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Barolo del 2002 (11° parte - fine)

17 GENNAIO 2008

Qui l’inverno è piuttosto rigido, ci sono giorni che trascorrono interamente sotto zero, anche nelle ore più calde, attorno a mezzogiorno. Guardando dalla finestra si vede una bella giornata di sole, col cielo azzurro, senza nuvole ed un leggero vento che scuote delicatamente i rami senza foglie. E’ però un sole che non scalda ed il leggero vento è letteralmente gelido: viene dal nord Europa e nell’attraversare le alpi si raffredda ulteriormente a contatto con le cime gelide dei monti.
Quando si è giovani e in salute, in queste giornate, ci si può dedicare agli sport invernali, vincendo, con la propria vitalità, con la propria energia, il clima rigido. Si può andare a sciare o a pattinare, oppure a passeggiare nel bosco, magari con le racchette da neve. Ci sono paesaggi, nei nostri boschi, che sono meglio delle cartoline di natale.
Quando invece si esce senza possedere la sana energia della gioventù, per quanto si sia coperti, il freddo mette disagio in tutto il corpo: l’aria ghiacciata entra dal colletto, anche se è alto, e penetra all’interno, o passa dalla parte inferiore del cappotto, insinuandosi sotto le maglia e raffreddando la camicia. Oppure, anche se si possiede un berretto, attacca le parti che non ne sono riparate: la mandibole, il naso ed il mento e poi, quando si inspira, l’aria gelida penetra nei polmoni ghiacciando il corpo dall’interno. Se non si è perfettamente sani e dotati di buona energia, a questo freddo non c’è rimedio né riparo: è meglio rimanere a casa.
Così, malinconicamente, guardo fuori dalla finestra, vorrei uscire ma mi trattengo. Il freddo, dice Federica, potrebbe farmi male alle ferite, po-trebbe ritardare la mia guarigione e, in effetti, anche provando a fare due passi nel giardino, non mi sento a mio agio. Appena fuori non vedo l’ora di rientrare ed affondare nel divano.


19 GENNAIO 2008

Oggi il sole è un po’ più caldo di quanto lo sia stato negli ultimi giorni; poco prima di mezzogiorno sono uscito in giardino e la temperatura mi pareva sopportabile così ho deciso: nel pomeriggio mi metterò il giaccone imbottito – a prova di Alaska – ed andrò a fare una passeggiata. Federica è contraria, pensa che sia un’idea imprudente ma io, in pratica, sono venti giorni che non esco. Ho un bisogno quasi fisico di fare un percorso a piedi che non sia quello dal divano al bagno, alla cucina o le due piccole rampe di scale per andare a letto.
Federica insiste perché io rimanga in casa: l’inverno finirà e potremo fare delle belle passeggiate ma ora è ancora freddo ed io ho su ancora i punti dell’operazione. Meglio rimanere a casa.
Le rispondo un “va bene” poco convinto.

