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Barolo del 2002 (2° parte)

12 dicembre 2007

A scuola ho buoni rapporti con tutti. Seriamente non ho mai litigato con nessuno. Certo, non posso dire di essere uno che si fa in quattro per gli altri, questo no, però neppure ho mai mostrato animosità o invidia verso qualcuno. Sono, in breve, uno che si fa i cavoli suoi, che vive e lascia vivere e, se la cosa non costa troppo, è anche disponibile ad aiutare gli altri.
Oggi, però, tutti mi sembrano troppo gentili: che abbiano saputo? Di già? E come? Forse di essere malato ce l’ho scritto in faccia, magari basta guardarmi e lo si vede; eppure questa mattina, guardandomi allo specchio mi sembrava di avere il solito aspetto.
Persino gli alunni mi salutano con particolare gentilezza e non ce n’è motivo. Non ci sono in previsione né compiti in classe né interrogazioni e poi io, per quanto ne so, non sono nell’elenco dei professori che incutono particolare timore. Come insegnano nei corsi di aggiornamento, cerco di dare le mie valutazioni in base a parametri oggettivi, relativi alla perfor-mance dell’alunno non all’alunno stesso. Che siano più o meno gentili non influisce sui voti. Eppure, anche loro mi sembrano troppo gentili.
Passo in bagno e mi guardo meglio allo specchio. A dire il vero gli occhi tradiscono una notte particolarmente insonne, ma li avrei così anche se fossi stato ad una festa. Non sono bello, certo, non lo sono mai stato, neppure quando ero giovane, però non ho un aspetto malato.
In realtà, sapere di avere una malattia che si chiama cancro ti fa lavorare di fantasia. Ti fa travisare le cose. Ti fa scambiare un sorriso gentile per un sorriso pietoso, una cortesia per un aiuto compassionevole, un gesto di buona educazione per un atteggiamento umanitario.
Io non voglio la pietà di nessuno. La mia malattia fa parte delle normali eventualità previste nella vicenda umana. Ci ho già ragionato. Se morirò lo farò serenamente. Il meglio della vita lo ho comunque già vissuto, una buona vita, nel complesso. Non devo essere compatito.
Tra l’altro, fisicamente, mi sento in piena forza. Tre giorni prima di scoprire di avere il cancro sono andato in piscina ed ho nuotato quarantadue vasche, di cui ventisei di seguito: non male per uno di cinquantacinque anni con il cancro. Mi sento benone ………… magari sono un portatore sano, magari ……
Devo comunque avvertire la scuola di quanto mi capita, per questo ho deciso di telefonare al preside, così potrà predisporre la mia supplenza per il mese di gennaio …….. speriamo solo per gennaio. Tra l’altro coordino dei corsi pomeridiani nella scuola, corsi molto importanti, finanziati dal Fondo Sociale Europeo attraverso la Provincia Autonoma di Trento, che è molto fiscale e non perdona il minimo errore. Bisogna pensare a qualcuno che li coordini al posto mio altrimenti l’istituto potrebbe perdere il finan-ziamento europeo, che è piuttosto consistente.
Il preside (oggi si chiama “Dirigente”) R. L.  è prossimo alla pensione. Probabilmente questo è il suo ultimo anno di scuola (speriamo che non sia anche il mio ultimo anno di scuola).
Il Professor L. è un siciliano esperto della scuola e, secondo me, anche della vita. Può sembrare a volte duro ma in realtà è di buon cuore e, al telefono (uso il telefono perché il suo ufficio è nella sede principale della scuola, a circa dieci chilometri di distanza) si mostra abbastanza scosso alle notizie che gli do riguardo al mio futuro immediato.
“Se hai bisogno di qualcosa, basta che chiami, per il resto non ti preoccupare …..” Ci conosciamo da anni, non sono un suo stretto collaboratore perché io con il potere – se così si può definire – ho un rapporto un po’ distante (l’adolescente che sopravvive in me è tendenzialmente anarchico) però ci rispettiamo. Penso che sinceramente lui si preoccupi della mia salute.
Il mattino a scuola passa velocemente. In classe sto bene. Lavorando assieme ai miei alunni dimentico tutto. Mi permetto perfino una sontuoso trancio di pizza alla ricreazione, in barba alla dieta che stavo faticosamente portando avanti da circa tre settimane. Ero a dieta per mantenermi sano; la cosa mi pare grottesca. Quasi quasi di fette di pizza ne mangio due, o tre.
Il cibo è una buona consolazione. Effimera se si vuole ma efficace, almeno nel breve periodo. Federica lo sa bene e si sta prodigando in cucina proponendomi i suoi manicaretti come se avessero proprietà curative. Amo la sua cucina. Può darsi che le proprietà curative le abbia per davvero. Le cose che cucina sono preparate con amore, lo si capisce dall’attenzione che mette in ogni particolare. Mi prepara il brodo di gallina (è molto migliore di quello di pollo) ma prima toglie la pelle per eliminare gli occhielli di grasso e anche quando prepara semplici cotolette, le asciuga una per una per assorbire i grassi. In ogni suo piatto ci sono dosi massicce di amore ed io, specialmente in questi momenti, percepisco come un bacio ogni boccone.
