Leggi le storie

Non sapevo che i medici non sapessero

Il mio oncologo è uno dei pochi medici di cui mi fidi, perché in genere non ho un buon rapporto con loro. Tuttavia, oggi, dopo tanti anni che sto ripercorrendo la strada all’inverso, mi rendo conto di alcune cose: che il medico è un essere umano, che il medico ha tante paure e che il medico ha tanti dubbi.
Il paziente pensa che il medico sia una specie di dio e lo investe di un potere che il medico non ha, ma questo potere di cui viene investito pesa al medico. E finché non te ne rendi conto, tu, paziente, pretendi da lui il cielo sulla terra, il miracolo, che nessuno può fare.

Ho cominciato questo percorso quando il mio medico mi disse: “Siete voi, pazienti, che dovete istruire il medico, voi pazienti dovete capire che il medico non ha la risposta, non ha la chiave”. Infatti all’inizio della malattia, prima ancora dell’intervento, mi aveva messa di fronte ad una lunga serie di “se” concludendo poi: “Le mie conoscenze, le mie competenze arrivano fino a qui”. Io allora non sapevo che i medici non sapessero. Ma forse la maggior parte dei pazienti non lo sa, forse non siamo istruiti da pazienti: “è bene curare i sani” diceva Ippocrate.

Oggi c’è questa strana cultura della malattia. Ma la malattia esiste, la morte esiste, l’uomo nasce, cresce, si moltiplica e muore. L’uovo, il pulcino, la gallina, i pulcini, la morte. Invece non accettiamo più la morte, e non accettiamo nemmeno la malattia. Quando mi sono ammalata non ho pensato: “Perché a me?”. Se non fosse successo sarebbe stato meglio, però mi è successo. Non mi sono sentita né colpevole, né segnata dalla cattiva sorte. Poteva succedere. Anche se onestamente non l’avevo messo in conto. Allora mettendomi davanti a Nostro Signore ho detto: “Fammi guarire”. Perché giusto a lui potevo dirlo, a chi altro se no? Mi sono fatta una bella chiacchierata con lui e gli ho detto: “Senti, mi è successo. A 45 anni posso anche morire se vuoi, però 1) ho una ragazzina di soli 11 anni, 2) ne ho una di 18, 3) Papà sta male, 4) In questo periodo sono qui da sola (mio marito era appena partito per avviare un cantiere in Pakistan). Sono disposta a sopportare la croce. Faccio come Abramo, arrivo fino in cima alla montagna con la croce, con la malattia, con la fascina della legna come Abramo per Isacco. Però tu, a Isacco, non lo hai fatto ammazzare. Allora mandami un ariete. Se possibile, fammi uscire fuori”. E ho capito che mi avrebbe fatta uscire fuori. Ognuno ha le sue strategie, questa è la mia, io mi fido molto.

Sono una persona molto istintiva. Nella vita ho sempre seguito l’istinto e mi sono fidata. Noi siamo esseri animali, in fondo, e per questo dobbiamo fidarci dell’istinto. In certe cose non si può ragionare. Ci s’innamora, che razionalità si può adoperare nell’amore? Ti fidi o non ti fidi. Non si studia teologia per avere la fede. Mi sono fidata del mio medico perché mi ispirava fiducia, tutto qua.

Perché uno guarisce e uno si ammala? Ho letto un po’ di cose sul cancro, i medici non ci capiscono niente. Ogni esperienza di malattia è unica. Il mio organismo ha risposto, quello della mia amica no. Perché? I miei leucociti linfonodi T hanno forse funzionato un po’ di più, oppure semplicemente non era arrivata la mia ora. Abbiamo delle potenzialità nel nostro intimo che ci danno più forza rispetto ad altri, e questo i medici non lo accettano molto, ma chi lo sa… con alcuni funziona l’effetto placebo, con altri no. Io tutti i giorni dicevo alle mie forze, ai miei meccanismi di difesa: “Forza forza! Lavorate lavorate! Fate fuori tutte le cellule cancerose!” Ma magari tanti altri che non sono guariti lo dicevano.

In quel momento credevo nella chemioterapia. Avevo letto il libro di Tiziano Terzani “Un ultimo giro di giostra”, e anche lui aveva scelto la medicina occidentale. Perché non ce l’ha fatta? Non lo so. È un po’ un mistero, no?

