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Barolo del 2002 (9° parte)

4 GENNAIO 2008

Oggi è il giorno del mio ricovero in ospedale. Ieri sera Federica mi ha aiutato a preparare i miei bagagli (in realtà ha fatto quasi tutti lei): due pigiami, un paio di pantofole alte a forma di zoccolo (odio le classiche ciabatte), una busta con sapone liquido antibatterico, deodorante, pettine, dentifricio e spazzolino da denti, il caricabatterie per il cellulare, alcune t-shirt, biancheria. Non è ancora tutto, mancano ancora le mie pillole contro l’ipertensione e qualche libro. Quello di oggi però, probabilmente, sarà solo un ricovero virtuale: oggi è venerdì, con ogni probabilità, visto che l’operazione è prevista per lunedì prossimo, mi faranno gli esami e le analisi necessarie e poi mi rimanderanno a casa per il week end; conto di essere a casa per pranzo, le cose che mancano al mio bagaglio potrò procurarmele successivamente.
Arrivo presto in città e, dopo un paio di giri attorno all’ospedale, trovo un parcheggio abbastanza vicino – naturalmente a pagamento – compero un giornale e, con la mia borsa da viaggio, entro in ospedale.
Sento di avere l’aspetto tipico del malato che va a ricoverarsi. Mi torna davanti il fantasma che ho visto, o che credo di avere visto, ieri sera guardandomi allo specchio: vecchio, pallido, con le occhiaie, pochi capelli grigiastri arruffati dal vento. Un fantasma che entra in un ospedale con una borsa da viaggio piena.
Probabilmente tutti mi staranno guardando e staranno pensando “guarda quel povero vecchio malato che va a ricoverarsi, poveretto, chissà cosa starà passando”.
Non voglio essere “poveretto”, vorrei dire alle persone che mi guardano che non sto passando niente di particolare, che sto benissimo, che si tratta di un semplice incidente di percorso, di quelli che possono sempre capitare nella vita di ognuno e che, tra qualche mese, starò meglio di loro. Spero di non incontrare nessuno che conosco.
Nell’atrio dell’ospedale, a quest’ora del mattino c’è poca gente: non è ora di visita ci sono solo parenti di persone seriamente malate o che hanno subito qualche operazione magari nella notte, pazienti che come me vanno a ricoverarsi o che vanno a farsi visitare presso i vari ambulatori e personale dell’ospedale (medici ed infermieri, paramedici e operai) oltre, naturalmente, agli impiegati dietro agli sportelli. Tutti sono indaffarati nelle loro faccende o assorti nei loro pensieri e non mi osserva nessuno, questo mi conforta.
Entro nell’ascensore e mi vedo allo specchio: non sono più un fantasma, ho un aspetto, mi sembra, normale; se non fosse per la borsa neppure si capirebbe che sono un malato che va a ricoverarsi.
Arrivo al reparto, ormai la strada l’ho imparata: dritto verso il pronto soccorso, poi secondo corridoio a sinistra per accedere alla vecchia ala est, ascensore (terzo piano), appena usciti a sinistra e si è alla meta.
La receptionist raccoglie i miei dati ma, appena le dico come mi chiamo, sa già tutto:
- Lei è il fratello del dottor Coccarelli?! Prego si accomodi in corridoio – dice prendendo la documentazione che mi riguarda da un raccoglitore
E’ gentile, ma vorrei dirle che anch’io sono il dottor Coccarelli. Non sono medico ma sono ugualmente dottore; mi rendo però conto che qui sono retrocesso: da “dottor Coccarelli” a “fratello del dottor Coccarelli”.
Essere fratello di un medico del reparto – probabilmente – può offrire una notevole serie di vantaggi dei quali, per quanto possa dipendere da me, non intendo approfittare. Voglio essere un malato come gli altri ed avere il loro stesso trattamento e, del resto, per quanto ne so, questa non è una parte d’Italia nella quale vantaggi di tipo familistico siano particolarmente fruibili.
- l’infermiera la chiamerà per il prelievo – prosegue - appena finito vada al reparto oltre la porta a vetri in fondo al corridoio, a sinistra, le assegneranno un letto.
Attendo quindi il mio turno per il prelievo sanguigno e poi faccio come mi è stato indicato.
La mia stanza è la numero cinque, una stanza da sei letti; il mio letto è alla destra della porta, vicino al lavandino. Deposito la mia borsa nell’armadietto e, rimanendo vestito, mi siedo sul letto guardandomi attorno.
Il mio vicino ha l’aria sofferente, dev’essere stato operato da poco ed ha una borsa trasparente piena a metà di sangue e siero giallognolo appesa al letto ed una flebo attaccata al braccio.
All’altro capo della stanza un signore corpulento continua a tossire, l’ho già visto prima, era come me in attesa del prelievo, anche lui, come me, è un nuovo ospite. Di fronte c’è un signore magro con i baffi, di carnagione olivastra che porta il caratteristico copricapo marocchino. Lui è in partenza: sta preparando la sua valigia, poi chiama qualcuno al telefono ed attende che lo vengano a prendere. Nel letto al centro, sul lato a sinistra della stanza, entrando dalla porta, c’è un anziano: devono averlo operato da poco perché ha bisogno di assistenza continua, anche per le necessità più elementari.
“Cosa ci faccio in mezzo a tutti questi malati?” mi chiedo, ma poi rifletto che probabilmente quasi tutti loro sono meno malati di me che sono li per farmi togliere un rene malato di tumore. Però, mi sembra, loro hanno proprio l’aspetto di malati. Mi accomodo più eretto sul bordo del letto, come per cercare di assumere un aspetto più energico, leggo un po’ il giornale e poi esco sul corridoio.
Sto aspettando, assieme al gruppetto dei nuovi ospiti del reparto, circa una decina di persone, che ci facciano la seconda parte della visita prevista per il ricovero, ossia la radiografia, ma l’attesa è più lunga del previsto perché, si dice, c’è stato un incidente stradale e – giustamente – i feriti provenienti dal pronto soccorso hanno la precedenza.
Mentre aspetto, seduto sul mio letto, arriva un infermiera e si prende cura dell’anziano operato da poco: lo aiuta per le sue deiezioni e lo pulisce. Lavora con professionalità e gentilezza, senza mostrare disgusto, amorevole come potrebbe essere una nipote affettuosa con il suo nonno.
Anche il marocchino ne è colpito e vedo che la osserva poi, esprimendosi un po’ in italiano e un po’ in francese, le esprime il suo apprezzamento dicendole che la sua opera può essere svolta solo da una persona buona e questo la rende vicina a Dio.
L’attesa, intanto, si protrae ed io mi convinco che non arriverò a pranzare a casa, accetto quindi di buon grado il pasto dell’ospedale: un risotto alle zucchine poco saporito – ma si può aggiungere il formaggio grana – ed una trota salmonata con patate lesse abbastanza buona.
Dopo la radiografia e la visita – il medico controlla le radiografie, le analisi del sangue, la pressione sanguigna e si informa sui farmaci che assumi e sulle eventuali allergie – posso lasciare l’ospedale, dovrò farvi ritorno domenica alle diciotto, questa volta per rimanerci.
Il mio ultimo ricovero in ospedale risale a trent’anni fa, quando svolgevo il servizio militare e mi ammalai di reumatismo articolare acuto, una malattia seria che provoca febbre, dolori e gonfiori alle articolazioni e che, soprattutto, può danneggiare il cuore. Rimasi ricoverato all’ospedale militare di Verona per circa un mese durante il quale venni curato soprattutto con penicillina, curato con efficacia, giacché il mio cuore non ha riportato alcuna conseguenza per quella malattia.
La condizione di ricoverato ed il contesto, però erano diverse, in primo luogo ero giovane e questo faceva di me un “ammalato” piuttosto che un “malato” come oggi.
Tra i due termini la differenza può apparire cavillosa ma, secondo me i significati sono differenti: per il De Mauro, malato è chi è affetto da malattia mentre ammalato è chi ha contratto una malattia, il primo è un aggettivo o, più spesso, un aggettivo sostantivato mentre il secondo è il participio passato del verbo ammalarsi. Il primo sottende una condizione e, se usato come sostantivo, l’essenza stessa di chi è affetto da malattia che appartiene ad una categoria specifica, quella, appunto, del malato. Il secondo invece, in quanto verbo, richiama ad una situazione dinamica, quella di un soggetto che ha contratto una malattia, cosa questa che non intacca la sua identità originaria.
Un soggetto sano può ammalarsi e, in questo caso, la malattia, anche se seria, è una sorta di sovrastruttura, un abito o una vernice che ne ricopre la superficie. Un soggetto malato invece lo è integralmente, non solo in superficie, anche quando si guarisse dalla malattia si rimarrebbe ugualmente malati.
Trent’anni fa, all’ospedale militare ero “ammalato”, oggi, in questo istante, non so se sono “ammalato” o “malato”, condizione questa non solo fisico-biologica ma anche psicologica e morale e sento di provare un senso di ribellione, di volermi opporre, per quanto possibile, a questa e-ventualità.
Appena arrivato a casa mi precipito a fare la doccia, devo togliermi di dosso l’aria dell’ospedale, non si tratta di un fatto igienico ma di qualcosa di scaramantico, è voler ricacciare indietro la malattia raffigurata attraverso il luogo nel quale essa viene curata e tenerla lontana dalla mia casa e dai miei famigliari.
Andare in un ospedale come malato è molto diverso che per una visita; si coglie ogni suono ed ogni odore in modo diverso, anche la forma ed il colore degli arredi assumono un loro significato e soprattutto, ciò che ti fa sentire diverso è che li c’è la “tua” camera ed il “tuo” letto, quindi quel posto pieno di malati è anche il “tuo” posto perché tu sei uno di loro e, ahimè, anche uno di quelli nelle condizioni peggiori.
 
