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Barolo del 2002 (8° parte)

23 dicembre 2007

In questi giorni sto guardando più televisione del solito.
Normalmente non sono un buon utente televisivo. Guardo le partite di calcio più importanti, come buona parte degli italiani, qualche telegiornale e quelle trasmissioni di discussione politica nelle quali, recitando la loro parte, gli invitati si affrontano interrompendosi ed insultandosi a vicenda.
Di solito alla televisione preferisco il computer o una bella passeggiata, magari in centro, in mezzo alla gente, o in riva al lago, a respirare aria buona ed a rilassarmi con il panorama che qui è sicuramente apprezzabile.
Ora però mi sento più fragile. Si tratta di una fragilità psicologica perché in realtà io mi sento bene, ma temo il freddo, ho paura che mi provochi qualche blocco ai reni, o che mi faccia venire la febbre o l’influenza con chissà quali conseguenze sulla mia operazione. O che crei disagio al mio status fisiologico generale causando qualche ripercussione – magari qualche recrudescenza – al mio tumore renale. E’ chiaro che sono paure irrazionali, alimentate dalle mie scarsissime conoscenze in campo medico, però la conseguenza è che ho smesso di fare ogni tipo di attività fisica: dal nuoto in piscina alla normale passeggiata.
In macchina ci vado volentieri, anche per parecchi chilometri, guidare mi è sempre piaciuto, ma è scendere e camminare che mi pesa. Dovrò farmi forza, costringermi ad uscire, magari ben coperto.
Così, al pomeriggio sono andato in città ed ho fatto una bella camminata. Sarà perché era freddo per davvero, sarà per la crisi economica, ma non mi pareva che ci fosse una grande aria natalizia. La cosa che più faceva natale erano gli altoparlanti piazzati sotto i cornicioni delle case del centro storico che diffondevano musica soffusa. Lo so che non si tratta di spirito natalizio da parte degli amministratori comunali o dei commercianti, però diffonde un’atmosfera di serenità nell’aria.
Certo, parlare di “spirito natalizio” per me, a prescindere dalla mia attuale condizione, è diverso che per un credente e praticante la religione cattolica. Per lui lo spirito del natale è il festeggiamento della natività di Cristo. E’ un tributo all’atto di suprema bontà di Dio che in questo giorno di 2007 anni fa si è fatto uomo per salvarci già sapendo che la sua vita sa-rebbe stata destinata a concludersi con una morte straziante ed immeritata. Questa considerazione rende, o dovrebbe rendere, il credente - in que-sti giorni - particolarmente disponibile nell’animo ad accettare le difficoltà degli altri, a comprenderle, a venire incontro al prossimo e ad aprirsi. In passato, guerre anche lunghe e cruente sono state sospese nel periodo di natale.
Per me, pur mancando la caratterizzazione religiosa, il natale rimane comunque la più importante festa dell’anno che, come per tutti, credenti o non credenti, è per tradizione, la festa della famiglia.
Credo che la popolarità delle feste natalizie, anche per le persone non religiose, o per molti che praticano religioni diverse da quella cristiana, dipenda anche dal fatto che sono giorni nei quali le famiglie si riuniscono; gli emigrati in Svizzera o in Germania, (soprattutto in un passato recente che speriamo che non abbia a tornare) o quelli che dal sud vanno a lavorare in Lombardia o in Piemonte spesso tornano a casa, dai loro cari, per qualche giorno e ai tempi del servizio militare, ai militari di leva – o a buona parte di loro – venivano concessi alcuni giorni di licenza (anch’io ne fruii, ero militare a Casarsa della Delizia, la città di nascita del grande Pasolini, ed ottenni una licenza di dieci giorni per il periodo natalizio). Ci si riunisce, dunque, complice anche l’inclemenza del tempo, attorno al focolare domestico, in armonia.