Oggi a pranzo ci sono tortelloni al radicchio trevigiano con un delizioso condimento a base di radicchio rosolato con formaggio grana ed un pizzico di olio extravergine d’oliva: la malattia è meno nera.
Franco mi ha telefonato e mi ha dato notizie abbastanza confortanti. Pensa di togliermi buona parte del rene ma mi lascerà la ghiandola surrenale. Questo – penso - mi riporterebbe al cancro del primo livello, quello meno grave, ma non si può mai sapere: la legge di Murphy “se una cosa può andare male lo farà sicuramente” parla chiaro e, sebbene essa sia un’invenzione partorita dall’umorista americano Arthur Bloch, credo che non abbia più punti deboli di quanti ne ha il teorema di Pitagora.
Un'altra cosa che fai quando capitano queste malattie, è cercarne il responsabile – almeno a me capita questo.
Questo mio cancro, a detta di Franco, potrebbe aver cominciato a svilupparsi diversi anni fa. “Pensa” mi dico “andavi in giro, parlavi, scherzavi, facevi attività sportive e ti ingozzavi come un maiale e intanto, a tua insaputa avevi un cancro che cresceva in un rene; quanto sei idiota!”
Analizzo tutto quello che ho fatto negli ultimi setteotto anni, e anche prima. Non trovo nulla di particolare. Non fumo e dato che mi da fastidio anche l’odore delle sigarette, sto lontano anche dal fumo passivo. Bevo al massimo un bicchiere di vino al pasto e non faccio nulla di strano.
Potrebbe essere che bevo molti caffè, certi giorni ne prendo anche cinque o sei, ma c’è gente che ne prende molti di più e sta benissimo. Potrebbe essere colpa di Cernobyl. La prima pioggia, quella radioattiva la presi anch’io ed anche la seconda, quella ancora più radioattiva; la ricordo ancora: una pioggiolina sottilissima che per la stupidità della mia giovinezza (a 34 anni ero mentalmente molto giovane, ho sempre sofferto del complesso di Peter Pan) non richiedeva neppure l’ombrello. Ma è passato moltissimo tempo e sotto quella pioggia ci sono rimaste milioni di persone. ……… Mentre faccio queste considerazioni squilla il mio telefonino, lo estraggo dalla tasca e… eccolo li il responsabile, il cellulare; ho la stramaledetta abitudine di tenerlo nella tasca dei pantaloni o in quella della giacca. Sono state le radiazioni che emette. Eppure avrei dovuto rendermi conto del pericolo già qualche anno fa quando andai a fare una passeggiata nel bosco di Santa Colomba, a pochi chilometri da casa mia. Me lo ricordo bene, era una bella domenica d’autunno ed io e Federica passeggiavamo in una natura stupenda. Cerano le castagne ed io ne raccolsi una da terra e me la misi nella tasca del cappotto, vicino al telefonino. Dopo quattro giorni la castagna era perfettamente cotta; buona da mangiare. E’ chiaro: il colpevole è il cellulare.
Devo avvisare Andrea, lui il cellulare lo tiene sempre in mano, manda decine di SMS al giorno e lo tiene sul comodino la notte.
Lui però smonta la mia tesi “ma figurati” dice ”allora quelli che lavorano nei negozi di elettronica o nei reparti dove si vendono cellulari dovrebbero essere tutti morti!”
Dovrò cercare un altro colpevole. Magari il radon: tengo il computer nel seminterrato e ci resto per ore e lì il radon (gas radioattivo inodore ed incolore) filtra dal pavimento e si espande nell’ambiente sottoponendoti al suo malefico influsso. Forse però, in fondo, la vera causa di quello che mi capita è scritta nel tredicesimo segno zodiacale: la sfiga.
Telefono a mia mamma. Prima o poi dovrò dirle che sono malato ma temo la sua reazione. Non sempre è razionale in queste cose. Dovrò parlarle nel modo giusto
- Ciao, come stai? Tutto bene? – le nostre conversazioni telefoniche non sono mai troppo brillanti.
- Beh, abbastanza, come al solito e tu?
- Mah, io sono un po’ malato.
- Che vuol dire un po’ malato?
- Sono stato in ospedale, da Franco per un piccolo controllo
- E che t’ha detto?
- Ho un nodulino nel rene e bisognerà asportarlo – sto bene attento a non specificare cosa bisognerà asportare.
- Ma ti dovranno operare?
- Il quattro gennaio mi ricoverano, il sette mi operano, una settimana dopo esco e sono come nuovo.
- Uhm, … e ti operano in anestesia generale?
- Beh si, queste cose le fanno in anestesia generale, ma Franco dice che è una cazzata.
- Ma sei sicuro che ti ha detto tutto?
- Certo e, sai com’è lui, le cose te le dice come sono, non è che te le nasconde.
- Va beh, fammi sapere.
- Ok, ciao, riguardati.
Ha certamente capito di più di quello che mostra. Ora telefonerà immediatamente a Franco, è matematico.
Questa sera, dopo cena, ho guardato la partita alla TV. C’era Roma - Manchester United e Federica, che non sopporta le partite di calcio è rimasta vicino a me tenendomi la mano. Ho provato a proporle altre cose, qualche film o telefilm ma niente.. lei voleva proprio che io guardassi la partita. Sono certo che se ce ne fosse bisogno me lo darebbe davvero, il suo rene, me li darebbe tutti e due e sono altrettanto certo che li rifiuterei. Ci vogliamo bene da morire e ce lo diciamo senza parlare. Basta la pre-senza e neppure quella. E’ sufficiente la consapevolezza dell’esistenza dell’altro.

Di Antonio Coccarelli
 

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