace molto, dà molta sicurezza al paziente: è molto realistica ma nello stesso tempo non è allarmista, non è pessimista. È una persona solare e positiva.
All'Ospedale Oncologico arrivano non so quante persone al giorno, le sale d'attesa sono sempre stracolme: tutti vogliono lei e lei riesce a dedicare tempo a tutti per parlare anche delle paure, non solo degli esami.
La seconda volta che mi sono ammalata, invece, la dottoressa stessa era stata colpita da un tumore al seno e stava facendo la chemioterapia, per cui non me la sentivo di andare a disturbarla con i miei problemi, mi sono rivolta alla chirurga che mi aveva operata, la quale mi ha detto: “Vediamo, bisogna aspettare l'istologico.”
Quando l'oncologa ha saputo che mi ero ammalata di nuovo mi ha contattata dicendo di ritornare da lei.
Anche se era ammalata continuava a lavorare, ed è stata la mia ancora di salvezza perché mi ha detto: “sì, è una recidiva però non è detto che le cose debbano andare così male”.
Anche in questo caso mi ha rassicurata. Il fatto stesso che lei si sia ammalata, si sia curata ed allo stesso tempo sia stata vicino a noi pazienti, credo sia stata una grande lezione.
Devo dire che, in questo percorso, ho conosciuto persone splendide… 
La paura più grande è quella della morte, la paura della diffusione della malattia, delle metastasi: questo è il terrore! Alcuni giorni fa ho avuto un mal di collo terribile, l'ho chiamata e adesso sembra stia migliorando, mi ha rassicurata, ma per ogni cosa, ogni dolore, è un ricadere, è una grande paura. Poi l'altro giorno pensavo: ad un certo punto dobbiamo morire tutti…
Cerco una rassicurazione razionale, però quando sto male, quando c'è qualcosa che non va è difficilissimo ancorarsi alla razionalità, non perdere la testa, non pensare alle cose più brutte del mondo.
Per esempio, ad agosto sono andata a fare il torace, mio figlio era con me perché subito dopo dovevamo partire per il mare, per fare una settimana di vacanza.
Lui mi aspettava in sala d'attesa e quando sono uscita dopo aver fatto le radiografie ho aspettato che mi dicessero se le radiografie erano venute bene. Ma l'esito non lo danno subito.
Quando il radiologo mi ha detto che potevo andare via, mio figlio mi ha detto: “Sai, credo che sia andata bene, perché quando è uscito l'infermiere sorrideva”. Era vero! Il fatto che mio figlio l'abbia notato mi ha rassicurata. Quando poi sono andata a prendere l'esito era normale.  
Dal punto di vista psicologico, credo che l'attesa, l'aspettativa, siano logoranti.
Una cosa che abbiamo in comune con tutte le altre pazienti è questa grande paura della scintigrafia: la scintigrafia ossea rivela se hai delle metastasi oppure no, ed è una cosa molto traumatica.
Devi andare in questo “bunker” (così si chiama) dove ti iniettano una sostanza radioattiva e lì devi rimanere almeno tre ore prima che sia passata in tutto l'organismo.
Dopo le tre ore puoi fare l'esame.
Sono tre ore in cui non c'è niente da fare: non c'è la macchinetta del caffè, ci sono queste sedie, tutte queste persone che aspettano, si cerca di non parlare…
La cosa brutta dell'Ospedale è che quando ci si ritrova tutti ti raccontano le sfortune più incredibili! Per sollevarsi ti raccontano non so “Ah io stavo bene poi…”, le sfortune più terribili!
Una mi ha detto “erano passati cinque anni e a cinque anni e un giorno hanno trovato un nodulo...”: me ne sono andata da un'altra parte...
Quando vado lì, infatti, mi metto le cuffie e leggo: non voglio sentire nessuno raccontarmi le cose più tragiche del mondo! Dopo quel tempo passato nel bunker passi sotto lo scanner che ti esamina tutto. È aperto, però arriva vicinissimo al viso: è proprio antipatico come esame, e in più stai pensando “andrà male, andrà bene?”.
Poi dopo due o tre giorni vai a ritirare l'esito.
Il momento peggiore è quando apri la busta! Le gambe ti tremano, sei nella confusione più assoluta, e questa reazione ce l'hanno tutte le mie amiche, non solo io.  
E questo rituale si ripete con una frequenza che dipende da quanto stai male…
Adesso ho scoperto altri due noduli, per cui ho dei controlli ravvicinati, il primo anno sono 4-6 mesi, dopo il primo anno e mezzo una volta all'anno, se si presenta qualche problema invece si rincomincia...
Sono qui, un po' fatalista. Penso che si diventi un po’ fatalisti o sconvolti perché vedo delle persone che…
Una mia carissima amica è stata operata, è andato tutto bene, però lei è diventata di una paranoia incredibile: gli esami li va a fare tutti col marito, gli esiti li ritira il marito, non li apre lei e qualsiasi sintomo diventa un dramma.
È molto peggio di me, lei va fuori completamente...
