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Barolo del 2002 (10° parte)

9 GENNAIO 2008

La mattina ci presenta una magnifica giornata di sole che rende gradevole il panorama che si può godere dalla mia finestra dell’ospedale. E’ però un sole ingannevole perché lascerebbe presagire una temperatura mite ed invece il ghiaccio sui vetri delle automobili parcheggiate di sotto fa capire che la notte deve essere stata molto fredda, abbondantemente sotto lo zero.
Che fuori sia molto freddo me lo conferma anche il papà di Alessandro che, dopo essere rimasto tutta la notte accanto al giovane è sceso un attimo al bar di fronte per fare colazione. Provo ammirazione per questo signore, un uomo di poche parole che mi mostra come si fa a rendersi utile senza ingombrare con la propria presenza.
A metà mattina arrivano i medici per il consueto giro di controllo. Franco non è tra loro, probabilmente sta operando. Sono in tre, due maschi ed una femmina. I due maschi hanno i baffi. Esaminano ognuno di noi con fare informale ma professionale, controllano le cartelle cliniche, parlano con i pazienti e chiedono informazioni alle infermiere. Si soffermano con maggiore attenzione sul giovane Alessandro, che ha avuto qualche problema durante la notte, ma controllano bene anche me. Uno di loro, il più giovane dei due maschi con i baffi, un amico che Franco mi ha presentato durante una delle visite precedenti, è soddisfatto di come vanno le cose.
- Bene, mi dice, se vuoi possiamo togliere il catetere.
- Sono già in grado di alzarmi per andare in bagno?
- Certo che no! Ti diamo il pappagallo, così puoi orinare stando disteso o, se non riesci a farlo, ti fai aiutare e ti siedi al bordo del letto. Senza catetere potrai muoverti meglio e starai più comodo.
- Va bene.
- Oggi pomeriggio lo togliamo.
Il catetere rappresentava per me un problema temibile prima di metterlo e rappresenta un problema ora che bisogna toglierlo: riuscirò poi ad orinare senza? Magari mi orinerò addosso e bagnerò il letto perché mi sono abituato ad averlo e non ho più lo stimolo e inoltre, a toglierlo, proverò dolore? Quando me l’hanno messo ero sotto anestesia ma ora sono ben sveglio e l’idea di quel tubicino che scorre all’interno del mio organo per uscire, con la sua imboccatura spigolosa che gratta contro le pareti all’interno, mi angustia.
L’ora della verità giunge presto. A metà del pomeriggio arriva il medico accompagnato da un’infermiera che, fortunatamente, si allontana prima che l’operazione abbia inizio. Non mi sarebbe piaciuto che stesse li a guardare. L’estrazione del catetere si rivela fastidiosa ma meno del previsto. Si avverte appena il movimento della cannula all’inizio e, successivamente un bruciore che scompare in un attimo. Sono libero, ho un tubicino di meno.
Un’infermiera mi porta il pappagallo. Non l’avevo mai visto prima, è un contenitore di plastica trasparente della capacità di circa un litro, chiuso, con un’imboccatura circolare lunga circa dieci o quindici centimetri.
- Quando non le serve lo può riporre qui. – mi dice, indicandomi un alloggiamento, in basso, sul fianco del comodino – Sa come usarlo?
- Penso di si – rispondo guardando il recipiente; la sua forma rende facilmente intuibili le modalità d’uso.
In realtà l’uso del pappagallo si rivela più complicato del previsto, anche perché rifiuto categoricamente di chiedere aiuto per l’espletamento di operazioni così personali. Da disteso, l’atto di orinare non comporta problemi meccanici, le difficoltà sono di tipo psicologico: ho paura – forse una paura ancestrale – di bagnare il letto. Devo quindi alzarmi, ma questo mi provoca dolore a causa delle ferite ancora non rimarginate, delle graffette metalliche e del tubo del drenaggio che, essendo di lunghezza solo sufficiente al collegamento con la sacca attaccata al fianco destro del letto, diventa troppo corto e mi si muove – o almeno così mi sembra – all’interno se io mi alzo in piedi sul lato sinistro.
Il lato sinistro del letto però è quello che guarda verso la finestra, mentre quello destro guarda verso il resto della camera e la porta d’entrata. Devo per forza orinare appoggiandomi sul lato sinistro del letto, altrimenti mi vedono. Del resto, sono ancora vestito con il camicione bianco e le calze a rete autoreggenti (sono comode, comincio ad affezionarmici) e provo una certa vergogna a mostrarmi in queste condizioni mentre svolgo un’attività solitamente così riservata. Quindi, l’atto di orinare oltre che doloroso per i movimenti ai quali mi costringe, è anche effettuato furtivamente. Resisto allo stimolo fin quando le condizioni sono adeguate, ossia non ci sono visitatori né infermiere nella camera poi, con la massima velocità consentita dalle mie possibilità di movimento, mi siedo sul lato sinistro del letto e, in una posizione a metà strada tra in piedi e seduto, utilizzo il pappagallo. Così le infermiere lo trovano pieno ma non mi vedono mai mentre lo riempio.
Sedersi sul bordo del letto, ma anche semplicemente sollevarmi per cambiare posizione o prendere qualcosa sul comodino, è un’azione che devo compiere senza utilizzare i muscoli addominali, che sono stati tagliati verticalmente e si stanno lentamente rimarginando. Franco mi ha avvertito: ”movimenti sbagliati potrebbero avere conseguenze negative sulla cicatrice e, soprattutto, il muscolo non recupererebbe la sua funzionalità”.
