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3%

Diffondere quello che gli altri hanno fatto per me è lo scopo del blog che ho deciso di aprire. ho avuto tantissimo, dopo aver perduto molto. Il midollo osseo da una donatrice e un figlio meraviglioso.
lunedì, 14 maggio 2007
il tributo a Vittorio, Raffaella, Anna, Niccolo', Matteo, Lucia, Francesco (1), Francesco(2), Paolo e a tutti quelli del 6 piano
"consegna effettuata con successo", sono queste le parole che James ha detto al telefono, quando è arrivato a N. (Città del Nord Italia) in via Genovesi. Doveva chiamare in Minnesota e rassicurare che il carico, il prezioso carico era arrivato a destinazione. Adesso si, poteva andare in albergo, farsi una doccia, perdersi per i piaceri di N. e la mattina dopo ripartire per Minneapolis, Minnesota (lo stato dei Cohen, di Bob Dylan e di Prince). Bravo James "you have done a great job!", ha attraversato montagne e oceani ma soprattutto metal detector nei vari aeroporti in cui è transitato. O meglio ai metal detector ci è passato di fianco, il suo bagaglietto non doveva entrarci, il rischio era danneggiare il carico. Eh sì, nel valigino James portava una sacca di cellule staminali emopoietiche donate da una cittadina americana. Il destinatario era l'Unità di trapianto di midollo osseo dell'Ospedale Oncologico. Ad aspettare in una stanza attrezzata al sesto piano c'ero io. Già condizionato dal protocollo Kroger. Ero pronto per il trapianto, per la trasfusione delle cellule arrivate da lontano. La sacca è stata prima controllata e poi attaccata al trespolo, ero già collegato, catetere infilato nella femorale, in quello della succlavia passava l'idratazione. Pronti via, si parte, mezz’oretta di infusione e il trapianto è completo. In poche righe è difficile condensare l'esperienza umana di un trattamento così complesso. Adesso è passato poco più di un anno dal trapianto e continuo a prendere gli immunosoppresori e una serie di farmaci di copertura.
Sempre accanto a me, oltre a chi mi vuole bene, c'erano, e ci sono, i medici dell'UTMO dell'Ospedale, lo dico subito sono dei dottori MI TI CI e non spreco l'aggettivo tanto per parlare di qualcosa. Insieme a loro tutto il personale del sesto piano di via Genovesi, della sala prelievi e dell'iniettorato. Sono molto affezionato a tutte queste persone, che frequento ormai da oltre due anni. Queste righe sono un tributo a quello che fanno, tutti i giorni. Non c'è enfasi in quello che racconto ma solo i fatti crudi e un po' di cuore. Quello che mi sta accadendo poteva colpire chiunque, e infatti l'ambulatorio è sempre pieno, ma una strada, forse quella giusta l'ho trovata con l'aiuto dei "miei" dottori. Adesso sto bene e posso fare diverse cose che per un po' avevo accantonato.
Spesso i pazienti portano dei doni ai medici e agli infermieri del reparto, a me è successo il contrario, una delle infermiere del sesto piano, quando è tornata dalle vacanze mi ha portato un reagalino e ogni volta che salgo al sesto, indipendentemente da chi incontro è sempre una specie di evento. Tutti mi sorridono.
La storia è lunga, e per certi versi incredibile, chi ci crederebbe che mentre facevo la chemioterapia abbiamo scoperto, io e mia moglie, di aspettare un bambino, e che adesso Lorenzino ha 20 mesi ed è non "una"  forza della natura ma "la" forza della natura che si è manifestata a noi in tutta la sua potenza e volontà. E' successo prima di iniziare i trattamenti che mi avrebbero portato al trapianto di midollo osseo da donatore per contrastare la malattia: il mieloma multiplo.