5 GENNAIO 2008

Oggi è una giornata un po’ troppo fredda per andare a spasso, potrei prendere una bronchite e … addio intervento però, un po’ per passeggiare e svagarmi vedendo un po’ di gente e un po’ perché mi voglio comprare dei libri da leggere mentre sarò in ospedale, decido di andare al centro commerciale.
I centri commerciali, secondo me, sono il compendio delle brutture e delle delizie della nostra società occidentale.
Sono monumenti al consumo dove ogni cosa, dalla musica, ai colori, ai giochi per i bambini, ogni messaggio ed ogni comunicazione sono fatti con l’unico, supremo, obiettivo di convincerti a comperare qualcosa, indipendentemente dal fatto che ti possa servire o meno. Sono strutture senza cuore nelle quali smetti di essere un uomo per diventare un consumatore. Anche i disegni dei bambini per il natale hanno lo sponsor, nulla è spontaneo, non ci sono regali, solo gadget.
Sono però anche luoghi scintillanti, confortevoli, nei quali, grazie ad un microclima ottimale, fresco d’estate e mitemente riscaldato l’inverno, puoi passeggiare nel massimo agio, anche se fuori è una giornata ventosa e sotto zero. Indipendentemente dall’andamento dell’economia, ti senti avvolto in un nido di opulenza: c’è tutto quello che potrebbe servirti, dalle cose di lusso a quelle a prezzi popolari. Ognuno, a patto che non sia proprio nullatenente, può partecipare al business. Credo che anche nelle zone più povere e disperate del mondo, almeno nelle grandi città, ci siano dei centri commerciali nei quali la gente, girando tra le vetrine e la musica, incontrando magari uomini vestiti da babbo natale che regalano caramelle ai bambini, senta in qualche modo lontana, attutita dallo scintillio commerciale, la fame e la violenza che – magari – stanno appostate appena fuori.
Così anch’io, con il mio tumore che mi porterà, dopodomani, in sala operatoria, che se lo ascolto bene posso sentirlo lì che mi tormenta la schiena - un chiodo piantato nel rene destro che brucia ogni volta che lo sfioro col pensiero - qui al centro commerciale, passeggiando tra le vetrine mentre un altoparlante diffonde “money for nothing” dei Dire Straits, mi sento più tranquillo; le luci, il chiacchiericcio della gente, le vetrine e l’odore della pizza al taglio rendono remoto il mio problema, lo attutiscono e, in qualche modo, lo nascondono.
Al centro commerciale c’è una libreria self service non molto grande ma abbastanza ben fornita, anche se i libri non sono sempre adeguatamente ripartiti in base al loro genere; puoi trovare, ad esempio, un libro di storia medievale in mezzo alle pubblicazioni umoristiche o viceversa, colpa forse di clienti poco disciplinati.
Mentre sarò in ospedale – penso – dovrò far passare il tempo leggendo qualcosa di divertente ma anche un po’ impegnato perché, un libro solo comico ma senza alcuno spessore sociale, senza alcuna attinenza con la realtà, senza alcuna qualità letteraria può divertirti per qualche mezz’ora ma poi ti stufa e io mi immagino invece di dover passare molte lunghe giornate senza nient’altro da fare che leggere.
Scelgo “Italian in America” di Beppe Severgnini e un libraccio americano sulla follia collettiva dal titolo accattivante che, a causa della scarsa qualità del testo - ne leggerò in tutto otto pagine – ho persino dimenticato.
Poi vado a comperare dei dolci di cui Andrea è particolarmente goloso. Probabilmente a livello inconscio (ma non troppo) ho il timore che qualcosa durante il mio intervento chirurgico possa andare male e non voglio che mio figlio, in futuro, pensando a me, mi associ a qualcosa che desiderava e che non gli ho fatto avere. In realtà, Andrea ha ben altri pensieri in testa che non i dolcetti: è seriamente preoccupato per me, anche se non vuole ammetterlo, ed è impegnato anche con alcuni esami particolarmente ostici in università, tuttavia, io gli compero dei raviolini dolci ripieni di marmellata di mirtilli e di crema di nocciola che hanno l’aria di essere sontuosi.
Al pomeriggio mi telefona mio fratello Maurizio, quello che vive ad Arezzo e che, ogni tanto, soprattutto in occasione delle feste, viene a Trento a trovare la mamma. E’ arrivato ieri sera ma già domani dovrà ripartire perché lunedì lavora. Ha saputo del mio tumore e dell’operazione prevista per dopodomani ed ha preso la notizia come normalmente un fratello prende notizie di questo tipo. Vorrebbe sapere, sentire, parlare ma, a meno di non essere dei grandi parlatori telefonici – e questo non è il mio caso e, mi sembra, nemmeno il suo – per farlo bisognerebbe vedersi di persona. Il tempo però è poco, domani mattina lui ripartirà per la Toscana. L’unica possibilità di incontrarsi sarebbe alla cena organizzata questa sera a casa dell’altro mio fratello Lucio ma io declino l’invito.
Sarebbe una cena che, nonostante le migliori intenzioni di tutti, mi farebbe sentire come all’ultima cena, senza avere le qualità di Gesù Cristo. Ora preferisco non pensare a quello che mi sta accadendo, fare finta che tutto sia normale, continuare la vita di sempre rimuovendo dalla testa il mio problema. Ricacciandolo, almeno fino a domani, nel subconscio e subissandolo sotto ore di videogiochi o montagne di chiacchiere televisive. Non voglio rispondere a domande su come mi sento, fare e sentire considerazioni filosofiche sull’esperienza della malattia, consolare i miei fratelli e mia madre; non voglio pensare a niente, voglio mettere la mia mente in stand bye.
Federica questa mia situazione la capisce e la asseconda bene, è forte e normalmente sa affrontare le difficoltà e poi segue teorie filosofiche orientali nelle quelli è prevista la reincarnazione. Però un conto è la teoria, che rimane un qualcosa di astratto o che, concretamente, può interessare l’insieme degli “altri” ed un altro conto è la situazione concreta nella quale chi potrebbe, a breve, trovarsi nella condizione di doversi reincarnare è la persona che ami.
Scacciamo però i brutti pensieri, nascondendoli in fondo all’anima e, con l’aiuto dei comici della TV, passiamo la sera ridendo. Non ridiamo per non piangere, ridiamo e basta, anche se nei suoi occhi – e forse anche nei miei – il luccicante volto della tristezza fa capolino.
Abbiamo trascorso oltre metà della nostra vita assieme, volendoci bene sempre e senza tentennamenti, imparando a conoscere e ad amare anche i nostri difetti, costruendo assieme la nostra casa e crescendo un figlio che, seppure qualche volta, come tutti i figli, ti fa perdere le staffe, è qualcosa di cui andare fieri. Assieme, abbiamo costruito un vissuto che va oltre le nostre stesse esistenze, che rimarrebbe dentro di noi anche se la sorte volesse separarci.
 
