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Come in un film di Ken Loach

La vicenda risale esattamente a un anno fa, era l’ultima settimana di ottobre. Io venivo da un periodo particolarmente denso di impegni di lavoro: poco sonno e tanti chilometri fatti. Quel giorno avevo preparato un mercato di libri antichi, li avevo caricati io personalmente, è un’operazione faticosa. Sono partito per Reggio Emilia dove ho fatto il mercato. Ho finito nel pomeriggio e poi sono andato a fare un’intervista a una donna che doveva raccontarmi le vicende della lotta delle officine reggiane del ’46.

Quando tornai quella sera, andai fuori a cena e feci molto tardi. Prima di andare a letto mi meravigliai pure: “Beh non sono neanche particolarmente stanco, ho proprio un fisico di ferro”. Mai dire queste cose a sessant’anni!

Il mattino dopo sono uscito, sono andato in banca a fare un versamento e poi a fare la spesa. Appena entrato nel supermercato le luci al neon bianche mi hanno ferito lo sguardo. Ho capito che qualcosa non andava bene ma sono andato avanti. Poi la vista mi è andata assieme e ho capito che stavo svenendo, e sono caduto. Ho avuto proprio questa sensazione, alla testa, ho capito che stavo male e ho pensato che era meglio andare verso l’uscita. Ma non ce l’ho fatta, sono svenuto dentro il supermercato.

Mi sono svegliato dopo qualche minuto, l’ambulanza era già lì. In quel momento mi sono sentito come Gulliver con i lillipuziani: ero lì, sdraiato a terra, e tanta gente mi teneva fermo. Una donna mi diceva “Stia calmo, siamo qua per aiutarla”. Ma quando uno si sveglia da un fatto del genere, la prima cosa che sente di fare è vedere se è tutto a posto. Il mio istinto è stato di muovermi per vedere se reagivo. Loro invece cercavano di tenermi fermo, per cui ho fatto uno sforzo, credo di aver inarcato il corpo con uno scrollone e poi ho sentito un ago che mi entrava nel braccio. Mi hanno addormentato e lì finisce questo primo flash.

Mi sono svegliato al pronto soccorso dell’Ospedale Generale. Stavo bene, ero molto lucido. Mi hanno ricoverato in medicina dicendo che avevo avuto una defaillance e che probabilmente c’era stata una disfunzione cardiaca. La dottoressa in ambulanza aveva sentito un’aritmia che però l’esame fatto al pronto soccorso non rilevava. Tutto sembrava tornato sotto controllo. Io ero convinto di aver avuto un malore da stress e quindi col cavolo che il cuore faceva bizze! Poi però un medico mi disse: “Guardi, qua c’è un enzima che è balzato da 0.4 a 25. Adesso è rientrato, però quello è un segno che qualcosa è successo.” Loro mi hanno decoagulato il sangue, in due giorni mi hanno rimesso in condizioni buone poi mi hanno trasferito in cardiologia.

Lì sono rimasto sotto osservazione quasi una settimana con l’holter attaccato e sotto cure farmacologiche. In sette giorni non si sono verificati altri episodi di aritmia, sembrava tutto molto normale. Io in cuor mio ero convinto di non avere più niente. Io sono sempre stato un uomo di grande forza ed energia, e ho sempre attinto in modo irresponsabile alle mie energie fisiche. È un atteggiamento forse infantile ma ho sempre pensato che il mio corpo reagisse bene. Ho sempre lavorato con le mani, ho sempre fatto sforzi. Non ho mai avuto problemi ad usare il corpo, per cui ero convinto che in fondo non mi tradisse.

Dopo una settimana ci fu un consulto, a cui ero presente, tra i medici ed il direttore del reparto che disse: “Questo paziente non dà segni di problemi”. Uno dei medici rispose: “Sì, è vero, però lui è arrivato qua perché è stato male. Prima di dimetterlo vorrei fargli fare una coronarografia”.

Mi mandarono al Vanzetti con un’ambulanza. Arrivai al Vanzetti, in un posto dove fanno questo tipo di lavori, una costruzione bassa un po’ isolata. Andai lì dentro, c’erano due infermieri molto bravi che mi spogliarono, mi misero sul lettino, mi dissero cosa sarebbe successo e mi tennero un po’ di compagnia. Ero molto sereno, nonostante un po’ di preoccupazione, tant’è che dissi all’infermiera che di secondo nome faceva Pierina (ahimè non ricordo il primo): “Vedrà che ce la faccio, che non ho niente.” Così speravo e incrociavo le dita.