Siamo nel mondo reale quello in cui si soffre e bisogna remare per andare avanti, quello in cui non basta leggere un manuale per capire, sapere, come comportarsi: ce ne è di tutti i tipi "come diventare manager in trenta minuti", "gestisci le tue risorse", "diventa imbattibile con gli scacchi", "come scrivere un curriculum", "come motivarti e motivare", i testi su come rafforzare la tua struttura mentale, il tuo pensiero intuitivo. Il marketing diventa una ragione di vita per tanti, esercitare il potere un'attività che porta al distacco completo dalla realtà, fosse anche solo un poterino da quattro soldi. L'importante è averlo, date un cappello, una fascia, un nome a qualcuno e farete di costui un esercitatore di potere. Chi non è dotato naturalmente di certe risorse ricorre così a altre fonti, modalità di ispirazione. Bisogna diventare qualcuno, certo all'interno di un sistema prestabilito, dove la tua autorità possa valere qualcosa. E così siamo circondati da capi e capetti, da furbi e maliziosi, da ottusi e impauriti, ma sempre capetti. Pronti a mediare, a negoziare, a usare il vocabolario in modo smussato; comunque in mezzo e in preda all'indefinizione.
Il paziente invece non esercita alcun potere, anzi lo subisce. Gli stati d'animo sono diversi per ognuno, e ognuno ha una sua storia. Nessuno ha scritto mai il manuale del perfetto paziente, di come ci si deve comportare, di quali sono le domande da fare, di come relazionarsi con i medici. Si deve imparare  ogni cosa, così come abbiamo imparato a parlare, a  mangiare da soli e a camminare. Tutto crolla. Rimani tu, chi ti ama, la struttura e le cure. Una semplificazione del mondo, per certi versi una facilitazione del mondo. Sai dov'è il bene e qual è il male.
Ad aiutarti è la promiscuità tra l'intelligenza e il talento a buttarti giù quella tra la superbia e l'ignoranza. E' difficile digerire i discorsi, sia sulla quotidianità, quando hai attraversato certe steppe, sia quelli sulla tua salute che ti toccano sull'aspetto più caro, ed egoistico, la tua vita e il tuo progetto. Quindi le persone da ammirare non sono i protagonisti del gossip, dell'industria, del profitto, le persone visibili che tanto piacciono, i capi, il board, i manager, quelli delle copertine. A meritare la stima (parola da maneggiare con molta cautela e parsimonia) sono pochi nella vita di ognuno.  A meritare la mia sono quelli che vedo quando vado all'Ospedale, malati, volontari, parenti dei malati, ex malati, dei medici e del personale ho già detto. Così come per quelli che conosco e che stanno vivendo la stessa esperienza.  La forza di questa gente ha un effetto moltiplicatore, un effetto basato, per sfortuna, sulla condivisione della fatica, sulla comprensione dello stesso codice. Una donna o un uomo senza capelli, è duro da dire, ma è la verità, all'interno della struttura non hanno bisogno di spiegare il perché del loro stato, gli altri lo sanno e basta. Paradossalmente, entrarci dentro fornisce una vita parallela. Lo noto in questo periodo in cui i miei controlli si sono diradati, quando torno ho sempre un'impressione di calore, seppure è faticoso presentarsi all'esame del sangue la mattina molto presto, per fare i prelievi prima di prendere la "dose", di ciclosporina.
Il silenzio, il rapporto con gli altri, le attese cambiano l'idea del tempo; quanto ci metti, quanto ci vuole, quando lo consegni? Si impara in fretta che le cure non sono un orario ferroviario. Bisogna, ovviamente rispettare delle regole, dei protocolli, ma ognuno è diverso e ognuno reagisce in modo diverso.  Si impara che nulla è dovuto, che ogni passo è da conquistare.  Si impara a saper aspettare a dare il proprio peso a ogni minuto, a ogni granello di polvere.
Ho visto, mi abbandono a un monologo tra ginsberg e roy di blade runner, più palle nei bambini, negli anziani sulle sedie a rotelle, più capacità di soffrire più dignità rispetto a qualsiasi altro essere umano incontrato nel mondo ipocrita di coloro che hanno tutto da insegnare, ma nulla da dare. Tutto da dire, ma niente da raccontare; tutto da mostrare ma nulla da amare. Ho visto persone piangere per situazioni serie, non per la fiction in tv; ho visto chi soffre, pallido e senza capelli, dimagrito di 15 chili, sto parlando di quello che ho visto a Milano, primo mondo, avanzato e sicuro, dove le cure sono spesso di primordine, per tutti. Non ho avuto bisogno di pensare alla povertà che pur ho visto in altre parti del mondo. basta prendere l'autobus, linea 6, scendere all'angolo con via S., fare qualche metro.
