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Acqua bianca...

Mentre parlo della mia storia tengo fra le mani il mio libro: “Acque e sorgenti avventure dei sensi narrate dall’acqua.”, libro che ha un significato particolare e importante nella la mia vita.
Mi sono ammalato all’età 15anni, il primo segnale, si è verificato all’improvviso nell’estate del ‘69, quando sono andato, per la prima volta da solo, a Pesaro a casa di una zia. Dopo un paio di settimane dal mio arrivo, ho cominciato ad avere disturbi molto evidenti, gonfiori ai piedi, al volto, sensazione di stanchezza.
La zia mi ha portato dal loro medico della mutua, come si diceva un tempo, e dall’esame delle urine è emerso che perdevo tantissima proteinuria, per cui si imponeva un ricovero.
Il primo medico con cui ho avuto a che fare era il sostituto del medico di famiglia ed ebbe con me modi abbastanza bruschi: mi aveva detto di scegliere un ospedale grande, in una grande città, invece io mi sono impuntato, quasi al limite del conflitto, per essere ricoverato a N. (cittadina del Nord Italia).
Forse questa era una mia impropria rivendicazione di autonomia.
L’ho spuntata e sono stato ricoverato a N., più vicino a casa: da lì è cominciata la mia storia di malattia.
Comunque non mi capacitavo di dover entrare in ospedale, perché non mi sentivo malato...
A parte i gonfiori, non avevo forti dolori, per cui non riuscivo a spiegarmi tanti cambiamenti e non mi rendevo conto di quanto grave fosse la mia situazione; fino a quando non mi è stata fatta la diagnosi: nefrite.
Ero un ragazzino e mi sentivo un po’ di spaesato: avevo la sensazione che fosse entrato nella scena della mia vita un nuovo attore, di cui io non sapevo assolutamente niente e la cui presenza, a giudicare dall’atteggiamento degli adulti, dai medici ai familiari, sembrava preoccupare molto di più della mia stessa persona.
Parlare di nefropatie negli anni ‘60 era come parlare di ufo nell’età della pietra.
Le cure che venivano impartite erano le 3 L: cioè latte, lana e letto...
Non ne esistevano di specifiche ed era anche difficile avere una diagnosi precisa.
Era il luglio del ‘69 e in quel periodo N. c’erano delle difficoltà logistiche: veniva chiuso l’ospedale vecchio, e tutti i pazienti venivano trasferiti in quello nuovo in periferia.
Mi sono trovato nel mezzo di un trasloco. Al tempo stesso il reparto di medicina, che si occupava di nefriti non era molto attrezzato e, a quell’epoca, non davano molte speranze per queste malattie. Per cui, dopo qualche tentativo hanno cominciato a somministrarmi cortisone che era una delle terapie che andava per la maggiore: mi sono gonfiato una ventina di chili nel giro di qualche settimana e sono andato in coma per una crisi ipertensiva.
E’ successo in piena notte, hanno chiamato i miei famigliari e gli hanno detto che non c’era più niente da fare! Poteva subentrare da un momento all’altro un blocco renale; sembravo proprio spacciato...
Sono rimasto in queste condizioni tre giorni e tre notti: i medici si aspettavano una crisi letale.
Invece ho ripreso la diuresi, cioè ho ricominciato ad urinare e allora è stata riconsiderata la mia situazione e, visto che da loro non c’era la possibilità di fare altro, hanno deciso il mio trasferimento all’ospedale Santini di P. (Capoluogo del Nord Italia), dove era in fase di sperimentazione una nuova tecnica che ancora  a N non conoscevano. 
Da quel momento ho iniziato ad avere un barlume di speranza.
Il primario di nefrologia, Giorgio Amici, che ora è in pensione ed è stato uno dei padri storici della nefrologia italiana, insieme ad un piccolo gruppo di medici, 5 o 6, cominciava ad attuare le prime dialisi per  far sopravvivere le persone che arrivavano all’insufficienza renale terminale.