Io sono guarita. Perché la cosa è andata in questo modo? Il mio medico l’ha sintetizzata così, dicendomi: “Signora, tre elementi hanno giocato a suo favore: un fisico tutto sommato sano, con dei tessuti molto buoni e che ha risposto molto bene; un medico eccezionale che sono io; e una grande dose di fortuna!!!”

Ecco la mia storia.

Tutto è iniziato circa 15 anni fa, quando vivevo in Nigeria. All’epoca mi erano state diagnosticate una serie di cisti al seno e, un po’ per l’età, un po’ perché ero in una realtà diversa da quella occidentale, con un’attenzione diversa rispetto alla medicina e alla salute, e anche un po’ perché non avevo mai avuto esperienze in questo campo, non ci ho dato peso. Quando venivo in Italia mi facevo fare l’agoaspirato e i medici mi dicevano di non preoccuparmi. Poi nel ‘93 siamo tornati a N. e ho cominciato a sentire un senso di peso, di fastidio al seno. Il medico di base che ho consultato mi ha consigliato un controllo ulteriore, ma senza allarmarsi. Ho quindi contattato un professore, un medico importante che era il ginecologo di una mia amica, il quale ha semplicemente continuato con i controlli e l’agoaspirato.

Finché è arrivato gennaio del 1996, annus terribilis. Sentendo molto fastidio al seno, sono andata dal solito professore. Quella volta, l’ago ha aspirato un liquido scuro, schiumoso, che mi ha un po’ spaventata. Ho richiesto una mammografia di controllo, ma secondo il medico era inutile. A suo parere ero troppo giovane. Tuttavia, ascoltando la mia vocina interiore, ho insistito molto, spiegando che di lì a poco sarei dovuta andar a vivere in Pakistan, che l’assistenza lì sarebbe stata un problema… insomma, davanti a tanta pressione si è arreso e mi ha detto: “E va bene, se proprio vuole fare una mammografia la faccia.”

Ma ecco che mio padre ha avuto un ictus e ho quindi passato tre o quattro mesi di grande angoscia per lui. In quel periodo mio marito era già partito per il Pakistan ed ero sola, con tante responsabilità. Oltre al problema di mio padre dovevo anche occuparmi delle mie figlie di 11 e 18 anni. Per di più, essendo arrivata a N. da poco tempo, non conoscevo quasi nessuno, men che meno gli ambienti medici. Tra tutte queste cose, mi sono dimenticata di me.

Alla fine di maggio mi sono finalmente decisa per la mammografia. Dopo aver tribolato un altro po’ grazie al mio medico di base che mi aveva mandato in un posto che non esisteva nemmeno più, sono infine riuscita a fare l’esame.

Per me era la prima volta e non ne sapevo nulla. Come è abitudine, mi hanno fatto aspettare per controllare che tutto andasse bene. Solo che ho aspettato un bel po’. Non mi chiamavano mai. Finché è arrivata una giovane dottoressa che gentilmente mi ha detto che avrei dovuto fare anche un’ecografia. Beata incoscienza! Sono rimasta positivamente colpita dalla professionalità. Ero convinta fosse la prassi quindi non ho chiesto nulla.

Mi hanno quindi fatta entrare in una stanza e mi hanno fatta sdraiare su un lettino. C’era lì la giovane dottoressa e un tecnico. Poi hanno chiamato un altro medico, di una certa età, e si sono messi a parlare tra loro, senza rivolgersi a me. Parla parla, finché sento loro pronunciare… “Stellato”.
Questa parola mi ha messa in allarme. Allora alzando timidamente la mano ho chiesto: “Scusate, il seno è mio, c’è qualcosa che non va?”.
La risposta è arrivata dal medico più anziano: “Signora, lei ha un brutto nodulo da togliere immediatamente”.
Mettendomi nei  panni dei medici immagino sia duro dare delle diagnosi di questo tipo, ma in quel momento l’effetto è stato brutale. Come se mi crollasse una trave in testa.  Perché “brutto nodulo da togliere” significa “cancro”, e a quel tempo, per me, cancro era uguale a morte.