Mi portarono dentro, in una stanza che a tutti gli effetti era una sala operatoria, sotto questa grande lampada come si vede nei film. C’era un medico molto cordiale che così mi illustrò la situazione: “Lei ha due schermi lì davanti, noi le apriamo l’arteria femorale, entriamo con una sonda con una telecamera, lei vedrà sullo schermo tutto il suo apparato cardiocircolatorio. Lo andiamo a esplorare e poi vediamo com’è messo”. A raccontare questo ci metteva una certa enfasi vocale, si vedeva che cercava di tenermi su. Poi aggiunse: “Che mestiere fa questo signore?”  e l’infermiera con voce alta e gioviale: “Il librario di antiquariato”. Il dottore allora rivolto a me: “Che bel mestiere, l’ho sempre invidiato!

Cercavano di mettermi a mio agio. E mentre parlava in questa  maniera, in realtà il dottore portava avanti e indietro la sua telecamerina nelle mie arterie e dava indicazione al fotografo di scattare fotografie: “Adesso sì, qua, subito, ancora qua, dai forza”. Io sentivo tutto questo rimescolio, avevo un’anestesia locale solo per il taglio dell’arteria femorale. Fotografò e  fotografò, poi alla fine smise di raccontare favole dicendomi: “Ahimè, mi dispiace, lei è malato. Ha almeno tre coronarie parzialmente o interamente ostruite”. Io risposi con un semplice: “ Ah...” Proseguì: “Se lei ne avesse una le metterei una mollettina, uno stent, e la manderei a casa subito, ma nel suo caso sono almeno tre e quindi non posso farglielo in questa maniera, bisogna che lei si operi, mi dispiace signore”.
L’infermiera mi prese, mi portò fuori e mi lasciò lì, ma ebbe la sensibilità di accarezzarmi su una spalla: “Non si preoccupi le mando a chiamare il miglior medico che abbiamo qua, si occuperà di lei”.

Nel giro di dieci minuti è arrivato un chirurgo. Questo per me è stato un passaggio fondamentale. Nel momento in cui mi hanno detto che dovevo essere operato, mi hanno portato fuori e appena il tempo di tamponarmi l’arteria avevo già lì un chirurgo.

Venne giù il dottor Nava. Mi piacque subito moltissimo! Il dott. Nava aveva l’aspetto dei migliori intellettuali milanesi, era asciutto, magrolino coi capelli tagliati corti. Mi disse delle frasi molto semplici: “Signor Losi, lei è malato e questa è una sfortuna, però non si preoccupi perché l’intervento che lei deve fare ormai è di routine, e ha la fortuna di essere in uno dei posti migliori in Europa a fare questi interventi. Ne facciamo 900 di questo tipo ogni anno e l’indice di mortalità, l’indice di rischio, è l’1,5%, dovuto per lo più a problemi con l’anestesia, non a problemi tecnici di intervento. Quindi lei stia tranquillo. Viene qua da noi lunedì, io la opero martedì e dopo 7 giorni la mando a casa”. Io chiesi un po’ scherzoso: “Ma lei è sicuro di riuscirci?” ed il dottore: “Guardi, mi sono laureato in medicina a Milano, poi sono andato a Londra a lavorare e ho imparato questo mestiere, l’ho esercitato a Parigi per un po’ di tempo e poi sono tornato qui. Ora sono assistente del primario e faccio esclusivamente bypass coronarici. Stia tranquillo!”.

Le condizioni in cui ero non mi permettevano di fare tante scelte ma mi aggrappai a questa persona. E il rapporto fu ottimo, mi fidai di lui. Tant’è che ci lasciammo cordialmente: “Allora l’aspetto lunedì” gli dissi, e lui raccomandandosi mi rispose: “Guardi io lunedì sono da lei quindi, mi raccomando, domenica sera non beva troppo!

Si era creata una corrente di fiducia piena. Tutto sommato il momento difficile fu contenuto, fu tamponato. Mi è stata data subito la possibilità di sperare in un decorso positivo. Se fossi rimasto lì soltanto con la mia malattia sarebbe stato un momento molto peggiore. Immagino che questa sia una prassi, ma comunque io ho voluto molto bene all’infermiera e a Nava, perché tutti e due si sono occupati di me in quel momento. E so bene che non è sempre così.