6 GENNAIO 2008

Devo presentarmi all’operazione con lo stomaco e l’intestino sostanzialmente vuoti, normalmente per questo è prescritto che quelli che si devono operare, il giorno prima prendano la purga. Io ho ottenuto che la purga mi fosse risparmiata a patto di mangiare poco, anzi, pochissimo sabato e domenica, per essere pronto lunedì per l’intervento medico.
Così, mangio a pranzo la mia ultima pastasciutta, è quasi un rito per me che sono “pastasciuttodipendente”, la quantità è poca perché Federica la prescrizione che io dovessi andar leggero l’ha presa proprio seriamente ed io la gusto lentamente, con intervalli lunghi tra un boccone e l’altro, caricando poco la forchetta. A prima vista potrebbe sembrare che non ne abbia voglia ma la realtà è che voglio far durare il pasto il più a lungo possibile. Potrebbe essere l’ultima pastasciutta che mangio.
Poi mi siedo sul divano, sdraiato con le gambe sul tavolino, le braccia aperte che mi tengono vicino Federica a sinistra e Andrea a destra. La TV è accesa ma non ascoltiamo quello che dice, potrebbe anche essere spenta. Stiamo così, senza dire niente parecchi minuti e, sinceramente, non penso nulla. Mi tengo semplicemente i miei cari vicino godendo del calore del loro corpo, del loro profumo e del contatto con la loro pelle; senza pensieri e senza considerazioni.
Il telefono interrompe questo momento, è il mio collega Vittorio e mi sorprende. L’ho sempre ritenuto una persona pragmatica, un po’ cinica e scarsamente sensibile alle vicende degli altri e mi sto accorgendo che mi sbagliavo. Non gli avevo detto della mia malattia, lo ha saputo da altri e mi chiede conferma, glie la do e lui appare sinceramente sconvolto. Dovrò rivedere il mio sistema di osservazione e valutazione delle altre persone: ci lavoravo assieme da anni e ancora non lo conoscevo.
Poi telefono a mia madre, la saluto e tendo a minimizzare sia la mia malattia che l’intervento che andrò a subire. E’ un malanno come ne capitano sempre nella vita di una persona, soprattutto quando supera i cinquant’anni e, quanto all’operazione, è pura routine, tra dieci giorni sarò a casa, magari un po’ acciaccato ancora per qualche tempo, e poi tutto ricomincerà come prima.
- Franco cosa dice? Dopo avrai una vita regolare?
- Completamente, meglio di prima, figuriamoci – ironizzo – un organo in meno significa meno necessità di manutenzione e minori possibilità di guasti.
- Però, se Dio ne ha fatti due vuol dire che ne servono due.
- C’è gente che ne ha uno solo e sta benissimo, anzi, vive alla grande, pensa a Briatore, il miliardario, stava peggio di me e vedi come vive adesso …
Mia madre ha vissuto e sofferto abbastanza per capire bene come sono le cose e, in realtà, non è tranquilla, non lo sarebbe neppure se io avessi una semplice influenza, figuriamoci ora, ma deve fingere di esserlo e mostrarsi ottimista per tranquillizzare me, quindi accetta di buon grado le mie argomentazioni strampalate.
Il pomeriggio è appena iniziato ed io, che alle 18.30 andrò all’ospedale, ho ancora diverse cose da fare: devo inviare alcune e-mail ed aggiornare il calendario dei corsi del Fondo Sociale di cui sono responsabile, sono cose che posso fare solo io, avrei tempo di farle anche tra dieci, quindici giorni, quando tornerò dall’ospedale, ma … non si sa mai, meglio non lasciarsi dietro cose incompiute.
Poi mi concedo un bel bagno caldo; in ospedale ci si va puliti e rilassati.
Osservo bene ogni oggetto della casa sul quale mi si posino gli occhi, pensando che questa potrebbe essere l’ultima volta che lo vedo oppure che, quando torno, potrò non essere più in grado di utilizzarlo, o di apprezzarlo e, un po’ come il Mazzarò di Giovanni Verga, vorrei portarlo con me, almeno mi basterebbe portarmi dietro la sua immagine e i momenti di vita ai quali è collegato: il mio computer ed il mio disordinatissimo ambiente di lavoro, i mobili severi del soggiorno, la TV al plasma, le sedie ed il tavolo della sala da pranzo, in rattan nero, bellissimi, che siamo andati a cercare a Vittorio Veneto oltre vent’anni fa, il letto di ottone della nostra camera, solido, alto e resistente negli anni ed i quadri appesi alle pareti, soprattutto quelli che ha dipinto Federica.
Federica ha sempre amato dipingere, fin da quando era giovanissima, ed ora, andata in pensione, avendo più tempo a disposizione, ha incrementato la sua produzione migliorando ad ogni nuovo dipinto. Di ogni quadro rivedo i momenti nei quali l’ho visto produrre, l’estate, in giardino o in autunno nel punto più luminoso della casa, dopo aver messo l’arrosto nel forno.
Ogni oggetto ha una sua storia, rappresenta un momento della vita, sarà per questo che stento a gettare via le cose vecchie: ci sono i mascheroni di legno comperati in Dalmazia, dovrebbero portare fortuna e tenere lontani gli spiriti del male e le malattie, ma non hanno funzionato bene, il candelabro in argento che ci regalarono i miei genitori quando mio padre era ancora vivo, lo stereo che comprai scegliendolo con Andrea due anni fa e, vicino, i CD con la musica che ho scaricato per Federica, interpretando i suoi gusti.
Metto il bagnoschiuma nella vasca, ne metto tanto, in modo da fare una schiuma abbondante, ed acqua molto calda. E’ così che mi piace fare il bagno, rimanendo in ammollo nell’acqua quasi bollente fin quasi ad ad-dormentarmi: completo relax. Dall’interno della vasca osservo il soffitto con l’abbaino e le piastrelle delle pareti, grandi e finemente decorate e tutto mi sembra più grande, più bello e più confortevole del solito. Chissà quando e se potrò tornare a fare un bagno come questo.
Poi, rimango ancora un po’ sul divano con Andrea e Federica fino al momento di partire per l’ospedale. Federica mi accompagnerà, Andrea lo convinco a rimanere a casa ma so già perfettamente che domani mattina sarà li a salutarmi e ad aspettare che l’operazione finisca.
All’ospedale ritrovo quasi tutte le persone che erano con me venerdì mattina: alcuni di loro, anche se è la seconda volta che li vedo, mi salutano come vecchi amici.
Mi avvio verso il letto che mi era stato assegnato venerdì scorso ma l’infermiera mi informa che sono stato cambiato di posto: non più la camera numero cinque ed il letto vicino al lavandino ma la camera numero quattro ed il letto vicino alla finestra.
Nel cambio ci ho guadagnato, forse c’è lo zampino di Franco: la stanza è a quattro letti anziché a sei dei quali solo due, oltre al mio, sono occupati e – mi accorgerò in seguito, con la luce del giorno – dal mio letto, attraverso la finestra, si può godere il bel panorama delle montagne che circondano Trento a Sud e a Ovest.
