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Barolo del 2002 (7° parte)

19 - 20 dicembre 2007

Capita talvolta di chiederci come gli altri ci vedano. Certo, tutti diciamo che l’importante è come noi stiamo con noi stessi o, se siamo religiosi, con Dio, e che l’opinione degli altri su come siamo o cosa facciamo è del tutto irrilevante però, soprattutto se, come me si fa un lavoro a contatto con le persone, ci fa piacere sapere di essere apprezzati o ci piacerebbe sapere quali sono i nostri pregi maggiormente riconosciuti ed i nostri difetti da correggere o, magari, soltanto da nascondere.
A me per esempio, è capitato ancora di immaginare come reagirebbero le persone che conosco alla notizia della mia morte. Non dico la mia famiglia, che solo a pensarci sto male, ma gli amici, gli ex compagni di studi, i colleghi e gli alunni.
Immagino un collega che al mattino, arrivando a scuola dice all’altro:
- Hai saputo del Coccarelli?
- Del Coccarelli? No, cosa ha combinato?
- E’ morto.
- Ma dai, non dire scemenze. L’ho visto la settimana scorsa e stava così bene.
A questo punto, come andrebbe avanti la conversazione diventa difficile da immaginare, probabilmente dipende dai colleghi che l’hanno cominciata. Ci sarebbe chi ci rimarrebbe male, se viene a mancare una persona che conosci, che vedi quasi tutti i giorni, è naturale che ci resti male, e ci sarebbe anche chi ne farebbe un pettegolezzo, un argomento di conversazione per i prossimi giorni, come si fa con il tempo: “uno che lavora nella mia scuola, l’altro giorno è morto di un tumore al rene, poverino, e sembrava che stesse tanto bene … che belle scarpe che hai, dove le hai comprate? In quel nuovo negozio che hanno aperto al centro commerciale? Quello vicino alla pasticceria?”
Peccato non essere presenti anche se, dicono alcuni, appena dopo il decesso, in qualche modo, si rimane nella zona, almeno nello spirito, e si possono ascoltare queste conversazioni, sebbene, immagino, nella condizione in cui ci si trova, esse perdano ogni motivo di interesse.
In vita, se volete un metodo abbastanza buono per individuare, tra le persone che conoscete, quelle che vi sono più vicine, gli amici su cui, probabilmente, poter contare in futuro, eccovi accontentati.
Vi fate venire un bel cancro e poi chiamate i vostri amici in disparte e glie lo dite. Vi troverete di fronte a reazioni molto diverse e, per lo più, molto differenti da quelle che vi sareste aspettati.
Così io ho radunato i miei colleghi con i quali sono maggiormente in confidenza. In quasi tutti i luoghi di lavoro con più di due persone si formano dei piccoli gruppi di simpatia, o di affinità. Sono quelli composti da persone che, pur avendo talvolta modi diversi di vedere le cose, si rispettano e si stimano reciprocamente e, soprattutto, pensano di potersi fidare gli uni degli altri. Si aspettano e sono disposti a mettere a disposizione comprensione e solidarietà.
In realtà non avevo intenzione di raccontare loro la mia situazione per valutare, dalle loro reazioni, se mi fossero amici o meno, non mi sono mai posto il problema di fare verifiche di questo tipo neppure nell’ambito sentimentale, figuriamoci se me lo pongo in quello amicale. Ho pensato di confidarmi con loro in parte per scaricarmi, in parte per motivi organizzativi per “passare le consegne”, ed in parte, forse la parte principale, perché ho pensato che se non mi fossi confidato con loro ci sarebbero rimasti male.