Il lunedì mi sono recato lì come d’accordo e alla reception trovo un altro medico che mi dice: “Allora lei viene qui per dei bypass coronarici. Io la ricovero in quella stanza, martedì facciamo gli esami e mercoledì la opero…” ed io, prontamente: “Alt, fermo. Mi scusi ma io ho un rapporto già aperto con il dottor Nava e vorrei essere operato da lui”. Il medico mi guarda e risponde: “Ma lei non è un paziente pagante, lei non può decidere” ed io: “Guardi che io vorrei essere operato proprio da Nava”. Apriti cielo!

Il tipo era esattamente il contrario di Nava. Quanto Nava era raccolto, modesto, concentrato, tanto questo qua era stile californiano, abbronzantissimo, alto, biondo, bello, sembrava uscito dal telefilm! Mi fece un’impressione orrenda! Non voglio essere operato da questo qua, pensai, assolutamente! Aspettai che Nava capitasse in reparto e gli chiesi: “La prego, mi operi lei”. Nava fu così bravo che riuscì ad operarmi lui.

Poi mi feci l’idea, giusto o sbagliata che fosse, che mi sia andata davvero bene ad essere stato operato da Nava.

Ci fu poi un altro episodio veramente strano, che adesso ricordo per ridere ma che fu davvero terrificante, e che mostra bene come cambiano in poco tempo e con poche cose le condizioni di chi viaggia in un ospedale. Prima di essere ricoverato, quindi prima di essermi spogliato per andare nel letto che mi aveva assegnato quest’altro medico, dovevo fare una radiografia. Chiamarono una signora che mi doveva accompagnare. Questa signora era arrabbiata come una bestia con la sua caporeparto che l’aveva ripresa sul lavoro e quindi questa non prestava nessuna attenzione a me e alla radiografia, era solo imbestialita. Non trovava la seggiola a rotelle quindi le suggerii: “Guardi che posso benissimo camminare, non sto male” e lei: “No. Lei deve venire con la seggiola a rotelle”. E mi portarono con una sedia a rotelle rotta, senza l’appoggio dei piedi, quindi io viaggiavo coi piedi sollevati in avanti.

Il posto delle radiografie era a una distanza abissale, bisognava andare su e giù per corridoi e sotterranei… Questa qua si era unita ad un’altra e tutte e due parlavano fittissimo, dicendo peste e corna di tutta la struttura ospedaliera! E io andavo con le gambe tese in su per questi corridoi squallidissimi, con angoli dove tutti gli infermieri andavano a fumare sigarette negli intervalli, mozziconi a terra, sporco… Un casino totale! Sembrava un film di Ken Loach, ad esempio  “Piovono pietre”,  storie di un’Inghilterra povera e depressa, ed io mi ritrovavo con queste due infermiere pazzesche che quando ogni tanto mettevo giù le gambe si arrabbiavano:  “Ma cosa fa lei, frena?!”. Una scena buffissima! Poi mi portarono in questo posto della radiografia dove mi scaricarono dalla sedia a rotelle.
 
Venne fuori una donna piccola piccola:  “Lei deve fare la radiografia?” mi disse, ed io risposi di sì, così lei mi indicò un camerino e mi disse: “Si metta là dentro e si spogli”. Il camerino era grosso più o meno come quello in cui si provano gli abiti nei negozi di abbigliamento, e fui lasciato lì per un po’ dicendo tra me e me: “Cavolo ma se io stessi poco bene qua dentro? Non mi trovano più, tra le due pazze e quest’altra!…”. Dopo un quarto d’ora mi fece entrare e feci la radiografia.  Mi rivestii e dovetti aspettare di nuovo queste due infermiere inviperite che, di nuovo sulla stessa seggiola, di nuovo con le gambe in su, e di nuovo per questi corridoi mi hanno riportato indietro. Ero un po’ perplesso.
 