E’ pomeriggio, Federica, che questa mattina si è alzata prima per sistemare un po’ la casa, è andata a riposare e Andrea è in università a Trento.
Io mi sto sinceramente annoiando. Di stare al computer non ne ho voglia, e allora accendo la televisione: la scelta tra i possibili programmi è desolante: si va dalla ennesima puntata della soap opera ormai trentennale, al cartone animato giapponese, al programma strappalacrime della D’Eusanio. Fuori un sole che fa ottimisticamente pensare alla primavera illumina la strada.
Ho deciso: andrò a fare una passeggiata.
Mi tolgo il pigiama ed indosso i miei pantaloni jeans in tessuto pesante - leggermente felpato – la camicia, la maglia di lana ed il giaccone. Le scarpe invernali ed i guanti. La sciarpa non mi serve, dato il collo alto del giaccone e cappelli o berretti non ne ho mai portati se non per andare a sciare. Non vorrei cominciare ora.
Mentre mi vesto mi sento come un cavaliere medievale che si prepara al torneo indossando la sua armatura. Agganciandosi i parastinchi, il pettorale, le protezioni per l’addome, quelle per le braccia e così via. E’ proprio vero che – talvolta – l’abito fa il monaco. Così vestito, attrezzato per affrontare il mondo, mi sento più forte, un po’ più guarito, capace di cose che, in pigiama, non avrei ritenuto possibili.
Saluto Federica senza svegliarla e mi avventuro in strada.
Il primo impatto è abbastanza rassicurante. Scendo i pochi gradini che mi portano alla strada lentamente ma con sicurezza e mi avvio.
Percorro la strada che scende verso San Cristoforo, in discesa, fino all’incrocio con via dell’Angi, che si inoltra pianeggiante tra le villette e gli alberi da frutta.
Vado lento e mi accorgo ben presto di essere stanco, per questo rallento ulteriormente ipotizzando di tornare indietro, così due anziane signore che vanno a spasso mi superano senza difficoltà.
Questo frusta il mio orgoglio e allora decido di proseguire ancora un po’, senza farmi distanziare. Loro vanno avanti ancora per circa duecento metri e poi entrano in una casa. Io proseguo ulteriormente. Ho deciso di andare fino ad un palo con un cartello che ho visto un po’ più avanti, lo prenderò come riferimento: la prossima volta – da qui – proseguirò per altri duecento passi, poi quattrocento e così via.
Arrivo al cartello piuttosto provato e mi giro con sollievo per tornare indietro ma il ritorno è quasi un tormento, soprattutto l’ultimo tratto, che è in salita e finalmente arrivo a casa. Bagnato di sudore anche se fuori la temperatura è di soli tre gradi.
Ho percorso in tutto, tra andata e ritorno, non più di un chilometro e mezzo ma mi sento come un calciatore che ha appena finito di giocare una partita, con tanto di tempi supplementari, però sono soddisfatto: è una specie di ritorno alla vita.


21 GENNAIO 2008

Oggi ho appuntamento in ospedale per togliere i punti. Federica ha insistito per accompagnarmi ed io, a mia volta, ho insistito perché andassimo con la mia macchina: sarò io a guidare.
Mi rendo conto che proprio ora, dopo essere stato operato ed aver subito una menomazione, devo obbligatoriamente mantenermi autonomo. Se non lo facessi scivolerei automaticamente verso la situazione di malato cronico, incapace e bisognoso, e finirei per lasciarmi andare. Me ne starei tutto il giorno sul divano a sgranocchiare qualcosa, non uscirei più di casa, neppure nelle belle giornate, neppure per andare al cinema e, poiché le motivazioni sanitarie non mi mancherebbero, con continui certificati medici rimanderei all’infinito il mio ritorno al lavoro e finirei per andare in pensione in anticipo. Potrei anche eliminare le scarpe ed il cappotto perché rimarrei sempre in pigiama e ciabatte: sarebbe peggio della morte.
La morte, infatti, non mi appare come quell’evento definitivo dopo il quale non c’ è più nulla, è piuttosto una partenza – non a caso viene anche chiamata “dipartita”. E’ l’inizio di un viaggio verso una diversa dimensione del proprio essere, un salto oltre la barriera del nostro percepibile, al quale, in fondo, mi potrei accostare con lo spirito avventuriero che animava i grandi navigatori di un tempo, che osavano oltrepassare le colonne d’ercole per veleggiare verso l’ignoto.
Una vita in pigiama, invece, perennemente malato, con giorni tutti ugualmente inutili, sopportato da chi fosse costretto ad accudirmi ed occupato solo a prendere medicine, misurare la pressione, controllare le feci e sistemare i cuscini per lenire i dolori di posizionamento sarebbe molto difficile da sopportare. Ci vorrebbe la capacità di trovare stimoli anche in piccoli atti quotidiani, l’interesse per una realtà esterna non più vissuta ma solo raccontata ed un equilibrio interiore che non sono sicuro di possedere.
Certo, la mia famiglia non si tirerebbe indietro per aiutarmi, ma questo mi farebbe ancora più male, mi genererebbe sensi di colpa in quanto sarei la causa del peggioramento della qualità della loro vita.
E’ quindi con risolutezza che indosso il cappotto, metto le scarpe, prendo le chiavi della mia macchina e parto per Trento; quindici chilometri di strada scorrevole, anche se piuttosto trafficata, non sono poi un ostacolo così difficile da superare.
Sedermi nella mia macchina mi dà grande soddisfazione. E’ la prima volta dal giorno del mio ricovero, lo scorso sette gennaio, che mi siedo al posto di guida e tenere il volante in mano, per me che sono un automobilista quotidiano, è una bella sensazione, soprattutto pensando che quel giorno, arrivando in ospedale, scendendo dalla macchina e premendo il pulsante del blocco chiave mi dissi che quella – forse – era l’ultima volta che guidavo. Invece sono ancora qui che accelero piacevolmente.
La parte più faticosa del viaggio consiste nel trovare un parcheggio nei pressi dell’ospedale. Penso che uno dei punti deboli dell’ospedale di Trento, sia la sua dislocazione, in una zona abbastanza centrale, piena di traffico lento e con notevole carenza di parcheggi.
Dopo alcuni giri per il quartiere, riesco a lasciare la macchina abbastanza vicina all’ospedale. E’ un posto a pagamento ma non ho con me le monetine per il parchimetro: spero che non passi l’addetto al controllo, altro non posso fare.
Nei pressi del parcheggio c’è la nota pasticceria “Bertelli” una pasticceria storica di Trento, una sorta di luogo di culto per gli amanti dei dolciumi. Entriamo e comperiamo uno Strudel per i miei ex compagni di stanza: mai presentarsi a mani vuote quando si va a visitare qualcuno e poi Alessandro mi ha promesso di farmi portare da Modena – la sua città natale – l’aceto balsamico, quello di produzione artigianale che – dice è tutt’altra cosa rispetto a quello dei supermercati.
Arrivato al reparto, mi reco in ambulatorio, dove Franco mi toglierà i punti, ma prima faccio capolino nella mia ex stanza.
Vedo Ermanno, seduto sul suo letto, ha un aria rilassata, i medici gli hanno dato buone notizie ma il letto di Alessandro è occupato da un’altra persona.
- Alessandro è stato dimesso due giorni dopo di te – mi dice Ermanno.
- Allora dovrai mangiarti anche la sua parte di strudel – ribatto.
Sono contento, quasi orgoglioso come lo sportivo per la realizzazione di un suo compagno di squadra, per Alessandro, anche se non riceverò l’aceto balsamico.
Renato invece, sta dormendo e quindi me ne vado senza salutarlo.

