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Barolo del 2002 (1° parte)

11 dicembre 2007

Sono un uomo di 55 anni, finora ho condotto un’esistenza relativamente serena, ho una bella famiglia composta da una moglie – Federica - dolce ed affettuosa, come nei film, e da un figlio di diciannove anni – Andrea - che meglio di così non poteva riuscire, bello, buono ed intelligente, che amo con tutto me stesso e ne sono pienamente ripagato. Ho anche quattro fratelli con i quali vado d’accordo anche se non ci frequentiamo spesso ed una mamma che, a settantasette anni, è pienamente autonoma ed attiva, nonché sempre pronta ad aiutarti.
Insomma, una bella famiglia italiana, sana e serena. Anche il lavoro non è male: sono insegnante di ruolo all’Istituto Professionale per il Commercio di L., una località turistica a dieci chilometri da casa mia, in provincia di Trento, lo stipendio non è alto ma insegnare non mi stanca, mi stimola e, in fondo, mi diverte, oltre a lasciarmi molto tempo libero.
In fondo, potrei quasi dirmi baciato dalla fortuna perché, nonostante un po’ di noia, come dice una nota canzone di qualche anno fa, “vivo in vacanza da una vita”.
Oggi però nella mia vita è entrata una variabile nuova, destinata a modificare nel breve e – spero – nel lungo periodo i miei punti di riferimento: ho saputo di avere un cancro.
Per un normale controllo, quasi di routine, mi sono recato questa mattina, quasi alla fine della mattinata, all’ospedale di Trento, reparto urologia, dove è medico mio fratello Franco.
Franco indossa i guanti in lattice per visitarmi ed io (che temo il dolore fisico) chiedo:
- mi farai male?
- no, magari un po’ di fastidio.
Finita la visita manuale mi fa sdraiare sul lettino a fianco dell’apparecchio per l’ecografia, mi unge l’addome con una crema (credo vaselina) e comincia a sondare. Io sono girato verso lo schermo e posso osservare come sono fatto all’interno e, quasi subito lo vedo: una grossa macchia scura grande quasi come un pugno che pulsa minacciosa.
Franco mi pare preoccupato e, azionando il mouse, comincia a misurarla mormorando qualcosa che a me pare “Cazzo! Questa non è una ciste”. Io non mi intendo molto di medicina ma quella macchia mi pare sinistramente simile a quella che vidi nell’85 sulla radiografia di nostro padre, Alessandro, colpito da tumore al polmone. Papà sarebbe morto dopo circa sette mesi ed io ora non solo lo piango ma rimpiango di non essergli stato sufficientemente vicino durante la sua malattia, soprattutto negli ultimi giorni di vita.
Franco intanto prosegue il controllo: davanti sull’addome, in basso, in alto, sul fianco destro, su quello sinistro - vedi – dice - qui ci sono delle piccole cisti (due o tre macchie grandi come una moneta) – ma non c’è da preoccuparsi, un sacco di gente ne ha, le toglieremo senza problemi - poi chiama un collega e me lo presenta. “Lui è il dottor C. D. E’ il mago dell’ecografia”, mi dice.
Il mago ricomincia a sondarmi ed insiste particolarmente sulla parte destra dell’addome, di fianco, premendo forte fino a farmi male ma io penso che lui stia lavorando per me e non do segno di sofferenza. Aziona un comando e, sul lato destro dello schermo, vicino alla mia “non ciste” compare una specie di cursore, con gradazioni dal blu al rosso. Il mago continua a sondarmi e Franco gli chiede “la trovi?” penso che alluda a qualche vena o arteria, “si, eccola…” e nella zona della macchia nera vedo comparire tante piccole linee e punti con gradazioni quasi tutte vicine al rosso. “Brutto segno”, penso, immaginando che il rosso nel software dell’ecografia rappresenti un qualcosa di allarmante mentre il blu rappresenti una situazione tranquilla.
La visita finisce e Franco mi da il permesso di rivestirmi poi mi fa:
- hai un nodulo di circa otto centimetri di diametro in un rene e dovremo asportarlo completamente.