Non ho chiesto nessuna spiegazione. Sono rimasta assolutamente silenziosa, mi sono rivestita e me ne sono andata. Ho sbagliato strada, non trovavo più la strada di casa… Durante tutto il tragitto l’unica mia domanda era: come faccio a dirlo a loro? Non ho pensato “adesso muoio”, quello l’ho dato per scontato. Invece pensavo: come lo dico a mio marito? Come lo dico alle mie figlie?. Non posso dirlo ai miei genitori (mio padre stava curandosi per uscire dall’ictus), e infatti non ho mai detto ai miei genitori di avere avuto un cancro. Insomma, alla fine ho deciso che non avrei detto niente a nessuno. Arrivata a casa ho fatto finta di nulla. E sono andata avanti.

Il giorno dopo, però, ho visto il mio parroco e con lui mi sono fatta un bel pianto. Volevo fare le mie disposizioni testamentarie! Abbiamo parlato un po’, abbiamo pregato. Mi ha consigliato di dirlo a mio marito.

Il lunedì ho chiamato il ginecologo, quel professorone che allora mi aveva in cura con gli agoaspirati. Gli ho detto della diagnosi, che probabilmente si trattava di un carcinoma e che dovevo essere operata, ma lui mi rispose: “Signora, sono impegnatissimo, per 10 o 15 giorni non posso assolutamente vederla, mi richiami fra 15 giorni perlomeno”.
La corazza della buona educazione mi ha fatto dire “va-bene-grazie-buonasera” (anche se ho pensato ben altro), ma quest’uomo l’ho cancellato dalla mia vita, e ho detto a tutte le mie amiche di non rivolgersi più a lui. Non per il fatto che abbia sottovalutato il problema, tutti possono sbagliare, ma proprio per questa risposta, veramente dolorosa, di totale disinteresse.

A quel punto mi sono detta: Ospedale Oncologico. Lo conoscevo per fama e quindi ho chiamato chiedendo alla centralinista di indicarmi il nome di un bravo senologo. Ovviamente, non me lo ha voluto dire, ma dopo un po’ di insistenza, spiegando che ero da poco in Italia e che non conoscevo nessuno, si è ammorbidita e mi ha suggerito una rosa di nomi. Tra questi ne ho scelto uno a caso. Che è poi diventato un po’ il mio angelo custode.

Ho quindi preso appuntamento con questo medico, il quale, vista la mammografia, gli esiti, i referti, mi ha fatto la visita e mi ha confermato che, in effetti, c’era un nodulo da togliere, anche se non in modo così urgente. Ed è successa una cosa bellissima. Gli dissi: “Dottore, muoio? “, e lui mi rispose: “Tutti moriamo…”. Ed io nuovamente: “Va bene, ma muoio di cancro?” E lui, così, con molta semplicità, con la faccia né seria né sorridente, come un amico, mi ha detto: “Guardi signora, dobbiamo mettere una serie di se. Se lei non ha metastasi, se il cancro è localizzato, se i linfonodi non sono attaccati, se… ecc, probabilmente no. Probabilmente lei morirà di altra malattia in vecchiaia. Però ora andiamo per gradi”.

Insomma, mi aveva fatto simpatia e quindi ho chiesto se poteva operarmi lui. Abbiamo discusso un po’ dei tempi, delle attese, dell’ipotesi privato o pubblico.
Alla fine ho deciso di fare l’intervento privatamente ai primi di giugno, anche se mi aveva rassicurata che non era tanto urgente. Tuttavia mi mancava ancora qualcosa per decidere, e così gli chiesi: “Ma io come faccio a fidarmi di lei?”. Lui mi rispose: “Io non lo so, dipende da lei, è una questione di feeling. Io non sono nessuno per dire che sono migliore di un professore o di altri medici. Io agisco in questo modo. Se le ho ispirato fiducia, sta poi a lei fidarsi. Come posso io dirle di fidarsi di me?”.

Questa risposta mi è sembrata di grande onestà e anche “professionalità”. Mi è piaciuto, insomma, così prontamente affermai: “Va bene io mi fido di lei e voglio che lei mi operi”.

Così, lui mi ha aiutata a fare le prenotazioni all’Ospedale e mi ha prescritto tutti gli esami che avrei dovuto fare. Molto carinamente mi ha dato tutti i suoi numeri di telefono, ospedale, casa, cellulare, dicendomi che per qualunque cosa, in qualunque momento, lo avrei potuto chiamare. Questa grande disponibilità mi ha ulteriormente commossa e allora mi sono letteralmente affidata a questo medico. Facendogli tutte le domande che volevo, esprimendo anche i miei dubbi, ma mi sono fidata.