Mentre Federica mi sta aiutando a sistemare le mie cose nell’armadietto, arriva l’infermiera con un telo da bagno pulito:
- Appena è pronto può andare a fare la doccia, è tutto già pronto, nella penultima porta del corridoio a sinistra. Troverà un bicchiere con del detergente rosso. Se ha bisogno, mi chiami.
- Ma la doccia l’ho già fatta tre ore fa!
- Si ma bisogna farla ugualmente, questa è una doccia con detergente antisettico. E’ una procedura necessaria quando si deve essere operati. Quando avrà finito le porteremo la cena.
“Forse sa che ho mangiato poco e sono affamato e quindi vuole prendermi per la gola, come si fa con i bambini, dopo il bagnetto mangi le cose buone”, ironizzo tra me.
Federica mi aiuta a lavarmi, anche se non ne avrei bisogno. Mi tiene il telo da bagno ed il pigiama pulito e mi da la mano mentre entro nella doccia, poi mi lava la schiena. Questo mi fa sentire malato, fragile, bisognoso di aiuto ma al tempo stesso mi gratifica, mi fa sentire sereno, protetto, mi da una sensazione di calore interiore e, dentro di me, glie ne sono grato.
Il detergente rosso antibatterico è molto concentrato, ne basta poco per insaponarsi bene, anche i capelli, ma non si risciacqua facilmente, bisogna insistere a lungo per toglierlo poi, finalmente, lavato ed asciugato posso indossare il pigiama nuovo che mi ha comperato Federica, blu e rosso, in cotone morbido.
Assomiglia più ad una tuta sportiva che ad un pigiama, ciononostante, psicologicamente, mi fa entrare nel ruolo del paziente ricoverato: fino ad ora ero un precario della malattia, avevo titolo valido, il mio tumore è indiscutibile, ma ero a piede libero, potevo andare dove volevo e fare ciò che volevo. I miei abiti “civili” erano la certificazione del mio status di uomo libero che, certo, va a farsi visitare, sa che dovrà essere operato ma, intanto, è padrone di se stesso; ora, in pigiama, sono invece un ricoverato, la struttura ospedaliera si occuperà di me ed io farò quello che mi si dice di fare – da paziente informato, s’intende, ma pur sempre “paziente”.
Sono in un posto nel quale non decido più io di me stesso ma gli altri ed il fatto che questo avvenga per il mio bene non fa che aumentare la mia condizione di subordinazione. Sono ufficialmente un incapace che non è in grado di gestire le cose nel modo più conveniente per lui. Un malato di ruolo, con la divisa da malato, con il suo letto, la sua cartella clinica e tutto quello che serve.
Questa constatazione, in fondo, non è sconvolgente, è addirittura piacevole … tranquillizzante, deresponsabilizzante: non devo fare nulla; tutti i miei impegni e le mie scadenze sono sospesi. Per quanto riguarda quelli del lavoro, un bravo supplente mi sostituirà e, per la gestione dei corsi la mia collega Stefania manderà avanti le cose meglio di come avrei fatto io; è precisa ed accurata, con lei sono in una botte di ferro.
Anche verso me stesso sono sollevato da ogni obbligo, a partire dalla gestione della mia alimentazione che, normalmente, mi provoca giganteschi complessi di colpa: la dieta me la stabilisce l’ospedale, non ci sono frigoriferi da svaligiare e neppure le delizie che Federica, che ha imparato ad interpretare alla perfezione i miei gusti, mi prepara. C’è solo una minestrina con una pastina quasi spalmabile e mele cotte.
Le mele cotte meritano una riflessione a parte.
Mele cotte ne ho mangiate anche a casa: Federica le prepara aggiungendoci zucchero quanto basta, uva passa, a volte un po’ di pinoli, un pizzico di cannella e, alla fine, dopo tolte dal fornello, un goccio di limone. Sono molto buone.
Le mele cotte dell’ospedale, invece, sono solo mele tagliate a dadini e messe a cuocere, credo, con un po’ d’acqua perché anche il sapore del frutto originale, da crudo, appare come diluito, lavato e, per quanta fame si possa avere, sono immangiabili.
Mi si dice però che, nei prossimi giorni, rimpiangerò anche le mele cotte perché la prassi vuole che – probabilmente per evitare effetti collaterali dell’anestesia - il giorno dell’operazione ed i due giorni immediatamente successivi non si può ingerire nulla. Sarà una buona occasione per dimagrire di qualche chilo.
Federica, intuendo le mie riflessioni, mi propone di fare due passi nel corridoio, ma il corridoio dell’ospedale, col suo pavimento di plastica tirato a lucido e le sue luci fioche, l’infermiera in divisa bianca e una lettiga parcheggiata di lato mi ribadisce ancora, con chiarezza, che sono un malato in un luogo di malattia.
Torno al mio letto e mi infilo sotto le lenzuola.
Fin ora, da quando sono entrato in ospedale, sono rimasto concentrato soprattutto su me stesso e su Federica che qui in questo momento rappresenta il mio unico collegamento con la vita normale, con il mondo esterno. Ho osservato l’ambiente nel quale mi stavo inserendo ed ho inte-so gli altri pazienti come elementi di questo stesso ambiente, come se fos-sero oggetti dell’arredamento, pigiami con dentro un malato che stazionano nei loro letti e che, di tanto in tanto, si aggirano nel corridoio.
E’ un po’ l’atteggiamento che molte persone “sane”, soprattutto se giovani, hanno verso luoghi come un ospedale o anche un ospizio. E’ un atteggiamento sotto il quale non c’è insensibilità o superbia, c’è soltanto, essenzialmente, superficialità e disinteresse e, talvolta, la volontà di guardare altrove per non rimanere coinvolti nelle sofferenze degli altri i quali, per giunta, sono anche degli sconosciuti che non hanno nulla a che fare con noi. La malattia è brutta e cattiva, forse anche sporca, e la vita di un giovane sano è brillante e piena di belle prospettive, è comprensibile girarsi dall’altra parte.
Ora però io non sono né giovane né sano, sono anch’io un pigiama con dentro un malato destinato a stazionare nel proprio letto e, di tanto in tanto, aggirarsi nel corridoio.
Così comunico con gli altri pigiami che popolano la mia stanza e, improvvisamente, scopro che sono persone, con la loro storia, le loro riflessioni ed il loro modo di sentire la realtà.
Il Trentino ha soltanto cinquecentomila abitanti, quanto un quartiere di Milano ma, a differenza di questo, è abbastanza chiuso, la mobilità è quasi esclusivamente interna e le persone che si possono incontrare, a parte i turisti, sono sempre le stesse. Non c’è emigrazione, il lavoro si trova facilmente, e gli immigrati sono quasi tutti stranieri, nella maggior parte dei casi facilmente individuabili a vista. Il Trentino ruota essenzialmente tutto attorno a Trento e, in minor parte, a Rovereto. A Trento ci sono tutte le scuole, l’università, i centri commerciali e, soprattutto, gli uffici della Provincia Autonoma, il principale datore di lavoro della regione – anche il mio – con il quale, prima o poi, tutti hanno a che fare. Il Trentino, quindi è come un grosso paese nel quale se non ci si conosce di persona si hanno quasi certamente conoscenti in comune.