Togliere i punti è un’operazione un po’ fastidiosa. Ce ne sono alcuni che si oppongono, come se non volessero abbandonarmi e non si lasciano afferrare dal tronchesino, ma alla fine sono costretti a cedere.
E’ un fastidio che dura poco e, alla fine, sono libero. Ora posso davvero dire che la mia operazione è conclusa, ancora un po’ di convalescenza e potrò tornare a vivere come prima. La levatura dei punti, con visita annessa, mi sembra, in fondo, un po’ come un visto per il mio ritorno alla normalità. Una sorta di punzonatura.
Torniamo a casa prima di pranzo


28 GENNAIO 2008

Oggi tornerò in ospedale per un controllo: Franco vuole controllare le ferite e farmi una visita conclusiva. Qualcosa di simile al tagliando che si fa alle automobili al termine del rodaggio, prima di rimetterle in strada senza limitazioni al loro utilizzo. L’appuntamento è per questa sera alle sei, alla fine del suo turno di lavoro.
Questa volta insisto per andare da solo e non mi lascio convincere a farmi accompagnare; la riconquista della propria autonomia passa anche attraverso queste piccole cose.
Consapevole del fatto che incontrerò traffico perché le sei del pomeriggio sono tradizionalmente l’ora nella quale è più difficile circolare in città, mi metto in macchina con congruo anticipo; il pessimo tempo metereologico – una fitta pioggia mista a neve – in contrasto con i tiepido microclima della vettura, accresce il piacere della guida.
Arrivato in ospedale, faccio capolino nella mia vecchia stanza: Ermanno non è nel suo letto, spero che sia stato dimesso, gli altri letti sono occupati da persone che non conosco. Vorrei salutare le infermiere, ringraziarle per la pazienza che hanno sempre dimostrato ma, ma sono occupate nei loro servizi e, in fondo, penso che se ogni malato che viene dimesso tornasse per salutare, in fondo per loro sarebbe una seccante perdita di tempo.

