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La quiete instabile

Dall’altro lato della scrivania di quello studio di pneumologia, il dottor Calìa, mio angelo sapiente, ha chiamato a consulto il professor Cavallesco…egli studia con grande attenzione gli esiti dei numerosi esami a cui in questi giorni mi sono sottoposta, poi..”Lei, signora, ha un cancro al polmone destro, al primo stadio”.
Nessun muscolo si muove, il battito del cuore è sordo, mi sento perduta in un labirinto d’angoscia, minacciata da una metamorfosi che farà di me un insetto che cerca invano la porta della sua prigione.Ma il verso di un salmo mi percorre la mente: “egli non temerà annunzio di sventura.., saldo è il suo cuore, confida nel Signore”; quindi, la salvezza è là a nostra portata, incredibilmente dolce e umile: non c’è una soluzione né un’arte di vivere, ma un Salvatore che s’incarica di tutto e ci offre la pace appena noi accettiamo di non barare con la situazione, appena abbiamo il coraggio di essere sinceri, il coraggio di aver paura.
I giorni seguenti , mi ritrovo in una stanzetta a due letti, l’intervento è riuscitissimo, dice il professore,  è andato tutto bene però… chissà che sarà quel però…metastasi..linfonodi…. tipo A o B ? Mah! Sono stordita dalla morfina, ogni tanto faccio ridere i parenti perché affermo con convinzione che mi trovo in albergo rumeno…stranezze del cervello!
Poi, i giorni passano, i dolori sono forti ma non m’impediscono di pensare… e capire che… una lunga e dolorosa storia pesa da oggi sulle mie spalle e, proprio da oggi mi è concessa la grazia di percepire nitidamente che, nelle traversie della vita, Dio solo può dare senso e solidità al progetto di un’esistenza.
E qual è questa ricetta segreta? Mi chiedo.
Non resistere al dolore bensì un profondo e totale spirito di abbandono.
E mi ripeto… mai spazientirti, non irritarti, non spaventarti, mai esigere una garanzia di credibilità, un segnale per vedere, delle grucce per camminare. Senza resistere offriti, un giorno dopo l’altro, in silenzio, al silenzio.
Attraverserai lunghi periodi di aridità e di siccità, ma non lasciarti abbattere.
In mezzo alla più completa oscurità rimani abbandonata a Dio. Assalita da colpi inattesi che oggi scuotono il tuo albero fino alle radici, non ti agitare. Abbandonati in silenzio al silenzio.
Giungeranno le crisi. Per lunghi periodi il cielo rimarrà muto e il mondo ti parrà governato dall’assurdo o dalla fatalità. Non confonderti per ciò, né scoraggiarti ma, mani e piedi legati, lasciati portare dalla corrente entro lo sconfinato mare di Dio. La bussola che orienterà  la tua navigazione, sia la certezza. Come Abramo e tanti altri uomini di Dio, lascia da parte le regole del senso comune, non curarti delle spiegazioni che non spiegano, delle evidenze che non acquietano e, ad occhi chiusi, affidati a Dio: nello stile dei poveri di Dio, abbandonati senza appigli, in piena oscurità, fiduciosa, senza condizione, al Tuo Dio e Padre. Così verrai confermata, per sempre nella certezza della fede, né più dolore umano ti scalfirà.”
Poi..un giorno arriva Massimo, il mio più caro amico..anche lui ha vissuto l’esperienza dolorosa del cancro, lo vedo a disagio perché è consapevole che soffro, lancia due battute e con  delicatezza mi lascia una lettera sul comodino- “E’ per te, leggila appena puoi”- Mi saluta e se ne va. Non ha resistito dieci minuti. Capisco che chi ha vissuto certe storie, conosce a memoria tutto il travaglio dell’anima in subbuglio , della carne ferita, degli umori sconvolti.
Sulla busta color paglia ci sono le sue iniziali M.A., sul foglio, in un angolo …per Clara, al centro un titolo: “ la quiete instabile”.