A questa regola non sfugge neppure la camera quattro del reparto di urologia e lo posso constatare dopo poche battute con i miei due compagni di camera in quanto entrambi hanno parenti o conoscenti che sono o sono stati miei colleghi, o compagni di scuola, o che frequentavano un circolo o un’associazione che ho frequentato anch’io. E’ una conferma del fatto che qui, in fondo, ci si conosce tutti.
Nel letto a fianco al mio c’è un signore di circa sessant’anni, cugino di una mia carissima collega; è stato già operato e sta terminando il suo periodo di convalescenza. Ha l’aria di stare abbastanza bene e non vede l’ora di andarsene.
Nel letto vicino al lavandino c’è Ermanno che, scoprirò, ha parecchi conoscenti in comune con me. Ermanno nella vita normale dirige un piccolo ufficio postale che deve raggiungere da casa dopo diversi chilometri di strada. E’ alcuni anni più giovane di me e mi sembra un po’ sofferente. Anche lui è già stato operato ma è preoccupato per la sua diagnosi ed è torturato dal mal di schiena.
Conversiamo per un po’ tutti e quattro, io, Federica ed i miei due compagni di stanza, come se fossimo amici in pizzeria, parlando del lavoro che facciamo e delle persone che conosciamo, ma l’ospedale, con le sue luci fioche è li che incombe e ce lo rammenta l’infermiere che entra e regola lo schienale dei letti.
E’ uno dei pochissimi infermieri maschi del reparto, non molto alto ma robusto, biondo rossiccio – antenati germanici? – ed un aria sbrigativa ma gentile e professionale.
Con una delle due manopole poste in fondo al letto regola l’altezza dello schienale, coricando un po’ il letto dal lato della testa e, con l’altra manovella, solleva leggermente la rete all’altezza del bacino, poi mi chiede se sono comodo ed io, che sostanzialmente non rilevo alcuna differenza qualitativa, mi dichiaro soddisfatto.
Ormai si è fatto tardi, Andrea è a casa che aspetta di cenare e a me preoccupa sapere che Federica – che al buio non ci vede troppo bene – sia in giro in macchina la sera tardi, tra l’altro di domenica, giorno nel quale, è proverbiale, le strade sono popolate da una moltitudine di automobilisti incapaci ed inesperti, gente che usa l’automobile solo nei giorni festivi per una breve gita fuoriporta e, ad ogni curva, si trova in difficoltà. La convinco quindi ad andare a casa, tornerà domani a trovarmi ed io – ovviamente - sarò ancora qui ad aspettarla.
Torno al mio letto, che è diventato in pochi minuti il mio territorio, la mia tana e prendo uno dei libri che mi sono portato da casa. Leggere un po’ mi aiuterà a prendere sonno.
La lettura si rivela di pessima qualità, il libro è pressoché privo di contenuti e, linguisticamente, anche forse per la traduzione o per causa della differenza culturale tra noi e gli americani, che ci porta ad apprezzare cose diverse, è illeggibile.
Inoltre, temo che la luce sulla testata del mio letto, pur fioca, possa dare fastidio ai miei compagni di stanza, così la spengo e mi giro per dormire.
Sono le undici passate, Federica mi ha telefonato di essere arrivata a casa e questo mi tranquillizza, ora anche lei ed Andrea staranno andando a dormire e sono sicuro che in questo momento stanno pensando a me.
Mi assale lo sconforto: ho un tumore e domani dovrò essere operato con anestesia totale. C’è molta gente che muore per anestesia totale ed io, dall’età infantile, non sono mai stato anestetizzato in modo totale, chissà come reagirà il mio fisico. Poi c’è il tumore, dopo l’asportazione chirurgica potrebbe tornare a manifestarsi in un’altra parte del corpo, magari nell’altro rene, costringendomi alla dialisi, o allo stomaco o alle ossa, tumori, per quanto ne so, spesso dolorosissimi e difficili da curare.
Mi immagino cosa accadrebbe a Federica e Andrea se domani morissi, mi figuro la scena: Franco esce dalla sala operatoria sconvolto, ha provato in tutti i modi a salvarmi ma non c’è riuscito, Federica capisce tutto vedendolo in faccia ma, sfruttando ogni briciola di speranza gli chiede “ è ….” “posso solo dire che non ha sofferto”, risponde lui con un singhiozzo.
Federica sbianca in volto e rimane li senza dire una parola, incapace di stare in piedi ma anche di sedersi. Le scorrono davanti, come in un trailer impazzito, i migliori momenti di noi due e ora, improvvisamente, si sente disperatamente sola, mentre si accuccia vicino ad Andrea.
Andrea si siede con la testa tra le mani. Aveva già immaginato questo momento come caratterizzato da un pianto irrefrenabile e invece niente, neppure una lacrima. La sua è disperazione secca, la peggiore. Gli vengono in mente mille cose che avrebbe voluto dire o fare ma sa che ormai io non avrò più occhi per vedere o orecchie per sentire. Di colpo è diventato un adulto che ha visto la peggiore manifestazione della morte: quella che ti porta via le persone più care.
Questi pensieri mi provocano disperazione ma non sono capace di evitarli, arrivano da soli mentre lo stomaco si strizza fino a provocarmi dolore e gli occhi si riempiono di lacrime poi, improvvisamente, succede qualcosa che li interrompe: sono le due infermiere del turno di notte che fanno il giro di controllo nelle stanze.
Entrano silenziose, armate di una piccola torcia elettrica e, vedendo che non dormo, una di loro mi chiede:
- Tutto bene signor Coccarelli?
- Si, grazie, tutto a posto.
- Ha freddo? Vuole che le sistemiamo il letto?
- No, grazie, sto bene.
Se ne vanno dandomi comunque una sistematica alle coperte.
Sono fresche, gentili e animate dal desiderio di rendersi utili e mi fanno sentire tranquillo.
Un senso di conforto mi pervade. Mi sento quasi fortunato: sono in una struttura protetta, circondato da persone che per me vogliono solo il meglio, in uno dei migliori ospedali d’Italia, pulito e tecnologico (a parte i letti), con bravi medici tra i quali, a operarmi, ci sarà mio fratello e con infermiere preparate ed umane.
E’ strano come in poche decine di minuti si possano attraversare stati d’animo così diversi; forse sto addentrandomi nel territorio della pazzia.
Mi addormento sereno, pensando che, ad ogni buon conto, farò bene a dire ad Andrea domani, prima dell’operazione, che lui è un ottimo figlio e che io sono fiero di lui.