Ha fatto un esame degli enzimi epatici che erano leggermente mossi, io le ho detto che probabilmente era l'osteoporosi, perché noi facciamo delle terapie che provocano l'osteoporosi, pero lei piangeva al telefono, stava malissimo.
Io sono molto più brava, nel senso che me lo tengo dentro, però siamo tutte così in attesa, forse non tanto in attesa, ma preoccupate di qualunque segnale si manifesti.
Una persona normale dice: “ho mal di schiena, sarà l'umidità, sarà l'età”, invece per noi è tutto così amplificato. 
Per il Parkinson invece non ho ancora iniziato nessuna cura perché non sono convinta della terapia. Non perché non mi fidi della dottoressa, della medicina, ma perché non sono convinta di iniziare un prodotto che poi, più avanti, darà effetti collaterali per cui non potrò più usarlo. È come se mi mettessi in risparmio, cerco di utilizzarlo più avanti, quando starò più male, perché vorrei avere una chance terapeutica più lunga. Mi tengo tutti questi prodotti prima di passare alla dopamina vera, che è l'unica poi, ma che anche quella dopo un po’ dà effetti collaterali tali da dover essere sospesa, per cui me la tengo buona, la tengo per periodi più neri…  
Per quanto riguarda il Parkinson, visto che c’era questo sospetto fin dall’inizio, mi ha detto la verità, posso dire, cruda. Ma cos’altro poteva dirmi?
Mi ha detto: “Lei ha un Parkinson!”.
Poi mi ha fatto fare gli accertamenti, e quando sono andata con gli esami ho chiesto: “ma cosa mi aspetta? mi spieghi perché io voglio sapere. Se so le cose, sono preparata, poi riesco ad accettarle, però devo conoscere”.
Lei mi ha detto: “Non è che non voglia dirglielo, non posso farlo, perché ogni parkinsoniano è diverso. Lei può avere un andamento che rimane così tutta la vita, può invece essere che cominci a tremare, che non riesca più a parlare, ci sono tante sintomatologie più gravi… Bisogna vedere un po': non c'è niente di certo...”
Mi ha lasciata così...
Questo centro è specializzato nel Parkinson, ma era difficilissimo parlare con la dottoressa.
Per esempio, una volta ero al mare, volevo parlarle, ma non riuscivo, l'infermiera faceva da filtro.
Ci sono degli orari prestabiliti per parlare con i medici ma in quegli orari è impossibile perché tutti chiamano.
Una mattina ho parlato con l'infermiera, che non voleva assolutamente passarmela, e le ho detto: “Guardi, cerchi di capire, sono all'inizio di una malattia che non conosco, ho dei sintomi strani… Abbia pazienza, un po' di supporto psicologico, cerchi di capire, non è che voglia rompere le scatole alla dottoressa continuamente, però sono all'inizio di qualche cosa che mi spaventa!”
Questo discorso l'ha convinta e me l'ha passata.
Quest'infermiera è stata molto gentile, però prima ho dovuto impietosirla, o comunque spiegare qual è la condizione psicologica di una persona che si trova di fronte a questa malattia.
“Mi trema l'altra mano, che cos'è? cosa mi sta succedendo? non riesco a parlare oggi, parlo male…” dicevo.
Sono tutte cose per le quali qualsiasi scambio di dialogo con la dottoressa ti può aiutare.
Dopo aver parlato di queste cose non l'ho più chiamata, però in quel momento avevo bisogno di sapere.
Quando finalmente mi ha risposto è stata molto gentile, carina e accogliente, ma prima ho dovuto abbattere questo muro, mancava solo che mi mettessi a piangere, ma non lo avrei mai fatto, ho solo cercato di far capire il punto di vista del paziente, cosa che forse loro non tengono presente…
Non so, non saprei giudicare e non voglio farlo, ma io sento questa carenza. Io capisco che anche loro siano oberati dal lavoro, però lì al centro Parkinson non c'è tanto supporto psicologico. Anche se in effetti lei ha ragione, è il tempo che mi aspetta che mi dirà le cose, però forse avrei preferito un rapporto più umano come quello che ho all'Ospedale Oncologico. Lì conosco più persone, abbiamo avuto degli scambi di lavoro, però ritengo che per una malattia come il Parkinson occorrerebbe fare una serie di colloqui, qualcosa di diverso che possa aiutare a capire e affrontare questa malattia che non ha cura, perché per ora non c'è terapia, se non palliativa. Mi manca un po' questo rapporto, sarebbe utile, mi manca il dialogo.  
Anche perchè questa è una malattia di cui mi vergogno! Mi sto interrogando sul perché... Forse perché mi vedo debole, io lavoro in un ambiente in cui non ci sono buoni rapporti con tutti, è un ambiente molto arrivista, dove c'è poco amore... Penso che mi prenderebbero in giro e non mi piace.
Non mi piace offrirmi su un piatto ai miei nemici. Perché già sono stata sconfitta da tante cose in quell'ambiente di lavoro, perché non sono scesa a compromessi, non ho accettato determinate cose, e quindi sono stata emarginata. In più emarginata e malata… non mi piace. Infatti, per ora lo sa solo un mio carissimo amico e collega, lavoro insieme a lui e mi copre un po' da questo punto di vista.