Inoltre c’è tutta un’ambientazione, saggiamente progettata e realizzata dalle associazioni commerciali e dalle singole aziende, alla quale partecipano anche i comuni, fatta di luci, suoni, colori, feste e spettacoli, che risveglia il bambino nascosto in noi, che fremeva nell’attesa di Babbo Natale.
Ci si rilassa. Il lavoro con i suoi problemi appare più lontano, dietro le luminarie e, anche se non si è particolarmente ricchi, il tepore della casa ed il frigorifero pieno, in contrapposizione con il rigido clima invernale, danno una sicurezza che ti avvolge come una coperta calda.
E poi c’è la televisione, che ti inonda di canzoni, di ricette e di film stracolmi di buoni sentimenti.
Oggi dunque, pur essendo domenica, i negozi sono aperti perché siamo in periodo natalizio e la gente deve acquistare i doni.
Le chiamano “domeniche d’oro” e sono una festa per i consumatori che, non dovendo andare a lavorare, possono riempire le strade ed i centri commerciali per lo shopping natalizio; insomma, un servizio alla collettività. Sarebbe interessante sapere se anche le commesse impiegate nei grandi magazzini le considerano “domeniche d’oro”.
In realtà d’oro in giro non sembra che ce ne sia molto, per le strade un po’ di gente c’è ma i negozi sono vuoti. Colpa della crisi economica, si dice, dei salari troppo bassi che deprimono i consumi. Curioso che proprio le categorie che con i loro comportamenti deprimono il paese, non inve-stendo, mantenendo basse le retribuzioni e speculando sui prezzi, poi si lamentino che la gente non consuma.
Così anche noi, che non siamo né poveri né ricchi, limiteremo al massimo le spese. Chiaramente, nessuno dei miei parenti si aspetta che quest’anno io vada a fare shopping per scegliere i regali, magari personalizzati. Ci siamo contattati tutti telefonicamente “a natale niente regali per nessuno”, solo qualche dono per i figli i quali però, essendo abbastanza grandi, preferiscono il denaro contante agli oggetti.
Io, però, ho scoperto le patate biologiche coltivate ad Andalo dal mio collega P., e ne ho acquistato venti chili divise in due sacchi da dieci chili. Ci sono quelle bianche, friabili e pastose, buone per fare gli gnocchi o il purè perché assorbono il condimento e quelle gialle, più sode, che ri-mangono in fetta e che vanno bene al forno o saltate in padella. Quali scegliere per farle lesse è questione di gusti.
Può darsi che in certi momenti si trovi motivo di soddisfazione e di gratificazione da cose normalmente poco significative ed io, ora, non trovi di meglio che aggrapparmi alle patate biologiche di Andalo. Per questo ho deciso di condividere il gusto di queste fantastiche patate con mia madre ed i miei fratelli e sono andato ad Andalo da P. a fare rifornimento, regalerò a tutti un paio di sacchi da cinque chili di patate.
Così ho conosciuto un Perlot diverso da quello dell’ambiente di lavoro. Una persona impegnata nel volontariato sociale (quando è in ferie va nei paesi poveri a costruire pozzi) con l’hobby del lavoro agreste – per e-sempio la coltivazione delle patate biologiche.
Da quando sono malato sto scoprendo molti aspetti positivi in persone che già conoscevo. Sarà forse che sto diventando più buono? Può essere che stia rivalutando il genere umano alla luce della mia scoperta deteriorabilità, per cui essendosi abbassato il termine di paragone – me stesso – tutto ciò che viene confrontato appare più alto? Se è così lo è comunque in maniera limitata e parziale: i politici italiani che si susseguono in TV mi appaiono più cialtroni e miserabili che mai.


