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Ogni piccolo dolore la mia mente l'associa al tumore...

E' stata una cosa un po' strana, casuale e improvvisa.
Nell'appartamento era in corso una ristrutturazione e, cosa inusuale, perchè solitamente è aperta, ho chiuso una porta per prendere una scatola di cioccolatini ed un paio di libri e ho detto a mio marito: “Questi li porto in montagna”.
Appena  ho finito di pronunciare queste parole  mi sono letteralmente impastata contro la porta del corridoio.
Ho picchiato la testa, gli occhiali mi hanno ferita al naso e ho preso un colpo al seno.
Mi sono rialzata un po’ acciaccata, ma tutto sembrava finito lì. In seguito non si sono verificati ematomi e tutto pareva evolvere al meglio.
Se non che, due o tre settimane dopo, toccandomi un seno, ho sentito un nodulo abbastanza grande.
Mi sono meravigliata, perché avevo aderito a fine gennaio alla “campagna di prevenzione del tumore al seno” sottoponendomi alla mammografia e alla successiva visita e un mese dopo avevo ricevuto la lettera in cui si diceva “complimenti signora tutto a posto, ci vediamo fra due anni”.
Il ricordo delle parole della lettera mi avevano in parte tranquillizzata, ma toccando questo nodulo mi domandavo un po’ perplessa: “ma cosa può essere?”
Mio marito mi ha accompagnato subito dal medico di famiglia, che quel giorno era assente, e nel suo studio abbiamo trovato il sostituto: un giovane medico che, dopo avermi visitato, mi ha detto “signora bisogna che lei si sottoponga subito ad una  mammografia ed una ecografia”.
Riferisco al medico l’episodio che mi era capitato, ma egli ha minimizzato...  “no non c'entra niente”.
Mi sono sottoposta poi agli esami prescritti e dagli stessi è risultata una  macchia grigia, come una nebbia.
Ho deciso di andare da altri medici, perchè quella massa dura non diminuiva.
Il tempo passava ed è arrivato Agosto e proprio in  quei giorni mi sono fatta vedere da un altro medico: era la terza visita cui mi sottoponevo.
Al dottore non ho riferito dell’episodio della caduta, perchè i precedenti suoi colleghi non avevano dato peso alla cosa e dopo la visita mi ha detto: “vada in ferie, prenda un antinfiammatorio e poi vedremo”.
Sono tornata dalle ferie i primi di settembre, e sono ritornata dal medico e gli dissi: “guardi, io sono come prima!, ho sempre questa massa!”. Così presi la decisione di sottopormi all'ago aspirato.
Durante l’esame è uscito uno zampillo di sangue, e il medico mi ha chiesto “ma lei ha preso un colpo?”. “Si” ho risposto “l'ho sempre riferito per tre quattro mesi, poi mi sono stancata, perchè nessuno dava peso al fatto” egli ha proseguito “adesso facciamo anche in altri punti l'aspirazione”. Da ogni puntura usciva sangue, impedendo un risultato chiaro e così non sono riusciti a fare una diagnosi precisa.
In ogni caso questa massa andava tolta.
Mi sono recata dal senologo .. “mi dispiace, ma la devo ricoverare nel “mio albergo””.
“L’albergo” è il San Giorgio, l'ospedale più vicino a noi.
Sono stata ricoverata il 2 ottobre del 2000, per asportare questa sacca che permaneva.
I medici avevano ipotizzato un ricovero di tre giorni e poco più di un’ora per l’intervento.
Prima di tale giorno mi hanno sottoposto dei moduli da firmare: “signora non sappiamo bene cosa troveremo. Quando apriremo, vedremo. In questo momento non possiamo essere precisi, anche perché da tutti gli esami la cosa risulta dubbia. Quella massa comunque va levata, ma se trovassimo qualche sorpresa andremo avanti e potrebbe anche necessitare la ricostruzione del seno. Cosa fa, firma?
Ero perplessa: “siete in tre, cosa posso fare? Firmo?”.