Quando si sta male, si è confusi, non si capisce più nulla. E quindi bisogna potersi fidare. Io, dopo aver visto tanta inaffidabilità, incompetenza e superficialità di altri, ho deciso di affidarmi a questo particolare medico.
È stato ancora lui a convincermi a parlarne con mio marito e con le miei figlie. Quando ha saputo del mio rifiuto di dirlo alla mia famiglia, con la quale avevo del resto un bel rapporto, mi ha rimproverata: “Deve dirlo assolutamente! Non può da sola prendersi questa responsabilità, lei deve solo pensare a guarire”. 

Ho seguito il suo consiglio e ho chiamato il capo di mio marito, un nostro amico. Spiegandogli la situazione, questi si ammutolì, ed io chiesi di far tornare Giorgio in Italia con una scusa, senza dire niente del vero motivo. L’intervento era fissato per l’11 giugno e lui doveva arrivare l’8, che poi è diventato il 10.

Nel frattempo facevo gli esami, e man mano che ricevevo gli esiti, insieme al medico cancellavamo tutte le incognite negative: questo non c’è, questo non c’è, e neanche questo.  Era molto soddisfatto e incoraggiante, mi diceva: “Vede signora che va bene!”.

Il 10 sera dovevo essere ricoverata. Il 10 mattina è finalmente arrivato Giorgio, tutto contento, con regalini per tutte e le solite feste. Per quanto ne sapeva lui, dovevo fare un piccolo intervento, qualcosa come togliere un dente o  un neo. Una stupidata. L’ho lasciato riposare dal viaggio, poi nel pomeriggio l’ho fatto sedere. E gli ho spiegato quello che stava succedendo veramente.

Mio marito è una persona stupenda, ma ha un rapporto molto brutto con la malattia. Ha paura. Infatti ha avuto una reazione molto negativa. Lui si è messo a piangere e io mi sono dovuta prendere l’incarico di tirarlo su, di fargli coraggio. La sera ho perfino dovuto chiedergli di non stare con me in ospedale, di tornare a casa. Lui piangeva mentre io ero tranquilla. Avevo la mia musica, che per me è una medicina (quella sera la medicina era Mozart). Avevo i miei salmi, la mia Bibbia, ed ero tranquilla.
È venuto il medico, abbiamo chiacchierato, abbiamo riso, abbiamo scherzato, e poi ho dormito benissimo, senza nemmeno prendere i tranquillanti che mi volevano somministrare le infermiere. 

Con il mattino è arrivato il momento dell’intervento. Ricordo che prima di addormentarmi il medico mi ha detto che avrebbe cercato di salvarmi il seno, ma per me l’importante era togliere tutto quello che doveva essere tolto: se le amazzoni vivevano tranquillamente senza un seno, anch’io potevo vivere senza un seno. Infatti non ero neanche molto propensa alla ricostruzione, nel caso. Quando mi sono svegliata, ho messo la mano sul petto e ho trovato una gran fasciatura. Ho capito che non lo avevo più. In quel momento ho fatto il funerale al mio seno. Mi è dispiaciuto un po’. Per quanto fosse un po’ bruttino era pur sempre mio, l’avevo avuto per tanti anni!

Dopo l’intervento è poi cominciato il periodo più brutto: a quel punto le persone mi trattavano come una bestia rara, oppure con le pinze. I pianti, i perché ti è successo, i perché proprio a te!… Ma io mi chiedo, che discorso è questo?!

Ho però avuto la fortuna di avere un’amica, in Colombia, che conoscevo da più di vent’anni e che aveva avuto un cancro al seno sei anni prima. Le ho telefonato. Lei era una fonte di speranza perché erano passati sei anni ed era viva. Mi diceva tutto quello che dovevo fare, oltre a quello che mi diceva il mio medico: la ginnastica, i movimenti. È stata lei a dirmi: “Guarda, io mi sono affidata ai medici, ho fatto tutto quello che mi dicevano, non ho pensato troppo”. E così ho fatto anch’io. Quando avevo qualche dubbio ne parlavo con lei. La chemio, tagliarmi i capelli prima per preparami a quando sarebbero caduti, la forza di volontà per stare bene. È stata la mia consigliera.

L’intervento era riuscito, il cancro era localizzato e, secondo il  mio medico avrei potuto non fare nulla. Tuttavia, in considerazione della mia età (avevo appena compiuto 46 anni), per sicurezza si è deciso che avrei fatto una chemioterapia, quattro cicli di rossa e quattro di gialla. E poi la terapia con tamoxifen (secondo lui una bellissima notizia era che avevo i recettori positivi per il tamoxifen).