A prescindere dalle motivazioni, però, il risultato non cambia. Capisci il sentimento dell’altro quando queste cose glie le dici guardandolo negli occhi.
Dunque ho radunato per prime le persone con le quali da anni sono più a contatto, con le quali parliamo la stessa lingua, Marcello, insegnante di “Trattamento Testi” (computer), sua moglie Stefania e Piero, che insegna inglese.
Marcello è una delle persone più buone che mai mi sia capitato di incontrare. E’ molto preparato nel suo lavoro ma, a mio avviso, è poco ambizioso e quindi meno valorizzato di quanto meriterebbe. E’ sempre disponibile ad aiutare gli altri senza pensare al suo tornaconto personale. Persone così ce ne sono veramente poche.
Stefania, sua moglie, è insegnante di Economia. Si sono conosciuti a scuola e secondo me stanno bene assieme perché si completano a vicenda. Stefania è una di quelle persone che “spaccano in quattro un capello” anche se, nel farlo, non è mai animata da malevolenza; è solo che riesce a vedere dietro le apparenze, in una proposta, in una circolare o in un discorso, sa individuare il “baco”.
Piero viene dall’Umbria, è un giovanotto di cinquant’anni. Sentimentale e fragile come un ventenne, dotato di senso dell’humour e di buon senso.
Come si vede sono persone di cui parlo bene, sono colleghi-amici, come Loredana, andata in pensione lo scorso anno e suo marito Fausto, che conosco dall’età di sedici anni. Loredana, in questo momento, è una specie di sorella maggiore, soprattutto perché la strada che sto percorrendo io, lei l’ha già percorsa. E’ una persona colta e saggia e, inoltre, dall’alto della sua esperienza professionale (una vita passata ad insegnare l’italiano), mi consiglia nella stesura dei miei scritti dato che, ahimè, la mia cultura è essenzialmente di tipo tecnico.
Questi sono quelli che consideravo colleghi-amici e devo dire che non mi sbagliavo: hanno reagito come meglio non potevo immaginare. Niente pietismo, né reale né di facciata, piena disponibilità e considerazione positiva della realtà, come una sorta di dosso che puoi incontrare sulla strada della vita, e la dimostrazione, guardando i loro occhi, di una partecipazione effettiva alla mia sorte.
Siamo alla fine dell’anno, le cene con i colleghi si susseguono, sono momenti di svago e di aggregazione, ci si trova per festeggiare e parlare di qualche cosa di diverso dal lavoro anche se poi – per lo più – ci si ritrova ancora a parlare di lavoro. Lo si fa però in un ambito diverso, destrutturato.
Non potevo certo mancare e così, sia ieri sera (19 dicembre) che questa sera (20 dicembre), sono a cene di fine anno. Domani festeggerò invece in privato, con Federica, il 21 dicembre che è il nostro anniversario di nozze. Non c’è che dire: a dispetto della mia malattia conservo una certa vita sociale.
A cena tra un discorso serio ed una battuta, mentre il karaoke va avanti a spron battuto, penso poco al cancro che sta in agguato nel mio rene. La vita è qui e adesso. La mente però va dove vuole e, ogni tanto, mi riporta alla mia condizione. Penso a come sarei patetico verso chi sa del mio tumore e, ancora di più, verso me stesso se partecipassi più intensamente alla festa. Se mi attaccassi al trenino che ora stanno facendo o se, dato che il karaoke furoreggia, mi mettessi a cantare. Non potrei neppure pensare che il mio sia il canto del cigno, visto che lui canta con voce bellissima mentre le mie doti canore sono piuttosto scarse.
La notte dormo bene. Sto su fino a tardi, in modo da andare a letto ben stanco e così non faccio fatica ad addormentarmi.
 