Ad assistere al colloquio c'era anche mio marito che è intervenuto: “no no, tanto è una cosa da poco, uscirai presto”.
Così non ho firmato.
Poi mi hanno dato altri fogli: “firmi questo, poi quest’altro, poi quest’altro...” , ben sei fogli! In uno era scritto: “Vi autorizzo a fare la trasfusione”... ho firmato dicendo “beh, per forza mica mi lascerete morire?!”.
Mi sono sentita un attimo persa.
Le cose poi sono andate diversamente.
L’intervento è durato tre ore e mezza ed hanno trovato, sì quella sacca di sangue risultato dell’ematoma, ma sotto questa sacca, due tumori maligni che nessuno aveva riscontrato.
Sono uscita dalla sala operatoria con un seno in meno.
Uno dei due chirurghi è venuto da me: “siamo stati costretti a prendere la decisione di asportarle il seno, perché abbiamo trovato questa sorpresa”.
Ho pensato: “non me lo può dire la sera dopo l’intervento! Sono ancora intontita, non capisco tutto quello che è successo”, ma, un po' per paura, un po' per salvare la pelle ho detto “pazienza”.
Lì per lì la perdita di un seno non mi è sembrata tanto importante di fronte a salvare la pelle. E’ successo tutto così in fretta... tra l'incidente a casa, le ferie, gli esami, non ho avuto  neanche il tempo di spaventarmi.
Ho vissuto tutto come un fatto successo a qualcun altro, non a me stessa.
Ma io mi sono ritrovata senza un seno.
Certo non è facile da accettare, ma con il tumore non si può guardare troppo per il sottile e tutto sommato l'ho presa fin troppo bene. Anche se i disagi e il fastidio al braccio non sono stati pochi, la notizia di non dover fare la chemio, mi aveva molto consolata.
Dopo l’intervento avrei avuto bisogno di un medico che parlasse con me, assieme a tutte le donne operate come me. Che venisse da noi e ci spiegasse, ci desse le informazioni di quello che ci potrebbe occorrere, ci facesse anche un po’ sorridere. Comunque ho reagito bene, avevo la famiglia che mi supportava. Ho visto però una signora che piangeva spesso. Ci vorrebbe maggior attenzione, perchè, dopo un intervento come il mio,  potrebbe subentrare anche una depressione.
Il giorno dopo l’intervento, è venuta a farmi visita una signora, dai modi garbati, che mi disse: “so che cosa le  è successo... anch'io sono come lei”, e ha aggiunto, porgendomi una protesi di cotone, “questo è un omaggio che le dà l'associazione delle donne operate al seno”. Mi è venuto da ridere. E non è finita qui, mi ha anche dato poi l'indirizzo di una palestra dove andare a fare fisioterapia. Anche se aveva il permesso dell'ospedale e i nominativi delle persone operate, ho pensato subito che fosse un business... Venire a proporre  fisioterapisti con palestra a pagamento in una struttura pubblica, dove la fisioterapia dovrebbe essere inclusa come cura? La cosa mi ha dato un po’ fastidio. E le persone che non possono permettersi economicamente di sostenere queste spese? si sentiranno ancora più avvilite!
Io mi sono arrangiata da sola. Mi hanno insegnato una ginnastica, l'ho fatta e mi sono trovata bene.
Vorrei chiedere ai medici se non esista la possibilità di fare interventi meno invasivi, senza togliere i linfonodi.
La ferita al seno, non mi dà alcun fastidio, mentre il braccio interessato  non è più lo stesso, spesso mi fa male e la sua funzionalità si è molto ridotta.
Il ricovero è durato solo otto giorni; il chirurgo l'ho visto solo l’ultimo giorno.
Il medico di reparto invece veniva a farmi visita qualche volta: era carino, gentile, affettuoso.
