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Barolo del 2002 (5° parte)

15-16 dicembre 2007

Ho sempre avuto il terrore di potermi ammalare di malattie gravi. Certe parole, come “tumore” o peggio “cancro”, mi hanno sempre atterrito al punto di evitare perfino di pronunciarle. Pensavo che stando attento al mio modo di vivere e cercando di non evocare il male ne sarei stato immune.
Immaginavo come ci si potrebbe comportare sapendo di avere una malattia del genere, che per quanto ti rassicurino, ti avvicina così tanto alla prospettiva della morte: si uscirebbe di senno, mi dicevo, si vorrebbe fare nel più breve tempo possibile, prima che il male degeneri e diventi nefasto, tutto quello che non si è fatto finora, che si è soltanto immaginato, oppure si vorrebbe scomparire dalla vista dei propri cari, come il gatto che, per morire va a nascondersi per non farsi vedere da nessuno o, infine ci si suiciderebbe per accelerare la fine ed evitare il dolore ed il decadimento fisico che essa necessariamente comporta.
Io quindi ora penso di essere davvero uscito di senno perché esco da tutti i cliché che mi ero prefigurato. Dopo aver provato nei giorni scorsi sentimenti di disperazione e di rabbia mi sto ora accorgendo che rischio di abituarmi alla mia situazione di malato di cancro. Dato che non provo sofferenza fisica, mi sono abituato all’idea che tra venti giorni mi verrà tolto un rene e, forse, quella sarà solo la prima tappa della mia discesa all’inferno. Semplicemente, ho ridotto la portata dei miei progetti. Penso a quello che devo fare oggi o domani, o al massimo tra una settimana e per il resto mi comporto normalmente. Vado a lavorare, gioco col computer, guardo la televisione, vado a spasso, a fare la spesa, rido alle barzellette e le ricambio. Non faccio, insomma, nulla di straordinario.
Di diverso c’è che ho una sorta di repulsione per tutto ciò che “fa bene alla salute”. Ho interrotto la dieta che faticosamente avevo cominciato e mi concedo anche sontuose cioccolate e fette di panettone ed ho smesso di andare in piscina lasciando prevalere la mia naturale pigrizia e sono sarcastico di fronte ad ogni proposta salutistica.
Certo, qualche rimpianto, quando il controllo si allenta, fa capolino, ma non si tratta di cose epiche, ma di piccoli desideri, cose che a volte per, motivi banali, ho sempre rimandato e che ora rischio di non avere mai.
Per esempio, avrei voluto fare un viaggio in America, come dice un titolo di una vecchia commedia dialettale “Volevo nar en Merica”. Mi sarebbe piaciuto volare fino a New York – la capitale dell’impero, abbiamo un bel dichiararci anticapitalisti ma alla fine, New York per noi è un po’ come la mecca, almeno una volta nella vita ci devi andare, e invece…. niente. Sarei rimasto li per una settimana, poi avrei preso il Greyhound e sarei andato verso l’interno, verso il vecchio west e poi, dopo una settimana sarei tornato a casa. Probabilmente un viaggio così avrei dovuto farlo da solo, perché Federica non ci sarebbe venuta neppure sotto minaccia armata. Però mi sarei divertito ugualmente.
Certo, potrei avere fortuna, l’operazione potrebbe farmi guarire alla perfezione ma poi, mi dico, dove andrei con un rene solo?
Così, tra un piccolo rimpianto e l’attesa per ciò che mi aspetta le giornate passano sostanzialmente come le altre, con l’unica differenza che adesso so di essere malato.
Ho telefonato a Franco, volevo sapere se ha novità per me, come se ci fosse l’eventualità che così, senza fare assolutamente nulla, potesse succedere qualcosa che lo inducesse a dirmi: “tutto ok, sei guarito oppure, è stato tutto uno scherzo che ti abbiamo architettato io e C. D. (il mago dell’ecografia), una specie di candid camera e tu ci sei cascato in pieno”.
Franco mi ha detto che sabato mi faranno la TAC. Spero che non trovino niente di nuovo, che in questi giorni il mio cancro non sia degenerato.

Ieri sera, prima di dormire, ho provato per alcuni minuti a distruggerlo con il pensiero. Era buio, Federica dormiva già da qualche ora, la debole luce della notte serena filtrava attraverso le persiane ed io ho provato a pensare a me stesso dal di dentro. Ho mandato il mio pensiero giù per la spina dorsale sentendo – o immaginando di sentire – ogni vertebra, per poi passare al rene, penetrare al suo interno e concentrarmi su quell’ammasso di cellule depravate. E’ stato un po’ come dirigere una sorta di raggio laser interno verso la parte malata per sgretolarla, disintegrarla, annientarla. Poi mi sono spaventato. Ho pensato che se davvero fossi riuscito a ledere il mio tumore, magari le cellule si sarebbero sparpagliate nei vasi sanguigni andando a creare metastasi in ogni parte del mio corpo, ed ho lasciato stare.

Di Antonio Coccarelli

 

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