21 dicembre 2007

Il mio esercito, bene appostato nelle Fiandre e nel Palatinato ha attaccato e respinto gli inglesi ed i loro alleati prussiani - il nemico - che cercava di conquistare la regione di Colonia, ora potremo attraversare il Reno e conquistare l’Assia e poi dritti su Francoforte. I prussiani non sono molto forti e gli inglesi in mare sono quasi imbattibili ma, sulla terraferma, si possono sconfiggere con facilità. Ciò che mi preoccupa, adesso, è l’Austria, che occupa tutto il nord Italia e da li mi minaccia la Borgogna e la Provenza con un esercito molto consistente.
No, non sono impazzito, non credo di essere diventato improvvisamente Napoleone. E’ che sto giocando a “Crown of Glory” un gioco per computer di tipo strategico. Una specie di Risiko. Sviluppi il tuo impero, metti le tue armate e fai le guerre. In questo modo passi le ore senza neppure accorgertene. Cominci dopo pranzo e, quando guardi dalla finestra, ti accorgi che il sole è già tramontato e la luce che vedi è quella dei lampioni.
Questa sera in realtà sarebbe il nostro anniversario di matrimonio. Lo abbiamo sempre festeggiato ma ora siamo un po’ dimessi. Per quanto riguarda me, il sapere di essere malato mi fa sentire a disagio fisicamente; fragile e svogliato e Federica, anche se crede di non darlo a vedere, è più preoccupata – molto più preoccupata – di quanto lo sia io. Anche Andrea, che normalmente il venerdì sera (e anche le altre sere) esce con la sua ragazza, rimarrà in casa con noi.
Lui è sempre allegro e, apparentemente, spensierato ma, da quando sono ammalato, mi vuole più vicino. Lo dice di me, ma è lui che si è fatto più affettuoso e questo mi fa capire che non si sente per nulla tranquillo.
Così festeggeremo l’anniversario di matrimonio rimanendo in casa. Cenando tutti assieme, una bella fetta di panettone, lo spumante e la TV, mentre le lampadine di natale, multicolori, lampeggiano sul pino che si intravvede dalla finestra, tenendoci vicini anche fisicamente. Poi andremo a letto presto, perché domani devo andare in ospedale per la TAC.
Ogni anno abbiamo attribuito una certa importanza a come e dove festeggiare l’anniversario di matrimonio. E’ una ricorrenza significativa che, anno dopo anno ci fa dire: “ecco, siamo ancora qui a volerci bene come sempre. Come e più ancora che all’inizio”, perché alla passione è andata sovrapponendosi poco a poco una vita di momenti vissuti assieme, di sensazioni comuni, di pensieri uguali e di complicità. Si tratta di un patrimonio che si arricchisce e cresce giorno per giorno, anno per anno e, ad ogni tornata, si fa più cospicuo.
Ora però, secondo me, dobbiamo considerare l’eventualità che questo stato di cose si modifichi: che Federica rimanga in questo mondo ed io scivoli, inesorabilmente, nell’altro. Io considero quest’ipotesi in silenzio, immaginando cosa farebbero Federica ed Andrea se io cessassi di esserci, quali difficoltà incontrerebbero, come sarebbe la loro convivenza, caratte-rizzata com’è, di tanto in tanto, di qualche bisticcio, dovuto più a troppo amore da parte di Federica che si manifesta come volontà di proteggere a tutti i costi, che a reali motivi di disaccordo.
Penso le cose più strane, alle lezioni che ho tenuto e che mi devono essere pagate (Federica non dovrebbe far fatica ad incassare i mie compensi, si tratta di importi modesti e non c’è nessuno che li voglia negare) o al fatto che dovrà essere venduta la mia macchina. Dovrà occuparsene Andrea, magari utilizzando E-Bay.
Federica mi riporta alla realtà stringendomi a se e chiedendomi:
- Cosa stai pensando?
- Niente, sto guardando la televisione – rispondo, mentre il comico bolognese Giacobazzi sta andando avanti con il suo monologo.
Mi tiene vicino, mi accarezza e mi bacia con dolcezza. Tra le sue braccia, nel suo tepore, mi rilasso completamente, mi sembra di essere un vascello al riparo delle solide banchine del porto, dove le acque rimangono calme anche quando fuori c’è tempesta.
Anche Andrea si manifesta. Ha uno strano modo di manifestare il suo affetto, con battute canzonatorie che sono sempre le stesse, alle quali ritualmente si risponde sempre allo stesso modo
- Puzzi! - mi dice.
- Ma ho fatto la doccia questa mattina – rispondo
- Si, ma puzzi lo stesso – replica carezzandomi la mano.
Questa conversazione si traduce con: “Ti voglio bene, papà” “Lo so, anch’io te ne voglio” “So che lo sai, ma mi piace ribadirtelo”.