- Il nodulo o il rene?
- Purtroppo dovremo asportare il rene.
- Un nodulo significherebbe un tumore? – chiedo avendo già capito in anticipo ma sperando di avere capito male.
- Purtroppo è così, ma pare ben delineato, non dovrebbero esserci problemi; nel pomeriggio prenoterò una TAC, adesso non si può fare, al reparto TAC sono in pausa pranzo, poi ti telefono per dirti cosa facciamo. Predisporremo l’intervento da fare al più presto.
Sono le dodici e quarantasei minuti e la mia vita è cambiata.
- Prima o poi deve succedere – mormoro come risposta, non rendendomi ancora conto pienamente della situazione.
Una notizia di questo tipo non è come una bomba che entra nel tuo cervello ed esplode. Penetra lentamente, è troppo grossa per passare subito tutta intera, deve farsi largo un po’ alla volta e mano a mano che si fissa le tue sensazioni ed i tuoi atteggiamenti cambiano. Dapprima rimani come inebetito, poi speri che accada qualcosa che ti rimuova da quella situazione, che faccia in modo che tu non sia davvero li e che quello non ti stia capitando veramente. Poi, almeno così è successo a me, subentra l’orgoglio: potrà la malattia avere la meglio sul mio corpo ma non avrà il mio spirito.
- Dimmi - Chiedo a Franco – sinceramente, perché, davvero, non ho paura della morte (in realtà credo, o spero, di non averne) – fra un anno ci sarò ancora?
- Certo, anche tra vent’anni se non ti capita nient’altro.
- Ma, con un rene solo, come potrò vivere?
- Come se ne avessi due, potrai fare esattamente le stesse cose perché il rene superstite svolge anche le funzioni di quello mancante. Speriamo di poter fare l’intervento il laparoscopia.
- Cos’è?
- Ti facciamo dei piccoli forellini ed estraiamo il rene, senza grossi tagli e cicatrici però per decidere bisogna prima fare la TAC.
Franco è un medico molto professionale e scrupoloso. Ha un atteggiamento che può apparire cinico ma, secondo me, questo è ciò che lo rende un grande medico. Di lui ho piena fiducia. Vedo che, a dispetto del suo atteggiamento distaccato, è scosso. Quello che ha scoperto – certo – non è piacevole neppure per lui. Deglutisce e mi fa.
- Dato che appena la cosa si saprà, qui telefonerà tutto il mondo (è un suo modo di dire, non credo di essere così popolare) a chi devo dare le informazioni?
- Beh, a Federica (che tra l’altro un po’ si intende di cose mediche) e a nostra mamma, oltre che a me, naturalmente. Ad Andrea parlerò io.
Mi rivesto, lo ringrazio, lo saluto e me ne vado pensando, mentre percorro il corridoio ed aspetto l’ascensore “dovrò abituarmi a frequentare questi posti”.
Il problema più grosso, adesso, sarà dirlo a casa: per Federica sono l’elemento forte della famiglia. Anche lei è stata malata seriamente e le sono stato vicino, così mi pare, ingenerando in lei l’immagine di una persona comunque forte e poco vulnerabile. Immagine ora destinata ad infrangersi.
Federica tiene molto a me, come del resto io tengo molto a lei. Siamo sposati dal 1975 e non abbiamo mai litigato. Certo, qualche discussione l’abbiamo avuta, succede in tutte le famiglie ma non ci siamo mai addormentati senza prima aver fatto pace. Credo che per ognuno di noi due sarebbe inimmaginabile vivere senza l’altro.
Per quanto riguarda Andrea, la situazione è ancora peggiore. Io per lui sono padre, fratello ed amico. Abbiamo giocato assieme e giochiamo tutt’ora, abbiamo fatto grandi viaggi, all’avventura, come tre anni fa, quando siamo partiti senza meta per un viaggio in automobile di quindici giorni ritrovandoci in fondo al Portogallo. Parliamo, ci confidiamo e lui sa di poter contare su di me ogni volta che ne ha bisogno. E’ un ragazzo forte ed equilibrato ma l’essere così legato a suo padre lo rende fragile. Soffrirebbe troppo se mi perdesse e solo ad immaginarmelo mi si chiude la gola, mi aumenta il battito cardiaco e mi lacrimano gli occhi. Non devo piangere.