Inoltre, i movimenti sbagliati sono anche piuttosto dolorosi.
Il dolore fisico è però un ottimo agente addestrativo perché sotto la sua guida, un po’ alla volta, imparo il modo corretto, almeno per me, di alzarmi dal letto: sgancio la sacca di plastica con il drenaggio dalla rete e la appoggio sul letto, nascosta sotto il copriletto perché è brutta a vedersi, poi facendo leva sui gomiti, mi sposto verso l’alto del letto. Fatto questo piego le ginocchia e mi giro sul fianco sinistro, quindi mi sollevo sul gomito sinistro e, usando il braccio sinistro un po’ come un crick, mi metto seduto, allungando le gambe fuori dal letto. Infine, mi sporgo in avanti e mi tiro su con le braccia, rimanendo in piedi appoggiato al letto. A questo punto, posso prendere il pappagallo ed utilizzarlo come si conviene. Si capisce bene che, così, orinare è per me una vera impresa atletica.
Terminata l’operazione, reinserisco il pappagallo nell’apposito sito, stando bene attento a posizionarlo bene, che non si ribalti, e torno a distendermi nel letto, seguendo la procedura di ritorno: mi siedo sul bordo del letto, mi chino in avanti e raccolgo le ginocchia al petto, cingendole con le braccia. Quindi rotolo su un fianco e mi distendo. Da li posso tornare ad allungare le gambe. E’ molto importante non lasciare le ginocchia prima di essere disteso perché altrimenti si sforza il muscolo reciso, cosa questa molto dolorosa. La manovra, comunque, non è mai perfetta e così, appena raggiunta la posizione “disteso” rimango alcuni secondi immobile ad aspettare che il dolore passi, cosa che succede quasi subito. Sono ancora piuttosto debole e, forse anche per lo sforzo, capita spesso che in questa posizione io mi addormenti per uno degli innumerevoli pisoli di cui è costellata la mia giornata.
Mi sveglia Federica carezzandomi la fronte. Forse è stato tutto un brutto sogno, non sono stato malato né sono stato operato e adesso mi trovo a casa mia, nel mio letto con mia moglie vicino ma, al tatto, il tubicino del drenaggio che esce dalla mia pancia mi riporta subito alla realtà. Comunque Federica c’è per davvero e questo rende migliori le cose. Spero che mi abbia portato i pavesini come le avevo chiesto. La fame è tanta, è da domenica sera che non mangio, vengo alimentato con le flebo che, certo, nutrono, ma non danno soddisfazione. Anche ieri le avevo chiesto di portarmeli ma lei (certo, per il mio bene) non lo ha fatto allora l’ho minacciata “se domani non mi porti i pavesini”, le ho detto “quando esco chiedo immediatamente il divorzio per crudeltà da parte tua” (in realtà sa benissimo che non la lascerei neppure se mi tagliasse le orecchie con il trinciapollo).
Quindi oggi mi ha portato i biscotti tanto attesi, di nascosto, perché ahimè, la prescrizione scritta sul foglio appeso al mio letto recita ancora “a digiuno”. Afferro il pacchetto per sbranarlo ma, dopo il primo biscotto, sono già sazio ed il secondo mi dà la nausea. Li aspettavo tanto e non me li godo. Così li regalo ai miei compagni di stanza, che li apprezzano.
Federica non mi porta solo i biscotti. Mi porta il “fuori” dell’ospedale. Mi parla d’altro che non di malattia o cure, però è molto attenta e si informa su tutto quello che mi capita, dalla temperatura alla pressione. Le mostro con orgoglio di essere senza catetere un po’ come un bambino che fa vedere alla sua mamma che sa fare la pipì da solo e che quindi non ha più bisogno del pannolino.


10 GENNAIO 2008

Oggi mi sento meglio del solito ed ho deciso di cambiare look: mi toglierò le calze a rete ed il camicione ed indosserò una T-shirt bianca, tornerò così ad un abbigliamento più consono a quella che è la mia personalità. Durante la notte mi sono alzato più volte per usare il pappagallo ed ora padroneggio il movimento senza difficoltà. Ieri i medici mi hanno detto che il mio drenaggio è abbastanza pulito (penso, senza sangue) e quindi, se anche oggi al controllo risulterà pulito, mi toglieranno la sacca.
A metà mattina, la visita medica mi trova in buone condizioni:
- Bene – dice il medico – più tardi possiamo togliere il drenaggio così ti potrai muovere più liberamente.
E’ uno degli amici di Franco, e mi da confidenzialmente del tu.
L’operazione di togliere il drenaggio la temo per lo stesso motivo per il quale temevo quella di togliere il catetere, immagino così nitidamente che mi pare quasi di sentirla la sensazione che proverò quando il tubo di plastica verrà sfilato, grattando con il suo bordo tronco contro i miei organi interni e le pareti della ferita ma, mi dico, uno al quale hanno tolto un rene per un tumore non può permettersi di avere paura di queste cose.
- Intanto, – prosegue il medico – è ora di fare un po’ di pulizia.
- Mi piacerebbe – rispondo – ma sarà dura per me andare in bagno e farmi una doccia.
- Lo credo bene! – replica lui – Ma si può fare tutto qui senza neppure alzarsi dal letto, abbiamo l’attrezzatura adatta e lo facciamo regolarmente. Poi – prosegue – quando ti avremo tolto il drenaggio potrai cominciare a camminare.
