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Non uno sguardo

Tutto è iniziato nel febbraio 2002, quando ho accompagnato mio marito a fare un check up al quale si doveva sottoporre per una questione assicurativa. Visto che ero lì, ho deciso di fare anch’io la trafila di analisi. Con la visita al seno hanno trovato una piccola ciste, da far controllare. Essendoci un po’ allarmati, dopo appena una settimana ho visto uno specialista che mi ha confermato che, in effetti, una piccola ciste sotto l’aureola c’era e mi ha prescritto una serie di accertamenti più specifici. Avendo avuto in famiglia una persona con lo stesso problema, mi sono molto spaventata. È stato un colpo.

Mi ero rivolta ad un professore consigliatomi sia dal mio ginecologo che da alcuni amici, ma con lui ho avuto un pessimo rapporto.

La prima volta che l’ho visto sono tornata a casa assolutamente distrutta e ho pensato: se succede di nuovo, piglio e me ne vado, cambio posto, mi faccio curare da qualcun’altro. Non avevo nessuna fiducia e non capivo niente di quello che mi diceva!

Mi rendo conto che sia anche un mio limite, ma quest’uomo usava termini complicati, parlava di tutta una serie di terapie, invasive, non invasive e quant’altro, di cui io non capivo nulla. Mi sentivo un po’ un numero, una roba stupida, e lui neanche mi guardava in faccia, mentre mi parlava, scriveva.

Magari stava anche scrivendo cose che mi riguardavano, ma vedere i suoi occhi incrociare i miei mi avrebbe sicuramente comunicato un po’ di cose. Ma lui questo non lo ha mai fatto: non siamo mai riusciti a guardarci in faccia, non mi ha mai spiegato le cose in modo che io potessi capire. Non c’è mai stato questo rapporto e a me è mancato molto.

Fatte tutte le analisi, quando l’ho rivisto mi ha detto che questa cosa non era da operare ma che servivano delle terapie preventive, per fare sì che le cellule non si moltiplicassero e non entrassero in circolo in tutto il corpo. Una serie di cicli di chemioterapia e radioterapia.

Avrei preferito essere operata, non ero molto tranquilla e dissi: “Senta ma perché non operiamo? Io ho paura, per me è veramente difficile riuscire a convivere ogni giorno con questo problema, non riesco proprio a levarmelo dalla testa”. Sempre senza guardarmi ha risposto che insomma, me ne dovevo fare una ragione, che ero una persona molto fortunata perché eravamo riusciti a prendere il problema in tempo, che ero in buone mani, che non dovevo dire stupidaggini, e di non preoccuparmi perchè, se non ero in grado di gestirmi da sola, lui mi avrebbe segnalato una terapia di gruppo. Poi mi disse che non erano certo questi i problemi della vita, che non era questo il modo di gestire questo tipo di problema… e tutta una serie di cose del genere.

Ho capito che non volevo più vederlo. Sarà pur vero che sono fortunata perché il mio caso è poco grave rispetto a quelli che è abituato a vedere, però… vedi che ti chiedo aiuto, cerco di incrociare il tuo sguardo, cerco di avere un contatto umano, e tu? Tu sei una macchina! Io non sono niente per te, è come se io parlassi con un computer che dà delle risposte che io comunque continuo a non capire! Perché parli in un linguaggio che io non posso capire, non ci riesco, non è il mio! E allora che cosa facciamo? Io cerco di venire incontro a te, ma tu aiutami, che cosa devo fare?
Mi sono proprio sentita non in me, non sapevo più come fare per dirgli: ho bisogno di aiuto! E lui, come aiuto, come risposta, mi ha detto: “Si faccia una terapia di gruppo”. Non era quello che volevo. Poi magari mi avrebbe fatto bene anche la terapia di gruppo, non ne dubito, ma da lui non volevo questo.

