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Barolo del 2002 (6° parte)

17-18 dicembre 2007

Federica vuole a tutti i costi consolarmi, ma io non ho bisogno di essere consolato. Dice che ho un atteggiamento negativo, forse rinunciatario. Che dovrei avere più fiducia. Fiducia ……
Io ho fiducia nei medici che mi cureranno. Franco è un bravo medico ed inoltre è mio fratello. Non ho dubbi che farà tutto quello che è tecnicamente possibile per me e anche di più.
Anche la struttura merita fiducia: l’ospedale di Trento, mi pare – pur essendo io piuttosto impreparato in materia – sia attrezzato al meglio. So però che tutto ciò potrebbe non essere sufficiente.
La fiducia assoluta si potrebbe definire “fede”. Chi ha fede in Dio è facilitato ma, anche avere fede in Dio non è abbastanza. Come si fa a pensare che il Padreterno, o un santo o un angelo vengano a salvarti, compiano un miracolo e cancellino la tua malattia? Perché mai dovrebbero farlo?
Credere che ciò possa accadere, secondo me, anche a partire dalla fede religiosa, è senz’altro un grosso atto di superbia. In altri termini: chi dovrei credere di essere? Quali meriti dovrei avere accumulato, per ottenere che la divina provvidenza, tra tanta gente che soffre, con la fame e la violenza che attanagliano il mondo o, più semplicemente, con persone che hanno lavorato duramente per anni, facendo del bene al prossimo in cambio di uno stipendio da fame, venga ad aiutare proprio me che, in fin dei conti, ho trascorso una vita comoda e serena e non ho mai fatto nulla di particolarmente meritevole. Dovrebbe sbagliarsi per farlo, ma chiederlo sarebbe da egoisti, significherebbe pretendere di passare avanti ad altri più meritevoli per essere aiutati.
L’unico aiuto che posso avere quindi, al di fuori di quello medico, è la benevolenza dei miei famigliari che mi fa pensare che, ogni giorno trascorso assieme a loro, contribuendo in qualche modo a che fossero sereni, è stato speso bene e, se le cose si metteranno male, la consapevolezza di aver attraversato questo mondo senza fare troppi danni. Ma, soprattutto, mi aiuta il restare razionalmente ancorato al concetto di vita e di morte al quale sono pervenuto, concetto che, in caso di morte, potrò verificare personalmente.
Questa mattina (18 dicembre) mi sono pesato: sono due giorni che mangio come un dinosauro ma ho perso un altro etto. Il bello di questa malattia, per un gourmet come me, è che si può mangiare quanto si vuole e, invece di ingrassare, si dimagrisce, così, in questi giorni e fino a quando non verrò ricoverato per l’operazione, con la complicità delle feste, mi ingozzerò come un maiale, senza freni inibitori. Per questo ieri sera ho comprato un panettone farcito di cioccolata, una vera bomba calorica, e sto aiutando Andrea a divorarlo.
A pranzo, mentre gustavo assieme ad Andrea (Federica è andata a fare auguri natalizi ai suoi ex colleghi) un assortimento di tranci di pizza (margherita, ricotta e gorgonzola, verdure, prosciutto crudo e funghi, salamino piccante e quattro stagioni), il telegiornale mi ha dato una buona notizia: Trento è la città con la miglior qualità della vita in Italia, la città più desiderata dagli italiani. Pensate, tutti vogliono venire ad abitare nella mia città – beh, non proprio la mia città, vivo a P., a circa dodici chilometri, ma penso che la valutazione possa essere estesa anche alla provincia. In questi giorni mi stavo dimenticando di quanto sono fortunato, ma la televisione me lo ha ricordato ed adesso sono felice.
 
Di Antonio Coccarelli

 

 

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