Appoggiato in qualche luogo, ma non qui ; avvolto in qualche tempo, ma non ora; i rumori  che  si attenuano e le cose stesse che tendono a svaporare: I sogni si cancellano, rarefacendosi lentamente, e si distende la pianura del silenzio, dove lo sguardo sprofonda fino a perdersi in un orizzonte sfumato. Una sensazione di innaturale levità e di sospensione diventa così dimensione dell’interiorità: si sciolgono i fili della memoria, i segni del progetto e le parole tacciono per mancanza di contenuto, sostanza, riferimento.
Eppure la gente intorno cammina, marcia, corre. Eppure le frasi si rincorrono, incespicano e comunicano. Eppure il tempo scorre,fluttua, si dipana. Eppure….no, anche l’eppure vola via.
Come in un centro commerciale dopo l’orario di chiusura le persone scompaiono, improvvisamente; e come in una fabbrica dimessa, altrettanto improvvisamente, i macchinari non ci sono più e resta la percezione di un’assenza, così il d’intorno diventa vuoto.
Luoghi e momenti che non siamo più abituati ad abitare. La dimensione dell’assenza torna ad essere, nel pensiero comune, quello che il buon vecchio Aristotele definiva l’”Horror vacui”, il terrore e la ripugnanza del vuoto che la natura non sopporta e, anzi, rifugge come impossibilità logica. Il vuoto non esiste, perché se un qualcosa resta tale viene immediatamente riempito da qualcosa d’altro. E allora si corre, non importa verso dove e perché, si agisce, non importa se per convinzione o per distrazione o,peggio ancora, per abitudine, si parla, non importa di che cosa, preferibilmente di sé ma vanno bene anche gli altri, piuttosto del silenzio. Soprattutto ci si muove, un po’ per necessità e tanto per l’impossibilità di stare.
Nessuna casa è ospitale per il silenzio, per l’ascolto del silenzio.
Nessuna camera è più così disadorna da conciliare la riflessione:una sedia, una finestra e uno sguardo che si abbandona al vagabondaggio. Solo questo e nient’ altro servirebbe.
Così  passiamo dal godimento alla disperazione,allo stesso modo di come andiamo in aereo da una città all’altra, da un continente all’altro,senza vedere tutto ciò che attraversiamo e che ci sta in mezzo.Ma è proprio questo che ha trasformato le nostre metropoli in deserto e, cancellando il deserto, ha desertificato il mondo. Abbiamo bonificato i Tuaregh, addomesticato gli eremi, anestetizzato in beauty farm i paesaggi dello spirito operato chirurgicamente per diventare belli fuori ed evirati dentro.
Ma il rimosso ritorna, come fiume carsico per alcuni, come volto dell’estraneo per altri. E, come il proprio volto rimosso, spaventa i più e affascina i superstiti.Eccolo lì,riflesso nello specchio, senza lineamenti né età, puro spazio vuoto da contemplare, luogo di una memoria dimenticata.
Luogo della coincidenza e dell’instabilità, riconoscimento di ogni precarietà passata, presente e futura.Ma anche luogo di energie sopite di forze scalpitanti pronte ad esplodere. E pure luogo del fortuito,della possibilità gratuita, della scommessa definitiva in cui il giocatore si mette in gioco senza conoscere le regole del gioco, ma con il desiderio di giocarsi. E’ difficile spiegare come da questa quiete possa nascere il movimento, anche perché siamo ormai abituati a confondere il movimento con l’agitazione, con il trambusto, con l’affaccendarsi. Così come è difficile capire come da questa quiete possa generarsi la parola, anche perché per noi la parola si è snaturata in affabulazione, si è mimetizzata nel discorso e ha perso il suo significato evocativo, si è carnevalizzata nel dibattito in cui sotto la patina dorata dell’argomentazione scorrono i liquami del narcisismo. E  ancor più difficile è vedere sgorgare da questa quiete le emozioni: la paura che non è terrore, l’entusiasmo che non è adrenalina, l’amore che annoda il desiderio allo sguardo e non lo inchioda al possesso.
Sì, è difficile la condizione dell’instabilità, anzi della quiete instabile.