Natale 2007

La vigilia
Questa mattina ho un programma sanitario piuttosto importante: il prelievo della prima sacca di sangue per l’eventuale autotrasfusione. Franco dice che non dovrebbe essercene bisogno però, per essere prudenti, è meglio mettere via un po’ del proprio sangue che, se l’operazione lo richiedesse, sarebbe pronto senza dover ricorrere a trasfusioni di sangue altrui. Non che il sangue non sia sicuro, da noi è supercontrollato, in altre parti d’Italia, magari, può non essere sicuro ma non qui, però – penso – certamente di meglio del proprio sangue non può esserci.
Così mi alzo abbastanza presto: di buon mattino devo essere in o-spedale a prendere la richiesta da presentare all’ambulatorio (separato dall’ospedale) nel quale si fanno i prelievi; la burocrazia rimane un male endemico del nostro Paese e la sanità non ne è risparmiata.
Alle dieci di mattina, come indicato sul documento dell’ospedale, sono all’ambulatorio dei prelievi, assieme a Federica, che mi deve accompagnare a scopo precauzionale in quanto dopo il prelievo di circa mezzo litro di sangue potrei essere troppo debole per guidare. A me sembra una precauzione esagerata, mezzo litro di sangue non è molto, ma Federica è irremovibile e così eccola qui seduta accanto a me, che mi tiene la mano nella sala d’aspetto dell’ambulatorio specializzato in prelievi.
Mi sembra una bella struttura, il laboratorio prelievi, organizzata come si deve e dotata di tutto ciò che serve. L’atmosfera è informale, la musica di sottofondo è moderna e l’attesa, anche se piuttosto lunga, è sopportabile. Dobbiamo attendere molto perché oggi è giorno di donazioni ed i donatori di sangue hanno la precedenza. Nell’attesa vediamo sfilare numerosi giovani e meno giovani dall’aspetto sano e robusto che si alternano nell’entrare nella sala dei prelievi e ne escono con la manica arrotolata ed un premitore di plastica nel punto in cui il sangue viene prelevato; tutti seguono la stessa procedura: vanno nell’angolino di ristoro che è stato ricavato nella sala d’aspetto, selezionano una bevanda calda dal distributore automatico e prelevano uno (ma anche due o tre, a seconda dell’appetito) panini al prosciutto crudo o al formaggio dal cestino che un infermiera provvede di tanto in tanto a reintegrare. Rimangono li fino a che hanno finito di mangiare, poi si tolgono il premitore e lo depositano nel cestino, si preparano ad uscire (fuori la temperatura è attorno agli zero gradi), salutano tutti e se ne vanno.

La cena di natale la passo a casa di mia madre con Federica ed Andrea, alcuni dei miei fratelli con le loro famiglie ed un piccolo gruppo di amici di famiglia; circa quindici persone.
Ovviamente né io né nessun altro parla della mia malattia che però aleggia sullo sfondo, rendendo l’atmosfera un po’ meno allegra del solito.
Alla fine della festa, come il Babbo Natale delle patate, distribuisco sacchetti di patate biologiche da cinque chili a tutti. Niente regali, solo cose utili!
Uscendo in strada per tornare alla macchina, chiamo in disparte Lucio, il mio fratello minore. Lui è l’atleta della famiglia, vive di palestra, è personal trainer e cintura nera di non so quante cose e buono come il pane – come tutti noi tranne, forse, me stesso. Lo informo delicatamente della mia situazione.
- Avevo sentito che c‘era qualcosa – mi dice – ma Franco non ha voluto dirmi niente, mi ha detto di chiedere a te.
E’ un po’ scosso ma cerca di vedere, o di farmi vedere, le cose in modo positivo.
- Quando ti sarai ripreso facciamo un programma per tirarti a nuovo.
Un po’ d’ottimismo non fa male.

Per il natale ed i giorni successivi, c’è poco da dire; ho cercato, in buona misura riuscendoci, di passarli nel modo più normale possibile: qualche bella mangiata, qualche passeggiata con Federica nel primo po-meriggio, un po’ di TV e qualche partita a Play Station con Andrea ed un po’ di lavoro al computer, per non lasciare problemi dietro di me se il peggio dovesse verificarsi.