Arrivo alla mia macchina che ho parcheggiato dietro l’ospedale. Parcheggio a pagamento, avevo inserito monetine per un ora e venti e pensavo di impiegare molto meno tempo. Mi seccava un po’ perché non mi va di finanziare quelli della Trentino Parcheggi. Invece l’ora e venti l’ho utilizzata per intero.
Ho deciso di comprare del vino, qualcosa di qualità. Federica capirà più facilmente. Vado al supermercato e compro Barolo del 2002 millesimato, non me ne intendo molto, ma credo sia di pregio, è il più costoso, e alcune brioche alla crema di nocciola per Andrea.
Mentre torno a casa in macchina penso a quello che mi sta accadendo. Fino a questa mattina sapevo di godere di ottima salute – a parte la pressione arteriosa un po’alta (che probabilmente dipende proprio dal mio cancro) – ed ora sono qui con il mio male. Ora che mi ascolto mi pare di sentirlo, come un bullone piantato nella schiena che si espande mi lacera e corrompe tutto ciò che incontra. E’ suggestione, naturalmente, non sento alcun dolore, però lo immagino.
Dovrò riconsiderare le mie priorità, ma ora il mio pensiero è rivolto ai miei cari che, nella malaugurata ipotesi che ci fossero metastasi, dovrebbero rimanere senza di me. Non che io abbia particolari meriti, ma mi vogliono bene.
Il problema è che loro non hanno capito (e io invece si) che la vita è una cosa relativa, che di fronte all’eternità vivere sessanta o ottanta anni è davvero poco importante. Alla fine dobbiamo morire comunque, tutti, e alla mia età comunque gli anni già vissuti sono migliori di quelli che ancora restano da vivere. La morte non mi fa paura; quasi mi incuriosisce perché è l’unico modo per vedere cosa c’è dopo. Quello che mi spaventa è il degrado ed il dolore fisico. Quelli davvero spero di evitarli. Il problema è che ci sono gli altri: Andrea, Federica, mia mamma - già provata per aver perso il marito ed il fratello - ed i miei fratelli. E’ per tutti loro che sono triste.
Tutto questo penso nei venti minuti di viaggio per tornare a casa, ma lo penso solo a tratti, intensamente, quando il pensiero affiora mentre mi distraggo giuochicchiando col computer di bordo.
Arrivo a casa e vedo la macchina di Andrea. Avevo previsto che sarebbe tornato da Trento (dove frequenta l’università – proprio oggi aveva una prova d’esame) solo questa sera, così avrei preparato un discorsetto da fargli, invece è li e dovrò dirglielo subito.
Metto la macchina nel tunnel del garage e trovo subito Andrea che è al computer nel seminterrato. Preparo un’espressione serena e gli chiedo:
- Beh? Com’è andato il tuo esame?
- Bene, almeno credo e te? Cosa ti ha detto Franco?
Ignoro la sua domanda - Ho qui delle briochine alla nocciola, devono essere ottime – gli dico porgendogli il vassoio poi, giusto in tempo perché lui non veda i miei occhi lucidi salgo le scale per andare al primo piano, dove c’è Federica.
- Allora, Cosa ti ha detto Franco?
- Ho fatto la spesa ed ho preso un vinello eccezionale…
- Ma Franco, cosa t’ha detto?
- E’ un Barolo del 2002, millesimato, ne parlano anche su “Il gambero rosso”……
Lei mi guarda perplessa come a pensare “ma sei scemo?”.
- La visita è andata piuttosto male… Ho un tumore al rene.
- Come un tumore al rene? Non è possibile.
- Franco dice che è ben delineato e non dovrebbe comportare problemi.