Franco mi toglie le medicazioni esamina le ferite dell’operazione e mi medica nuovamente. Mi trova bene, però bisogna essere del tutto tranquilli. Per questo mi prescrive una serie di esami da fare nei prossimi due o tre mesi. Si tratta, essenzialmente di analisi del sangue e delle orine che, poi, dovrò ripetere dopo sei mesi e, successivamente, ogni anno, almeno per i primi anni.
In realtà, è del tutto chiaro che il tumore è un “brutto cliente” e, anche se è stato asportato chirurgicamente, assieme alla quasi totalità dell’organo che lo ospitava – il mio rene destro – può risorgere in qualsiasi momento ed in qualsiasi parte del corpo, per questo devo sottopormi ad analisi molto frequenti, per prevenirlo tempestivamente appena accenna a manifestarsi.
Del resto, sono convinto che quest’ultima ipotesi abbia molte probabilità di verificarsi: non sono riuscito ad individuare le cause che hanno determinato la mia malattia e quindi non le posso combattere. In ogni momento, senza neppure rendermene conto, posso essere sottoposto ad un agente, ad un raggio o ingerire una sostanza che mi farà ammalare nuovamente. La causa del mio male è ancora li – ben nascosta – pronta a colpire nuovamente indisturbata.
Ora però, mentre guido per tornare a casa, mi sento bene. La mancanza dei punti mi fa sentire più libero, ho raggiunto la mia auto camminando senza fastidio. Sono rinfrancato.
 
6 FEBBRAIO 2008

Oggi è un giorno importante per me: torno a lavorare. Si tratta di un rientro morbido, il mercoledì, nel mio orario, è una giornata poco impegnativa, comincio tardi la mattina, ho un orario leggero e devo andare in quarta e quinta classe, classi tranquille, nelle quali si lavora bene e senza fatica.
Da sempre preferisco le classi nelle quali gli alunni sono più grandi, soprattutto perché con loro posso dialogare in un rapporto di collaborazione, senza essere costretto ad utilizzare i mezzi direttivi che l’insegnante ancora possiede. Da giovane ero insofferente all’autorità – e talvolta lo sono tuttora – e adesso non amo applicarla.
Tornare al lavoro rappresenta la chiusura ufficiale di questa mia vicenda. Ora, davvero, posso dire a me stesso di essere guarito. Potrà accadere, in futuro, che io torni ad ammalarmi ma, per intanto, sono guarito. Mentre entro nel parcheggio della scuola penso che il lavoro, per me, adesso, non è soltanto una fonte di reddito, è anche l’occasione per alzare gli occhi e guardare oltre me stesso, per tornare a rapportarmi con il mondo anziché rimanere concentrato sui miei problemi ed è una sorta di certificatore del mio ruolo di individuo sano nella società.
L’incontro con gli alunni è assolutamente normale, niente della commozione che si addirebbe a queste occasioni. Loro paiono sinceramente contenti di rivedermi, non so se sanno esattamente perché sono mancato ma preferisco non raccontarlo.
Ai colleghi che con un po’ di imbarazzo mi chiedono cosa mi sia capitato con frasi tipo: “Ho saputo che non sei stato bene …” o “Come va, tutto bene adesso?” oppure mi guardano con aria interrogativa racconto del mio male senza reticenze:
- Sono stato operato per un tumore al rene destro che mi è stato asportato. No non solo il tumore, tutto il rene. Chemio? No, non ne ho fatto. Il medico dice che per questi tumori l’unica cura veramente efficace è l’asportazione chirurgica. Ora sto bene, meglio di prima.
Mi scopro ad esibire la mia malattia, o meglio, il mio status di malato guarito, quasi con orgoglio, come un guerriero è fiero delle cicatrici ottenute in battaglia, compiaciuto del fatto di essere nuovamente qui, come prima, a fare le stesse cose di prima, senza lamenti e senza depressione.
In fondo, posso dirmi fortunato, sono stato curato con successo in un buon ospedale, operato da mio fratello per un tumore, in fondo, non devastante né doloroso che, alla fine, mi ha lasciato come ero prima, o quasi, dato che ho un rene in meno.
Ora svolgo le mie lezioni, compilo i registri, programmo, calendarizzo moduli didattici, contatto i colleghi con i quali interagisco, produco dispense per gli studenti e correggo i loro elaborati. Lavoro come solo chi è sano può fare, quindi sono sano.

L’essere ridiventato sano comporta una modificazione del mio sentire e dei miei interessi. Tornano a farsi vivi ed a premere con insistenza tutti gli interessi e le passioni della vita comune di un uomo sano, inserito ed interessato alla società. E’ il ritorno alla normalità e questo comporta anche il termine di questo diario, che è il racconto di un momento assolu-tamente straordinario della vita di un uomo ordinario.

FINE

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