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Barolo del 2002 (3° parte)

13 dicembre 2007

Oggi mi sono alzato alle sei e mezza. Fra un’ora devo essere in ospedale per il prelievo sanguigno e l’elettrocardiogramma. Cose che devono essere fatte quando ti attende un’operazione chirurgica. Dovrò fare presto perché attorno all’ospedale è difficile trovare parcheggio, ma considero nel fatto che ci sia poco traffico. C’è il blocco degli autotrasportatori ed i distributori di carburante hanno esaurito il gasolio e la benzina. Posso muovermi solo perché nel serbatoio ho messo l’olio di colza.
Mi accorgo però che, come al solito, le notizie che danno nei telegiornali sono false o, nella migliore delle ipotesi esagerate: “carburante esaurito ai distributori e quindi” avevano detto “strade deserte, perché gli italiani lasceranno l’auto a casa”.
Per percorrere i circa tre chilometri che separano l’uscita della superstrada dall’ospedale ci impiego circa quaranta minuti, la velocità media è di circa quattro chilometri e mezzo, come andare a piedi senza affannarsi troppo e, naturalmente, arrivo in ritardo. Per giunta mi perdo in giro per l’ospedale (hanno aggiunto pezzi nuovi ma le indicazioni sono a dir poco carenti) e visito diversi reparti quali maxillo-facciale, pediatria, pneumologia e, infine ginecologia ed ostetricia. Alla fine però, anche grazie alle indicazioni di un tecnico, visibilmente seccato perché sono entrato nel suo laboratorio, arrivo a destinazione.
Mentre ero in colonna mi sono tornate in mente le battute scambiate ieri sera con Andrea, quando lui è andato a dormire. Io lo salutavo carezzandolo e lui mi ha detto:
- Sei troppo affettuoso in questi ultimi giorni, non è che pensi di morire, vero?
- Ma figurati, cosa stai dicendo, stavo solo coprendoti bene perché qui mi sembra sia un po’ freddo….
Andrea è troppo intelligente, le cose le capisce anche senza dirgliele.
All’ospedale trovo Franco e C. D., il mago dell’ecografia, credo che lavorino in team, un buon team. Franco mi ribadisce che il mio cancro è del tipo più semplice, che mi asporterà solo il rene e, forse, neppure del tutto e mi sconsiglia di cercare notizie su internet
- Ti fai solo del male – mi dice - ti allarmi e ti metti in testa cose che non esistono.
Io sono tranquillizzato come può esserlo uno nelle mie condizioni ma, comunque, sono in una situazione alla quale non posso sfuggire.
Mentre aspetto il mio turno per il prelievo del sangue ritorno a pensare al perché di quello che mi sta capitando, ma non trovo altre cause oltre a quelle che avevo individuato ieri: il telefonino, il radon e Cernobyl. Questa ricerca del “colpevole” mi assorbe molto; non si tratta di una sterile mania ma – credo – di pensiero positivo.
Se l’operazione andrà bene, se il cancro verrà interamente rimosso continuerò ad essere a rischio di contrarlo nuovamente se non troverò ed eliminerò la causa che lo ha provocato. E se è una causa inerente al luogo – per altro abbastanza salubre – nel quale viviamo o allo stile di vita della mia famiglia, potrebbe colpire ancora, anche i miei famigliari. Trovare questa causa è dunque della massima importanza.
Finito il prelievo, fatto l’elettrocardiogramma – i risultati non li conosco, li manderanno direttamente al reparto dove sarò operato – vado a trovare mia madre. Devo farle vedere che ci sono, sano e pimpante, che non mi sto strappando i capelli – per altro già poco abbondanti di loro - in preda alla disperazione. Che sono sereno e, se parli con me, sono quello di sempre.
Uscendo dall’ospedale incontro un conoscente che non vedevo da moltissimi anni. E’ di C., il paese nel quale ho vissuto fino a diciassette anni ed appartiene ad una delle famiglie ricche ed invidiate del paese.
- Come va? – gli chiedo, pensando subito che questa è una domanda stupida da porre ad una persona che incontri in ospedale, in un reparto diverso dalla maternità.
- Male – mi risponde lui infatti – c’è su mio padre che sta morendo, fino a poche settimane fa non stava male ed ora, quasi all’improvviso, un cancro lo sta portando via.
Ha il viso sfatto di uno che ha pianto molto in questi ultimi giorni, non è bello da vedere in un uomo di cinquant’anni. Un imprenditore, probabilmente abituato a comandare. So cosa si prova, l’ho provato anch’io quando è morto mio padre e glielo dico.
- E tu? – mi chiede – hai anche tu qualcuno ricoverato qui?