Lei mi guarda incredula, con gli occhi pieni di lacrime, ed io mi rendo conto che dovrò farle coraggio, ma vuole essere lei a far coraggio a me e mi dice – vedrai, supereremo anche questo.
In quel mentre arriva Andrea.
- E Franco? Cosa ti ha detto?
- Andrea…. Sono malato piuttosto seriamente, …… niente di grave, certo, ho un nodulino a un rene e dovranno togliermelo
- Il nodulo o il rene? – Mi sorprendo ogni giorno a vedere come Andrea abbia processi mentali assolutamente identici ai miei: mi ha risposto con le stesse parole che ho usato io alla fine della visita.
- Il rene.
- Ma come farai con un rene solo?
- Potrò vivere normalmente, magari avrò una scusa buona per lavorare meno.
- Ma potrai ancora fare le stesse cose che fai adesso?
- Bah, penso di si. Franco dice che si vive in modo assolutamente normale.
- Ma non è che mi muori?
- Ma non dire cazzate!
Andrea è ammutolito, seduto davanti al tavolo, si prende la testa tra le mani e affonda in un pianto sommesso.
E’ dura vedere un ragazzone di quasi due metri, sveglio e un po’ spaccone, come sono quasi tutti i ragazzi della sua età, piangere con le lacrime ed è ancora più dura quando quel ragazzone è tuo figlio e tu gli vuoi un bene dell’anima e lui sta piangendo per te. Io sono in piedi di fianco a lui, gli prendo la testa tra le mani e lo accarezzo con tutta la dolcezza possibile. Non provo tristezza. Sono disperato.
Federica ha preparato la pizza. A me la pizza piace molto e, nonostante si dica che uno dei sintomi del tumore è l’inappetenza, io questo sintomo ancora non lo avverto e la mangio con particolare voracità. Federica la pizza non la mangia, la fa per noi due, Andrea – che sono riuscito a tranquillizzare - ed io ho deciso, per oggi, di interrompere la dieta che avevo intrapreso da tre settimane. Domani la riprenderò; non voglio modificare le mie abitudini.
Appena pranzato mi telefona Franco.
- Come va?
- Alla grande. Non ho problemi.
- Dopodomani vieni in ospedale per farti le analisi del sangue. Si fanno sempre prima di un intervento.
Io ascolto e lui continua:
- Poi, quando te la fisseranno, ti chiamerò per la TAC. Più avanti ti preleveremo anche due sacche di sangue, se ce ne fosse bisogno durante l’operazione te lo reinseriremo (si chiama autotrasfusione), è una precauzione che prendiamo sempre, anche se certamente non ce ne sarà bisogno – conclude rassicurante.
- Il quattro gennaio – prosegue – vieni in ospedale e il sette ti operiamo.
- Il sette gennaio mi operate – ripeto meccanicamente mentre Federica mi sussurra – chiedigli quanto durerà l’intervento.
- Durerà circa due ore, è un’operazione semplice, tranquillo, non ci sono difficoltà.
- Me la fate in anestesia locale? – chiedo scioccamente.
- Ma no, certo, si fa in anestesia generale
- E poi?
- Poi stai quattro o cinque giorni, massimo una settimana, e ti dimettiamo. Naturalmente dovrai tornare per le medicazioni e per togliere i punti.
- Naturalmente ……
- Tutto chiaro? Hai preso nota?
Sono distratto e smemorato ma – penso – queste cose me le ricorderò automaticamente, senza bisogno di prendere appunti.
- Stai tranquillo – conclude – non c’è niente di più di quello che ti ho detto.
- Sono tranquillo – replico – ringrazio e saluto.
Certo. Sono tranquillo, ma mi domando dove la mia tranquillità confini con il fatalismo. Sono qui, con un male potente ed aggressivo contro il quale non posso fare nulla. Le uniche persone che possono fare qualche cosa sono Franco ed i suoi colleghi, gente brava, certo, di cui mi fido totalmente ma, sicuramente, anche loro non sono onnipotenti. So che loro faranno tutto ciò che è umanamente e tecnicamente possibile per me ma, se non bastasse, “tanti saluti a tutti”. Bene, io sono qui, vediamo cosa succede.