Per mia fortuna non ne ho avuto bisogno, perchè con i diuretici riuscivano a farmi perdere i liquidi che si erano bloccati e che avevano provocato la crisi ipertensiva.
I reni hanno ripreso a lavorare per conto loro e la situazione si è stabilizzata dopo una  quindicina di giorni.
Sono stato in ospedale circa due mesi, oltre al mese trascorso all’ospedale di N.: in tutto tre mesi.
Quando sono uscito, è avvenuta la mia metamorfosi. Di fatto la metamorfosi si era verificata dopo il risveglio dal coma, nel riprendere il contatto con la realtà.
E’ stato come se mi fossi  risvegliato in un altro posto, in un altro paese, con la convinzione che quello che mi era accaduto fosse qualcosa che avrebbe cambiato e condizionato la mia vita.
Devo dire, a distanza di tanto tempo, che le cure e l’ambiente del Carlini, dai medici, agli infermieri, ai compagni di stanza, sono state determinanti nel farmi arrivare fino a oggi.
Non ho mai recriminato sulle scelte che ho fatto e questo è per me è una grande consolazione: è importante vivere quotidianamente senza guardarsi indietro.
Col tempo, in ospedale, il percorso delle dialisi è stato canonizzato, definito e protocollato. Prima c’era molta improvvisazione, ci sentivamo tutti coinvolti in questa lotta che aveva come obiettivo la sopravivenza dei malati di nefrite.
Le persone che nella fase cronica della malattia, cominciavano a fare la dialisi sopravvivevano per poco tempo, finché reggevano gli accessi vascolari. Ma, proprio in quegli anni, è stata sperimentata con successo una cosa banale a livello tecnico chirurgico: l’emodialisi, cioè un collegamento, sottocute, tra vena e arteria.
Fino ad allora, si mettevano dei tubicini di plastica esterni al braccio, che collegavano la vena all’arteria. Questa pratica, chiamata sciant, la si poteva praticare per un tempo limitato, sia per le infezioni che  sopravvenivano, sia perchè questi tubicini spesso si otturavano, rendendo necessario un altro accesso vascolare e questi non potevano essere fatti indefinitamente.
Ricordo un compagno di malattia, persona simpaticissima con una passione indomita per le corse dei cavalli: anche in ospedale si teneva sempre aggiornato e informato.
Dopo qualche anno di sciant,  praticato cominciando dalle braccia, passando poi alle gambe ed ai piedi, sfruttando tutto quello che si poteva, è morto.
Questo per dire che con questa malattia quotidianamente si deve lottare per sopravvivere.
In  questa  battaglia medici, infermieri e pazienti tutti sono coinvolti: ognuno interpretando al meglio, non solo il proprio ruolo, ma a volte sostituendosi all’altro, creando così una situazione di empatia, fraterna, comunitaria che di giorno in giorno permetteva di superare gli ostacoli e di avere anche novità positive.
Questa è stata la molla che ha permesso nel giro di pochi anni alla dialisi di essere uno strumento di sopravvivenza per i nefropatici acuti. Purtroppo all’inizio non si poteva attuarla con tutti e si privilegiavano i più giovani e le persone che ancora non erano in uno stadio terminale.
Io rientravo fra questi e ormai mi sono identificato totalmente con questa malattia, malattia che mi ha tolto moltissimo, ma mi ha dato anche molto.
Detto così sembra orribile e sicuramente qualcuno non condividerà questo mio pensiero: è vero che per stare bene, non è necessario stare male; però ho sperimentato che anche in una condizione limitante e precaria come la mia, si può vivere una vita piena.
La mia malattia non è un corpo estraneo alla mia persona, abita in me e io abito con lei: c’è coabitazione accettata, non ci può essere divorzio.