La prima volta, quando dovevo fare le terapie ero sempre al lavoro, facevo tutto negli intervalli, e se stavo male quando ritornavo andavo nel mio studio a nascondermi, non mi facevo vedere da nessuno. Adesso farmi vedere così, magari che cammino un po' più piano, che il braccio mi trema, non mi piace: lavoro a casa!
Cerco di andare al lavoro ma quando la mattina mi preparo mi dico: “ma non posso stare a casa?” E sto a casa. Non riesco a fare le cose di prima.
Ci sono delle cose per cui non posso fare a meno di andare, devo fare gli esami, adesso incominceranno le lezioni. Ho questo incubo delle lezioni perché c'è il rapporto con gli studenti. È una mole notevole di lavoro e quella la sto facendo, perché gli impegni sono già scanditi a distanza di anni e mi dispiace mandare tutto all'aria. Se ce la faccio vado, e quello mi permette di preparare tutto a casa. E preparare le lezioni è una cosa che mi piace molto. 
E comunque anche in altri ambienti non voglio che si sappia, lo sanno solo le mie amiche carissime, al medico fisiatra dell’Ospedale che mi curava non l’ho detto perché c’era lì un’infermiera e non volevo che si divulgasse, che fosse argomento di pettegolezzo.
Fondamentalmente è una malattia di cui mi vergogno tantissimo! 
Un po' è anche per pudore: è come far vedere le mie cicatrici al seno... E poi che non mi possano vedere forte, che è l'idea di me che ho sempre voluto dare. Non so se nel mio ambiente di lavoro mi hanno mai vista piangere, anche di fronte a cose brutte, non ho mai voluto cedere alle emozioni, manifestare il mio dolore di fronte ai miei nemici.
Invece così mi vedo proprio anziana, sconfitta, non autonoma. Il fatto di dover dipendere dagli altri è una cosa che io odio. Forse è ancora presto per parlare di questo, perché sono tutte sensazioni fresche, che non ho ancora elaborato.
In questa fase mi sento un po' sperduta, ho la testa talmente piena di tante cose, il Parkinson, il cancro, riuscire a lavorare, a vivere, a fare qualcosa, a dover ricominciare da capo… Tirarsi su le maniche e combattere questa malattia, perlomeno il progredire di questa malattia, perché ci sono queste armi che sono la fisioterapia, la ginnastica. Sono armi che rallentano, ma ora io sono stanca.
In questo momento l'idea di riprendere normalmente, rimboccarsi le maniche, mi pesa moltissimo.
L'idea che possa riprendere ancora la malattia e debba sottopormi ad un altro intervento chirurgico, in questo caso molto demolitivo, devo dire che non mi fa felice.
È un anno che non riesco a tirar su la testa, per cui sono veramente stanca, però so che devo andare avanti.
 

Commenti   

 
#6 diana 2016-05-10 07:41
Ciao cara e belissima mamma. Ho letto e ho pianto insieme a te. Ti adoro per la tua sincerità e la tua forza. Perché di forza penso che ne hai tanta!!!
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#5 Antonella 2015-11-27 22:46
Ciao. Sembra la mia storia. Dieci anni fa il primo carcinoma duttale infiltrante. Mastectomia, chemio, parrucca. Quando sembrava un brutto incubo ormai superato sei anni dopo recidiva. Radio e ancora pillole. Un anno fa il Parkinson. Ho 53 anni. I due tumori mi davano una luce in fondo al tunnel. Ora non la vedo e questo è tremendo. Ma devo andare avanti. Non ho scelta. Dio manda pesi in proporzione alla forza, ma penso che mi abbia decisamente sopravvalutata.
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#4 Antonella 2015-11-27 22:36
Ciao mi sono rivista nel tuo racconto. Anch'io ho avuto due tumori al seno. Il primo dieci anni fa, il secondo sei. E ora il Parkinson da un anno. Ho 53 anni. Forza. Dobbiamo mettercela tutta.
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#3 rosy 2012-01-20 11:57
ciao ho letto la tua situazione .mi dispiace molto,anchio sono stata operata di tumore al seno.ti sono vicina .forzaaa
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#2 GIULIA 2011-10-30 10:16
Ciao Sono Giulia e vorrei un po rispondere e incoraggiarti a quallo che hai scritto prima!!! Voleva sapere in anzi tutto come mai ti anno diagniosticata di avere parkinsonn!!!Di quello che ho capito!! Tu comminci A TREMARE piu forte quando ti senti osservata, e volevo sapere se quando sei da sola il tremore pasa dell'tutto o diminuiscie. In piu avrei piacere di sapre in che base ti anno diagniosticato di avere Parkinson e quanti anni hai? mi lasci una mail ti lascio la mia
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#1 paola 2011-06-21 11:00
salve, anche io ho avuto un tumore, so che non è per niente facile, anche se la vita ci affligge,non dobbiamo mai perdere la speranza....buo na fortuna per tutto, col cuore....non mollare mai....mi raccomando perche non sei la sola....
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