Infermieri invece ne ho visti pochi e non sono riuscita ad instaurare un dialogo con nessuno. Fra i turni, i giorni di riposo, erano diversi i volti che incontravo; il fatto poi che la mia degenza è stata di soli otto giorni non mi ha dato la possibilità di instaurare dei rapporti con qualcuno.
Ho ancora il ricordo di un'infermiera un po’ scorbutica la prima notte in cui ho chiamato. Non potendomi muovere dal letto, avevo bisogno di aiuto per i miei bisogni, così ho suonato il campanello e quando è arrivata, mi disse: “in fretta in fretta!”. Già!, perché secondo lei avrei dovuto fare la pipì in un attimo, così poteva tornarsene via...
E’ vero che erano le due di notte, ma la mia era una necessità, non un capriccio. Dopo quella sera ho cercato di arrangiarmi da sola per non chiamare, anche se il desiderio di denunciare l’accaduto mi era venuto.
Ho notato un’altra cosa negativa.: data la mia impossibilità ad usare il braccio, premere il pulsante piccolo e duro dello sciacquone, diventava un’impresa...
Forse, in certi reparti dovrebbero escogitare qualcosa di più consono. E’ vero sono piccole cose, ma non metterebbero in difficoltà chi già soffre.
Un intervento come il mio è una menomazione. Non per niente viene riconosciuta una invalidità. Sono andata alla ASL, poi davanti a una commissione, e ho chiesto: “forse mi aumentano la pensione?” “No..!” mi hanno risposto “le danno una protesi ogni tre anni e l’abbonamento gratuito ai trasporti pubblici...”.
Comunque la tessera del tram l’ho utilizzata solo due anni, poi il Comune, per mancanza di soldi, non l’ha più rinnovata.
La protesi, invece merita un discorso a parte. Nessuno mi aveva informata sulle controindicazioni.
Forse perchè la mia pelle era particolarmente delicata, mi è venuta una infiammazione che è perdurata per parecchio tempo.
La mia decisione è stata di non metterla più. Ma ho sofferto molto il freddo, era inverno e le costole senza protezione mi facevano male.
Parlando con una persona, mi è stato consigliato di fare da me una protesi di cotone. Da qual momento ho trovato la soluzione al mio problema. 
A volte ripenso a quanto mi è accaduto: chissà se è stata una fortuna aver preso quel colpo al seno?
Ho avuto anche momenti difficili, quando mi guardavo allo specchio, ma cercavo di non far trapelare niente in famiglia.
Spesso mi facevo delle domande e avrei desiderato condividerle con il medico, ma nel suo studio trovavo sempre un sostituto e non sempre lo stesso. Anche se a volte mi rivolgevano parole di conforto, sentivo che erano distratti, non coinvolti, perchè in fondo non mi conoscevano. 
La sera, nel momento in cui tiravano giù le  tapparelle e mi lasciavano al buio, nella stanza da sola, pensavo a mio marito, solo anche lui..  un po’ imbranato... nel senso... è bravissimo, sa fare tante cose ma, io ero preoccupata.. “se gli capitasse qualcosa, se la saprebbe cavare?”.
Nei primi due mesi dopo l’intervento ogni tanto piangevo... Continuavo a rimandare al giorno dopo il momento di guardarmi, di prendere coscienza di quello che mi era successo. Non mi sono più fatta vedere da mio marito... Facevo la doccia da sola, mi arrangiavo da sola. Fino a quel giorno in montagna: mio marito stava guardando la televisione e mi sono detta “devo affrontare la cosa, mi devo guardare!”. Mi sono spogliata, mi sono lavata, sono uscita dalla doccia e... mi sono messa davanti ad un grande specchio. Sono rimasta bloccata. “Ma quella sono io? Sono proprio io?”. La mandibola si è indurita per la reazione, poi mi sono detta “adesso stai calma. Ti sei guardata, sei qui, viva e vegeta. E’ andata così. Il destino ha voluto così e basta. Non è mica la fine del mondo...” e mi sono calmata.