ANNO NUOVO

L’ultimo dell’anno, mentre Andrea sarà in Austria con Francesca, a Pertisau, sull’Achensee, un posto che, a vederlo dalle immagini in internet, dev’essere tanto freddo quanto pittoresco, io e Federica lo trascorreremo a Feltre, dove abbiamo prenotato già da tempo.
Feltre è una piccola città a sessantacinque chilometri da casa mia con un centro storico molto antico, pieno di case affrescate di origine cinquecentesca, che a me piace molto. Il ristorante nel quale passeremo l’ultimo dell’anno è proprio sulla splendida ed ariosa piazza Maggiore, attorniata da portici e palazzi importanti e dall’antico castello di Alboino.
Il ristorante, secondo me che, in campo architettonico, sono piuttosto ignorante, è inserito armonicamente nella piazza; niente insegne aggressive, nessuna parte in cemento, nessun elemento di modernità avulso dal contesto della piazza. Anche l’interno appare adeguato: piccole sale con muri in parte bianchi ed in parte di pietra a vista arredate con sobrietà.
L’aspetto migliore del ristorante però, per chi vede le cose con occhio più prosaico, è il rapporto qualità/prezzo: il cibo è vario e ben cucinato, le portate sono abbastanza abbondanti (niente nouvelle cuisine) ed il conto finale è più che onesto.
Fortuna vuole che la saletta nella quale è situato il nostro tavolo abbia una finestra sulla piazza. A me piacciono le piazze, non solo questa, tutte le piazze di solito mi piacciono, soprattutto quelle di dimensioni non troppo grandi, chiuse tra mura o palazzi ed in particolare mi piacciono quando sono gremite di gente. Per questo, quando posso, il capodanno preferisco festeggiarlo in qualche piazza.
Naturalmente, in realtà, il capodanno non ha nessuna importanza sulla vita delle persone, come del resto è per il compleanno. Un anno se ne va e ne arriva uno nuovo. Non c’è nessuna cesura; i problemi che c’erano prima ci saranno anche dopo e lo stesso vale per le positività. E’ solo un momento simbolico, forse un grande appuntamento nel quale si ri-tiene di resettare la vita: le cose che non sono riuscito a fare nel 2007, nel 2006, nel 2005 e negli anni precedenti, i cambiamenti che non ho ottenuto, le farò nel 2008.
In realtà ci si ritrova un anno più vecchi e un po’ più deboli di fronte alla stessa situazione e per me la differenza è stridente: l’anno scorso ero in questo stesso ristorante con un anno di meno e con la convinzione di avere una salute di ferro, oggi so che mi sbagliavo, ho la consapevolezza di avere un tumore ed il mio futuro è certamente più incerto. In compenso il tavolo che ci hanno riservato è in una posizione molto più comoda ri-spetto allo scorso capodanno e, dalla finestra, arriva la musica del gruppo musicale che suona in piazza. E’ buona musica, meriterebbe sicuramente un pubblico più attento e numeroso.
Poco prima di mezzanotte scendiamo in piazza; è molto freddo ma la festa riscalda gli animi. Qualche centinaio di persone, in maggioranza giovani e famiglie con figli adolescenti, vociano, bevono ed offrono spumante ed io non posso fare a meno di notare che qui socializzano più facilmente che a Trento. Probabilmente è vero che i veneti sono più espansivi dei trentini ma, certamente, qualche bicchiere di vino in più, bevuto in allegria, aiuta. Botti se ne sparano pochi e di piccole dimensioni, sono soprattutto miniciccioli, quelli che usano i bambini, fanno solo rumore. Qualcuno, per far partire un ordigno un po’ più grosso, si assicura che gli altri si mettano a distanza di sicurezza: è un festeggiamento di gente tranquilla. Una situazione rassicurante.
Quattro, tre, due, uno, evviva il 2008! Federica ed io brindiamo, lo spumante non è un gran che (tanto posso bere poco, dato che devo guidare) ma a casa, nel frigorifero, ci aspetta quello buono.
Ora è il momento degli auguri telefonici, ma è difficile, tutto il mondo sta telefonando il suo Buon 2008 e le linee sono intasate. Ci vorrà un ora a salutare tutti (e neppure ci riusciremo).
Poi, finito il cenone, con la piazza che si sta svuotando, prendiamo la via di casa. In tre quarti d’ora o poco più saremo arrivati.
