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Barolo del 2002 (4° parte)

14 dicembre 2007

Da quando so di essere malato ho interrotto la dieta, mangio abbastanza anche se Federica cerca comunque di cucinarmi cose che oltre ad essere buone e sostanziose abbiano un basso contenuto calorico complessivo.
Questa mattina, appena alzato, mi sono pesato e ho potuto constatare che, sebbene la mia dieta sia rotta, non sono aumentato di peso anzi, rispetto a tre giorni fa mi mancano due etti. Questo, solo una settimana fa, sarebbe stato motivo di soddisfazione per me che sono quasi obeso (103 chili per un’altezza di 1,81 metri): sarebbe significato che potevo perdere un po’ di peso pur senza fare grossi sacrifici a tavola. Oggi invece è motivo di preoccupazione perché internet dice che un segnale dell’aggravarsi del cancro è la perdita di peso. Devo mangiare di più (in realtà l’appetito non mi manca) per vedere se il peso lo perdo ugualmente oppure no.
La giornata l’ho passata normalmente, a scuola sia il mattino che il pomeriggio (lezione di Access – programma di informatica – in un corso del Fondo Sociale Europeo per le alunne della quinta classe) e, anche a casa, ho pensato e parlato pochissimo del mio problema anche se lui è sempre sullo sfondo, pronto ad affiorare in ogni momento vuoto: nelle pause di un discorso, nel silenzio che lega un pensiero all’altro, persino nelle pause pubblicitarie dei programmi televisivi (quando si dice che troppa pubblicità rovina la fruizione del mezzo televisivo).
A sera Federica è uscita per andare al corso di yoga. Lo frequenta da due anni con effetti, secondo me, benefici. Ogni tanto cerca di convincere anche me a partecipare ma, in questo, è destinata all’insuccesso. Lei dice che sarei adatto per lo yoga e la meditazione trascendentale (si sa che le mogli vedono nei mariti anche le qualità che essi non possiedono) io però penso che se voglio meditare lo posso fare anche da solo nel mio soggiorno, o nel bosco, seduto su una pietra, come Carl Gustav Jung, senza dovermi contorcere nelle posizioni yoga che non comprendo e che, data la mia stazza fisica e la mia agilità – uguale a quella di un orso impagliato – mi sarebbero probabilmente impossibili.
Quando torna dalla lezione, però, quasi sempre ne parliamo. Lo yoga prevede che ci si possa reincarnare. Da quanto ho capito, al termine di ogni vita si rinasce ad un livello qualitativo poco o tanto superiore, diminuendo i carichi emozionali ed animaleschi della vita precedente ed avvici-nandosi così, per miglioramenti successivi ad un livello che potremmo definire “divino”.
Credere in questa ipotesi adesso mi sarebbe utile, la morte (che comunque spero di evitare) non sarebbe altro che uno dei tanti passaggi verso un livello di vita superiore, quindi un evento fausto. Il problema è che si tratta di ipotesi non dimostrate ed in questo sono allo stesso livello di quelle prospettate dalla religione cristiana che, tra l’altro, è pure suffra-gata dagli eventi miracolosi di cui è cosparsa la sua storia.
Allora, se bisogna credere ad ipotesi non dimostrate formulate da altri, tanto vale credere ad ipotesi formulate da noi stessi che per lo meno sono suffragate dal nostro ragionamento mediante un processo lineare più o meno complesso che noi possiamo controllare e, di conseguenza, validare.
Così mi trovo in qualche modo concorde con chi sostiene la teoria dell’”eterno presente” pur essendoci arrivato per una via che ho percorso autonomamente.
Punto di partenza è il concetto di “infinito”. E’ un concetto che mi ha sempre affascinato, l’infinito, qualcosa che per quanto enorme possa essere rimane sempre una frazione infinitesimale di qualcosa di infinitamente più grande. Infinito, rapportato al concetto di tempo, diventa eterno: l’eternità è un tempo infinito, per quanto lungo possa essere rimane solo una frazione infinitesimale di un infinito infinitamente più grande. Concetti comprensibili a livello argomentativo ma impossibili da inquadrare dalla mente umana.
Ma in un tempo ed uno spazio infinito anche le possibilità sono infinite e quindi tutto può essere anzi, tutto “deve” essere perché c’è spazio per ogni ipotesi che la mente umana – che è finita – possa concepire.
Allora, io penso che il tempo eterno non sia altro che la sequenza degli infiniti intesi come insiemi di realtà combinate tra di loro. Noi non riusciamo a identificarle. La nostra mente è rudimentale, riusciamo a percepire le cose solo all’interno di un sistema cartesiano al quale aggiungiamo, come ulteriore asse, il tempo. Il tempo è quindi l’interfaccia attraverso il quale possiamo leggere la realtà nelle varie forme che essa assume nella porzione di infinito che possiamo percepire. Ci serve e quindi, per noi esiste. Siamo organismi poco evoluti ed abbiamo bisogno del tempo e dello spazio quali strumenti per incasellare le diverse realtà dell’infinito che riusciamo a percepire. Se fossimo più evoluti riusciremmo a guardare oltre la scatola nella quale siamo contenuti e percepire l’infinito come un qualcosa di omogeneo di cui noi facciamo parte. Questo per me è Dio. Per questo la morte mi spaventa solo quando all’analisi che mi spinge verso l’alto della mia condizione umana si sostituisce l’istinto di sopravvivenza, quando alla spiritualità subentra il sentimento, ai risultati di un processo meditativo la ristrettezza della percezione sensoriale. Altrimenti so che sono contemporaneamente vivo e già morto, sano ed anche malato, giovane ed anche vecchio e lo sarò anche dopo, come tutti.
 
Di Antonio Coccarelli

 

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