La sala prelievi non ha nulla di allucinante, però è un luogo dell'anima, dove farsi un giro per capire e, se si sta bene e ci si perde in paranoie sulla carriera il guadagno, le beghe da ufficio e da cortile, per rendersi conto di quanto si ha. E di quello che si ha e di quale importanza abbia la salute, l'affetto dei propri cari e di chi ci ama sul serio. Ho visto manifestazioni di amore puro, sgorgare dalle parole e dalle mani di alcuni genitori per i propri figli, ho visto annientarsi le differenze sociali e culturali, ho visto tutti con lo stesso occhio. Una manifestazione di democrazia assoluta.
Ho visto crescere mio figlio, l'ho visto nascere in un momento per me molto faticoso, in mezzo ai due autotrapianti. Ho visto il viso di mia moglie felice, tutto concentrato in quei pochi minuti. Le cure avute sino all'evento più meraviglioso della nostra vita mi avevano un po' buttato giù, ma quel giorno avrei voluto togliermi il bustino per salvaguardare le vertebre, come poi ho fatto, per stringere un certo tipo appena arrivato. La sensazione da descrivere è fortissima e intensa, le orecchie mi si sono tappate; dopo il lavaggio mi hanno messo tra le braccia un fagottino bianco. Il fagotto adesso cammina e vuole mangiare da solo.
Fino ai 38 anni avevo vissuto una vita normale, ammesso che ci sia una definizione di normalità che possa andare bene per tutti, o almeno lo era per il nostro concetto occidentale e milanese. Poi la scoperta e l'inizio delle cure e, contemporaneamente, una paura da immobilizzare i polpastrelli.
La normalità, quel tipo di vita di cui spesso ci si lamenta, del quale si pensa che sia da sfigati non poter avere donne, divertimenti, denaro, notorietà, potere riacquista altri significati una volta attraversati i territori sconosciuti della cura e della paternità. I valori, quelli in cui si spendono milioni di euro per capirne l'evoluzione con le ricerche di marketing, si spostano velocemente. Si ribaltano, la salute irrompe al primo posto, subito dopo c'è il suo mantenimento. Ma, ancora una volta, troviamo intorno a noi persone ottuse che pensano sempre di essere più furbi, più bravi, più talentuosi. E invece l'individuo colpito dalla malattia, sviluppa un nuovo istinto, un fiuto speciale in grado di selezionare subito, sulla base delle reazioni a certi discorsi, il tipo di persona che si ha davanti.
Non solo pensi alle persone che hai davanti, ma anche a quella che hai "dentro", è il caso dirlo; ho il midollo osseo di una donna americana che mi ha donato quanto di più importante e utile si possa donare a qualcun altro: la possibilità di curarsi. Donare presuppone la gratuità, presuppone il disinteresse, anche da questo ho imparato moltissimo nel rapporto con gli altri. Tutti chiedono, cercano, vogliono, pochi offrono e senza un tornaconto. Solo per la consapevolezza di aiutare qualcun altro che ha bisogno. Ti chiamano e ti dicono "ehi ma sai che la tua tipizzazione matcha con quella di un italiano che avrebbe bisogno di un trapianto da donatore non consanguineo". Per il donatore inizia un percorso che non è affatto semplice, deve sottoporsi a una serie di esami, prendere dei farmaci che incrementino la produzione delle cellulle staminali emopoietiche, sottoporsi alla raccolta (stai inchiodato per qualche ora a una macchina che prende il tuo sangue e lo "filtra" dividendo le cellule). Durante il trattamento puoi avere dei dolori al bacino e comunque meno forze da dedicare alle tue attività. Il donatore non corre rischi e terminato il periodo di raccolta non ha problemi, ritorna tutto intero. Però quello che questa, a me sconosciuta, mamma americana ha fatto per me si spiega solo con la parola amore e responsabilità. Posso dire che all'america devo moltissimo senza essere accusato di essere uno yankee?