Sono sereno, ho trascorso un buon ultimo dell’anno con Federica, della mia malattia e dell’intervento chirurgico che mi aspetta tra una setti-mana abbiamo parlato poco, in parte perché su queste cose non c’è molto di nuovo da dire ed in parte perché queste cose le abbiamo cacciate fuori dai nostri cervelli. O meglio, io sono sicuro di averlo fatto, ma su Federica non ho certezza, la mia condizione non le rovina, forse, la festa ma aleggia costantemente come un ombra sullo sfondo, come leggo nei suoi occhi a casa, brindando con lo spumante buono che avevamo lasciato nel frigorifero.
Il primo giorno del 2008 dormo fino a tardi, ne ho tutti i motivi: ieri sono rimasto sveglio fino a molto tardi, non devo fare nulla, sono in vacanza e sono pure malato, quindi mi alzo poco prima di mezzogiorno.
Spesso capita che il rigore dell’inverno nella giornata di natale o in quella di capodanno dia un po’ di tregua regalandoci una giornata di sole e con qualche ora di temperatura più mite. Certo, siamo sempre in pieno inverno ed il Trentino non diventa di colpo, per clima, Sicilia, però tra le due e le quattro di pomeriggio è possibile fare una passeggiata senza soffrire il freddo.
Essere ammalati di un male grave e – attualmente – non risolto (senza peraltro sopportare alcuna sofferenza fisica) ti permette di dare sfogo a tutta la tua pigrizia. Non devi andare a sciare o a pattinare a tutti i costi, o fare una gita chissà dove: sei ammalato, stai a letto, o sprofondato nel divano e, tutt’al più fai una piccola passeggiata nel massimo della comodità e solo se ne hai proprio voglia.
Così, alle due e mezza decido di uscire. Andrea è via con la sua ragazza e Federica, che dalla mia malattia è provata più di me, preferisce rimanere a casa; quindi esco da solo.
Passeggiare da solo non mi dispiace, la compagnia di me stesso non mi spaventa, in fin dei conti, parliamo la stessa lingua. Da casa mia si arriva in pochi minuti a San Cristoforo e si può passeggiare in riva al lago di Caldonazzo.
Dalla spiaggia libera di san Cristoforo si può vedere l’intero lago, fino alla riva di Caldonazzo.
Spesso si sognano viaggi esotici in luoghi lontani per poter godere delle bellezze della natura, io invece posso goderne a poche centinaia di metri da casa: credo che questo sia davvero un luogo molto bello e lo hanno capito anche i turisti, che l’estate, soprattutto dall’Olanda, arrivano a frotte.
A differenza dei posti di mare però, dove si coglie uno stridente contrasto tra l’animazione della stagione estiva e l’abbandono decadente dell’inverno, sottolineato dagli stabilimenti balneari in disarmo, qui pas-seggiare in una bella giornata invernale è suggestivo anche se non ci sono le ragazze in bikini. In compenso però ci sono le famigliole di folaghe e di germani, che affollano la riva del lago emettendo il loro verso che suona come una fragorosa risata.
Ho nuotato spesso in questo lago, quasi tutti i giorni durante l’estate, è il mio modo di tenermi in forma e, in fondo, di non sentirmi invecchiare. Comincio alla fine di maggio, con una nuotata breve poi, ogni giorno, aumento la distanza; conto le bracciate con precisione quasi maniacale aumentandole ogni volta del dieci per cento e così, in agosto, riesco ad attraversare il lago, per il largo, ovviamente, nuotando circa un ora consecutivamente.
Federica non è molto contenta di questa mia attività, soprattutto perché nuoto in solitudine e, di solito, dopo le sei di sera, quando i bagnini hanno già finito il loro turno, ma io ribatto che so quello che faccio, che è tutto sotto controllo e che da qualche parte nella vita, comunque, qualche rischio lo si deve correre.
Ora però ho anche un tumore. Io, quello sano e robusto che a 55 anni attraversa (o attraversava?) il lago a nuoto, che non fumo, che bevo con estrema moderazione, che mangio sano, possibilmente biologico, che vivo in un posto con l’aria pulita, lontano da elettrodotti e che lavoro in un ambiente salubre ho un tumore che mi porterà, tra sei giorni in sala ope-ratoria per l’asportazione di un rene. Quante volte potrò godermi ancora questo paesaggio?
 