Dopo due settimane dall’intervento mio marito è ripartito.  Devo dire che è stata dura, perché ero sola. Mio fratello, i parenti, per un motivo o per l’altro nessuno ha proposto di darmi una mano. Però ho trovato tanti amici che mi hanno aiutata.  Un’amica mi ha detto: “Non ti porto i fiori, ti porto il ragù e la pasta”. Veniva da me e mi faceva da mangiare.

Un mese dopo l’operazione ho fatto la prima chemio. Una cosa tremenda. Sono stata male per quattro giorni, febbre, eccetera. E ho detto: “Cara signora chemio, adesso t’arrangio io! Tu così non mi ci freghi più!”. E mi sono informata su che cosa si potesse fare, scientifico e non, per non stare così male. Sono andata avanti a grandi dosi di ginger perché lo zenzero fa bene, e poi mangia le caramelle, non mangiare troppo, mangia qui e mangia lì. Insomma, non sono più stata male. Certo, il primo giorno non stavo un granché, però mai più come la prima volta.

E poi sono caduti i capelli. I miei bei capelli della giovinezza, l’orgoglio di mio marito. Sono caduti tutti insieme mentre me li lavavo. Purtroppo in quel momento è entrata mia figlia, mi ha trovata con questa massa, io che mi guardavo i capelli in mano mentre mi toccavo la pelata, lei mi disse: “Piangi mamma, piangi che ti fa bene”… E mi sono comprata la parrucca, con i capelli lisci! Avendo sempre avuto i capelli ricci finalmente li avevo lisci!

Purtroppo non era finita lì. Dolore era anche l’idea di farmi vedere così, con la testa a uovo, da mio marito quando sarebbe tornato. Lui che amava così tanto questi capelli. Ancora una volta mi ha salvata un’amica. Una donna pakistana che in tutto quel periodo mi ha adottata. Lei è musulmana, ma non ho mai trovato una cristiana come lei. Mi faceva da mangiare, mi portava con la macchina all’Ospedale, mi veniva a trovare. E ha trovato la soluzione anche per il marito e la testa a uovo, dicendomi: “Senti Silvia, piantala. È una vita che sopporti tuo marito pelato. Che sarà mai se ti vede pelata anche tu per qualche mese? Una volta per uno!”. Mi ha fatto tanto ridere! 

E così sono andata avanti. Ho fatto di tutto, sono andata in giro, sono anche andata a trovare i miei, con mia madre che, scandalizzata per il mio nuovo look, mi disse: “Ma che pettinatura ti sei fatta?! Ti stanno male questi capelli così lisci!” L’ho rassicurata, era solo una stiratura che sarebbe durata qualche mese. Sono passati sei mesi e piano piano i capelli sono ricresciuti. Appena li ho avuto lunghi qualche centimetro mi sono tolta la parrucca, non ne potevo più. Quando mia madre mi ha vista così è sbottata: “Eh no! i capelli lisci si, ma questi che sono! Ma è orribile questa moda! A me così non piaci!” e via di questo passo. Cornuto e mazziato come dicono a Napoli. Per salvarmi, Giorgio e le mie figlie hanno dato la colpa al parrucchiere e alla stiratura.

Tra una cosa e l’altra, è arrivato il mese di giugno. Finite le scuole, sono partita per il Pakistan dove sono rimasta dal ‘97 al 2000. Io amo queste esperienze. Per me tornare in Pakistan è significato tornare a fare la vita di sempre. Ero guarita. Ho deciso che la vita continuava.

Ma per mesi non sono stata sicura. Ricordo che avevo visto un bellissimo cappotto rosso. Volevo comprarlo, poi mi dissi: “Ma cosa lo compro a fare, magari l’anno prossimo non ci sto più”. E a dire il vero ancora adesso non sono sicura. So benissimo che la malattia può essere in agguato, può tornare. L’ho messo in conto, ma non mi preoccupo più di tanto. So che posso morire. E magari muoio perché vado fuori e mi capita un incidente. D’altra parte, con il tipo di vita che conduco, vivendo in questi paesi tremendi… Prendo aerei che so che possono cadere, ero in Pakistan quando c’è stato l’ultimo terremoto, ero in Pakistan quando hanno fatto scoppiare le bombe per i problemi con l’India. I conti con la morte li ho sempre fatti, è una realtà che non mi sono mai nascosta. Però a un certo punto, nonostante tutto questo, ho deciso che avrei vissuto. E con il mio oncologo abbiamo deciso che avrei vissuto fino a 80 anni. Di più no, poi è troppo!