A parte questo inizio un po’ rocambolesco, poi è arrivato Nava che mi ha preso sotto controllo prima dell’intervento. Ha stabilito lui la tabella di marcia, gli esami, e tutto quanto. Poi è venuta l’anestesista che mi ha spiegato cosa sarebbe successo, che sarei stato fuori conoscenza per 24/36 ore, mi ha chiesto un po’ di cose, poi venne un’infermiera a depilarmi e a prepararmi. Insomma, mi sembrava tutta gente a posto, tutto si svolgeva in un clima di grande serenità e professionalità. E così mi hanno operato.
 
Mi sono svegliato dopo l’operazione. Eravamo in una stanza in tre o quattro operati, ci stavamo riprendendo dopo ventiquattro ore di anestesia. C’erano lì due infermieri che dovevano portarci nei reparti ma che tubavano fra di loro, sbattendosene totalmente dei nostri penosi lamenti! Questa cosa proprio non mi è piaciuta! L’infermiera: “Dai, telefonami...” dai qua, dai là. E io pensavo: “Ma ragazzi vi rendete conto di come siamo messi qua! Non rompete e fate quello che dovete!”.  Ma stendiamo un velo pietoso.
 
Alla fine siamo tornati nei reparti. Io mi sono ripreso subito abbastanza bene. Mi sono svegliato al mattino alle 9.00 e alle 2.00 ero già seduto. Stavo bene. Poi però mi è successo un altro fatto terribile. Ad un certo punto, arriva il californiano con una studentessa. Era venuto da me per mostrare una cosa a lei. Bisogna sapere che per noi, operati per bypass, quando ci si riprende il problema principale non è il cuore, ma il respiro, perché essendo rimasti con respirazione ventilata per ventiquattro ore i polmoni lavorano malissimo, si forma del catarro, poi quando viene la tosse fa male la ferita, insomma, è un disastro. E questo qua aveva una teoria, ovvero che dando una botta sulla schiena al paziente, quest’ultimo respirava meglio! Quindi portò questa ragazza in camice bianco, me lo ricordo perfettamente, si avvicinò a me, mi fecce due salamelecchi, chiese come stavo eccetera, poi mi diede una botta forte sulla schiena che io, da seduto che ero, stramazzai sul letto, in preda a un dolore spaventoso! Lui se ne andò velocemente, la ragazza rimase lì un attimo ma poi tagliò la corda anche lei. Io rimasi lì, sdraiato a pancia in giù sul letto. Chiesi aiuto e arrivò un infermiere che in qualche modo mi rimise sdraiato sul letto. Sono stato malissimo! L’ho considerato un attentato. E l’ho denunciato come tale.Una cosa terribile.
 
Ho chiesto prima a un’infermiera molto brava se secondo lei era normale che a poche ore dall’intervento mi si desse una botta sulla schiena, e le chiesi chi fosse questo personaggio. Lei ci pensò un attimo poi disse: “Sì, era il dottor tal dei tali assieme alla sua allieva, le faceva vedere delle cose”. Poi il giorno dopo, quando c’è stata la visita di tutto lo staff, e c’era anche chi mi ha operato, ho raccontato quello che mi era stato fatto. Sono rimasti basiti e increduli. Non so poi che conclusioni ne abbiano tratto.

Dopo quella cosa lì, forse c’entra, o forse no, non posso giudicare, però ad ogni modo mi è venuta una fibrillazione atriale molto forte che è stata respinta con due giorni di medicine. Quindi da una situazione di relativo benessere postoperatorio sono andato dentro una situazione di crisi. È una cosa prevista in una certa percentuale di casi, quindi una cosa tutto sommato normale, ma a prescindere sono stato male. E io personalmente l’ho legato a quell’episodio. Per me è stato un attentato.

Il personale che accudiva tutti noi era in generale eccezionale, eccetto i due che tubavano che ricomparivano di tanto in tanto. Lei era totalmente incapace, anche di prendere la pressione! Ogni volta che la vedevo mi veniva male. “Oddio! C’è lei in reparto per sei ore qua è meglio non chiedere niente!” Poi c’erano due maschietti, due palestrati, iper nerboruti, che secondo me avevano un atteggiamento pazzesco. Mi ricordo quando mi hanno smontato la centralina delle flebo che avevo alla gola e i tubi di drenaggio, si sono messi uno da una parte, uno dall’altra, uno lavorava sulla centralina e uno sui tubi di drenaggio e si raccontavano: “Ma tu dove vai a vedere la partita stasera?” e l’altro: “La vedo su Sky”, ed ancora: “Quanto costa l’abbonamento?”.A un certo punto sono intervenuto: “Scusate, ma volete guardarmi un po’ e stare attenti a quel che fate!” e loro: “Guardi signor Losi, noi stiamo facendo un lavoro altamente professionale!” ed io ancora:  “Sarà, ma quando lavorate su di me vorrei che guardaste il mio corpo, se volete parlare di calcio o di televisione fatelo fuori, non mentre lavorate su di me, perché l’impressione che ne traggo è che abbiate la testa altrove”. Erano arrabbiatissimi! Poi ho saputo che erano dello staff del californiano… Credo tra l’altro che nel personale ci fossero delle piccole rivalità.