2 GENNAIO 2008

In procinto di essere ricoverati per qualcosa di serio e rimanere in ospedale per qualche tempo, si penserebbe di dedicare le giornate alla cura dei propri hobbyes, che verranno abbandonati per chissà quanto tempo, alla compagnia della propria famiglia o alla frequentazione degli amici.
In realtà, invece, ho un sacco di cose da fare.
In primo luogo oggi devo tornare a Trento per il prelievo della seconda sacca di sangue – 450 ml – per l’autotrasfusione, poi dovrò procurarmi tutte quelle cose che normalmente servono durante un soggiorno in ospedale: un paio di pigiami decenti (normalmente non ne faccio uso), degli zoccoli per quando vado in bagno, qualche libro ed una radio con auricolare e, infine, devo sistemare anche alcune cose di lavoro. Non è che io abbia chissà quali problemi o manchevolezze nel lavoro da sistemare ma l’imminenza di un’operazione seria comporta incertezza sul futuro e vorrei evitare che una qualche mia negligenza professionale possa cagionare danni a qualcuno. In fin dei conti, come insegnante di scuola superiore, ho a che fare con una categoria di persone – gli adolescenti – che sono molto fragili e possono essere danneggiate facilmente; però mentre normalmente c’è sempre modo di risolvere eventuali problemi dopo, per me il “dopo” potrebbe anche non esserci.
Federica, anche in questa occasione, insiste nell’accompagnarmi all’ambulatorio dei prelievi. Non ce ne sarebbe bisogno, ho già verificato nell’altro prelievo, quello del 24 dicembre, che sopporto senza problemi la perdita di mezzo litro di sangue e preferirei che rimanesse a casa non tanto per non rovinarle la mattinata ma, più egoisticamente, perché l’essere accompagnato lo accosto al concetto di malato, bisognoso di assistenza, mentre io, nella misura in cui sono autonomo e svolgo le mie cose normalmente, senza l’aiuto di nessuno, mi chiamo fuori dalla malattia, anche mentre sono nella sala d’aspetto di un ambulatorio. Sono li da solo, con le mie gambe, con la mia automobile che guido personal-mente e sto subendo solo un fastidioso contrattempo che fra qualche settimana sarà dimenticato.
Federica, dal canto suo insiste invece nell’accompagnarmi. Penso che anche lei si renda conto che io non ne ho bisogno ma credo che per lei sia un problema di condivisione: pur facendo tutto per me, le sembra di non condividere a sufficienza la mia sorte e vorrebbe farlo di più. Penso che se potesse si farebbe operare anche lei assieme a me. La capisco, anch’io provavo le stesse sensazioni quando era lei a stare male.
Raggiungiamo un compromesso soddisfacente per entrambi: lei mi accompagna ma andiamo con la mia automobile e guido io.
Tornando a casa, passiamo anche all’agenzia di assicurazione presso la quale una quindicina di anni fa avevo stipulato un contratto per avere una piccola pensione integrativa. Avevo poco meno di quarant’anni “all’età di cinquantacinque anni - mi disse l’agente – Lei potrà scegliere tra una rendita vitalizia o la restituzione di quanto versato con l’aggiunta degli in-teressi maturati.”
Fino a qualche tempo fa avrei avuto pochi dubbi: data la longevità dei miei nonni e considerato il fatto che, sebbene io sia un pubblico dipendente, le pensioni in Italia non sono un gran che, avrei optato per la rendita che – pensavo – avrei continuato ad incassare fino all’età di cento anni e, magari, anche oltre. Ora invece firmo per ottenere il pagamento del capitale maturato: meglio la gallina subito che un ovetto al giorno per un tempo che potrebbe essere anche brevissimo. Potrebbero servire per il funerale e per le ultime rate dell’auto, ironizzo tra me.
 