 
7 GENNAIO 2008

Quando l’infermiera mi sveglia sto attraversando una fase di sonno leggero, con i sogni molto nitidi, che sembrano quasi vita vera ma che poi, appena svegliato, come accade spesso, vengono dimenticati completamente nel giro di pochi istanti.
- Signor Coccarelli, deve fare la doccia disinfettante e poi La devo preparare per l’operazione.
- Ma l’ho già fatta ieri sera, meno di dieci ore fa, la doccia disinfettante.
- Lo so, ma per le operazioni chirurgiche si usa così. Bisogna essere completamente asettici. Vada nello stesso bagno di ieri sera, le ho già predisposto il sapone liquido disinfettante. Quando ha finito venga da me che la rado.
- Cosa? Mi rade?
- Devo togliere i peli dalla zona dell’operazione
- Ah, capisco.
Così, ancora assonnato, vado alla doccia, chiudo la porta a chiave, mi cospargo di doccia schiuma disinfettante rosso e mi lavo con cura, non sia mai che mi prenda qualche infezione perché mi sono lavato male. Poi esco dalla doccia e vado dall’infermiera, che nel suo ambulatorio mi sta aspettando con rasoio, pennello e sapone da barba. E’ giovane e carina e io un po’ mi vergogno della situazione.
Mi stendo sul lettino a pancia in giù ma lei mi fa girare.
Strano, per quanto ne so, i reni sono dietro, faccio presente.
- Sono dietro – conferma – però li estraggono anteriormente, un po’ verso il fianco. Da quella posizione ci arrivano meglio.
Mi giro e lei mi insapona una superficie molto ampia – meglio essere sicuri, tanto, in un paio di mesi ricrescono – e poi mi rade accuratamente.
Sono piuttosto villoso e mi sembra strano vedere la mia pancia “nuda”, non mi capitava da quando avevo quattordici anni.
Al termine della rasatura mi da un paio di calze ed una camicia bianchi; la camicia la capisco, sarà lavata e disinfettata e di un tessuto senza peluchi che possano infettare, ma le calze?
- Sono richieste per l’operazione, le indossi con cura, vedrà come le troverà comode. Se non riesce ad infilarsele mi chiami che l’aiuto.
Indosso la camicia e, con le calze in mano, torno verso il mio letto. Sono calze a rete bianche, con l’elastico sulla coscia, calze autoreggenti. Mi ricordo il film “Il laureato” nel quale Anne Bancroft, allora in splendida forma nonostante la sua età matura, seduce Dustin Hofmann arrotolandosi e srotolandosi le calze a rete nere. Come la Bancroft – senza però voler sedurre nessuno – arrotolo con cura le mie calze bianche, ci infilo dentro il mio piede numero quarantatre, e le tiro su bene, una dopo l’altra, fino alla coscia, evitando che si formino pieghe. In effetti, sono meno scomode di quanto mi sarei aspettato e, dopo qualche minuto, quasi non ci si accorge di averle indosso.
Appena terminate queste operazioni, arrivano Federica e Andrea. Avevo detto ad Andrea di non venire, perché non mi va che stia in ospedale, ma ero certo che sarebbe venuto ugualmente.
Quando mi vedono così abbigliato la loro ilarità è forte e coinvolgente, anche perché ho messo la camicia a rovescio, allacciandola sul davanti, dove però, dato che andrebbe allacciata sul didietro, non chiude bene e mi fa apparire quasi sconcio, con le mie calze a rete.
Strano come nelle situazioni più inimmaginabili la vita offra occasioni di ilarità che assume ora quasi un valore scaramantico. Si ride buttandosi dietro la schiena i cattivi pensieri e le paure. Non si può morire fintanto che si ride per una camicia allacciata a rovescio, indossando calze a rete autoreggenti.
Poco dopo arriva l’infermiere con la lettiga per portarmi in sala operatoria, ostentando anche lui un buon umore che – credo – risponda ad una precisa procedura operativa per chi porta i malati in sala operatoria.
Vengo fatto distendere sulla lettiga e sospinto attraverso il corridoio con la testa in avanti. Vedo sfilare il soffitto sopra di me e le facce di quelli che mi accompagnano che in qualche modo mi sovrastano, tra i quali si è aggiunto anche Claudio, un mio alunno del corso serale che fa il paramedico in un altro reparto ed ha saputo che ora c’è la mia operazione e, per tranquillizzarmi, mi dice di stare tranquillo, è un intervento di pura routine, non ne hanno mai sbagliata una e poi, “se ad operarti c’è tuo fratello, sei in una botte di ferro, cosa vuoi di più?” E’ stato gentile a venire ed apprezzo il suo gesto.
Non sono né spaventato né agitato ma mi sento al centro di qualco-sa di straordinario. Sento come l’incombenza di un evento definitivo, capi-sco che in ogni caso la vita dopo l’operazione – se ci sarà – sarà diversa da quella precedente. Avverto un senso di impotenza di fronte all’ineluttabilità di ciò che mi accade: sono con le spalle al muro; sono arrivato al punto in cui non posso più fare niente per me stesso e sono completamente nelle mani degli altri.
E’ chiaro, l’ho pensato più volte, che sono fortunato a trovarmi in un ospedale che funziona – per quanto ne so – bene e, addirittura, un privilegiato ad avere mio fratello che opera proprio in questo reparto ma, in ogni caso, trascorrerò alcune ore senza avere il controllo della situazione che mi riguarda. L’anestesia totale, penso, è uno stato d’incoscienza più marcato del normale sonno, è una condizione per me nuova dalla quale, a volte, non si torna.
Andrea e Federica entrano con me nell’ascensore. Lei ha un leggero sorriso e, per una persona che non la conosce, non tradisce emozioni, ma io sarei in grado di descrivere anche quelle parti del suo pensiero che non sono traducibili in parole: a costo di tornare indietro come fantasma, non la lascerò sola.
Andrea invece non riesce a nascondere la sua preoccupazione.
E’ un ragazzo d’oro, qualsiasi genitore ne sarebbe orgoglioso ma, si sa, i genitori hanno la missione di criticare per migliorare sempre e comunque i loro figli, anche quando vanno già bene.
Si vuole ottimizzare il loro rendimento scolastico, si desidera che studino quando noi studieremmo, che si vestano, che parlino e che mangino come faremmo noi e che gestiscano al meglio – dal nostro punto di vista – i loro rapporti personali; e il nostro punto di vista, spesso, è quello giusto, perché disponiamo, quanto meno, di una maggiore esperienza di vita. Così accade che il genitore – e noi non facciamo eccezione – sia generoso di critiche ma piuttosto avaro di elogi. Molti giovani però poi crescono con una sensazione di inadeguatezza o, quanto meno, con il dubbio, che talvolta diventa complesso di colpa, di non aver soddisfatto adeguatamente le aspettative dei loro genitori.
Così decido che, poiché potrebbe essere anche l’ultima volta che parlo ad Andrea, devo dirgli il bene che realmente penso di lui, ma il tempo stringe e fra un attimo entrerò in sala operatoria, dove i parenti non sono ammessi e quindi non è possibile fare lunghi discorsi, perciò tutto quello che mi riesce di dire è un ridicolo: “Andrea, sappi che tu non sei per niente scemo, per niente, anzi sei in gamba, ricordalo”, ridicolo perché Andrea non pensa, né avrebbe alcun motivo di pensare, di essere scemo anzi, credo che abbia un concetto abbastanza alto di se stesso.
Nel reparto delle sale operatorie Federica e Andrea non possono entrare, l’accesso è consentito solo ai medici e gli infermieri in servizio e – suo malgrado – al paziente, così mi trovo solo nella sala di preparazione all’intervento, una specie di anticamera della sala operatoria. Franco lo intravedo nel corridoio mentre si prepara e – penso – controlla che tutto sia a posto. Sembra tranquillo, ma si muove avanti e indietro un po’ come fanno gli atleti prima dell’inizio della gara.
Nell’anticamera della sala operatoria, oltre a me, c’è un altro paziente: il signore corpulento che era nella stanza cinque venerdì scorso e continuava a tossire. Io sono sulla lettiga posta sul lato sinistro della stanza e lui su quella di destra; non mostra di riconoscermi ma mi sembra piuttosto agitato.
Franco arriva in compagnia di un medico più giovane che, dalla mia posizione, mi pare magro, con gli occhiali, i capelli lunghi ed un’aria tranquilla e me lo presenta.
- Lui è l’anestesista, è quello che ha il compito di stroncarti.
- Piacere – rispondo goffamente.
L’attesa mi pare lunga anche perché la sala è piuttosto fredda ed io ho paura di prendere un raffreddore che possa compromettere l’operazione. Lo so che è una preoccupazione risibile, ma in quella situazione qualunque cosa può causare apprensione, poi, finalmente, il momento arriva, vengo condotto nella sala operatoria alla quale si accede attraverso un brevissimo corridoio.
La sala operatoria è proprio come quelle dei telefilm americani. Ci cono apparecchiature che non conosco e molta elettronica, è linda ma fredda. C’è Franco, l’anestesista, un’infermiera e altri medici.
Mi fanno distendere su un lettino rigido posto sotto una grande lampada rotonda, con le braccia aperte appoggiate ad appositi sostegni e mi posizionano dei sensori sul torace poi l’anestesista mi somministra un’endovena.
- Questa è la preanestesia ti farà sentire un po’ stordito e ti farà stare tranquillo.
- Sembro agitato?
- No, sei abbastanza tranquillo
Prima ancora che l’iniezione sia terminata mi sento la testa leggera, una sensazione molto simile a quella dell’ubriachezza e sento l’anestesista che mi dice “ora faremo l’anestesia vera e propria” indicandomi una maschera collegata ad un tubo. Poi un’infermiera o una dottoressa si china su di me e mi dice qualcosa come:
- Noi monitoriamo anche il dolore fisico, quando si sveglierà ci dirà quanto dolore sente in una scala da zero a dieci, chiaro?
Non so se riesco a rispondere, perché l’anestesista ha già fatto il suo dovere: mi ha stroncato.