Finora sono riuscito a viverla così, non ho tentato evasioni; non ho cercato di cacciare via “la mia coinquilina”.
Non mi sono lasciato sopraffare dalle disperazione.
Ho fatto anche il secondo trapianto e adesso nel complesso sto bene.
Se penso alla situazione pionieristica che ho trovato all’inizio della malattia, mi vengono i brividi! Ma ho imparato che quando tutti fanno uno sforzo comune, i risultati arrivano; eravamo tutti sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda: questa è l’esperienza positiva che desidero esternare.
Per un periodo di tempo ho dovuto attaccarmi ad un rene artificiale.
La dialisi l’ho sempre fatta da solo: in ospedale mi hanno insegnato a gestirmi e a casa ero in grado benissimo di preparare la macchina, attaccarmi  e staccarmi gli aghi; insomma ero completamente autonomo, ma non potevo assumere il ruolo di un altro; volevo solo dimostrare che lo scambio vicendevole, avvenuto tra di noi, malati, medici, infermieri portava a ottimi risultati, esaltando le capacità individuali.
Sono anche convinto che la definizione dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) sia vera; e cioè che la salute non è l’assenza di malattia, ma un equilibrio che si deve mantenere costante dentro di sé.
Proprio qualche sera fa, mi è capitato di vedere in televisione un ragazzo americano che accidentalmente era finito sotto un treno e gli sono state amputate le gambe. Il servizio intendeva dimostrare la nuova affidabilità delle protesi, ma soprattutto la caparbietà di questo ragazzo che ha cercato di riprendere in mano la sua vita riuscendo anche a correre con questa protesi.
E’ chiaro che prima di tutto ha trovato un equilibrio dentro di sé,  ha dovuto cambiare stile di vita,  ma questo gli permesso di fare cose che appena dopo l’incidente non avrebbe mai pensato di riuscire a fare: salire e scendere le scale, correre, andare in piscina (dove anziché le protesi mette delle “pinnette”).
Certo queste non erano le sue aspettative, ma ha trovato un equilibrio per continuare a vivere al meglio. E questo succede anche nella vita di ciascuno di noi.
Per l’esperienza vissuta ho verificato che entro certi limiti si possono un po’ forzare le situazioni, con benefici maggiori. Per esempio la dialisi l’ho potuta adattare meglio alla mia persona per il rapporto di collaborazione  che si era  instaurato fra medici, infermieri e me. Infatti rispetto alla prassi solita, la pompa del flusso del sangue la tenevo molto più alta e per tempi più lunghi. Questo potevo farlo, perchè avevo imparato a fare la dialisi da solo, e non dipendendo da nessuno potevo stare attaccato 5 ore al posto di 4.
Questa autonomia mi ha permesso di poter fare poi il secondo trapianto.
Così, non solo sono in vita, ma vivo in condizioni accettabili; il che ovviamente all’inizio nessuno lo  dava per scontato.
Sono poche le persone rimaste in vita che hanno cominciato la dialisi con me: infatti è  difficile sopravvivere quando le funzioni renali sono molto precarie.
Fin da quando mi sono ammalato ho cercato di fare tutto quello che desideravo: avevo un giorno e mezzo a disposizione, fra una dialisi e l’altra, e l’utilizzavo per lavorare.
Ho sempre ascoltato le mie necessità più intime e così ho potuto avere, fino adesso, una vita piena, ricca dal punto di vista delle relazioni umane e questa è una delle “monete d’oro” che mi ha portato la malattia.
E’ molto diverso vivere da dializzato o da trapiantato, perchè da trapiantato si vive di fatto in uno stato di normalità: è vero si devono assumere farmaci, fare analisi, avere uno stile di vita di un certo tipo, però, fatto molto rilevante, si ricomincia a urinare come tutti gli altri: può sembrare un fatto scontato, ma non è così!
Da dializzato non si urina più, ci sono delle limitazioni alimentari, ma il fatto più rilevante è non avere un orizzonte temporale entro il quale progettare la tua vita.