- Va bene. Facciamo il lavaggio – concludo, senza immaginare come, concretamente, venga effettuato.
Poco dopo arrivano due infermiere spingendo un carrello con una bacinella piatta, un contenitore di acqua e del sapone liquido. Una è alta ed ha l’aria molto professionale, l’altra è una giovane tirocinante che potrebbe avere diciassette o diciotto anni, con l’aria molto dolce ed un po’ timida. Ha la stessa età delle alunne della mia scuola, un paio d’anni meno di mio figlio.
- Facciamo il lavaggio – mi comunica l’infermiera professionale.
- Ma …… me lo fate voi ?! – farfuglio preoccupato.
- Non si preoccupi, ne facciamo a decine. Qui chiudiamo con la tenda, così non vede nessuno. Son passati diversi giorni e bisogna proprio lavare.
Così, detto fatto, mi ritrovo con una tela cerata sotto la schiena e la vaschetta piena di acqua tiepida e sapone liquido tra le gambe. Una sorta di bidet da letto.
- L’acqua va bene o è troppo fredda? – mi chiede la tirocinante.
- E’ perfetta. – rispondo imbarazzato.
Mi lavano dietro e davanti con cura, strofinando delicatamente i ge-nitali, poi mi risciacquano per bene e mi asciugano.
E’ una sensazione strana quella che provo: il massaggio è gradevole, la temperatura dell’acqua – tiepida, un po’ rinfrescante – ottimale e l’attenzione delle due infermiere gratificante ma, nel contempo, mi vergogno tremendamente di questa situazione; farmi lavare il sedere ed i genitali come se fossi paralitico da due giovani donne, ...come mi sono ridotto. Penso di non avere mai provato tanta umiliazione.
Al termine del lavaggio la più giovane, vedendo il mio imbarazzo, mi dice sorridendo “non si preoccupi, noi siamo qui apposta, il nostro obiettivo è farvi stare meglio possibile”. Poi ritira la bacinella e la cerata, raccoglie gli asciugamani bagnati e se ne va.
Con l’occasione mi vengono anche cambiate le lenzuola ed io mi ci rintano sotto, fresco e pulito. Rifletto su come, in pochi minuti, ho provato sensazioni contrastanti pur essendo io, per come mi descrivono, una persona piuttosto equilibrata e quasi eccessivamente stabile d’umore e su come, in queste condizioni, il piacere dato da piccole cose, alle quali normalmente non facciamo quasi neppure caso, come la freschezza delle lenzuola pulite, risulti amplificato. Cambia l’ottica delle cose ed ogni micro-scopica sensazione piacevole emerge all’interno del contesto che si sta vivendo, viene valorizzata al massimo e proietta i suoi effetti benefici molto oltre i momenti nei quali, effettivamente la si prova; un po’ come la felicità che un tozzo di pane appena inumidito d’olio può dare a chi soffre di una fame disperata.
A me, il tozzo di pane non arriva; arriva invece una minestrina di capelli d’angelo con una bustina di formaggio grana ed una porzione di mele cotte.
E’ ora di pranzo e questo è il mio primo pasto – il mio primo pasto “ufficiale” se non si considerano i pavesini - dopo l’intervento. E un momento importante, quasi una festa. Guardo i vassoi dei miei compagni di stanza e quelle che vedo mi sembrano vere e proprie leccornie: pasta col sugo di tonno, pollo, patate, purea, formaggio morbido (crescenza), che mi pare particolarmente appetitoso e non capisco come si faccia a lamentarsi della mensa dell’ospedale avendo davanti un piatto di rigatoni col sugo rosso.
Io invece ho la minestrina di capelli d’angelo e le mele cotte. Di queste ultime ho già parlato, non capisco perché si ostinino a cucinarle se non le sanno preparare. La minestrina invece è quasi insapore, fortunatamente c’è il formaggio grana da aggiungere per renderla commestibile. I capelli d’angelo sono davvero impalpabili, credo che sia un formato di pasta che viene prodotto esclusivamente per gli ospedali, perché all’esterno non li mangerebbe nessuno.
In ogni modo, mangiare mi mette di buon umore. Sento che le cose stanno andando in una direzione positiva. Le ferite, anche muovendomi, mi fanno meno male e padroneggio i movimenti per alzarmi dal letto minimizzando lo stress.
Così, soddisfatto, mi appisolo. Mi capita ancora spesso, rimango sveglio alcune ore poi arriva il torpore e, disteso o sdraiato che io sia, mi addormento quasi improvvisamente.
Mi sveglia Franco che è venuto a controllare la mia situazione. Il drenaggio è pulito, più tardi se sono in grado di camminare – certo che lo sono - andrò nell’ambulatorio che sta dall’altro lato del corridoio per farmelo togliere. Non potrà togliermelo lui personalmente, che deve andare in sala operatoria. Le analisi (biopsia) del rene che mi hanno tolto – non completamente, la ghiandola surrenale me l’hanno salvata – saranno pronte domani ma, a prima vista, sembra che non ci siano problemi, posso stare tranquillo. Sono tranquillo.
Mi chiede se ho stimolo per andare di corpo. No, nessuno stimolo (se non mi danno da mangiare …). Neppure aria? Forse un po’, rispondo, per non deluderlo troppo.
Franco mi saluta ed esce ed io torno al mio torpore, cullato un po’ dai raggi del sole che entrano dalla finestra dell’ospedale ed un po’ dal senso di tranquillità che mi da il sapere che si sta occupando di me.