Ci vuole tempo per vedere se il midollo trapiantato ha attecchito, i giorni all'interno della stanza sterile, oh si quella da cui puoi parlare con chi ti viene a trovare solo attraverso un vetro, non sono proprio una passeggiata. Sei collegato alla pompa che ti spara l'idratazione e i farmaci direttamente in vena, nel cvc (catetere venoso centrale, un tubicino infilato nella vena per un 10/15 cm). Dal catetere parte una "linea" che ti collega direttamente alle pompe. Il rumore che ti accompagna, giorno e notte, è come quello del respiro di Darth Vader di guerre stellari, quello del lato oscuro. Sei li che impari a dormire a pancia in su, per non schiacciare il tubo, se c'è un'occlusione comincia a suonare e a lampeggiare tutto. La giornata ha un'agenda tutta sua, si inizia con il prelievo, la temperatura, le terapie. Poi la colazione e il giro dei medici. La stanza è confortevole con la tv e la possibilità di utilizzare internet, mi sono visto anche uno strepitoso derby sul: goal di kaladze. Con quelli delle altre stanze non puoi parlare perché non li vedi e non li conosci, non ci sono spazi comuni, tutto avviene all'interno della stanza, in cui anche l'aria è sterilizzata. Non si scherza. Nemmeno con il cibo sudato, tutto è sigillato implasticato e quindi spesso poco gustoso. Ma in verità l'appetito manca, e se vai troppo giù, un po' di glucosio endovena ti aiuta subito a riprenderti. Di leggere non se ne parla, di fare un po' di cyclette nemmeno, si è sempre strafiacchi.
Non si può praticamente camminare e anche le attività di toilette quotidiana sono condizionate dal tubo.
Qualche mail, qualche amico a cui rispondere, il telefono per le urbane gratuite, ma sono di N. e quindi mi andava di lusso.
Sono stato trattato benissimo per tutto quanto dipendeva dal reparto. Sono stato ricoverato, per motivi diversi, 5 o 6 volte davvero non mi ricordo  più il numero. Mi è capitato di farmi dentro il mio compleanno (quando sono stato operato alla testa, adesso ho una cicatrice di 35 punti che dà anche un certo tono), pasqua, il 25 aprile, il 1 maggio, insomma ho timbrato in tutte le stagioni dell'anno. E sempre, in ogni momento, c'era qualcuno in gamba che portava avanti il lavoro, alla chemio ad alte dosi non frega molto se è festa o se si lavora. Deve entrare in circolo e fare il suo lavoro di spazzino e, insieme, mandarmi ko per la debolezza.
Il trapianto da donatore, quello per ci sono stato più tempo ricoverato, e, strappando qualche lacrima, lontano dal lorenzino mi ha tenuto dentro tre settimane. Dopo è cominciato l'avanti indietro dall'Ospedale a casa e viceversa, controlli serrati e frequenti. 
La sensazione paradossale, ma fino a un certo punto, è  che essere dentro è rassicurante e stare fuori pericoloso. Poi pianissimo pianissimo i rapporti di forza si invertono e starsene a casa propria fa parte della cura. Purtroppo molte persone in cura arrivano da fuori regione e per i periodi in cui non possono allontanarsi da N. devono affittare degli appartamenti. A fornire il servizio sono degli sciacalli, l'ospedale non è in grado di far fronte alle richieste. Naturalmente nessuno fa niente, istituzioni latitanti e comune che mette la sosta a pagamento nei pressi dell'ospedale.