Non si possono fare progetti perchè l’unica cadenza vitale è la dialisi un giorno si e un giorno no: il tempo non ti appartiene.
Non è niente di patetico o di drammatico, potrebbe essere l’esaltazione dell’esistenzialismo, perchè  “carpe diem” diventa la filosofia di vita.
Il passaggio tra dializzato a trapiantato è anche un passaggio molto difficile da metabolizzare soprattutto psicologicamente; bisogna affrontarlo con gradualità.
A distanza di 2 anni la mia mente sta cominciando ora ad aprirmi al concetto di progettualità. Adesso comincio a chiedermi cosa potrò fare domani, fra una settimana, fra un anno...
E’ un po’ come rivivere il passaggio dall’infanzia all’adolescenza quando ci si comincia a guardare intorno, e si assume quasi una nuova identità e ci si comincia a chiedere: cosa farò da grande?
E’ davvero una ripartenza per una nuova vita.
Però questi cambiamenti così radicali e improvvisi sono difficili da gestire e spesso causano crisi molto forti.
Per me, avermi aperto la pancia e impiantato un organo di un’altra persona è stato un fatto complesso da metabolizzare. Diverse infatti sono le persone che nella mia stessa situazione hanno affrontato forti conflittualità per tanto tempo anche dopo il trapianto, e qualcuno ha tentato perfino il suicidio, non riuscendo ad accettare il cambiamento di vita così radicale e improvviso.
E’ la stessa cosa che succede ad una persona quando passa improvvisamente da una vista con una 1 diottria alla vista con 8, cambia tutto; la lunghezza del campo visivo, la messa a fuoco, è uno stravolgimento fortissimo.
Cambia anche il modo di percepire la vita,  il proprio sé, la propria persona.
Nel mio caso, cambiano tante cose, non hai più sete e invece prima vivevi in una condizione esasperata di arsura perchè accumulando sali c’è questo esigenza di  acqua che non puoi introdurre. Potresti bere anche l’acqua delle cascate del Niagara e continueresti ad aver sete, senza sentirti mai appagato.
Oggi gli esami sono l’oggettività del mio star meglio.
Da parte mia ho sempre cercato di perfezionare e affinare la relazione con me stesso: nessuna parte del mio corpo mi appare più estranea.
Questo è un po’ il filo conduttore che mi aiuta anche a gestire l’ansia che deriva da segnali che mettono in discussione il mio nuovo equilibrio.
Ogni persona nei momenti difficili tira fuori l’energia vitale che ha in sé, e in quei momenti non puoi barare o ce l’hai dentro e hai voglia di metterla in gioco, oppure non ti salva nessuno.
Un anno fa ho rischiato di essere messo in lista anche per un trapianto cardiaco, perchè avevo una situazione al cuore che stava degenerando e il medico responsabile dell’ambulatorio di neufrologia che mi ha seguito dopo il trapianto, notando questo peggioramento e data la mia giovane età, mi ha inserito nella lista per il trapianto.
Dentro di me non volevo accettare di separarmi dal mio cuore: vivevo una situazione conflittuale... Ho provato a parlare al mio cuore, come se fosse una persona: l’ho rassicurato dicendogli che era parte di me, che avremmo potuto capirci e aiutarci. Volevo ristabilire questo rapporto, perchè non devo sentire estranea nessuna parte di me, altrimenti è fatta: viaggia per conto su e non si risana più!
Oltre al buon rapporto che ci deve essere con ogni parte del proprio corpo, l’altro fattore importante nella malattia è avere un buon rapporto con il medico.
Conosco bene l’ambiente dell’ospedale, con molte persone sono diventato amico, ci conosciamo da 20-30 anni e ci frequentiamo anche al di fuori dall’ambiente ospedaliero.
Questo rapporto ha impedito il nascere di conflittualità fra  medico/malato e l’oggettività scientifico tecnica del medico.