Non è passata neppure un’ora che l’infermiera mi risveglia.
- Signor Coccarelli, dobbiamo andare in ambulatorio per togliere il drenaggio.
Mi indica la sedia con le ruote.
- Aspetti che l’aiuto a sistemarsi.
- Non mi serve la sedia, cammino da solo – ormai l’ho promesso a Franco.
Mi alzo, l’infermiera mi porge la sacca con il liquido di drenaggio e portandomela dietro mi avvio lentamente verso l’ambulatorio.
Fa impressione, quasi schifo, a me, la mia sacca del drenaggio, ma lei l’ha raccolta con noncuranza; certo, ha i guanti di lattice, ma lo ha fatto con naturalezza, senza mostrare alcuna espressione di ripugnanza. Sono più che mai convinto che per fare questo lavoro occorrano doti particolari che nel nostro sistema non sono valorizzate come meriterebbero.
Il medico lo conosco, è lo stesso che ieri mi ha tolto il catetere.
Mi fa accomodare sul lettino, esamina nuovamente la borsettina di plastica
- C’è un po’ di sangue – dico, quasi a volermi scusare.
- È perché sei venuto a piedi, ma per il resto ha un bell’aspetto.
Definire “di bell’aspetto” quel liquame giallastro è quanto meno fantasioso, comunque, se lui lo trova bello … procediamo.
- Mi fai l’anestesia per toglierlo?
- Figuriamoci – risponde ridendo – allora ci vorrebbe anche l’anestesia per fare l’anestesia. Ci metterò un attimo e, quasi, non te ne accorgerai neppure.
In effetti, l’operazione di sfilare il tubo del drenaggio si rivela più semplice e veloce del previsto: pochi secondi e solo un po’ di fastidio sul bordo della ferita e sono liberato.
Nel tornare, percorro il corridoio per una trentina di metri oltre la mia camera, fino ad arrivare ala sala TV dove di sono anche i distributori delle bibite e l’acqua. Mi prendo una bottiglietta d’acqua minerale non gasata con un bicchiere di plastica. Finora me l’ha sempre portata l’infermiera, ma questa ha un valore particolare: me la sono procurata da solo. Così, orgoglioso del mio trofeo, torno al mio letto.
E’ orario di visite ed ho modo di ritrovare Corrado un ragazzo che frequentava con me il quarto anno di superiori. Erano quasi quarant’anni che non lo vedevo. Non è venuto a trovare me, è qui per Ermanno, quello con il letto vicino al lavandino, e questo mi dimostra ancora una volta come questa nostra regione sia in fondo un grosso paesone nel quale, direttamente o indirettamente, ci si conosce tutti.
Ermanno è demoralizzato: è preoccupato per le sue analisi e inoltre trova il letto particolarmente scomodo. In effetti, i letti non sono certamente il punto di forza dell’ospedale. Gira voce che li abbiano comperati nuovi già da tempo, più larghi e comodi, con un telecomando che permette al paziente di regolarli da disteso, senza bisogno di aiuto, ma il reparto, che è in un ala vecchia dell’ospedale, ha le porte troppo strette per farceli passare e così rimangono depositati in qualche ma-gazzino in attesa di momenti migliori.
Il mio letto però mi riserva una sorpresa. Mi hanno agganciato, dalla parte della testata, una lunga asta ricurva al quale è appesa una maniglia con la quale aiutarsi per alzarsi. L’infermiere ne regola la lunghezza.
- Va bene così?
- No, meglio un po’ più corta …… Ok. Adesso va bene
- Se le è scomoda mi chiami che la regolo
La maniglia si rivelerà uno strumento prezioso per aiutarmi a sollevarmi dal letto, però prima devo imparare ad usarla. Si dirà: “Cosa mai ci sarà da imparare per usare uno strumento così semplice. Sarebbe capace anche un criceto”.
Può darsi che, effettivamente, il criceto sarebbe capace ma lui non è stato operato e non può vantare una trentina di punti di sutura sull’addome. Io, se sbaglio i movimenti, vedo letteralmente tutte le stelle del firmamento. Un dolore acuto che, fortunatamente dura poco più del tempo impiegato a fare il movimento sbagliato. Una sorta di fitta che scompare quasi subito senza lasciare traccia ma che, un po’ alla volta, mi addestra a fare alcuni determinati movimenti, e solo quelli, per alzarmi o per girarmi.
Così acquisisco una nuova tecnica. Afferro la maniglia con entrambe le mani e, utilizzando le braccia, mi sollevo a quarantacinque gradi. Poi sposto la mano destra al centro della maniglia e fletto leggermente il braccio. Quindi abbandono la presa con la sinistra e la appoggio dietro la schiena per sollevarmi ancora un po’. In questo modo ho già compiuto una leggera rotazione alla mia sinistra che accentuo portando la mano sinistra (quella appoggiata dietro la schiena) un po’ a destra. Ora è il braccio sinistro, finora flesso, che distendendosi mi solleva portandomi a sedere sul bordo del letto. Ora posso lasciare la maniglia e, spostando avanti la testa per diminuire il peso sulle gambe, mi alzo in piedi. In questo mi aiuta il letto, sensibilmente più alto dei normali letti di casa.