Tutto in quei momenti appare difficile e indefinito, sei vicino a tutti i tuoi cari: la malattia colpisce uno ma coinvolge tutti, ma allo stesso tempo ti senti allontanato, con un il vetro che ti divide. Gli altri, quelli che ami, non possono toccarti, ma solo vederti utilizzando sovrascarpe, camice, guanti, mascherina, cuffia per i capelli. questo per gli adulti. Per i piccoli niente, vietato l'ingresso. E così, e così (come cantano i sette nani) niente lorenzino per tutti i periodi in cui lui c'era già e io dovevo restare isolato. Ogni giorno aspettavo le visite, e ogni giorno c'era qualcuno per me, sono venuti in tanti, non tutti nelle stanze vicine avevano la stessa fortuna. Una volta, di frodo, è venuto il piccolo con la sua mamma, e le infermiere e le dottoresse (quel giorno festivo non c'erano uomini in giro) lo hanno riempito di complimenti. La tecnologia mi permetteva però di vedere tutte le foto che ogni giorno mia moglie gli faceva.
E' un'alternanza continua tra il tutto e l'ogni, tra il singolo e la collettività, tra te stesso e chi ti ruota intorno.
I pensieri sugli altri, sul mondo e sul disappunto di come ti appaiono certe cose arrivano dopo, quando riesci a prendere fiato, durante i trattamenti (e io li ho sopportati abbastanza bene) la fatica si impossessa del tuo spirito e del tuo organismo. Non hai forza nemmeno di pensare al pensiero della stanchezza.
I farmaci da prendere cambiano, si aggiornano, aumentano è sempre un rincorrere, alchimia. Per contare quelli che ti danno in un caso come il mio occorrerebbe il prontuario per poi spuntarli uno a uno. La disciplina è ferre, militare nei dosaggi e negli orari. Qualche licenza è concessa ma sempre con attenzione.  Sono una presenza quotidiana, entrano a afar parte della routine, della ripetitività dei gesti: lavarsi i denti, fare colazione, andare a dormire, prendere i farmaci. tic tac, tic tac, è come avere un microchip inserito nel cervello. Un alert, di quelli che tanto piacciono a chi investe on line.
LUNEDÌ, 23 LUGLIO 2007
la retorica della malattia

Ci vuole forza e tanta fortuna, tutti lottano, non è che lotta solo chi ce la fa. La retorica mediatica si è impadronita della malattia. Non del dolore, quello rimane intimo e nascosto nelle pieghe dei muri dell'ospedale. Le persone sono schive e non sempre ci tengono a raccontare quanto gli è successo: le proprie difficoltà, la rabbia per non aver scelto la condizione di malato di cancro. Bisogna avere coraggio: che ne sanno quelli che ti dicono che bisogna essere motivati, che portano la gente a camminare sui carboni ardenti, quelli che la menano con il self improvement, l'autostima. Già, che ne sanno loro delle motivazioni delle persone. Siamo pieni di guru, di esperti della personalità, di chi sa dirci come dobbiamo affrontare ogni passo, anche il più faticoso. Le persone quando vengono a conoscenza della malattia reagiscono secondo l'istinto. I consigli sono utili ma non ci sono norme di comportamento, non basta leggere qualcosa su google. Gli altri che soffrono capiscono senza bisogno di parlare.
Sono sempre i tuoi cari, non mi stanco di ripeterlo, e le buone notizie che danno la carica per proseguire nelle terapie, nella pesantezza di ogni giorno, trascorso magari immobile su una poltrona perchè non si ha la forza, e la voglia, nemmeno di parlare.
MARTEDÌ, 30 OTTOBRE 2007
lo squillo

ho appena sentito una cosa che mi ha infastidito su clienti, lavoro. beghe da comare.
vado io? no vai tu?
Bene così. Me la prendo per quei 2 secondi in cui mi rendo conto di un po' cose. mi dispiaccio. E penso alle cellule staminali, quelle cellule che sanno fare tutto sopratutto il sangue (le stesse che mi hanno trapiantato). Anche alcune persone sono come le cellule staminali: sono totipotenti. possono trasformarsi in qualsiasi cosa. Sono i più bravi, gli eletti, coloro cui il sapere è infuso.
2 secondi, appunto.
Sono però pentito anche per quei due brevissimi secondi in cui mi sono fatto fregare da altri pensieri, da pensieri che non mi piacciono. Penso ai colleghi che per me hanno fatto tanto, alcuni tantissimo.
Poi suona il cellulare, un po' di allarme, il numero non lo riconosco subito ma qualcosa di familigare lo vedo: le prime 4 cifre sono quelle dell'Ospedale Oncologico di N..