Penso che quando il medico è pressato da ritmi produttivi troppo intensi o da logiche personali o da responsabilità organizzative, non riesca a tenere nella debita considerazione la persona/malato che ha davanti a sé e fa danni. Quindi bisogna che alla base della formazione del personale sanitario i ruoli siano essere ben definiti e chi sta a contatto col paziente deve avere solo quel compito, così da avere la possibilità di conoscere la persona/malato attribuendogli un diritto di dignità, e aiutandolo a ben interagire con il proprio sé.
Dopo il trapianto, mi sono trovato in rianimazione in situazione molto precaria.
Ho chiesto a un medico con cui avevo un rapporto amicale: “dimmi se ho ancora qualche speranza..., perchè se mi dici di sì,  ci metto anch’io del mio; ma se mi dici che non c’è più niente da fare... basta, mi arrendo...”
Ero sfinito, prendevo tanti di quei farmaci che non riuscivo più ad alimentarmi.
Una situazione gravissima e il medico molto sinceramente mi disse: “noi non sappiamo più che fare... tutto quello che potevamo fare  l’abbiamo fatto...  L’unica speranza sta nella tua reazione, se ti aiuti ...”
Da quel momento c’è stata una svolta: nel giro di qualche ora ho cominciato ad alimentarmi con un po’ di miele... e così, dopo aver  toccato il fondo e ho cominciato a risalire e le cure fatte prima senza risultati, sono diventate efficaci.
Sarà stato un caso? io non credo, era come se in quel momento avessi guardato nell’angolino più nascosto dentro di me e avessi visto la scintilla che poteva emergere e trascinarmi fuori, verso l’alto. Il medico ha lasciato campo libero alla mia soggettività e in quel momento i nostri sforzi si sono uniti.
Penso che se a quel ragazzo, cui sono state tranciate le gambe, avessero detto: “rimarrai su una carrozzina...” senza dargli spazio per reagire, sarebbe diventato veramente un disabile.
Invece adesso è una persona che può fare una vita più vicina a quella normale; anche se con l’ausilio di protesi, è autonomo.
Questo aspetto è determinante per l’evoluzione scientifica perchè la conoscenza da sola sarebbe un limite alla novità. Qualsiasi certezza va vista sia come un traguardo, sia come una partenza, penso che questo sia l’atteggiamento scientifico più corretto.
Durante la malattia l’ambiente familiare si ammala con te: la malattia ne colpisce uno per educarne cento... Tutti quelli che ti stanno attorno sono coinvolti e ricevono una lezione molto forte
Riconosco che la situazione più pesante non è di colui che viene colpito, ma dei famigliari che lo assistono, impotenti davanti alla sofferenza del loro caro.
Per tutta la famiglia, anche quella allargata, la cosa più difficile è gestire le proprie ansie, il senso di sconfitta e le recriminazione.
Un genitore gestisce la malattia grave di un figlio con le lacrime: è inevitabile! E’ vissuta come un evento contro natura; è una situazione molto più difficile da accettare della morte stessa, perchè la malattia rinnovella ogni giorno la sofferenza e il disagio. E questa ansia si traduce poi in una iperprotezione che copre come una coltre che bisogna squartare per non soffocare.
Questa è un po’ la stessa situazione che si verifica anche nelle crisi adolescenziali, dove i figli per crescere devono trovare la loro autonomia.
Se un giovane desidera viaggiare anche senza aver soldi, lo faccia con l’autostop!
Anch’io ho fatto la stessa cosa: dai 15 ai 23 anni, ho viaggiato cercando di soddisfare questo mio desiderio di conoscenza. Ho comunque sempre fatto i controlli e la terapia, ma ho anche esteso il mio grado di autonomia. Da dializzato, andavo in vacanza in posti diversi e mi sottoponevo a dialisi  dove mi trovavo; l’ho fatta in circa 30 centri diversi, da Pantelleria alla Francia... Certo ho dovuto adattarmi.