Senza la sacca del drenaggio e con la maniglia per alzarsi dal letto la vita è senz’altro migliore, ho più libertà di movimento e posso andare in bagno anziché usare il pappagallo. Di più, mi regolo da solo, con la manovella, lo schienale del letto. Non che l’infermiere non lo faccia prontamente e con precisione se lo chiamo, ma farlo da solo mi da grande soddisfazione. Mi riapproprio della mia autonomia fisica. Ho un mio corpo che è capace di adeguare autonomamente l’ambiente circostante alle sue esigenze.
Sulle ali dell’entusiasmo mi offro di regolare lo schienale anche al letto di Ermanno e di Alessandro.
Poco prima di cena arrivano Federica e mia madre con mio fratello Lucio. Non sono venuti assieme ma sono venuti alla stessa ora. Mi incontrano nel corridoio mentre torno dopo essere stato in bagno. Sono contenti di vedere che sono in grado di camminare.
Le visite, se non sei in condizione di particolare stress o sofferenza, sono importanti perché rappresentano una sorta di finestra sulla vita esterna all’ospedale e, in più, a me piace sentire vicino il calore dei miei cari. Non è importante quello che ci si dice, l’importante è passare alcuni minuti in sintonia, senza pensare alla medicazione, al pappagallo, al prelievo di sangue o alla misurazione della pressione.
E ovvio, per prima cosa ti chiedono cose di ospedale, la pressione, la febbre, cosa dice il medico ecc., è un passaggio che bisogna sopportare, ma poi parlano d’altro e sono vestiti in abiti civili, niente camici bianchi o tute verdi, niente zoccoli.


11 GENNAIO 2008

Come ogni giorno, a metà mattina, dopo che le infermiere hanno fatto i rituali prelievi, i medici passano nelle stanze a visitare i malati: le infermiere li informano sui dati di temperatura, pressione ecc, e loro consultano le cartelle, esaminano le medicazioni, osservano, oscultano, ascoltano il malato e valutano il da farsi. Mi sembra un buon modo di procedere e la loro aria professionale infonde sicurezza. Oggi, nel gruppo dei medici, Franco non c’è, però c’è il primario, il quale pare piuttosto soddisfatto delle mie condizioni.
- Ha provato a camminare? – mi chiede
- E’ già da ieri che cammino. Vado in bagno da solo e gironzolo per il corridoio – rispondo non senza un pizzico di orgoglio.
- Se questa notte non ha febbre, domani la mando a casa. E’ contento?
- Certo, sarebbe una bella cosa.
- Bene, vediamo come va domani mattina poi, probabilmente, la dimettiamo.
“Bene”, penso “l’episodio si chiude. Indipendentemente da come proseguirà la storia, ora vado a casa. Mi siederò sul mio divano con Andrea e con Federica vicino, guarderò la mia televisione, mangerò sul mio tavolo, seduto sulla mia sedia e andrò di corpo nel mio bagno.”
Sembra, quest’ultima, una cosa da poco ed invece è di importanza fondamentale per la qualità della vita. Sedersi dove ti siedi solo tu o la tua famiglia, rimanere seduti fin quando si è stufi, sfogliando una rivista di au-tomobili o di viaggi che non farai mai, è cosa impagabile.
Telefono a Federica.
- Indovina cosa mi capita – Le dico, poi, subito, senza aspettare che lei indovini – domani mi mandano a casa.
- Ma sei sicuro? Così presto? Bene, sono contenta.
Mi sarei aspettato che lei esultasse, avevo pensato ad una piccola manifestazione di giubilo da parte sua, invece mi pare un po’ perplessa. Capisco che teme per la mia salute. Mi ha visto steso, in preda ad un’anestesia che è durata ore, soltanto cinque giorni fa ed ora le sto dicendo che torno a casa.
La medesima perplessità la riscontro in Franco, quando viene a trovarmi a metà pomeriggio.
Viene con buone notizie: l’esame delle mie cellule ha dato esito negativo, quindi il mio tumore dovrebbe essere stato asportato e debellato. Sono guarito! Certo, dovrò sottopormi ad esami e controlli periodici però, attualmente, sono guarito.
- Il primario, questa mattina, mi ha detto che domani vado a casa
- Mmm, vedremo
- Come vedremo?
- A volte è un po’ frettoloso nel dimettere i pazienti, sei stato operato solo lunedì. Ma tu, hai proprio fretta di andare a casa? Te la senti?
- Certo. Poi, non è cha a casa mi metto a spalare la neve, me ne starò li tranquillo a fare il pendolare tra il divano ed il letto, però a casa mia.
- Mah, vediamo domani.
Con il pensiero che domani vado a casa mi appisolo.
Verso la fine del pomeriggio viene a trovarmi Claudio, un mio alunno del corso serale che lavora li all’ospedale. Ha finito il turno e, prima di an-dare a casa ha deciso di passare a salutarmi. Carino da parte sua e professionalmente gratificante per me.
Al termine della visita deciso di accompagnarlo per due rampe di scale. Se domani vengo dimesso, devo acquisire mobilità, anche a casa se voglio passare dal soggiorno alla camera devo fare le scale e, se ci sono problemi, lui potrà sempre aiutarmi.
E’ dubbioso:
- Sei sicuro? Non è che mi stramazzi per le scale?
- So quello che faccio. Pian pianino, tenendomi al corrimano non dovrebbero esserci problemi.
Scendo le scale lentamente, reggendomi alla ringhiera con la mano destra e mettendo avanti sempre il piede sinistro, come se fossi zoppo, per non stirare troppo l’addominale. E’ un po’ doloroso ma sopportabile. Temo la risalita.