Qualcuno mi sta chiamando, sento voci note che mi dicono di svegliarmi, apro gli occhi e mi ritrovo nella mia stanza, la numero quattro, nel mio letto. Attorno ci sono Federica, Andrea e Franco, poco più dietro l’infermiere. Tutti stanno guardando me, anche gli altri due pazienti.
Giaccio disteso nel mio letto, supino, con lo schienale leggermente rialzato e mi rendo conto che l’operazione è terminata ed io sono vivo, dalla finestra vedo che è una giornata di sole. Potrebbero essere le dieci o le undici di mattina, Franco mi aveva detto che l’intervento sarebbe durato due o tre ore.
- Allora! – fa Andrea – ti svegli brutto dormiglione?
- Che ore sono?
- Le tre di pomeriggio.
Le tre di pomeriggio, sono stato più di sei ore in sala operatoria, non capisco.
Andrea, per sdrammatizzare ama fare battute ironiche, canzonatorie e ora è evidente che è rilassato e sereno.
- C’è voluto molto tempo perché sei ciccione
Sono sveglio ma molto intontito, in uno stato poco più vigile del dormiveglia, ma mi sento molto soddisfatto, quasi euforico. Mi rendo conto di essere in buone condizioni per aver passato tutte quelle ore in sala operatoria e sono quasi comico nel mio irrazionale tentativo di ringraziare tutti quelli che hanno avuto a che fare con me, a partire da Franco, anche perché, forse a causa dell’anestesia che ho subito mi esce uno strano vocione baritonale che fa dire ad Andrea, ridendo “non è che adesso ti metti a ruotare la testa di trecentosessanta gradi e a vomitare zuppa di piselli?” – ha visto una riedizione de “L’esorcista” -.
Appena operato, di un’operazione seria come quella che ho appena subito, sei oggetto di numerose attenzioni: ti misurano la pressione, ti fanno prelievi per analizzarti il sangue e misurare l’ematocrito, ti misurano la temperatura corporea e non so che altro con un piccolo apparecchio nel quale devi inserire un dito.
Inoltre sei pieno di flebo e di tubicini di plastica: una flebo per nutrirti o, quanto meno, reidratarti, una flebo per l’antidolorifico – efficacissimo, se non si fanno movimenti sbagliati, tali da “stressare” le ferite, non si prova alcun dolore – ed, eventualmente, una flebo per la trasfusione (io avevo le due sacche di sangue prelevate in precedenza a scopo precauzionale, una l’hanno usata mentre dormivo e l’altra me la stanno iniettando in questo momento), un cannello di plastica trasparente che fuoriesce dalla ferita per il drenaggio, collegato con una piccola sacca appesa al letto e il catetere.
Quando, alla vigilia dell’intervento, venerdì scorso, mi era stato detto che avrei dovuto utilizzare il catetere, l’idea di essere penetrato nel punto che, penso, sia il più sensibile del corpo maschile, mi aveva provocato la pelle d’oca. Il medico mi aveva rassicurato, dicendomi che sarebbe stato inserito durante l’operazione, mentre ero sotto anestesia, e non mi sarei accorto di nulla e, una volta messo, non mi avrebbe dato alcun fastidio ed in effetti così è stato: a cinquantasei anni ho il mio primo catetere e non mi da fastidio, però la pelle d’oca mi rimane immaginandomi cosa proverò al momento di toglierlo, senza anestesia.
Inoltre, con il catetere, di fatto, non ho lo stimolo di orinare, questa è una cosa che avviene automaticamente, quasi senza che io me ne accorga e ciò mi fa temere che anche quando mi toglieranno il tubicino, anche quando sarò guarito, avrò perso lo stimolo ad orinare e lo farò automaticamente, senza accorgermene. Già mi vedo andare in giro, tornare ad insegnare, con i pantaloni di una taglia più larghi perché sotto ci devo mettere il pannolone.
- Sente dolore? - Mi chiede l’infermiera – avverta se sente dolore.
- Quando potrò mangiare? – chiedo anche se non ho assolutamente lo stimolo della fame, è che mi manca l’atto del mangiare e, con-temporaneamente, voglio segnalare che sto bene.
- Per almeno tre giorni, neanche parlarne e, oggi, neppure bere, per via dell’anestesia. Vomiterebbe tutto.
Mi guardo intorno. Quando, questa mattina, sono partito per la sala operatoria eravamo in tre pazienti nella stanza ed ora, noto siamo diventati quattro: il letto di fronte al mio è abitato da un giovane anche lui operato da poco. E’ nettamente più giovane di noi altri e trovo strano che sia qui, questo genere di malattie, mi sembra, non dovrebbe colpire i giovani. Ha l’aria sofferente e da quanto sento dagli infermieri che si occupano di lui, deve aver perso molto sangue.
Ho sete, o meglio, ho la bocca asciutta e così convinco Federica a violare la consegna di non farmi ingerire nulla e mi permetto un minuscolo sorso d’acqua. E’ un errore gravissimo: quasi immediatamente mi assale una nausea fortissima che mi porta sull’orlo di vomitare. Mi trattengo dal farlo impegnandomi al massimo per il terrore di cosa potrebbe succedere con i punti di sutura che mi hanno appena dato, con le flebo e con tutti gli altri tubicini.
Andrea, che sembra tranquillizzato perché mi ha visto “in forma” – in termini relativi, s’intende – è già andato via, Federica invece è ancora qui al mio capezzale, le mie analisi che giungono dal laboratorio non sono rassicuranti; pare che io abbia perso troppo sangue e, forse, dovranno farmi qualche trasfusione eterologa, dato che la mia scorta per l’autotrasfusione è ormai esaurita.
Federica, pur avendo svolto nella vita attività in campo completa-mente diverso da quello medico – prima di andare in pensione lavorava in banca – sa di medicina. E’ autodidatta, avendo letto decine di manuali e di enciclopedie mediche e navigando in internet e conosce il significato delle analisi che arrivano abbastanza per preoccuparsene.
La sua è una preoccupazione attiva: parla con gli infermieri, interpella più volte il medico di turno e telefona a Franco. Non andrà via fino a quando la situazione non sarà risolta, anche se sa che sono in buone mani. E’ fatta così, penso che se la mia operazione fosse andata un po’ più per le lunghe si sarebbe fatta largo a gomitate e sarebbe venuta personalmente in sala operatoria a prendermi. La sua è una manifestazione di amore.
Le analisi vengono ripetute, magari potrebbero esserci stati degli errori in laboratorio e, questa volta, i risultati sono a posto, così Federica, rasserenata, può tornare a casa.
Nel frattempo l’ora di cena è arrivata e poi è passata. Ho visto due dei miei compagni di camera cenare – il terzo, Alessandro, il giovane arrivato in mattinata, è stato a sua volta operato da poco ed è a digiuno, come me –  poi sono venute le inservienti a portare via i vassoi. Normalmente sono piuttosto attratto dal cibo ma, in questa occasione, la cena non ha stimolato minimamente il mio appetito.
La notte arriva quasi subito, in realtà dall’anestesia non mi sono ancora svegliato del tutto. Ho oscillato per tutto il pomeriggio e la sera in una condizione compresa tra il sonno e la quasi veglia ed anche le mie brevi conversazioni le ho fatte da intontito, con la vociona strascicata e le parole pronunciate lentamente ed a bassa voce e, ora che è scesa la notte, mi addormento quasi subito.