Un altro episodio con questi è successo subito dopo l’intervento. Il giorno dopo l’operazione, andare in bagno è una cosa terribile perché uno si deve alzare, deve fare quei maledetti metri che lo separano dal bagno, si deve muovere portandosi dietro la piantana con la flebo, il bip bip dell’holter, insomma è molto complesso. C’erano persone che lo facevano con attenzione e con affetto, dicendomi: “Prego si appoggi a me, dia a me”. Quando invece l’ho fatto coi palestrati è stato un disastro. Uno mi ha portato in bagno e mi ha rimesso il pigiama all’incontrario. Mentre ero in bagno ha aperto la finestra della camera e quando poi si è accorto che il pigiama era al contrario mi ha piazzato a sedere sul letto e si è messo a rivestirmi con la finestra aperta. E viene da dire: “Ma ragazzo guarda che hai a che fare con delle persone!”. Questo aspetto di cura e di attenzione, di occuparsi di quella persona in particolare, secondo me è molto importante.
 
Comunque, a parte questi piccoli episodi, tutto sommato credo di aver avuto una fortuna sfacciata che questa cosa mi sia capitata in Italia, a N. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia), dove mi hanno ricoverato in una struttura di prim'ordine. Quindi nella sfortuna è andato tutto bene, e devo considerare miracoloso l’aver avuto un’assistenza di altissimo livello. Anche se insieme alle eccellenze ci sono tutte queste situazioni di disagio e di malessere di cui ho un vago ricordo. Ma nell’insieme sono stati precisi e scrupolosi. Al settimo giorno mi hanno dimesso.

Sono uscito camminando molto malamente, soffrendo molto perché ad ogni colpo di tosse sembrava mi si spaccasse in due il petto. Dopo tre settimane passate in ospedale, dovevo andare a fare la riabilitazione. Mi avevano proposto due o tre strutture a N. ma io scelsi di andare in Liguria. Volevo vedere un po’ di luce, un po’ di mare… Qualcuno mi aveva parlato di una bellissima struttura riabilitativa in Liguria e così finii a B. Solo dopo scoprii che la struttura di cui mi avevano parlato non era a B., ma a Q.!
 
Sarei dovuto andare lì appena uscito dall’ospedale, ma quando telefonai mi dissero che prima di tre giorni non c’era posto. Perciò rimasi parcheggiato da un amico ospitale, che mi tenne molto bene e poi mi portò lì a B..
 
Sono arrivato in un posto in cui la struttura era veramente penalizzante, ma le persone che vi lavoravano erano di prim’ordine, in gamba. La struttura era penalizzante perché le camere erano da quattro, con un bagno che a vederlo i carcerati di San Vittore si sarebbero ribellati! In un angolo della stanza un lavandino a vista, e in una specie di sgabuzzino senza finestra il water, proprio un water! Una roba senza aria, veramente inquietante…
 
Io ero andato lì con tutte le mie buone intenzioni e mi ero portato un computer portatile per far passare il tempo. “Dove posso mettermi a scrivere, comunicare, a mandare posta, che così ammazzo il tempo e passo le giornate?” chiesi, e la risposta fu: “Guardi, l’unico posto possibile è che lei lo faccia sedendosi sulla seggiola appoggiando il pc sul suo letto”. Non c’era un tavolino, nulla. Domandai:“Scusate, ma come faccio a passare tutte le ore che non impiego nella riabilitazione?” e mi risposero che potevo andare a veder la televisione…

Mi avviai a vedere la stanza della televisione. Si trovava nella stanza dove c’erano tutte le macchinette degli holter, quelli che fanno bip bip bip. Quindi c’erano questi monitor e un apparecchio televisivo, con un cartello “non toccare”. Non c’era nemmeno l’antenna centralizzata e prendeva malamente tre canali… una cosa pazzesca, solo in Liguria è possibile.
 