Uscendo dalla visita, ho detto alla segretaria che non volevo più essere curata da questa persona. Lei mi ha quindi proposto un appuntamento con un altro medico, dal quale sono tutt’ora in cura. È una persona deliziosa, umanamente molto più simile a me. Si è subito istaurato un buon rapporto, un feeling particolare. Abbiamo seguito lo stesso percorso terapeutico stabilito dal professore, però con lui mi sento molto più tranquilla. Ho fiducia in lui. Sono riuscita a parlargli delle mie paure, gli ho raccontato della parente a me cara che da poco aveva avuto un’esperienza analoga. Lui mi ha aiutata a vivere più serenamente, a riuscire a conviverci, cosa che sto facendo anche adesso.

Il mio desiderio non è più quello di farmi operare ma quello di fare le analisi regolarmente e viverci. Era semplicemente questo che volevo. Anche se devo dire che personalmente avrei preferito essere operata. A me è sempre pesato molto la convivenza con questa cosa nel mio corpo, avrei preferito agire, toglierla. Un po’ questo secondo medico è riuscito a convincermi che non è il caso, ma io preferirei toglierla.

Poi i medici dicono sempre: “Lei è una donna giovane, anche a livello estetico”... Livello estetico?! È proprio una cosa che non mi tocca, non m’interessa avere un seno deturpato se questo significa vivere serenamente sapendo di non avere più in corpo questa cosa. Mi farei persino levare un braccio, non me ne importerebbe niente! È tale il peso che ho, che cosa m’interessa dell’estetica? Ci sono anche motivi più gravi per cui non posso essere operata, ma quando mi hanno parlato della questione estetica mi sembrava proprio una cosa folle, l’ultimo dei miei problemi. Comunque, evidentemente non si poteva fare e quindi me la sono dovuta gestire e accettarla, con tutta una serie di problematiche mie.
 

Ancora oggi, rispetto alla mia malattia mi sento un po’ sul chi va là, come se dietro la porta ci fosse sempre qualcuno che dice guarda che ci sono, adesso stai bene, ma non sarà sempre così. Per cui cerco di godermi tutto il poco che ho, che poi è tantissimo, ma la serenità che avevo tre anni fa e che non mi rendevo conto di avere, ora non l’ho più. Questo mi dispiace, non me la sono sempre goduta. Adesso non mi manca niente, ma ho sempre questo pensiero nel profondo.

Con questo medico ho veramente un bel rapporto e non ho mai pensato di rivolgermi ad altri. Posso chiamarlo anche quando non è in ospedale, ho pure il suo numero di casa. Per qualunque problema lo posso chiamare e questo mi rende molto serena. Non ne ho mai avuto bisogno, ma sapere di poterlo fare è rassicurante. Non so se potrei avere lo stesso appoggio da un altra persona. Per poi magari sentirmi dire le stesse cose, o avere nuovi dubbi… Non voglio passare un altro periodo di dubbi come è stato all’inizio.

Ora sto facendo le analisi, vanno bene, e finché è così non ho proprio intenzione di sentire un altro parere. Ho fatto i cicli di chemioterapia che aveva stabilito il primo professore. Non mi aveva dato nessuna possibilità di scelta, quel che mi disse me lo ricordo come fosse ieri: “Sulla faccia della terra non troverà nessuno che opererà il suo caso! Si metta il cuore in pace!”. Va bene, ma c’è modo e modo di dirlo!

Quindi ho fatto queste terapie che sono andate bene, non ho avuto grossi problemi. Certo ero dimagrita e stanca, nelle settimane di chemio stavo in casa, però niente di particolare. Sono sempre rimasta così come sono. Avevo molta paura di perdere i capelli, più che altro per i bambini, dover dare loro una giustificazione. All’inizio non sapevamo come sarebbe andata e quindi non sapevamo neanche come affrontare questo problema con loro.

Se ripenso a quel periodo, devo dire che l’ho vissuto con delle emozioni pazzesche! Una sensibilità, un desiderio di vivere incredibile. Mentre facevo le terapie avrei voluto aiutare tutti quelli che erano nella stanza con me. Stavano facendo la stessa terapia, ma io mi sentivo fortunata, magari soltanto perché avevo i capelli in testa e loro no. Ero comunque veramente fragile. Avevo difficoltà a sentire il telegiornale, per le cose che succedevano, per qualsiasi cosa, provavo emozioni fortissime e scoppiavo a piangere. Avevo paura e una voglia di vivere grandissima, che ho tuttora. Ma mi sentivo un po’ in bilico. Tra una cosa e l’altra, il periodo di chemio e radioterapie è durato circa 18 mesi. Devo dire che in fondo la chemio è stata un po’ la mia salvezza.