Il pomeriggio intraprendo attività di modesto impegno, anche per distrarmi. Gioco con Andrea a “Soldier of Fortune” un videogioco per computer particolarmente sanguigno. Ti aggiri per degli scantinati combattendo contro una masnada di nemici armati fino ai denti; devi ucciderli tutti ed hai a disposizione una grande varietà di armi, dal coltello al fucile a pompa. Andrea spara ed io lo consiglio indicandogli i nemici.
Poi vado a fare un po’ di spesa e, al ritorno, mi metto al computer: prima tappa: wikipedia, seconda tappa: Google. La ricerca è sempre la stessa: “cancro del rene”, con le variabili “tumore al rene”, “tumore ai reni”, “terapia tumori rene”, “sopravvivenza cancro rene”, “morte cancro rene”.
Su internet trovi tutto, ti viene esposta ogni cosa in maniera quasi spudorata. Internet non addolcisce nulla, non ti conosce, ti dice quello che sa senza mediare e neppure si pone il problema della tua capacità di interpretare, delle tue “conoscenze strumentali”.
Così apprendo che il tumore al rene è nel 95% dei casi maligno, si chiama quindi “cancro” e che può essere curato con efficacia essenzialmente solo con l’asportazione totale o parziale dell’organo malato. Chemioterapia e radioterapia non servono per curarlo ma possono essere utilizzate solo dopo l’operazione chirurgica per eliminare eventuali metastasi.
La sopravvivenza dopo cinque anni, in provincia di Trento, è di circa il 70% ma, penso, cinque anni non sono molti e poi, bisogna vedere se in quel 70% ci sono anch’io: non mi sento molto fortunato.
Il cancro al rene prevede quattro livelli: il primo è di misura inferiore ai sei o sette centimetri di diametro ed è “incapsulato” all’interno del rene. In quel caso non è neppure necessario asportare l’intero rene e la sopravvivenza dopo i cinque anni è del 90%. Anche ammesso di appartenere a questa categoria, una possibilità su dieci di morire nei prossimi cinque anni non mette molta allegria, neppure a me che – mi dico – non temo la morte. Mi consolo pensando che sto leggendo dati del 2003; da allora, penso, avranno fatto certamente progressi.
Il secondo livello prevede dimensioni superiori ai sette centimetri di diametro e, a quanto mi sembra di capire, il cancro è uscito dalla sua capsula. Qui si deve asportare il rene per intero assieme alle ghiandole surrenali e a non so cos’altro c’è intorno. La sopravvivenza è attorno al 60/70 % e, dalle dimensioni del mio cancro, ho l’impressione di rientrare in questa fascia.
Il terzo caso prevede l’asportazione di entrambi i reni. Ti attende una vita di dialisi nella speranza di un trapianto e le possibilità di sopravvivenza sono minori di quelle di morte.
Il quarto caso è – praticamente - una condanna a morte: il cancro ha sparso metastasi in tutto il corpo e le possibilità di sopravvivenza, dopo cinque anni, sono del due per cento.
“Che culo!” penso “meno male che Franco mi ha trovato questo bel cancrone adesso, altrimenti finivo al terzo o, magari, anche al quarto livello” ma sotto sotto penso che al terzo o magari anche al quarto livello potrei esserci già adesso senza saperlo; chissà cosa troveranno quando mi apriranno.
Scopro, in internet, che anche Briatore, quello della formula uno, il proprietario del Billionaire, quello che è stato con Naomi Campbell ed ha sposato la Gregoraci. Come me, anche lui ha avuto il cancro al rene ed adesso eccolo li a gestire Fernando Alonso in formula uno. Questo mi consola anche se, pur non invidiandogli la Campbell e la Gregoraci (a me la Federica va benissimo), in fondo penso che le stelle lo abbiano guardato con maggior favore di quanto ne hanno dedicato a me. In parole povere, non sono del tutto sicuro di avere lo stesso culo che ha avuto lui nella vita.