Il cibo poi era allucinante, non cucinavano lì in ospedale, arrivava da qualche ospedale di I. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia), con delle macchine in condizioni pazzesche. Qualcuno ha avuto un po’ di diarrea, io sono stato molto attento a ciò che mangiavo. Nei due ospedali dove sono stato a N. ho mangiato bene, cose semplici ma ben fatte e sane. Lì invece ero rimasto impressionato dal fatto che il menù prevedeva sempre, dopo uno o due piatti come la pasta al pomodoro o il pollo, la carne in scatola (che secondo me non è adeguata per un cardiopatico appena operato) e il tonno, che venivano servite direttamente nella tolla sul piattino, e quindi uno se la versava nel piatto di plastica. Una roba veramente agghiacciante! Poi davano sempre il formaggio. Grasso puro! Io da giovane, in un’altra vita, ho studiato scienze alimentari, e quando vedevo questi che raccomandano niente grassi e poi ti danno tonno e formaggio, pensavo: “Ma come? State scherzando?!”. Comunque, alla fine è stato motivo di chiacchiere coi medici.
 
Detto tutto questo, però, c’erano due ragazze che ci facevano fare ginnastica e movimento che erano molto brave e votate a questo mestiere. C’erano un paio di medici giovani che erano a far pratica e che non erano male, non erano disumani, c’erano degli infermieri che amavano il loro mestiere. Lì non mi è mai capitato un incontro come invece mi era capitato, una volta sola, a N., con la solita infermiera che per un prelievo disse: “Ecco questo qua non c’ha le vene! E adesso come faccio?
E comincia a ravanare il braccio. Dopo un po’ era ancora lì a ravanare…ed io: “Senta, la prego, lasci stare, vada via e torni o mandi un’altra fra un ora. Basta, non può fare così. Guardi che sono tre settimane che mi ravanano le vene! Sarà pure vero che non ho le vene, ma non è colpa mia. Almeno se lo tenga per lei!” Queste cose sono terribili.
 
Ci sono alcuni sporadici episodi di malessere che, nel momento in cui incontri una persona che non è felice di fare quel lavoro, che non lo fa professionalmente, tu sei in una condizione di debolezza tale per cui lo avverti molto, e questa cosa ti fa stare male. Più che di comunicazione è una questione di sensibilità.

Ad I. c’erano delle infermiere immigrate, c’erano anche delle suore, c’era un’indianina che sarà pesata 20 kg, era di una delicatezza assoluta, ci metteva un grande impegno, non rompeva le scatole e lei le vene le trovava, ci metteva il tempo necessario per trovarle e le trovava. Quando trovi delle persone che hanno quest’attenzione nel trattarti, allora ti senti bene, si stabilisce un rapporto di totale fiducia, di apertura, anche tu ti affidi volentieri. Se invece arriva uno che quando entra pensi “Oddio questo mi massacra!”, questo è terribile.
 
Io sono convinto che qualcuno ci abbia messo proprio della buona volontà per aiutarmi, per fare benissimo il proprio mestiere. Qualcun’altro invece lo vive proprio come un mestiere così, come una routine, dove le facce ormai non contano più. E tu che sei lì te ne accorgi alla grande. Fa una grande differenza.
 