Vivere senza un seno per me non è mai stato un problema. Non ho voluto fare la ricostruzione. Mi aveva un po’ spaventato l’iter e in realtà secondo il medico nel mio caso non era consigliabile. A mio marito non dà fastidio, alle mie figlie nemmeno. Per cui non avere un seno per me significa “io ho superato la malattia”.

Quando lavoravo per l’Associazione nell’Ospedale di Santo Domingo, molte donne operate mi chiedevano: com’è? Io, bianca, occidentale, ricca, ero una di loro, perché anch’io stavo male. Allora, in separata sede, mi aprivo la camicetta e mostravo: “Vedi, non succede niente, ti metti la protesi nel reggiseno e vivi tranquillamente, si vede niente? No.”
Condividere una realtà così con una persona che si trova nella stessa situazione insegna più di diecimila parole, più di diecimila corsi.
Ovviamente, per una donna molto giovane o che vive della sua bellezza il discorso è diverso, e per fortuna chi vive questa realtà come una menomazione in genere può ricorrere alla ricostruzione. Ma personalmente ho sofferto per aver perso i capelli, non ho sofferto per aver perso il seno. Semmai mi ha dato fastidio l’idea di poter creare imbarazzo in chi mi vedeva, in particolare al mare. Per questo porto quei costumi da bagno speciali, con la protesi. Perché lo so, quando il sano sta a contatto con il malato dice “poverino”, ma in realtà ha paura per sé.

Ho perso molti amici per strada. Come dice Ungaretti, “nel mio cuore nessuna croce manca”. Queste croci fanno male. Aver perso degli amici perché io ce l’ho fatta e loro no è una cosa molto brutta. Mi sento quasi in colpa per non essere morta anch’io. Però il malato lo sa: è il sano che piange la sua morte di fronte alla morte di un altro. Quando muore qualcuno, piangi la tua morte prima di tutto. È duro ma è così.

Io sono una grande lettrice, magari superficiale, per cui ho letto tanto e forse ho pensato poco a quello che leggevo. Avevo cercato di capire che cosa fosse la consapevolezza, ma dopo tanti libri è stata la malattia, forse anche l’Associazione, a farmi capire che cosa voglia dire essere consapevole. A volte ho la percezione, quando sono in mezzo alla gente, di capire certe cose, di intuirle, di sentirle. E anche di essere incompresa. Succede spesso. Sono in mezzo alle persone e mi sembra di percepire tante cose che loro non vedono. E quindi non so come farmi capire. Ma non fa niente.

A volte mi sento privilegiata,  a volte mi sento tanto sola. A volte mi sento fortunata.
Mi piace la parabola dei talenti. Penso ai miei talenti e mi chiedo come posso spenderli, perché altrimenti un giorno mi diranno: Dio ti ha dato questi talenti e tu, che cosa ne hai fatto? Li hai messi sotto terra! Per questo cerco di fare delle cose. Infatti dopo esser guarita volevo dedicarmi ad aiutare altre donne malate di cancro. Ancora una volta è stato il mio medico a suggerirmi come: “C’è un’associazione... Da loro sicuramente potrà dare una mano. Ma in ogni caso, lei faccia da testimonial che di cancro  si vive, non si muore soltanto”.

Sono quindi andata all’Associazione, entusiasta e fanatica, esordii dicendo: “Sono venuta per dare una mano, perché io qui, io là…” Mi hanno subito fermata: per poter aiutare, prima bisognava elaborare molte cose: il passato, la malattia, la morte. Insomma, sono rimasta completamente spiazzata e ho fatto con loro una serie di corsi.

Quando sono andata a vivere a Santo Domingo ho avviato lì un’associazione gemella. È stata un’esperienza magnifica! Ho organizzato un gruppo di donne volontarie, molte delle quali avevano avuto anche loro un cancro al seno. Ho fatto loro la formazione che a mia volta avevo ricevuto in Italia. Andavamo nelle sale di consultazione dell’Ospedale Oncologico a fare queste “charlas”, come le chiamano lì. Parlavamo con le donne che aspettavano una visita o un responso, spiegando loro qualcosa sulla malattia, raccontando quello che significa avere una diagnosi di cancro, come ci si deve regolare, le cose che si possono fare. Oppure andavamo ad aiutare le donne malate in ospedale perché Santo Domingo, nonostante la gente ci vada a far turismo, è un paese del terzo mondo.