La risalita si rivela invece più semplice della discesa, meno dolorosa anche se, a causa dello scarso allenamento, più faticosa: un po’ incurvato, un passettino la volta, arrivo in cima e, stanco ma soddisfatto, torno al mio letto: dopo questa performance, merito di essere dimesso.
Poco prima di cena arriva Federica. E’ contenta per i risultati delle analisi ma è convinta che mi dimettano troppo presto e questo la rende quasi furiosa:
- Forse c’è l’ospedale troppo pieno, non hanno posto, e allora ti mandano fuori – mi dice.
Io mi rendo conto di uscire prima di quanto avessi previsto, però so che a casa non mi mancherà nulla, neppure per la mia sicurezza. Penso che, più tempo passa dall’intervento operatorio, più il fisico recupera e meno sono le possibilità che si verifichino imprevisti. Alla peggio, me ne ritornerei in ospedale.
Rimaniamo d’accordo che domani, appena sarò dichiarato “dimesso” telefonerò a casa per farmi venire a prendere.
La cena mi rinforza nella mia convinzione di tornare a casa: basta con queste cose da ospedale. Tornerò alla sontuosa cucina di Federica, non vedo l’ora di mangiare per davvero.
Ermanno, Alessandro ed io, gli ospiti della stanza numero quattro, mangiamo e conversiamo con animo diverso.
Ermanno è preoccupato perché l’intervento non pare aver risolto del tutto i suoi problemi, è preoccupato per i valori di talune sue analisi e a nulla valgono le tranquillizzanti parole della dottoressa. Capisco il suo stato d’animo, questo è un reparto nel quale se le analisi non vanno bene la questione è grave e fastidi fisici anche di piccola entità possono rilevare problemi gravi, per questo si tende ad osservare ed allarmarsi per ogni cosa, dal piccolo dolore alla pancia a qualche difficoltà nell’orinare. Trovare le parole per consolarlo mi è impossibile. Forse perché sono un po’ orso, poco espansivo, ogni frase che penso di dirgli mi pare scontata, superficiale e, infine, ipocrita. Quindi sto zitto.
Alessandro invece è in netto miglioramento, è giovane e pieno di energia e, sono sicuro, quanto prima lascerà l’ospedale anche lui.
Poco dopo che abbiamo terminato di cenare, arriva l’infermiera con un signore di circa sessant’anni, alto e magro. Si spoglia ed indossa un pigiama di stile classico, un po’ felpato: è Renato, il nuovo ospite della stanza, che andrà ad occupare il letto accanto al mio. Sistema le sue cose in modo ordinato nell’armadietto, è preciso e silenzioso e mi da l’idea di essere un militare o un poliziotto, comunque qualcuno che è abituato alla disciplina ed all’ordine. Scosta le coperte per infilarsi nel letto ma arriva l’infermiera che con modi gentili, parlando quasi sottovoce, come se noi stessimo dormendo e lei avesse paura di svegliarci, lo porta a fare la doccia.
Mi sembra di rivivere il mio arrivo qui in ospedale domenica scorsa, quando mi trovavo nella sua stessa situazione, con la differenza che io non sono ordinato come lui.
Torna dalla doccia e si infila nel letto. La moglie, una signora dai capelli scuri e corti si siede sul bordo del letto e gli tiene la mano. Non vedo l’espressione del suo volto a causa della penombra mentre l’uomo è girato sul fianco destro e mi da la schiena. Le gli parla sottovoce, con dolcezza, lui tace e risponde con qualche monosillabo, poi lei se ne va, camminando un po’ curva nel suo cappotto rosso scuro, a passi brevi che risuonano allontanandosi nel corridoio; tornerà domani, per l’operazione, per rassicurarlo nuovamente prima che lui entri in sala operatoria.
Lui è molto spaventato, si capisce che deve subire un intervento serio, ma tutti noi qui abbiamo subito un intervento serio, è abbastanza normale in questo reparto.
Ermanno, Alessandro ed io cerchiamo di rassicurarlo come possiamo, ma con scarsi risultati.
- La settimana scorsa ero qui anch’io come te – gli dico – uguale, ho fatto la doccia, sono andato a dormire, il giorno dopo un'altra doccia, perché devono essere ben sicuri che sei pulito, sterile, e poi mi hanno fatto l’operazione. La mia è durata più di sei ore e ora, come vedi, sto benone. Domani vado a casa. Fra alcuni giorni l’operazione sarà solo un ricordo.
- Per la verità – aggiungo per metterci un po’ di umorismo – prima dell’intervento ero magro, atletico e pieno di capelli, ma bisogna accontentarsi.
- E’ la prima volta che vengo operato – ribatte ai nostri tentativi – prima non avevo mai avuto niente, speriamo che vada tutto bene.
Ci rendiamo conto di essere poco convincenti. Le mie facezie e qualsiasi altra cosa gli si dica non servono a nulla. Per lui c’è solo una malattia seria ed il bisturi che lo attende domani mattina.
Spegniamo la luce e cerchiamo di dormire. Lui si gira e si rannicchia su se stesso, forse pensa alla sua vita, o alla sua famiglia, forse prega o forse, come si intuisce dai suoi singhiozzi sommessi, piange in silenzio.
Ermanno intanto ha trovato una posizione buona per la sua schiena, ha seguito il mio consiglio, di alzare un po’ il letto al centro, all’altezza dei reni (lui li ha tutti due, fossi io, dovrei dire “il rene”) ed il dolore è sensibilmente diminuito.