Prima di cena rimango in soggiorno a guardare la televisione, mentre Federica prepara la cena. Guardo quiz insulsi che però hanno la capacità di distrarmi. Dopo cena: ancora televisione
In certe situazioni la televisione produce un rumore di sottofondo che allontana ed insonorizza ogni riflessione. Marx diceva che la religione è l’oppio del popolo, forse aveva ragione ai suoi tempi, ma al giorno d’oggi l’oppio del popolo è la televisione, capace – come sta facendo con me adesso – di avvolgere ogni cosa con la melassa del suo rumoreggiare variegato e delle sue immagini in continuo movimento.
Andrea è uscito, ogni sera va dalla sua ragazza, Francesca.
Francesca la conosco poco, ci avrò parlato assieme si e no cinque volte. Lei ed Andrea assieme sono molto riservati ma dalle volte che ci siamo incontrati e da come ne parla lui credo di non sbagliare dicendo che è una ragazza brava e seria. Certamente ha un effetto benefico su mio figlio, è posata, matura (quasi sempre, a quest’età le ragazze sono più mature, lo verifico anche nella mia scuola) e lo rende più stabile.
Per un genitore che come me vuole il bene del proprio figlio ma, contemporaneamente, ed un po’ egoisticamente, ha paura di perderne l’affetto, è una ragazza perfetta. Riesce a dargli affetto senza staccarlo dalla sua famiglia; lo rende felice ed io glie ne sono molto grato.
In televisione comincia Ballarò e, come sempre, cerco di non perdermi l’apertura di Maurizio Crozza. E’ grande, la sua satira mi piace sempre e mi sorprendo a ridere anche questa sera delle sue battute ma poi arrivano i politici, ci sono Fini, e Franceschini, nonché il giornalista forzista Belpietro.
Mentre il teatrino della politica comincia e le chiacchiere televisive diventano uno sfondo sonoro, Federica viene a sedersi a fianco a me. Ha ancora gli occhi gonfi, dovrò rincuorarla ma lei mi previene
- E’ normale che pianga, lo sai che piango facilmente…., ma sono tranquilla ……….sento, SO! ……… che andrà tutto bene. Fra un mese saremo qui a festeggiare, vedrai …….. anche quando sono stata male io è andata così.
E’ una situazione quasi comica: lei in lacrime che dice a me (che ho appena finito di ridere per Crozza):
- Quando stavo male io tu mi aiutavi tirandomi su il morale e adesso sono io che devo tirare su il morale a te.
Continuiamo così, mentre in televisione continuano a parlare tutti assieme dicendo cose alle quali non credono neppure loro stessi, tenendoci la mano, tra silenzi, brevi ma intensi abbracci, e frasi talvolta insensate.
- Certo, se rimanessi senza reni sarei in difficoltà, dovrei andare in dialisi, speriamo che Franco non mi abbia imbrogliato, che quelle macchioline nel rene sinistro siano davvero solo delle piccole cisti.
- Se mai c’è sempre il trapianto e, alla peggio un rene te lo posso dare anch’io.
- Tu sei pazza, non lo voglio il tuo rene, mica sono un vescovo (anni or sono, un vescovo, a Trento, in tarda età, non ottenne un trapianto di rene?), non accetterei mai.
- Sbagli, è un atto d’amore, perché dovresti rifiutarlo?
- Perché i tuoi reni servono a te.
- Vuoi dire che, a parti rovesciate, tu per me non lo faresti?
- Questo è un altro discorso
- Tu però lo faresti
- …….. no, non te lo darei un mio rene e poi un rene tuo manco mi starebbe su.
- Come no! Abbiamo lo stesso tipo di sangue.