Quando mi hanno comunicato il problema che avevo, mi hanno fatto vedere la difficoltà e mi hanno fatto vedere subito la via d’uscita. Se mi avessero lasciato lì, con il peso dell’intervento, e mi avessero detto “Adesso lei torni a casa e si cerchi un posto dove farsi operare”, quello mi avrebbe buttato nello sconforto più totale. Invece cinque minuti dopo io avevo lì la persona che mi avrebbe risolto il problema, e subito mi sono aggrappato. Anche perché mi è piaciuto, ma magari chiunque fosse venuto sarebbe finita così. Però davanti a un problema grosso mi hanno fatto vedere subito la soluzione del problema. È stata importante anche questa chiacchierata molto franca, molto onesta, con il medico. Lui, assolutamente non spocchioso, ha risposto a tutte le mie domande, anche a quelle stupide, (come il mio chiedere: “Lei è capace di mettermi a posto?”), mi ha spiegato che N. in Europa è la città d’eccellenza per gli interventi cardiaci, mi ha raccontato più o meno come funziona la struttura sanitaria, il tipo di intervento che avrei fatto. Mi ha detto tutto quello che poteva dirmi per comunicarmi: “Stai tranquillo che ne usciamo fuori vivi”.
Io  ringrazio quel medico veramente molto per questo. Ringrazio anche l’infermiera che ha avuto la sensibilità di dirmi subito: “Non ti preoccupare che ti faccio venire qua uno che ti aiuta subito, ti dice subito come si fa a uscirne”. Grande sensibilità, è così che va fatto. Tutti questi io li ringrazio proprio. Come ringrazio quelli che hanno tenuto la fibrillazione, che hanno passato tutta una notte lì, con il bip bip bip per vedere come andava, dosarmi le medicine, eccetera. Non ringrazio con altrettanta fermezza il californiano e i suoi due iper muscolosi, quella che non mi trovava le vene e quella sciagurata che tubava con il suo amico, ma questi sono casi della vita. Sostanzialmente do a tutta la struttura che mi ha tenuto sotto controllo un 8,5 su 10. Ho avuto degli ottimi rapporti con l’80% del personale, c’è della gente a cui in pratica ho affidato la mia vita, altri invece no.
 
Per avere il 10 ci sarebbe voluta una struttura come quella che ha fatto Gotti (Famoso Medico-Chirurgo). Mia moglie nel frattempo doveva essere operata anche lei, doveva essere operata lo stesso giorno in cui hanno operato me, ma l’hanno spostata di un mese. Lei aveva da togliere un adenoma al collo e mio fratello aveva appena avuto un’operazione alla prostata… (è stato un novembre nero!) Insomma, noi che non avevamo mai frequentato un medico, improvvisamente eravamo tutti e tre bisognosi. Quando hanno operato mia moglie, io ero appena uscito dall’ospedale di B. “dove pure mi hanno sistemato bene” e sono rimasto impressionato dalla funzionalità e dalla signorilità di questo ambiente, che non è miserabile. Un ambiente molto funzionale ma anche elegante, sbrigativo. Entri come una persona sana che ha temporaneamente una cosina da vedere, non come un ammalato che si trascina in questa struttura. Infatti il pian terreno assomiglia un po’ a un aeroporto, gente con la valigetta che va, che viene. Mi rendo conto che non è possibile fare lo stesso dovunque, non tutti gli ospedali sono così, alcuni sono più vecchi, altri più nuovi, però la struttura è importante. Quella dell’ospedale dove mi hanno operato è vecchia, ma funziona benissimo.
Poi bisogna prestare molta attenzione al personale medico e anche paramedico. Per esempio, quel trasferimento sulla sedia a rotelle con le gambe in su, sembra una cosa da barzelletta! Meno male che stavo bene, perché se fossi stato veramente malmesso sarebbe stata una cosa allucinante. Devo dire che, per esempio, quando mi hanno dimesso sono tornato a fare una radiografia. Questa volta è venuta una signora deliziosa, che mi ha caricato su una seggiola a rotelle giusta (con poggiapiedi e ruote che giravano) e in questo lungo percorso abbiamo fatto una chiacchierata lunghissima in cui lei mi ha raccontato le sue angosce, i suoi problemi, e io le ho raccontato i miei. Ci siamo conosciuti, è stata una esperienza di mezz’ora assieme bellissima. Io la conosco benissimo, perché mi ha raccontato dove stava, come stava, che era separata con un bambino, i rapporti difficili con gli uomini, i suoi sogni, e io le chiedevo delle cose, le dicevo di me. È stata una cosa civile, umana, ci siamo detti delle cose personali. Poi ovviamente non ci vedremo mai più, non è che sia scoccato niente, ma è stato un rapporto di due persone che si guardano in faccia. Anche in questi momenti si possono fare delle cose così. Altrimenti si fanno delle cose alla Ken Loach!

Commenti   

 
#2 silvia 2010-04-21 01:43
Come 2 un po strano cos'e accaduto dopo, ma va bene.
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#1 silvia 2010-04-21 01:41
abbastanza particolare e buono di quanto è successo e buono come racconto.
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