Se intorno a un malato come me le persone lo trattano con pietismo, non aiutano. L’aiuto migliore e più efficace, si ha quando ti trattano come una persona sana.
E’ indubbio che la battaglia sulla morte l’uomo, prima o poi la perderà, ma è altrettanto vero che fino all’ultimo si deve lottare con ogni mezzo.
Devo dire una cosa ora che mia madre non è in casa: mi sono impegnato a lottare per non morire prima di lei.
Adesso ho 51 anni, mentre lo dico mi viene quasi da sorridere ma non potrei darle questo estremo dolore: lei ha vissuto in parallelo con la mia malattia e io farò di tutto per sopravviverle.
Penso che la maggior soddisfazione per un genitore sia vedere crescere i propri figli, insegnando loro gradualmente a rendersi autonomi, perché possano affrontare il mondo. E’ sbagliato tenerli sempre attaccati a sé, perché questo impedisce loro di tirar fuori le potenzialità che hanno.
Un genitore deve fare molta attenzione nel mettersi da parte, rimanendo al tempo stesso a disposizione, senza troppo interferire.
Ho una compagna da qualche anno e in questo periodo abbiamo pensato che tra un po’ potremmo vivere insieme, con tutti gli accorgimenti e le cautele che a questa età devono essere assolutamente presenti, per non invadere l’autonomia e lo spazio vitale dell’uno o dell’altro.
E’ un progetto che mi intriga perchè posso ancora affinare la mia “materia prima”, anche se sono consapevole della decadenza del mio fisico, dalla perdita dei capelli, alle rughe, ai movimenti più lenti e faticosi.
Tutto questo mi fa pensare all’autunno, ci sono processi in cui non si può interferire: si può solo osservare, ma si acquisisce maggior consapevolezza. Prima che le foglie cadano c’è un processo di cambiamento nel colore, nella freschezza, ma anche questi cambiamenti hanno il loro fascino.
Le considerazioni che mi vengono da persona ammalata sono queste: nel momento in cui uno, per la malattia, non è in grado di farcela da sé, ha bisogno di trovare  medici che se ne prendano cura, che lo aiutino nelle scelte proponendo i percorsi migliori.
In questo periodo l’organizzazione del sistema sanitario nazionale, la situazione politica sono in difficoltà. Si stanno esasperando le condizioni e i ritmi di lavoro e anche la  responsabilità del medico rispetto alla gestione amministrativa con la conseguenza che il sistema di gestione del reparto sta degenerando, ostacolando gli aspetti di relazione e di comunicazione del medico, oggi  pressato da eccessivi ritmi di lavoro o dal precariato ed è spesso costretto a cambiar spesso reparto per sopperire alle necessità. Questo non permette una continuità e una buona qualità del rapporto,  perché non tiene conto che l’essere umano deve essere preso in cura nella sua interezza di corpo e di mente.
La cura, deve cominciare da un modo corretto di approcciarsi alla vita,  prendendosi cioè cura di sé e del prossimo.
Penso infatti che l’essere umano non può star bene se una parte dell’umanità sta male o addirittura se uno solo sul pianeta sta male; forse non ce ne rendiamo conto, ma è come se una cellula del nostro corpo fosse ammalata e si moltiplicasse fino a invadere tutto. Questa è la relazione tra il micro e il macro che io sento molto.
Il motivo per cui tengo questo libro in mano è perché l’acqua sia sul piano sociale e sia sul piano politico mi ha impegnato nelle battaglie che la riguardano: ad esempio, proprio sulle sorgenti della S. c’è un dibattito acceso e facendo parte del consiglio comunale, lista civica verde, sono molto coinvolto nella questione.
Quando ero molto piccolo mi piaceva giocare vicino al pozzo, perchè c’era fresco, c’era ombra; mi sembrava di vivere in un contesto idilliaco, meraviglioso.