8 GENNAIO 2008

Durante la notte mi sveglio spesso perché sono costretto quasi all’immobilità e non è una cosa comoda ma, quasi subito, mi riaddormento finché all’inizio della mattinata, le infermiere mi svegliano per controllarmi la temperatura corporea e la pressione, prelevarmi un po’ di sangue per analizzarlo e misurare l’ematocrito.
Una delle flebo, durante la notte si è completamente svuotata. La guardo con un po’ di sospetto perché mi sembrava di sapere che se la flebo si svuota può entrare aria nelle vene e ciò può provocare la morte. Probabilmente invece c’è qualche valvola che impedisce che questo succeda.
- L’antidolorifico è terminato – dice l’infermiere scuotendo la flebo vuota – sente male?
- No, solo un po’ se mi muovo e, soprattutto, se tossisco, non dentro, sulla ferita.
- E’ normale. Se ha dolore le metto un’altra flebo di antidolorifico.
- No. Non serve. 
Constato con soddisfazione di non provare dolore di mio, senza l’aiuto dell’antidolorifico.
Può sembrare una magra soddisfazione ma ora sono nella condizione di annotare ogni piccola performance del mio fisico, ogni nuovo movimento che riesco a fare, ogni parola in più che riesco a dire, ogni piccolo progresso, registrandolo come una vittoria. Quindi, il non aver bisogno dell’antidolorifico diventa qualcosa di molto significativo.
E’ però una soddisfazione effimera: basta guardare come sono con-ciato e finisce subito. L’infermiere mi cambia la flebo con la soluzione nutritiva e quella, penso, con l’antibiotico, poi mi fa l’ennesimo prelievo di sangue.
Ho subito molti prelievi e le mie arterie non sono più elastiche come una volta, sono fragili e poi, sarà forse perché sono grasso, sono poco delineate. La conseguenza è che diventa difficile per l’infermiere trovare il punto per infilare ancora l’ago. Quindi il prelievo me lo fa dal dorso della mano, cosa nient’affatto divertente per me, e poi – per evitarmi fastidi per i prossimi prelievi o altro che mi verranno fatti – mi lascia un ago conficcato nel braccio, dove prima entrava la flebo, fissato con un cerotto, così non occorrerà più bucare. Mi ricorda il cavo che devia l’ingresso USB del computer.
La sonnolenza, conseguente – penso – all’anestesia, è diminuita e così posso interagire con gli altri. Osservarli meglio e comprendere cosa stanno vivendo.
Alla mia destra c’è il letto occupato da Giorgio. Mi sembra quello che sta meglio tra tutti noi. Lo guardo con un po’ d’invidia alzarsi e gironzolare per la stanza e per i corridoi e, soprattutto, pranzare seduto al tavolo anziché al letto. Credo che debba solo attendere l’esito di alcuni esami e poi tornerà a casa.
Di fronte a Giorgio c’è Ermanno, che è ancora sofferente, ha problemi ad orinare e lamenta forti dolori alla schiena, per i quali i letti piuttosto scomodi dell’ospedale non sono certo d’aiuto. Ermanno viene da un piccolo paese della valle di C., è impegnato nel campo sociale ed ha molti amici che vengono a trovarlo. E’ un uomo dall’aria mite e ragionevole e dispiace vederlo soffrire come sta facendo in questo momento.
Il personaggio più interessante tra i miei compagni di stanza è però certamente Alessandro, il giovane che si è aggiunto alla nostra piccola comitiva mentre io ero in sala operatoria e adesso occupa il letto di fronte al mio. Alessandro è stato vittima di un incidente di sci. E’ caduto e con il suo stesso gomito si è rotto alcune costole, una delle quali gli ha bucato un rene. E’ stato operato da poco anche lui ed è assistito da suo padre – un uomo di circa sessant’anni - che è rimasto per ore affianco al suo letto a guardarlo, a prendergli da bere ed a rimboccargli le coperte. Una presenza silenziosa e rassicurante. Una manifestazione esemplare di amore paterno.
Alessandro, come mio figlio Andrea – che indiscutibilmente mi manca - ha i capelli lunghi ed è appassionato di motori, penso che, conoscendosi, diventerebbero facilmente amici, ed io provo subito una grande simpatia per lui e per suo padre, con il quale, in qualche modo, mi immedesimo. Certamente, credo che la malattia, l’operazione e la solidarietà degli altri nei miei confronti mi rendano più morbido del normale. Più incline ai buoni sentimenti verso gli altri. A questo mio cambiamento credo non sia estraneo il concetto della morte.
Senza dubbio in questi giorni il concetto della morte è molto presente nel mio pensiero; la morte è qualcosa di terribilmente possibile, quasi incombente, fino a ieri ce l’avevo dentro di me e non sono ancora certo di esserne stato liberato e poi è tutt’intorno. La maggior parte dei pazienti qui sono malati di tumore e, anche se nessuno ne parla, la morte aleggia nei corridoi, attende in agguato nelle lettighe e nelle sale operatorie o prende nota delle persone da raggiungere poi, con calma, a casa.
E’ una presenza che in qualche modo mi fa vedere la realtà con occhi diversi. Tutto quello che è intorno diventa meno importante perché appare in tutta la sua essenza effimera, mentre diventa fondamentale la spiritualità, il “sé” con il quale mi confronto e che, pur senza indulgere a suggestioni religiose, intuisco capace di andare oltre la malattia, al di là della morte.
Sono quindi, in qualche modo, liberato dal bisogno, me ne sento superiore, e ciò mi induce a guardare gli altri con occhio diverso, maggiormente positivo soprattutto perché ora mi manca quella componente di diffidenza atavica che ci fa vedere l’altro anche come un, sia pure remoto, competitor.
Al tardo pomeriggio vengono ancora Federica e Andrea - spero che Andrea non trascuri troppo l’università per colpa mia. Mi trovano in forma e questo mi gratifica un po’ anche se penso che il “ti trovo bene” sia una delle cose che obbligatoriamente si dicono quando si va a visitare all’ospedale qualcuno che non sia proprio moribondo.
Si trattengono fino all’ora di cena e parlo volentieri con loro anche perché ciò mi fa dimenticare per un po’ dove sono e perché. Quando se ne vanno torno alla mia realtà che si chiama stanza numero quattro del reparto di urologia. In realtà, non posso dire che l’essere qui in questa situazione comporti per me una sofferenza drammatica, soprattutto perché la mia attenzione è concentrata in particolare sulle mie condizioni fisiche. I miei problemi sono il trovare una posizione comoda per la schiena ed il muovermi con cautela perché altrimenti le ferite mi fanno male.
La mia sensazione prevalente è il senso di spossatezza, una fiacca che mi rende tutto ovattato e che mi fa continuare a dormicchiare. Forse sono ancora sotto l’effetto dell’anestesia. Dell’ambiente che mi circonda mi interesso poco e, quando si spegne la luce, il sonno prevale sulla veglia.
In ospedale non è importante quando si dorme e quando si rimane svegli. Nella vita ordinaria ci sono ritmi precisi; bisogna riposare la notte perché poi, al mattino, si deve andare al lavoro o, se si è in vacanza, i deve andare in spiaggia, o a fare qualche escursione, oppure guidare, altrimenti ci sono delle commissioni da fare o delle persone da visitare, insomma, il giorno si deve essere attivi e perciò la notte si deve riposare. Qui invece si può – anzi si deve – fare quello che il proprio fisico richiede, senza preoccuparsi se si è svegli di notte o se si dorme di giorno, si è comunque giustificati. In fondo, per un pigro di natura, al limite dell’indolenza, come me, questo è un risvolto positivo della situazione.

 

 

 

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