No, non sono i rolling stones, nemmno gullit o il cliente che inseguivo e che quando è il momento giusto devi lasciar perdere; non è nemmeno la Gazzetta o Sky che mi chiedono di parlare di calcio. Niente di tutto questo.
Premo il bottone di risposta, tempo zero secondi e dall'altra parte c'è uno dei miei miti.
Uno dei miei medici, uno di coloro cui questo sito è dedicato. Avevo appena avuto qualche dubbio su un valore della biopsia osteomidollare, ma ecco la notizia.  quella che apre il cuore.
Due parole: immunofissazione negativa.
E' bastato questo per farmi tornare a sorridere, per scaricarmi di tutto, per tornare a sintonizzarmi con la vita reale. La mia vita reale. Per capire, ancora una volta, cosa importa veramente. Immunofissazione negativa, non mi stancherei mai di scriverlo. E infatti, immunofissazione negativa, immunofissazione negativa, immunoifissazione negativa. ecco qualcosa per cui vale la pena lottare, non per le magagne da cortile.
Già, ma che ne sa chi capita su questo sito di cosa voglia dire immunofissazione negativa. Per quasi tutti non vuol dire nulla e quasi tutti hanno l'immunofissazione negativa.
Per me vuol dire tutto. Senza quasi. Vivo anche per quello.
Mi hanno salvato la vita, posso scrivere e prendermela per certe cose perché qualcuno ha pensato a cosa fosse meglio per me in un momento importante. Eppoi cosa dire della donatrice.
Sono contentissimo, oggi è un giorno speciale, più speciale degli altri, che a loro volta sono speciali. perché ogni giorno vissuto è un giorno guadagnato per stare con chi si ama. con chi dà senza pensare a cosa avrà in cambio.  Senza essere micragnoso, senza attaccarsi a qualsiasi punto per mettersi in mostra, per dire che è il più bravo.
La vanità è un nemico tremendo.
E così stasera abbraccerò, come tutte le sere precedenti e quelle future, mia moglie e mio figlio; lorenzino ha due anni e lotta insieme a noi.
grazie.
VENERDÌ, 14 MARZO 2008
3%

Lui vuole solo la mamma quando è ora di fare la nanna, così prima di spostarlo nel suo lettino, giorno dopo giorno sempre più piccolo, li vedo, lui con il suo dito in bocca e il suo pigiamino, lei distrutta  dalla stanchezza della pesante quotidianità.
Sono lì insieme, stupendi, tranquilli che dormono e mi trasmettono forza e serenità. Quello che serve, nei momenti buoni e in quelli meno buoni. Stare con loro mi piace. Li amo.
Loro sanno quanto sono importanti i numeri per me, e non soltanto quelli delle ricerche di cui mi occupo per lavoro. Loro sanno che il 3% è il numero della felicità e delle plasmacellulle contenute nel mio osso e nel mio midollo. Così come dice il referto della BOM (biopsia osteomidollare), ti fanno un buchino nel bacino e zac, nick manofredda inserisce l'ago e fa scattare la carotina. C'è il gruppo che mi segue e mi da le notizie. L'ultima volta, dopo una lunga serie di esami, il 3% ha riassunto tutto, insieme all'immunofissazione negativa.
Ecco potrei finire qui e invece vado avanti, sono tantissimi coloro che mi chiedono come sto, e la cosa più bella è utilizzare un comune bisillabo: bene. Anche se so che la strada è sempre lunga e imprevedibile.
Questo risultato ce lo siamo sudato tutti insieme, io, ida, lorenzino, la mia famiglia, i miei amici, i miei  ex colleghi e quelli attuali che mi vedono tutti i giorni (alcuni davvero stratosferici), i "miei" dottori con cui ho instaurato un ottimo rapporto umano. Li cito: una di loro (perché le donne contano, eccome se contano, nell'ambulatorio che frequento) ha detto che curano le persone e non le malattie. Eccomi qua, sono una persona che è in cura.