3 GENNAIO 2008

Una giornata assolutamente normale, che neppure meriterebbe di essere ricordata, trascorsa tra le mura domestiche in compagnia della mia famiglia, a godermi il tepore della casa mentre fuori fa freddo. Normale ed anonima tranne per il fatto che adesso, in bagno, mi sto guardando allo specchio.
Non ho un gran bel rapporto con lo specchio, non posso permettermi di essere narcisista, né potevo farlo da giovane e neppure mi dispero per ottimizzare la mia immagine. Il mio rapporto con lo specchio è semplicemente utilitaristico: quanto basta per pettinarsi velocemente o per spuntare la barba quando rischia di diventare uguale a quella di un talebano, niente di più.
Ora però mi sono soffermato un po’ di più ad osservare la mia immagine riflessa e quello che vedo mi impressiona, soprattutto perché non corrisponde al mio effettivo sentire: un vecchio malato.
Il volto è smagrito e ci sono rughe che non mi sognavo di avere, anche di incredibili, agli angoli degli occhi e sulle tempie; e le occhiaie, profonde e scure su un volto di un pallore malsano. Sembro un vecchio panda incartapecorito, anche i capelli, che fino a ieri mi sembravano grigi ma con prevalenza del nero originario, ora li vedo sbiancati. Sono il ritratto della malattia, con una faccia così, indipendentemente da quello che mi dice Franco, non potrò vivere a lungo. Mi guardo le mani: anche loro mi sembrano rinsecchite, bianchicce, con la pelle raggrinzita, intrinsecamente deboli; mani da malato.
Possibile che nessuno mi abbia detto in che condizioni sono! Capisco Franco, lui malati ne vede sempre e vedere il loro volto ed i loro colori per lui probabilmente rientra nella normalità; io sono malato ed è logico che abbia un aspetto da malato. Ma Federica e Andrea!?
Loro mi vedono tutti i giorni, possibile che non abbiano notato la mia repentina trasformazione, che non abbiano visto che giorno dopo giorno le mie occhiaie si incavavano, il mio colorito diventava giallognolo, la faccia si riempiva di rughe ed i capelli incanutivano? Non credo si tratti di disat-tenzione, magari è solo pietismo o chissà cosa. Torno in soggiorno in preda all’angoscia e li guardo con sospetto ed un po’ di rancore, loro non se ne avvedono.
Poi però mi costringo a recuperare un po’ di lucidità, provo a ragionare con me stesso: proprio perché mi vedono tutti i giorni, probabilmente, non si sono accorti di come sono diventato. E’ un fatto normale, i cambiamenti in una persona li noti se la vedi sporadicamente, non se l’hai costantemente sotto gli occhi. Io stesso mi sono accorto di come sono cambiato perché normalmente mi guardo allo specchio frettolosamente e con poca attenzione e così, riguardandomi un po’ meglio dopo chissà quanto tempo, sono rimasto impressionato.
Torno in bagno, mi metto davanti allo specchio e mi osservo con maggiore attenzione: sono quello di sempre, solo un po’ pallido per la lo-gica tensione alla quale sono sottoposto in questi giorni, le occhiaie non sono affatto impressionanti e le rughe sono quelle di sempre, normali e, in fondo, anche poco pronunciate in relazione alla mia età, ed anche i capelli e le mani sono gli stessi della settimana scorsa, del mese scorso e, con pochi cambiamenti, dello scorso anno.
Il problema è che quando si osserva qualcosa, anche la propria immagine riflessa nello specchio, l’interpretazione di quello che si vede è quanto mai soggettiva e condizionata dalla propria situazione. Ho visto nello specchio quello che, nel mio sentire doveva essere l’aspetto della mia malattia. La mia psiche ha trasformato lo specchio sopra il lavandino del mio bagno in uno schermo nel quale ha proiettato un immagine mentale della mia malattia. La realtà soggettiva si è sovrapposta a quella oggettiva ed ha modificato la mia percezione visiva. Forse è così che si perde la ragione.
Capito questo, la mia immagine è tornata normale però la sua distorsione mi rimane bene impressa nella mente e, lunga o corta che sarà la mia vita, come il ricordo di un brutto incubo, penso che non mi abbandonerà mai.
 

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