Non ho più voluto nuotare: mi dava fastidio che facendo un qualsiasi movimento le persone potessero notare la mia menomazione, anche se ora non mi interessa più di tanto. Comunque evito. Credo sia una forma di difesa.
Faticavo a prendere sonno e la notte i pensieri diventavano ancora più neri.
Spesso piangevo, ma non volevo dare pensiero ai miei famigliari. Di giorno mi facevo coraggio.
Dopo i primi due mesi sono stata meglio. Ho continuato a fare le analisi, i controlli.
Credo di essere stata brava e anche  fortunata...
Sono sempre stata una persona attiva, sempre in movimento e anche abbastanza forte. Mi faccio ancora più coraggio e cerco di non lamentarmi ripensando alla mia compagna di stanza in ospedale: una ragazza di 24 anni che ha subito lo stesso intervento. Come dovrebbe reagire lei che si è appena affacciata alla vita?
In quel periodo ho letto tante riviste, tante corrispondenze di persone. In qualche modo penso mi abbiano aiutato. Ancora oggi mi tengo informata. Ho saputo del linfonodo killer e di tante altre scoperte. Quando ho subito l'intervento io, non si conoscevano ancora.
Nella mia vita non è cambiato molto! Anche perché a una certa età, certe cose non sono più così importanti. Io cerco di vivere normalmente. Qualche volta il braccio la sera mi ricorda il passato, perché mi dà un po' fastidio.
Quando ripenso a quanto mi è accaduto rimango sconcertata: avevo sessantaquattro anni, mi ero sottoposta  alla prevenzione... e non avevano mai riscontrato niente. Mi ero rivolta a diversi medici e nessuno si era accorto che avevo un tumore di due centimetri e mezzo!
Ora sono passati diversi anni. Sono riuscita ad instaurare un buon rapporto con i medici dei controlli.
Trascorsi i cinque anni di protocollo, mi è stato detto “signora adesso basta” ho risposto “no, non mi abbandonate!” Perché il fatto di venire da voi e di portare la scintigrafia o la mammografia o  la schermografia mi fa sentire un po' più tranquilla.
Ogni piccolo dolore la mia mente l’associa al tumore, ma “questa brutta bestia” fa anche nascere una forza di reazione che non avrei mai pensato di avere.
La vita comunque mi ha dato molto: volevo diventare nonna e sono stata accontentata! Sono arrivata fino a oggi. Gioco con i nipoti, sono pensionata.
Qualche abitudine l’ho dovuta cambiare; non ho più potuto nuotare e non sono più andata in bicicletta, perché il dolore al braccio non mi dà la tranquillità o la sicurezza della guida, ma per fortuna continuo a vivere anche senza queste cose.
Io mi sono sempre rivolta alle strutture pubbliche. Non potevo permettermelo economicamente: 400 mia lire la prima visita da Grigioni, dal sostituto 350 mila... Per la mia famiglia era una barca di soldi: ci siamo appoggiati alle strutture pubbliche e, tutto sommato,  ci siamo trovati bene.
Vorrei dire ai medici: ”cercate di spiegare un po' meglio le cose... date una mano anche per le questioni pratiche... Per esempio dire: 'Lei viene dimessa, ma deve fare questo.., perché altrimenti le succede quest’altro..'. Io ho dovuto scoprire tutto da sola, impiegandoci molto tempo".
Mi sarebbe piaciuto essere un po’ più seguita.
Invece, quando dimettono un paziente, danno poche istruzioni per affrontare il ritorno a casa. Perchè quando si è a casa e non ci sono più i medici alle spalle, ci si sente un pochino persi.
Loro fanno presto: ti danno il foglio, ti dicono. “chiami il medico della mutua... sì, venga domani..., il nostro ambulatorio è aperto fino a venerdì alle dieci poi è chiuso fino a lunedì sera..." .
Che assistenza è questa?!
Ci si sente un po' abbandonati... Per fortuna non mi sono mia persa d'animo e mi sono sempre arrangiata. Tanto nella vita ci si deve arrangiare; non ci si può aspettare molto dagli altri...