- No, vengo per me stesso. Ho un cancro ad un rene e me lo devono togliere; sono venuto a fare le analisi necessarie per l’intervento chirurgico.
Vedo che rimane un po’ perplesso.
Ci salutiamo e, salutandomi, mi dice “auguri”. Spero che si riferisca alle feste di natale ormai imminenti perché altrimenti porta sfortuna. Avrebbe dovuto dirmi “in bocca al lupo” o “in culo alla balena” non “auguri”. “Auguri” non va bene; non sono superstizioso ma spero che non faccia effetto. Mi servirebbe un antidoto alla sfortuna, non un amplificatore.
A casa di mia madre c’ è un altro mio fratello, Walter (siamo cinque, in tutto).
Walter fa il grafico pubblicitario, è dotato di talento ed inventiva ma è poco attrezzato sul piano commerciale.
Mia mamma ha ben capito quello che ho ma il mio atteggiamento – pare – la tranquillizzi. Le ribadisco che si tratta di una “cazzata”, una seccatura che, purtroppo, mi terrà fermo per quasi tutto il mese di gennaio, nel quale avrei un sacco di cose da fare. Tutto qui. Parliamo d’altro: dell’amministratore condominiale che, secondo lei, approfitta furbescamente della sua posizione – anch’io lo penso ma, in fondo, certi individui riescono a fare i furbi perché trovano persone che permettono loro di farlo. La visita dura poco. Preferisco così, potrebbe scivolare nuovamente sul mio cancro e diventare penosa e questa è una cosa che voglio evitare.
Il pomeriggio lo passo al computer, anche a scrivere questo diario. Poi, prima di sera, vado a scuola: ho quattro ore al corso serale dell’Istituto Tecnico Industriale e sono concentrate al giovedì. Oggi quindi lavoro fino a quasi mezzanotte.
Gli alunni del serale sono studenti-lavoratori di età compresa tra i venti ed i cinquant’anni anche se, la maggior parte di loro ha circa trenta-trentacinque anni. Sono persone che vengono a scuola per cinque ore (dalle sette di sera a mezzanotte) dopo una giornata lavorativa, per lo più nella speranza di acquisire un titolo spendibile all’interno del loro posto di lavoro. E’ brava gente, ma non ti puoi aspettare che studino come i ragazzi che frequentano i corsi diurni, che non hanno nient’altro da fare. Eppure spesso lo fanno, magari utilizzando frazioni residue del loro tempo libero.
Ho due classi (una quarta ed una quinta) e due ore consecutive in ciascuna delle due classi. In entrambe le classi, per oggi, sono programmate interrogazioni nella prima parte della lezione e gli studenti sono un po’ preoccupati perché, a dispetto del poco tempo a disposizione, il programma scolastico è piuttosto fitto.
Mentre le domande si susseguono li osservo bene e mi chiedo “Come faccio a valutarli? Come si fa a dare un cinque perché non sa la differenza su acquisizione della proprietà a titolo originario ed acquisizione a titolo derivativo ad uno studente dell’istituto tecnico che oggi ha già fatto otto ore di lavoro in fabbrica, come ieri, l’altro ieri ed il giorno prima? Uno che ha una famiglia, un paio di figli, ha acquistato (acquisizione a titolo derivativo) un appartamento sul quale paga un mutuo che magari non lo fa dormire.”
Avere una malattia come la mia che, a dispetto di quanto mi dice Franco, mette al mio fianco la concreta ed effettiva prospettiva della morte, fa vedere le cose in modo diverso.
Questioni fino all’altro giorno molto importanti si trasformano in baggianate, guardi gli altri con altri occhi. Estendi a loro la tua visione della vita. Non ti devono più niente ne personalmente ne professionalmente. Sono esseri umani che come te si dibattono in questo breve intervallo in mezzo all’eternità che è la vita. Cinquanta, sessanta, ottanta o cento anni, cambia poco è solo un piccolo flash dentro l’eternità. Cosa contano le mie domandine di diritto ed economia. Cosa avrei risposto, mentre Franco mi diceva che mi deve togliere un rene perché c’è un cancro, se qualcuno mi avesse chiesto di disquisire sulle proprietà dei titoli di credito? E’ un’interrogazione particolarmente “bonaria” la mia, mentre mi chiedo se è il caso di dire oppure no che questa potrebbe essere l’ultima volta che ci vediamo (giovedì è prevista una serata in pizzeria con entrambe le classi, ma non so se ci andrò o meno). Decido di non dire nulla. Sono il loro professore ma, in fondo, sono anche un amico, non mi va di rattristarli con addii (anche se spero che siano solo arrivederci) teatrali; non amo la teatralità.
 
Di Antonio Coccarelli

 

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