Nonostante tutto, alla fine ho fatto quello che aveva detto il professore, il primo. E in fin dei conti sicuramente è un bravo professore, perché comunque aveva capito esattamente quello che avevo. Dopo tutto ha avuto ragione lui, a non operarmi. Però quando andavo a fare la terapia e lo incrociavo nel corridoio, provavo un rigetto pazzesco. Per quanto fastidioso sia, capisco che mi abbia un po’ salvata. Ma non l’ho perdonato. Ogni volta che vado a fare le analisi spero proprio di non vederlo. È una persona che non avrei mai voluto incontrare, figurarsi in quel momento e per quel problema lì! Avevo già vissuto questa cosa attraverso un’altra persona, emozioni così forti che… non puoi ferire una persona in questo modo, veramente la schiacci…

All’inizio Marco si è molto spaventato. Per quanto mi riguarda, ho sempre voluto gestire questa cosa da sola, non ho mai voluto che mi accompagnasse. Anche per le prime visite l’ho sempre pregato di restare fuori. Temevo mi dicessero cose brutte, che la cosa era andata molto avanti. Io avevo sempre accompagnato quella persona a me cara e per lei, quando le avevano comunicato cose brutte in mia presenza, era stato poi molto difficile gestire me, che l’avevo accompagnata piuttosto, che sentirsi dire quelle cose. Quindi non volevo che Marco le sentisse, volevo prima superarle io e poi dirle a lui, a modo mio. Abbiamo sempre avuto un po’ da discutere al riguardo, non era assolutamente d’accordo. Ma io andavo da sola.
È stata dura anche per lui, forse anche di più, perché sapeva tutto tramite me, non è mai riuscito a parlare con il professore. Non volevo farlo stare male, dicevo: “Aiutami finché vuoi, ma tu adesso ci devi essere per i bambini, lascia che mi gestisca io questa cosa”. Ma se devo essere sincera, avevo proprio paura che degenerasse e quindi volevo farcela da sola.
Pensavo che non finisse così bene, anche se ancora non è finita, ma che non andasse avanti così, pensavo che magari… che fosse più dura. Invece, dopo tutto sono stata fiera di me e di come l’ho superata. Ora penso di aver fatto bene a vivere determinate situazioni da sola. Era inutile sobbarcare anche lui. E ad ogni modo come supporto lui c’era.

Per quanto mi riguarda, la risorsa più grande sono stati i bambini. Continuavo a dirmi: “Loro non hanno chiesto di venire al mondo, li ho messi al mondo io perché li desideravo tantissimo e ora non mi possono perdere, ora hanno bisogno di me”. Su questa cosa ho impostato un po’ tutta la mia vita, per cui, figuriamoci. Mia figlia era veramente troppo piccola e quindi a lei non lo abbiamo detto. Anche a Luigi all’inizio abbiamo evitato di dirlo perché pensavamo fosse troppo piccolo, ma con lui poi abbiamo avuto un po’ di problemi.
Quando avevo le mie settimane di terapia, tornava da scuola e vedeva che ero a letto, che non stavo bene, noi dicevamo che avevo l’influenza. Finché un giorno ci ha chiamati la maestra, dicendo che Luigi era molto cambiato, che faceva disegni strani. Ci ha chiesto che cosa fosse successo in famiglia per farlo cambiare così tanto. Lì, ho avuto un crollo: lo abbiamo trattato proprio come un bebè che non capisce niente mentre in realtà lui aveva capito tutto. All’epoca faceva la prima elementare, e noi gli abbiamo fatto vivere questa cosa veramente male, pensando che non fosse in grado di capire. Ma bastava parlargliene. La maestra si è resa conto che Luigi era cambiato, che era un bambino che aveva un disagio, mentre noi, completamente assorbiti dal mio problema, non ci eravamo accorti di niente. A pensarci, ancora adesso mi viene la pelle d’oca! Come madre mi chiedo come è possibile che se ne sia accorta la maestra mentre io, che lo avevo in casa, non mi sono accorta di nulla? Non doveva succedere. A me e Marco, questa cosa ci ha fatto molto soffrire e ancora oggi ci pesa. Dopo abbiamo parlato con Luigi, abbiamo chiarito, ma lui ogni tanto fa ancora delle domande. Quando sente parlare di tumori o cose del genere, mi chiede: “Mamma, tu sei guarita vero?” Oppure quando dico che vado a fare i prelievi, perché ora lo dico perché è giusto così, lui dopo due o tre giorni, non rendendosi conto che i tempi sono più lunghi, mi dice: “Tutto a posto mamma? Va bene? Come stai?”. Comunque è rimasto segnato.