All’età di 9 anni, nel 1963, la mia famiglia si è trasferita nelle campagne della bassa di P..
Anche in quel periodo della mia vita, l’acqua ha rappresentato un elemento importante: eravamo in mezzo alle risaie, circondati dall’acqua.
Ho passato gli anni dell’infanzia a far il bagno nei fossi, a giocare a pallone nelle marciti appena allagate: la visione impressa nella mia mente è che tutto era circondato dall’acqua.
Questo ricordo mi ha ricondotto alla dialisi. E perché la dialisi? per un paradosso.
Nella condizione in cui mi trovavo la sete era senza limiti, avevo talmente voglia di acqua che non avrei mai detto basta, ma non potevo berne, perchè mi avrebbe ucciso! Avrei riempito anche i polmoni di acqua e questo pensiero mi ha dato modo di riflettere, di rendermi maggiormente cosciente di quanto la visione dell’acqua avesse un’attrattiva e una influenza su di me uomo, e per questo libro trovato lo stimolo per tornare alla sorgente.
Mi sono recato in zona appenninica in una quindicina di fonti vicino alle nostre zone di G. (Cittadina del Centro Italia) con un bicchiere di cristallo, imponendomi una certa ritualità, e ho assaggiato l’acqua, partendo dal presupposto che ogni acqua ha una propria identità, dovuta al luogo dove sgorga, al modo in cui sgorga, oltre alle componenti organolettiche minerali, e sono entrato così in relazione con questa identità,  provando a conoscerla meglio, per conoscermi meglio.
In ognuno di questi luoghi ho cercato anche di individuare la suggestione complessiva derivante dalla reminescenza storico-letterario e dalle tradizioni del posto perché sono tutti luoghi che conosco bene e verso i quali ho un legame profondo.
Per ognuna di queste sorgenti ho scritto due brani, uno più legato alla conoscenza diretta dell’elemento acqua e quindi più emozionale,  l’altro più legato al territorio.
Lo scorrere dell’acqua può essere un ottima metafora del divenire e del mutamento, perché il suo scorrere non si interrompe mai, pur modificando il modo.
L’acqua rappresenta sulla terra il ciclo della vita: credo che esista anche un ciclo energetico, di cui l’acqua è l’espressione, che si propaghi per tutto l’universo.
L’acqua esce in continuazione dal nostro corpo, parlando, respirando, sudando... e la immettiamo  bevendo, mangiando. Questo ciclo continuo lo si può collegare anche all’atmosfera, che come il nostro corpo emette e prende. E’ come se tutti e tutto facessimo parte di questo ciclo.
Apro sempre questo libro a caso e leggo quel che mi capita.
Per esempio in questa pagina  si racconta dell’acqua bianca, una sorgente poco distante da qui, che alimenta lo stesso acquedotto che porta l’acqua in casa. L’acqua si identifica in una vicina, infatti si recita: “...eccomi a te cara vicina tanto prossima e confidenziale da venirmi in casa per uso domestico, con poco corso, via conduttura, perchè acqua bianca seppur di terra porti al gusto la memoria, non è comunque così centrale per il tuo carattere da meritare tale appellativo, vieni ridente alla cannella con una canzone allegretta da sotto i campi di granoturco e ulivi, contesi alla vegetazione della montagna, mentre la sorgente imbrigliata sta poco più a monte nell’incavo di un bosco di quercia... [...]. Impersoni una femmina gagliarda e sensuale, una casalinga quarantenne, alquanto prosperosa dalle buone maniere di paese, una campagnola dal candido grembiale, lasciva senza malizia, senza sofisticherie a parte qualche goccia di cloro che sopporti per accondiscendere alle norme dell’acquedotto, pronta a donarsi spontaneamente e lieta senza fini reconditi...”
Questa è l’acqua bianca...

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