Alessandro si addormenta quasi subito. Penso che i giovani abbiano più facilità nel fare tutto: guariscono più facilmente, si svegliano più facilmente e si addormentano più facilmente.
Per quanto riguarda il dormire, del resto, anch’io non posso lamentarmi, non ho mai faticato a prendere sonno. Mi giro sul lato sinistro – quello che non è stato operato, sull’altro sentirei male – e mi addormento quasi immediatamente.


12 GENNAIO 2008

L’infermiera arriva poco dopo le sette, sveglia Renato, che finalmente aveva preso sonno, per fare la doccia. E’ la stessa procedura che ho seguito io la settimana scorsa: doccia, rasatura, vestizione con il cami-cione bianco e le calze e sala operatoria.
Il tutto avviene piuttosto velocemente, Renato torna dopo pochi minuti dalla doccia e dalla vestizione e si infila nel letto. Fra un po’ arriverà la moglie e poi l’infermiere con la lettiga. Quest’ultimo però arriva prima del previsto, il chirurgo è mattiniero oggi e la sala operatoria è stata preparata in fretta; così Renato prende la via della sala operatoria in solitudine, senza aver avuto modo di salutare sua moglie.
Qualche minuto dopo lei arriva. Probabilmente stava cercando un parcheggio mentre lo stavano portando via.
- Sono la moglie … - dice all’infermiera che sta sistemando il letto.
- Lo hanno appena portato in sala operatoria al piano di sotto.
Saranno trascorsi non più di sei minuti, quando si dice la sfortuna.
Lei si siede a testa bassa, senza neppure togliersi il cappotto, sulla sedia accanto al letto vuoto, mi sembra più piccola di ieri sera, ed attende in silenzio.
Alle dieci arriva Franco, controlla le ferite, mi chiede come va, consulta le infermiere, mi misura la pressione.
- Hai camminato ieri e questa mattina?
- Si, ho gironzolato per il corridoio
- Sei andato di corpo?
- Per farlo, bisognerebbe aver mangiato, ma questi giorni ho fatto la fame
- Ma almeno un po’ d’aria, l’hai fatta?
- Beh si, un po’ d’aria l’ho fatta.
- Bene.
Pare che l’andare di corpo o, quanto meno, il “fare un po’ d’aria” sia una condizione necessaria per poter lasciare l’ospedale. Probabilmente questo è il segnale che, dopo l’anestesia, l’intestino ha ripreso a funzionare.
- Allora, appena arrivano le carte, con la diagnosi e tutto quanto, puoi farti venire a prendere. Mi raccomando però, quando sei a casa non fare stupidaggini; devi rimanere a letto o sul divano, passeggiare di tanto in tanto ma niente sforzi o movimenti bruschi: il muscolo addominale è stato tagliato verticalmente ed è molto importante che si cicatrizzi bene, altrimenti poi potrebbe darti fastidio per sempre. Comunque, se ci fosse qualche problema, telefonami.
Poco prima di mezzogiorno, torna Franco, mi dice che le analisi – la biopsia sul rene che mi ha asportato – stanno arrivando ma che lui le ha viste in anteprima: posso telefonare a casa di venire a prendermi, l’intervento chirurgico mi ha guarito e potrò tornare ad una vita normale. Non gioisco, Franco me l’aveva assicurato perciò me l’aspettavo, anche se un po’ di timore rimaneva pur sempre in agguato.
Ancora una volta mi trovo a considerare la contraddittorietà irrazionale dei sentimenti che si provano nei momenti cruciali della vita: avevo piena fiducia nell’intervento chirurgico però, sotto sotto, non ero certo – e, in fondo, non lo sono neppure adesso – del mio futuro; sentendo degli esiti per me favorevoli della biopsia mi sento indifferente, dato che me l’aspettavo, ma, in fondo, sono sollevato e di buon umore.
Arrivano Federica e Andrea, è ora di andare.
Mentre Federica prende i miei vestiti nell’armadietto, arriva la lettera con la diagnosi ed i risultati delle analisi: il mio rene destro è stato asportato quasi completamente, dentro, nella sua parte inferiore, c’era un tumore di circa cinque centimetri di diametro, solido, incapsulato ed in parte necrotizzato.
In parte necrotizzato … mezzo morto, cioè. Mi torna in mente quella volta che mi ero concentrato su quel tumore, cercando, come pare riescano a fare certi santoni indiani, di ucciderlo con la forza della mente. L’avevo inseguito, localizzato e gli avevo inviato tutto il male che potevo, cercando di non far affluire sangue, in modo da farlo morire. Poi mi ero spaventato pensando che tutto questo avrebbe potuto sfuggire al mio controllo, con chissà quali conseguenze. Magari sono stato io, quella volta, a necrotizzarlo, magari … .
Mi preparo per lasciare l’ospedale e rimetto i miei abiti “civili”. E’ passata solo una settimana, ma mi sembra che si trascorso un tempo molto maggiore. Probabilmente in certe situazioni i tempi si dilatano. Le ore, certo, sono sempre di sessanta minuti ed i minuti di sessanta secondi, però ne percepisci di più. E’ come quando l’estate è caldo ed insieme umido, per cui i metereologi ci spiegano che ci sono solo ventisette gradi ma noi ne percepiamo trentacinque, o come gli economisti, che ci dicono che l’inflazione è del tre per cento ma le famiglie di operai ed impiegati, la percepiscono del quaranta.