22 dicembre 2007

Mi sono alzato presto, alle otto e un quarto ho appuntamento con Franco, in ospedale, per sottopormi alla TAC
La TAC è un esame importante, credo vitale, perché mi rivelerà, con molta maggiore precisione, se il mio tumore è localizzato o se è andato in giro per il mio corpo a creare metastasi.
Razionalmente, sono abbastanza convinto di non avere metastasi, mi sento bene, le orine sono limpide, non sento dolori particolari in nessuna parte del corpo ed il mio appetito è ottimo. Però, se mi ascolto bene, quel piccolo fastidio che sento sul lato sinistro della schiena, quell’affaticamento al polpaccio, quel leggero torcicollo che avevo ieri sera prima di addormentarmi e la fatica che ho fatto stamane a svegliarmi potrebbero essere brutti segni. Non sono spaventato, l’ho già constatato molte volte, sono ottimista, ma si tratta di un ottimismo, in qualche modo, disturbato.
Parto abbastanza presto, non voglio rischiare di arrivare tardi; ci sono persone che mi aspettano e so bene di essere un privilegiato a poter fare la TAC in tempi così rapidi. Credo che, anche se a Trento la struttura sanitaria funziona bene, normalmente i tempi d’attesa siano maggiori. Decido quindi di prendere la strada da Vigolo Vattaro, più tortuosa ma meno trafficata di quella consueta e, attuando una guida “brillante” come mio solito, dovrei arrivare abbastanza in anticipo da potermi prendere un caffè al bar dell’ospedale, dove Franco mi sta aspettando. Uno l’ho già preso a casa ma un altro mi farebbe comunque piacere; sono un grande consumatore di caffè.
Così commetto un triplo errore. La strada da Vigolo Vattaro si rivela intasata da traffico lento e, nonostante mi impegni ad emulare Alonzo e Schumacher, ci metto un sacco di tempo ad arrivare. Altro che caffè, riesco anche ad arrivare con qualche minuto di ritardo.
Triplo errore perché non solo non avrei comunque potuto prendere il caffè, in quanto prima della TAC non si dovrebbe ingurgitare nulla e anche perché un caffè, a casa, l’ho già bevuto, cosa questa che – dice Franco – non va bene, sebbene io lo abbia bevuto senza zucchero. Le cose si imparano sempre dopo di quando serve.
L’apparecchiatura della TAC finora l’avevo vista soltanto in televisione. Si trova al centro di un’ampia sala un po’ fredda, con altre apparecchiature di cui non conosco la funzione. Tutto è di colore bianco e beige chiaro, con un aspetto molto pulito.
Mi tolgo la maglia e la camicia, mi abbasso i pantaloni ed un medico mi infila nel braccio un ago collegato con una cannula attraverso la quale mi viene iniettato un liquido chiaro. Il tutto senza alcun fastidio, il che mi induce a pensare che o il medico è particolarmente esperto o l’ago è particolarmente sottile.
Mi si dice di stare fermo, immobile, di respirare profondamente e di trattenere il respiro, sempre rimanendo fermo, mentre il lettino sul quale sono disteso va lentamente avanti e indietro sotto l’apparecchiatura della TAC, una specie di tunnel che scintilla verso di me con riflessi azzurrini. Il medico si è allontanato. Credo sia nella stanza attigua perché qui, probabilmente, ci sono radiazioni. Una voce, con tono meccanico, mi avvisa: “ora sentirà, un po’ di caldo. Stia tranquillo e rimanga immobile”.
Quasi subito, sento una sensazione di calore prima sul petto, poi in tutto il tronco e poi dentro di me, che si insinua con l’aria che respiro, come se dall’esterno respirassi l’aria rovente di una sauna. Sono tranquillo, ma non mi diverto. Rimango immobile ed aspetto che finisca. Dovrei essere agitato per l’attesa di quello che sarà il responso della TAC, al punto tale di non fare neppure caso a quello che mi capita intorno ed invece non ci penso ed osservo con curiosità quel luogo e quelle sensazioni che non conoscevo.
Penso che con malattie di questa gravità dai più valore anche a cose che comunemente vengono considerate banali. Così un ambiente diverso, un suono o un oggetto nuovo passano ora meno inosservati. Fanno parte della vita che potresti lasciare e se non li osservassi bene ti perderesti le sensazioni che ti danno. La vita, ti dici, è fatta anche di piccole situazioni che vivi con te stesso. Dai maggior valore alla compagnia di te stesso, che ti aiuta a decodificare le esperienze che stai affrontando. Così, ogni momento, bello o brutto che sia, viene prolungato perché vissuto e rivissuto in ogni suo aspetto ed assume un valore particolare.
Uscendo, Franco mi rassicura sul risultato della TAC. Il tumore è effettivamente localizzato, non ci dovrebbero essere metastasi. Basterà quindi asportare il rene, forse neppure tutto, e poi sarò come nuovo.
Dovrei essere felice, molto probabilmente – magari con un pezzettino in meno – rimarrò al mondo ancora qualche anno, “anche molte decine di anni” dice Franco. Io però non gioisco. Come non ero particolarmente abbattuto alla notizia del mio tumore, così non sono esultante ora, anche perché, prima di essere guarito, devo essere operato e, solo dopo, potranno dirmi come stanno effettivamente le cose. In realtà Franco mi dice che propenderebbe per operarmi in laparoscopia e, solo se necessario “a cielo aperto”. Certo, questo per me sarebbe meglio, non tanto perché così eviterei una grossa cicatrice nel fianco, ma soprattutto perché sarei in piedi prima, rimarrei meno giorni in ospedale ed anche la convalescenza ed i tempi di ripresa dopo l’intervento sarebbero più brevi.
Il problema è che fino all’undici dicembre ero convinto di essere un soggetto quasi perfettamente sano, a parte qualche piccolo problema legato al sovrappeso. Pensavo che certe malattie mi avrebbero quasi certamente evitato sia per motivi genetici (i miei nonni hanno superato tutti i novant’anni e mio padre, che è morto prematuramente per cancro al polmone, era un forte fumatore), sia per un buono stile di vita (vivo fuori dal traffico, non frequento ambienti “insalubri”, non fumo, consumo pochi grassi animali e molto olio d’oliva e Federica è attentissima alla qualità degli alimenti che cucina, e svolgo – se pur con moderazione – attività fisica). Ero quindi convinto di essere in una “botte di ferro”.
Il brusco contatto con la realtà mi ha fatto capire quanto sia precaria la condizione di salute: ti credi sano e sei malato da anni. Potrò essere operato, guarire e ritrovarmi con un nuovo tumore dopo qualche mese, la salute non è una condizione stabile e, tra l’altro, non sono neppure riuscito a scovare la causa che ha fatto impazzire le mie cellule, che è ancora li, pronta a colpire di nuovo.
Inoltre il mio medico di famiglia mi ha detto anche che, per sapere esattamente che tipo di tumore e quanto è pericoloso lo dovranno analizzare una volta estratto. Ce ne sono un’infinità di tipi ed ognuno ha caratteristiche diverse.

 

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