Una cosa mi ha fatto tanto piacere, ricevere una carezza da un medico dopo che mi aveva detto: “Brava, adesso vai a casa che ti abbiamo sistemato, sei guarita”.
L'ho incontrato qualche tempo dopo andando a trovare un'amica. Sono stata contentissima che mi avesse riconosciuta. Chissà quante persone ha visto! Eppure si è ricordato di me! Si è fermato a parlare, mi ha chiesto come andava. Ha perso due minuti del suo tempo, mi ha fatto un immenso piacere! Altrimenti si è un numero!
Sugli infermieri non posso dire niente. Ho visto 20 facce in otto giorni..., mi ricordo solo di quella che si era scocciata, forse è un compito difficile, ci vorrebbe tempo e loro ne  hanno poco. Troppi ammalati...
Comunque di loro iniziativa non fanno niente. Bisogna sempre andare a chiamarli, a  tampinarli... Se l'ammalato in qualche momento avesse desiderio di parlare con qualcuno, non trova un‘anima... Forse io pretendo troppo, dar retta a 40 malati... il tempo è quello che è...
Anche mio marito ha subito un intervento e dopo qualche giorno sono andata apposta a ringraziare il chirurgo che l’aveva operato. Mi ha detto: “lei è una delle poche persone che è venuta a ringraziarmi”. Era contentissimo.
Beh! mio marito era nelle sue mani, mi sentivo in dovere di ringraziarlo.
Un gesto affettuoso ripaga,... un po' più di affetto,.. stare vicino..., una parolina in più. Forse quello che manca nel mondo sono proprio questi gesti. L'indifferenza mi dà fastidio!
Probabilmente anche per loro diventa una routine, ma il medico no...non se lo può permettere: deve spiegare certe cose, usando le parole giuste, secondo l’ammalato che ha davanti.
Ho superato tanti momenti brutti, ringrazio la sanità, e ringrazio il cielo.
E’ andata, è andata bene così!  Non voglio lamentarmi.
Sono arrivata alla mia verde età ed ho ancora voglia di andare in giro, insomma di vivere...

                          

Commenti   

 
#4 luca 2014-04-24 13:06
Sono un ragazzo di 27 anni, arrivato su questo post completamente per caso.
Complimenti per tutto, da come ha affrontato la situazione a come è riuscita a scriverne un articolo così bello, complimenti signora.
Le auguro ogni sorta di bene, buona vita.
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#3 Sonia 2010-09-01 19:30
Grazie ... l'amore per la vita è andata contro l'indifferenza di tanti e questo di fa onore!
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#2 ANNAMARIA 2008-06-18 18:00
AUGURI CARA SIGNORA. CONDIVIDO QUELLO CHE HA SCRITTO.QUANDO SI E' AMMALATI UN GESTO, UNA PAROLA, UN INCORAGGIAMENTO DA PARTE DEI MEDICI E DEL PERSONALE E' MOLTO IMPORTANTE ED AIUTA. NON CI FA SENTIRE SOLI ED IMPAURITI. I MEDICI NON SONO TUTTI COSI' FREDDI E LONTANI, MA SONO LA MAGGIORANZA. POI SI TROVA SEMPRE IL MEDICO CON TANTA UMANITA' E DOLCEZZA E CHE SI FERMA DUE MINUTI IN PIU'... PERCHE' QUESTO NON E' TEMPO PERSO. COMUNQUE E' UNA DONNA FORTE ED ORA GIOISCA DELLE PICCOLE COSE DELLE GIORNATE CHE SONO LE PIU' BELLE. AUGURI.
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#1 mariella 2008-06-02 17:46
L'indifferenza mi da fastidio!Come si può rimanere indifferenti di fronte a tanto coraggio e tanta forza che mostri di avere? Grazie per la tua testimonianza di vita che ci invita a guardarci allo specchio come hai fatto tu quel giorno che...
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