Sono stata in Libia, in Nigeria, in Togo, in Colombia, a Santo Domingo, in Pakistan. Lì ho incontrato i poveri, che non sono quelli cui si fa la carità, ma una realtà culturale completamente diversa dalla mia. Quando ero ragazzina sognavo questi mondi diversi dal nostro, e il Padre Eterno mi ha dato la grazia di vivere davvero questi posti, non come turista. Lì mi sono resa conto non tanto che i miei parametri fossero sbagliati, ma che erano soltanto parametri. Mi sono resa conto che esistono altre realtà e che sono tutte degne di nota.

Quando ero in Pakistan, per vivere tranquilla mi vestivo come le donne pachistane e nessuno mi ha mai molestata, mentre le donne occidentali che vanno in giro con jeans stretti, maniche corte o gambe di fuori sono guardate con molto disprezzo nel mondo musulmano. Un giorno un signore mi disse: “Questo vestito ti fa molto onore e tu ci onori con questo vestito”. Mi sono integrata, senza voler fare nessuna operazione particolare, semplicemente accettando quella realtà. Sono stata molto amata all’estero da questa gente e io ho molto amato loro. Questa gente accetta con grande amore chi li ama, e questa cosa mi manca molto in Italia. La cosa più bella era potermi mostrare come ero, perché lì la gente si mostra come è. Qui non si può. Nel nostro mondo occidentale bisogna crearsi una corazza con la quale andare fuori, in mezzo alla gente. Per essere presi in considerazione bisogna dare certe impressioni. Il famoso abito che fa il monaco.

Con la malattia è un po’ la stessa cosa. Mi ha fatto capire che la vita va vissuta per quello che ti dà in quel momento. Quando perdi una cosa ti rendi conto di quanto sia importante, e se hai la fortuna di recuperarla te ne rendi conto ancora di più. Stare all’estero mi ha fatto capire quanto erano importanti le cose che avevo qui. Anche parlando di amenità come la Nutella, il prosciutto crudo o il vino! Quando dopo averne scordato il sapore per mesi finalmente le assapori di nuovo… è una cosa meravigliosa! Così è anche per la salute.

Commenti   

 
#3 alba 2010-08-30 14:09
Sto vivendo la tua stessa storia ed ho vissuto anch'io in un ambinete simile al tuo..fatto di continui trasferimenti di lavoro. Purtroppo pero' io ho quei se... e li ho tutti, ci sono metastasi... e' diffuso... ed ha intaccato i linfonodi... combatto da 4 anni... sono stata operata nel 2006. Leggendo la tua storia ho pianto... ho paura e mi faccio pena... sto perdendo la forze per combattere. Mi hai dato tanti spunti ed uno lo mettero' in pratica... mi ripetero' spesso: forza forza combattete le cellule cattive! Mi ha colpito molto la frase... in cui dici di aver sofferto piu' per la perdita dei capelli che per la perdita di un seno... e' vero dici una cosa vera. Un grande abbraccio... ALBA
Citazione
 
 
#2 alma 2008-03-27 09:27
Complimenti veramente, è una storia toccante e vera, sei stata molto coraggiosa. Mi dà molto conforto la tua fede soprattutto.
Citazione
 
 
#1 Fausto Mario Cagnone 2007-12-18 18:14

Leggere una lettera come questa riempie di fiducia il cuore di tante donne e....di tanti uomini.
Complimenti.
Citazione
 

Aggiungi commento


Ultimi commenti

  • Buongiorno, leggere la storia di Mauro dà speranza, ed è fondamentale, è vero. Ho 46 anni e sono entrata da un giorno all'altro in ...

    Leggi tutto...

     
  • Ciao sono un collega medico che sta vivendo il tuo stesso dramma. Stessa sintomatologia e stessa diagnosi. Ho fatto un primo ciclo ...

    Leggi tutto...

     
  • Mia madre ha gli stessi sintomi.... Non riusciamo a trovare la giusta strada il neurologo ha parlato di neuropatia... Gli ha dato ...

    Leggi tutto...