Per il resto, con i miei genitori ho avuto un po’ di problemi. All’inizio, quando abbiamo detto loro quel che stava accadendo, si sono un po’ spaventati e si sono chiusi a riccio. C’erano ma non c’erano. Avevano quasi smesso di chiamarci per paura di sentirsi dire delle cose negative. Per me è stato molto pesante, ma come si fa a giudicare una cosa del genere?… non lo so, ma devo dire che mi ha dato una grossa batosta. Ora però mi sento più forte, e anche questa prova l’abbiamo superata, ce l’abbiamo fatta.

Per quanto riguarda il lavoro, grazie al cielo mi gestisco io ed è stato un po’ la mia salvezza. Non ho dovuto dire niente a nessuno, non dovevo giustificare niente a nessuno, facevo come potevo e questo è stato molto positivo.

Sulla vita quotidiana non ho avuto particolari problemi, se non sospendere per parecchio tempo tutte le attività sportive che facevo. In realtà, il vero problema è che tutte le mattine, quando mi sveglio, la prima cosa cui penso è quel 4 febbraio, il giorno del famoso check up, che per me è stato un po’ una rinascita, il mio giorno fortunato. Perché se non l’avessi fatto, chissà… E ogni giorno quando mi sveglio penso a tutta questa vicenda e mi chiedo: “Ma quando sarà finita? Sarà mai finita?”. È un grosso pensiero.

Tutte le volte che vado a fare le analisi mi vesto nello stesso modo, parcheggio la macchina nello stesso posto, faccio lo stesso percorso per andare in ospedale. Tutto come la prima volta, perché quella volta mi è andata bene. Sarò anche un po’ matta, ma sono scaramanzie alle quali ci si attacca. Ho le mie divise e ogni volta che devo andare sono sempre quelle. Ora lo faccio ogni sei mesi, prima era ogni tre, e ogni volta che ritiro le analisi e che va tutto bene, a casa è festa, si va fuori a cena!

“Che cosa mi può aver insegnato quest’esperienza?” Sicuramente mi ha fatto capire le persone che contano veramente per me. Prima era una cosa che davo un po’ per scontato e invece ho capito quanto siano importanti le persone che mi circondano. E poi ho imparato a vivere al mille per mille la giornata, a godermela, proprio nel quotidiano, anche nelle piccole cose. Sarà brutto dirlo, ma ho imparato a vivere un po’ come se fosse l’ultimo giorno, a provare gioia anche per le cose più semplici, perché comunque non c’è niente di scontato. Il giorno prima sembrava che andasse tutto bene, poi dal niente, a poche ore di distanza, ti crolla il mondo addosso. Allora nulla ha più importanza, tutte le cose per cui uno si fa il fegato amaro, le sciocchezze che fanno arrabbiare, nulla. È bello vivere e godersi la vita con tutte le cose che ti sei costruito intorno e con le persone che ami. Questa cosa mi ha aiutato molto e sto cercando di trasmetterla anche ai bambini: non dare nulla e nessuno per scontato. A me, a 33 anni, non lo aveva mai detto nessuno, davo per scontato tutto. Ma nulla è scontato, neanche la vita stessa. E io, non solo non me n’ero mai accorta, non mi ero neanche posta il problema. Tutto quello che avevo per me era giusto che lo avessi. Invece non è giusto niente, è tutto un costruire e vivere ciò che si fa. Bisogna pesarle queste cose, per riuscire a prendere anche dal niente.

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