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13 Agosto

Oggi è il compleanno di un mio grande amico: compie 93 anni.
Quando gli ho fatto gli auguri mi ha detto che alla sua età il compleanno non è un giorno di festa. Gli ho risposto che lui è un grande uomo, una grande persona e coerentemente ha una grande età,
da onorare e festeggiare.
Non so se sono stata convincente, non sono nelle condizioni emotive giuste per esserlo.
Oggi per me è un giorno terribile: è la ricorrenza del giorno più difficile e doloroso che ho dovuto affrontare.

L'estate del 2003 è stata la più calda che ricordo, la temperatura era sempre altissima, da record, insopportabilmente elevata.
E …... Primo stava male. Faceva ancora terapie all’Istituto di Oncologia e ricordo che quando andavo a prendere la macchina al posteggio per raggiungere mio marito davanti all’ingresso dell’ospedale la temperatura interna della macchina superava i 50 gradi.
Eravamo andati al mare l'uno agosto, ma Primo, stanco e debilitato non voleva fare bagni e soffriva, oltre che per il suo male, per l'eccessivo caldo.
Mio marito era ormai diventato magrissimo, con il caldo aveva perso completamente l'appetito e non mangiava nulla.
Decidemmo di tornare a Milano per qualche giorno, per stare nell'aria condizionata e per aiutare Primo con la nutrizione parenterale. Veniva a casa un infermiere dell'Istituto Oncologico, la sera per collegare la sacca nutrizionale, la mattina per toglierla e per fare i prelievi di controllo.
I valori erano tragici, cresciuti a dismisura, terrorizzanti.
Dopo qualche giorno, il 13, mio marito mi disse che avrebbe gradito un po' di torta e io girai tutta la città per trovare la sua preferita. Ero vestita come al mare eppure non respiravo. Se in qualche strada c'era un po' di vento era così caldo che mi sembrava di essere sotto il casco del parrucchiere. Molti negozi erano chiusi, anche le pasticcerie del centro, ma alla fine in un grande bar di corso Vittorio Emanuele, pieno di turisti seduti ai tavolini, trovai la sua torta di pasta di mandorle.
A cena ne mangiò un po', poi si mise sul divano dicendomi che aveva molto dolore, molto, molto.
E ….. poi ….. dopo poco arrivò il segnale …. della fine.
La massa tumorale nell'intestino, ingrandendosi, aveva compresso qualche cosa e Primo vomitò sangue.
Iniziarono le affannose telefonate con il medico dell'Istituto che aveva in cura mio marito.
Ricordo che tentava di tranquillizzarmi e di guidarmi: “non dovrebbe essere una cosa grave ...”  mi diceva, … “non andate al pronto soccorso, non capirebbero, .... vi aspetto domani mattina in ospedale ....”
Primo era ancora più debole, ma non sembrava spaventato, lui non avrebbe voluto andare al pronto soccorso, era completamente privo di forze.
Si mise a letto, ma poco dopo ebbe bisogno di andare in bagno e si rese conto che non ce l'avrebbe fatta da solo a …….. fare il giro del letto e arrivare in bagno.
Anch'io ero diventata molto magra dopo due anni di tensioni e di terrore, anch'io ero stanca e non più energica, eppure ….. presi mio marito sulle spalle …… e lo portai in bagno.
Il dolore di allora e il dolore del ricordo non sono certo connessi allo sforzo fisico, alla fatica, ma al significato di quell'aiuto.
Non riportai Primo a letto al suo posto, lo misi nel mio, più vicino al bagno e poi pensai a come affrontare la notte.
Volevo fargli sentire la mia vicinanza vigile, ma farlo riposare. Spensi la luce della camera da letto, lasciai accesa quella del bagno e non mi misi sul letto al posto di mio marito. Mi sdraiai di traverso, appoggiando il viso vicino alla sua mano. Volevo comunicargli che non sarebbe stato solo con i suoi dolori e i suoi pensieri nel buio, che io non avrei dormito, che con la luce indiretta del bagno avrei vegliato su di lui tutta la notte …....
La mia preoccupazione era immensa, non avevo ancora accettato l'idea della “fine” ed ero disperata.
Da tempo avevo imparato a piangere di notte all'ospedale senza fare rumore, senza farmi sentire, ma forse quella notte le mie lacrime bagnarono la mano di Primo, che io continuavo a baciare e  a tenere sulle mie guance.
Fu l'ultima notte che Primo passò a casa …..... Il mattino successivo arrivò l'infermiere e con l'ambulanza lo portò all'Istituto, mentre io preparavo la borsa da portare all'ospedale.
Fu la prima e l'ultima volta che Primo andò all'Istituto senza di me.
Il medico decise di non tormentarlo con indagini sulle cause del sanguinamento perché soffriva troppo, ma, in disparte, mi disse la verità: non c’era più nulla da fare, rimanevano ore o al massimo un paio di giorni di vita.
Mia cognata volle fargli dare “l'estrema unzione” e Primo, sedato per sopportare il dolore, ma lucido, prese il sacramento con grande serenità e dignità, anche se da molti anni non frequentava la chiesa. Quanta forza mi comunicava! quanto coraggio! era stremato ma ancora capace di controllo.
Soffriva moltissimo e io …… non potevo che ………. “lasciarlo andare”……. .
Il non chiedergli di restare, di non lasciarmi, fu l'ultimo atto d'amore e di coraggio verso mio marito.

Da quando Primo se n'è andato non ho mai avuto bisogno, per sentirlo vicino, di mettermi a letto al suo posto: nel mio so che siamo insieme, come in quella notte terribile.
Senza Primo il mio dolore è stato enorme, asfissiante, ma avevo una consolazione, sapevo che almeno lui non soffriva più.
Ma la notte del 13 agosto lui soffriva moltissimo e, al di là dei soliti forti farmaci analgesici, io non sapevo cosa fare per alleviare il suo dolore psicofisico, per tranquillizzarlo, incoraggiarlo. Potevo solo fargli sentire che gli donavo tutto il mio amore colmo di disperazione, di stanchezza, di attenzione, dedizione e cecità per il suo futuro. E che sarei stata sempre con lui, in ogni modo, sempre.
E.L.

 

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