Vorrei ringraziare tutti uno per uno, vorrei che tutti stessero bene in salute, vorrei che tutti avessero adrenalina e forza per fare e realizzare quello che gli piace. Vorrei non aver passato quello che ho passato, ma, visto che l'ho passato, mi piacerebbe che nessun altro di quelli che mi piacciono lo debba passare.
Non riesco a stare senza prendermela per alcune cose, anche se non dovrei, ma quando è così è perché ci tengo, perché ho investito energie e vederle disperse mi dispiace. Poi finisce lì, ma mi dispiace.
Sono tre le cose importanti della vita: salute, salute, salute. senza di lei non puoi godere il resto sia esso un minuto di felicità o una birra fresca quando fa caldissimo.
Ho sofferto, e soffro, ho vissuto (mi si passi questa citazione nerudiana si dice così? da neruda?)  e vivo tutto in modo lucido, dall'operazione alla testa, alle terapie. Quelle pesanti e quelle leggere. Dalla chemio ad alte dosi (si chiama proprio così) alla tachipirina per la febbre.
Non esiste un prima e un dopo ma un, unico, continuo, durante. Da quando ti fanno la diagnosi e inizi le cure sei sempre sospeso tra l'ultimo controllo e il prossimo. A cambiare, per fortuna, è la frequenza, dalle due / tre volte a settimana a una volta ogni mese e mezzo. E' un bel cambiare. Ormai conosco tutta la procedura a memoria, potrei muovermi nei corridoi dell'Ospedale con gli occhi bendati. Tutti collaborano per farmi stare bene, a cominciare dalla sala prelievi, il primo punto del viaggio di controllo. Là bucano le vene con dolcezza, anche se le mie, a volte sono un po' secche.
Tante persone che c'hanno il blackberry per ordinare la pizza domicilio oh yeah, che c'hanno le tod's perché così anche loro sono mainstream oh yeahh, che c'hanno la voglia di fare il direttore perchè così hanno fatto carriera oh yeahhh,  che mettono il casco dello stilista perché nel traffico loro sono eleganti oh yeahhh, che loro vedono la donna come una nomade in cerca di se stessa e allora disegnano un vestito con un avanzo, uno scampolo oh yeahhhh, che c'hanno il suv e poi comprano il fango spray per dargli un tono country oh yeahhh, che c'hanno 25 anni e hanno già capito che la playstation è una metafora della vita perché la sfida è tutto oh yeahhh, che narciso era un makeup stylist oh yeahh, che c'hanno il telefonino che fa anche le foto/registra/riprende più leggero di quello del collega, a quelli che la ceretta non è la ceretta se non si soffre un po', a chi non ha ancora avuto il rimborso dell'indennità caffé e che timbrare il cartellino è un'ingerenza non negoziabile oh yeahh, che per loro "finale di partita" è una trasmissione della domenica sul calcio oh yeahhhh , quelli che c'hanno le stock options e vogliono aggiungere uno zero allo stipendio e sono dei ganzi perché agli amici raccontano che loro sono i più bravi oh yeahhh... a tutti quelli che prendono tutto e non danno niente oh yeahh ("un individuo vale per quello che dà alla società e non per quello che prende" B. Munari).
Ecco, a tutti questi qua, e a chissà quanti altri, dico di farsi un giro in via Genovesi, per capire cosa conta nella vita, per capire quanto si è fortunati nel non doverci andare per se e o per accompagnare qualcuno di caro. né moralismo né cinismo, ma solo un po' di sano e crudo realismo.
Vedere chi lavora per gli altri, vedere gli altri che soffrono, eccome se soffrono, aiuta a capire il mondo; se poi uno ci fa due visite si rende conto, anche, che alcuni da una volta all'altra non ci sono più.

 

Commenti   

 
#1 LUCA 2008-06-02 16:25
HO APPENA COMINCIATO IL MIO TRAPIANTO DA DONATORE , ANCHE IL MIO FEMMINA , SPERO DI USCIRE FRA UN MESE E MEZZO E DARGLI UN TAGLIO A TUTTO.SONO CONTENTO PER TE ED PER I TUOI CARI.
Citazione
 

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