Così, per il mio calendario mentale, la settimana trascorsa qui vale almeno un mese ed il mese trascorso da quando Franco mi ha diagnosticato il tumore vale quanto un intero anno.
Entrando nei miei pantaloni e nelle mie scarpe torno indietro nel tempo: i pantaloni sono quelli dello scorso anno, quelli che portavo prima che la mia malattia saltasse fuori, quelli comprati da sano e così pure il giaccone imbottito di colore grigio scuro pesante ed un po’ rigido, che ad indossarlo mi sento come se indossassi un’armatura capace di ridarmi vigore.
Saluto i miei compagni di stanza. Sono brave persone, oneste e sensate, sempre presenti a se stesse, positive, anche nei momenti di sofferenza. Ci scambiamo i numeri di telefono promettendoci di ritrovarci in una situazione migliore.
Ora, nel mio giaccone imbottito, saluto anche il personale del reparto, sono stati tutti gentili e professionali con me e penso che quelli che cri-ticano il lavoro degli infermieri negli ospedali appartengano per lo più a quella categoria di persone che abitualmente litigano con i vicini di casa e si infastidiscono per il vociare dei bambini o che, qualunque mestiere facciano, trovano il modo di lamentarsi, o che non sopportano la coda alla cassa del cinema, che controllano contro luce la pulizia dei bicchieri nei ristoranti e, naturalmente, trovano scortesi i camerieri e così via.
Salgo sull’ascensore per ridiscenderne al primo piano, poi percorro i corridoi che mi portano all’ultima rampa di scale e poi, infine, all’uscita.
La mia baldanza, la mia sicurezza di sentirmi in forma nei miei abiti “da sano”, svanisce quasi subito. I corridoi mi sembrano più lunghi di come li ricordavo ed un certo dolore alle ferite dell’operazione si fa sentire con sempre maggiore veemenza. Per fortuna che la borsa me la porta Andrea. Adesso mi sento nuovamente fragile ed il freddo dell’inverno – quando fa freddo, in gennaio, qui a Trento, lo fa per davvero – mi appare minaccioso.
Andrea si gira verso di me:
- Tutto bene? Andiamo troppo veloci?
- Va benissimo … non andiamo veloci, anzi.
- Vuoi che ci sediamo un po’ a riposare? – mi dice, Federica indicandomi il bar dell’atrio.
- Figuriamoci, non c’è problema, potrei andare anche più veloce, ma cammino lento per aspettare voi – ribatto poco credibile.
Salgo nella mia macchina, dal lato del passeggero, mentre Andrea si siede alla guida e Federica si sistema sul sedile dietro.
Andrea guida con sicurezza, mentre io mi giro a guardare l’ospedale che si allontana dietro di me. Non è un addio definitivo, dovrò tornare tra una settimana per togliere i punti e poi, successivamente, per la medicazione e poi, ancora … chissà.

Quando si torna a casa da un viaggio durato alcuni giorni, magari dalle vacanze, se proprio non si abita in un luogo infernale, si prova un certo piacere nel riappropriarsi delle proprie cose e dei propri spazi abituali e ciò anche se si è stati in un albergo di super lusso. E’ confortante ritrovare le proprie cose, il proprio posto sul divano, il televisore, con il telecomando di cui si conoscono i tasti per cui lo si può usare anche al buio, a memoria, il posto a tavola, quello vicino al frigorifero, il proprio letto, il più comodo di tutti. Si entra in casa, si chiude il portone e ci si sente tornati nella propria tana: fuori succeda quello che vuole succedere, ma qui siamo “all’interno”. Può darsi che sia un condizionamento ancestrale: la casa è il ventre materno.
Tornando da un soggiorno in ospedale che, alla partenza, comportava qualche dubbio sulla certezza del ritorno, tutte queste sensazioni sono amplificate ed è quindi con grande entusiasmo che mi sprofondo nel divano, accendo il mio televisore, vado in cucina, apro il mio frigorifero e mi siedo sulla mia sedia per mangiare qualche cosa, qualunque cosa ma a casa mia, al mio posto e sul mio tavolo. Poi vado nel mio bagno e, infine, mi stendo nel mio letto. Tutto questo nel giro di pochi minuti, come se volessi ripercorrere in tour tutti i luoghi della mia casa. Rimane escluso solo lo studio con il computer, ma quello sa un po’ troppo di lavoro e io sono stanco.
Lo sono talmente che la spossatezza sopravviene quasi improvvisamente e trascinandomi salgo al piano di sopra nella zona notte, nella mia camera, ampia, con il suo grande letto di ottone appoggiato alla parete e le travi di legno scuro, come il parquet, in rilievo sul controsoffitto bianco. Mi stendo sotto le coperte fresche mentre dalla persiana filtra la debole luce di un pomeriggio d’inverno che sta volgendo a sera. Ora posso davvero dire che sono a casa, la mia esperienza di malato è finita, certo, bisognerà fare analisi e controlli periodici, lo so, ma il rene malato di tumore mi è stato asportato, non sono più un malato di cancro, ora sono un convalescente.
La convalescenza è una condizione invidiabile per un pigro come so-no io. Certo c’è un po’ di disagio fisico derivante dal non essere ancora guarito completamente ma, soprattutto nei confronti di me stesso, ho tutte le giustificazioni per fare o non fare tutto quello che voglio, come stare un intero pomeriggio a guardare programmi demenziali alla TV o a giocare al computer senza sentirmi in colpa.

 

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