- E’ un rene femminile e io i reni femminili non li voglio. Dovreste impiantarmelo a tradimento
Ci guardiamo e sorridiamo con gli occhi lucidi e poi ci abbracciamo mentre in televisione Fini sta litigando con Belpietro; strano, una contraddizione interna al centrodestra. Mi accorgo che nella disputa, pur essendo di idee assolutamente contrapposte alle sue, sto chiaramente parteggiando per Fini che, nell’occasione – non so con quale sincerità – dice le stesse cose che direi anch’io.
La vita merita di essere vissuta anche per questo: il teatrino della politica è impagabile, se lo guardi con distacco – e io adesso lo guardo con distacco – vale quello di De Filippo.
Federica va a dormire. Io non la seguo, ho deciso di andare al computer e cominciare a scrivere per scaricarmi. Scrivere mi piace, mi permette di dare forma ai miei pensieri, di sistematizzarli, mi aiuta a guardare dentro me stesso per cercarvi le risorse che servono e quando non ci sarò più, se qualcuno mi leggerà, darà valore a qualcosa che ho fatto durante la mia vita. Farà uscire il mio pensiero fuori dalla mia testa e dall’hard disk del mio computer dandogli vita. Certo, non potrò esserci a goderne, ma il pensiero che ciò possa verificarsi mi consola adesso.
Al sesso non ci penso. Alla nostra età non ha più l’importanza dei vent’anni. La passione si è ritratta ed ha lasciato il posto all’empatia, che è molto più della tenerezza ma ora la questione è che io mi sento corrotto, infetto – l’apparato è lo stesso, non per niente si chiama uro-genitale e, mettendomi nei suoi panni, ho quasi un senso di repulsione verso me stesso. Chissà cosa potrei iniettarle. Fare sesso, ora, è inimmaginabile ed allora continuo a scrivere.
Scrivo fino a tarda notte poi prendo quattro pillole omeopatiche e vado a dormire.
Mentre mi rigiro ripenso alla mia giornata e ad Andrea. Lo immagino a piangermi assieme a Federica mentre sono morto e sono disperato per la sua disperazione che non posso fermare in alcun modo.
Questa sera tornando a casa mi ha detto che Francesca, vedendolo triste, gli ha chiesto cosa avesse:
- Sai, mi ha detto Francesca che il papà di una sua amica aveva lo stesso problema che hai tu, lo hanno aperto, sistemato e ora è come nuovo.
- Lo so, lo zio Franco mi ha detto che capiterà così anche a me anzi, di meglio, perché mentre starò in ospedale mi terranno a dieta e mi faranno anche dimagrire. Verrò fuori magro e pimpante.
- Beh – sorridendo – proprio pimpante non me lo aspetto ……. Non morire papà
- Rimarrò qui ancora molto – gli ho risposto accarezzandolo – e prenderò in braccio i nipotini che vorrai farmi.
Dormire è difficile, sento il mio nemico dentro di me, andavo in giro tutto tranquillo e lui prosperava e si sviluppava dentro la mia schiena ed e li anche adesso, che altera le mie funzioni, mi deteriora, mi mangia da dentro. Come si fa a dormire con una cosa così dentro di se?
Nel buio della notte c’è il silenzio e ci sei solo tu col tuo pensiero che costruisce scenari irreali (o reali?) sempre più foschi e ti ascolti proprio lì dove c’è il male. Non c’è ma lo devi sentire lo stesso, ed immagini punti del tuo corpo dove possono essersi formate delle metastasi: magari nell’altro rene, anche lì, adesso, sento un po’ di bruciore ed alla caviglia, che a star bene attento mi fa sinistramente male, e che dire dell’occhio destro, che è irritato come se ci fosse dentro un granellino – chissà cosa c’è dentro -, per non parlare della tosse, perniciosa ed insistente che ho avuto per alcuni giorni la scorsa primavera, magari già c’era una metastasi al polmone. Mi sforzo di pensare ad altro, sono le quattro e mezzo del mattino, il sonno comincia ad avere il sopravvento. Dormo un sonno tranquillo, privo di sogni, senza gli incubi che mi sarei aspettato di avere e mi sveglio relativamente riposato a dispetto delle poche ore di sonno trascorse.

Di Antonio Coccarelli

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