Ma se è vero che l’uomo è un animale non stabilizzato,allora è questo il nostro vero luogo,perché è da qui che possiamo aprire gli occhi come se fosse il primo mattino del mondo
.
Comprendo fin troppo bene che è proprio questo che si prova quando ti hanno letto una sentenza che per il settanta per cento sa di morte ma….non mi rassegno. Non lascio intristire né abbattere e continua la mia riflessione o…preghiera? Il confine tra le due è molto labile, pressoché impercettibile: il Signore deciderà.
“Caro Massimo, fratello mio, guarda: quelle stelle, gialle o rosse palpitano dall’eternità e fino all’eternità. Siamo come loro: non ci stanchiamo di brillare: Seminiamo nei campi aridi e sulle aspre cime la misericordia, la speranza ..non ci stanchiamo di seminare, sebbene i nostri occhi non debbano  vedere mai le spighe dorate: altri un giorno le vedranno.
Camminiamo..Il Signore Dio sarà luce per i nostri  occhi, alito per i  nostri  polmoni, olio per le nostre ferite, mèta per il nostro cammino, premio per le nostre fatiche.
Cominciamo un’altra volta.”
Eppoi, mio caro Massimo, io, il mio miracolo l’ho già avuto e non potrei chiedere altro di più . Grazie all’amore misericordioso di Dio, Egli, quella tragica notte del 24 ottobre, al punto di primo soccorso di Copparo in cui ero giunta, allo stremo delle forze, non avendo più fiato, affannata e ormai cianotica, mi fece incontrare quel dottor Rauli che in un secondo capì ogni cosa, che mi convinse a ricoverarmi per essere più sicura,  perchè… nella mia radiografia ai polmoni, egli aveva ormai letto a chiare lettere tutta la mia futura storia …e ancor più chiaro fu a quegli angeli meravigliosi che sono i ragazzi, del Modulo, “ragazzi,” si fa per dire: la dottoressa La Ceciglia,  l’amabile dottor Cazzuffi, il dottor Mantovani, il dottor Bosi,… che purtroppo si trattava di cancro, e dopo la Tac al Delta e la sollecita telefonata del  dottor Soriani, anch’io, attraverso le sue confortanti parole ebbi la conferma del mio sospetto. Avevo il cancro: era toccato anche a me. Tanti erano stati gli amici medici che in quei giorni avendo saputo di quella terribile sentenza,  mi erano stati vicini con il loro affetto, la loro professionalità, e mi  avevano confortato, mi avevano  fatto sentire che non sarei stata sola a combattere questa battaglia. Li ho tutti nel cuore: Donatella, Dino, Federico*, e mi ripetevo che, era impossibile non farcela, con tanto adorabile stuolo di amici, ma mi dicevo anche, che ora era giunta l’ora di pagare il fio di trent’anni di stupidità in cui avevo compulsivamente fumato tante e tante sigarette, per rabbia, per noia, per disperazione, in quei momenti difficili in cui avrei voluto sparire, avrei voluto morire perché non riuscivo più a sopportare il peso di una realtà che si faceva, giorno dopo giorno, più persecutoria nei confronti della mia famiglia che aveva, ingenuamente, peccato di generosità o dabbenaggine? Non so. Ma Il Signore non abbandona mai le sue creature  e mi aveva fatto incontrare quei medici, coscienziosi, affabili che con infinita professionalità mi hanno tratto in  salvo dal mio ormai inarrestabile  sprofondare.
Sarò loro riconoscente in aeterno e penso che  tutti, questi medici,dovevano, a buon diritto, entrare in questo scritto, insieme agli altri  di Ferrara,  perché se è un dovere civile segnalare i casi di malasanità,  lo è ancor di più ricordare chi, lontano dai consueti strombazzamenti mediatici cui siamo ormai assuefatti, compie ogni giorno il proprio lavoro, con serietà e dedizione, nel silenzio delle corsie di un piccolo ospedale  di provincia o tra le quattro mura di un ambulatorio di un paese  come il mio...

 

*Dott. Donatella Cappelloni, Dott. Dino Zanella, Dott. Federico Finatti

 

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