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Solo un errore

Ho cominciato a star male nel 1989, a Pasqua. Gastroenterite molto forte, febbre… La prima diagnosi è stata di influenza, ma poi continuavo a stare male, sempre con la diarrea, sempre con la febbre. Ho cominciato a fare una serie di esami, con diversi ricoveri, ma nessuno capiva quale fosse il mio problema. La febbre non passava mai. Ho cominciato ad avere problemi alla tiroide. Dopo una serie di esami, hanno finalmente scoperto che avevo dei calcoli nel coleodotto. A questi calcoli i medici imputavano tutti i miei malesseri: bisognava toglierli.

La mattina mi sono quindi recata all’ospedale San Pietro di N. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia) per togliere questi calcoli. Ma loro, senza dirmi niente, mi hanno usata per fare una lezione agli studenti.

Mi hanno sedata, mi hanno intubata e con il tubo sono andati nel pancreas… Io sentivo tutte le spiegazioni: “Questa è la testa, questa è la coda del pancreas”, e la cosa è andata avanti così.
Dopo un po’, però, ho cominciato a stare male e a dimenarmi per farli smettere. Ho sentito il medico dire: “Fatele un’altra puntura”. E così hanno fatto, mi hanno legato mani e piedi e sono andati avanti in questa manovra, e in questa lezione.

Ricordo che pensavo di morire. Proprio non ce la facevo più, continuavo a perdere i sensi. Alla fine di questa tortura il medico ha detto: “Va bene, non si riescono a prendere questi calcoli. Sospendiamo e rifacciamo la settimana prossima”.

Mi hanno tolto il tubo, mi hanno slegata e mi hanno portata in reparto.
 
Dopo un po’ ho cominciato ad avere dolori fortissimi alla pancia. Urlavo come una pazza! Tutti i medici del reparto si sono spaventati e sono venuti a vedere. Hanno fatto degli esami urgenti e hanno visto che avevo una pancreatite acuta, dovuta alla manovra.
 
Avevo dei travasi, temevano un’emorragia interna… Insomma, da lì ho avuto un sacco di problemi e ho rischiato di morire per la pancreatite acuta… Non ricordo quanti giorni siano durati questi dolori, ma tanti. Comunque, quando finalmente sono passati mi hanno dimessa.
 
A questo punto avevo la pancreatite e le transaminasi alte, e andare a toccare dove era infiammato era pericoloso: i calcoli sono rimasti lì, nel coleodotto, per 10 anni.
 
Intanto, dopo il pancreas siamo passati ai reni. Dopo un po’ di tempo, infatti, ho cominciato a perdere proteine dalle urine. Il medico, sempre del San Pietro di N., disse: “Qui è un guaio perché si rovinano i reni, deve essere sottoposta ad una biopsia renale”. Ho quindi fatto questa biopsia. Non si è capito bene, ma comunque mi hanno fatto una diagnosi di nefropatia per catene leggere, per la quale mi hanno prescritto dei farmaci.
 
A questo punto, però, io non mi fidavo più di quell’ospedale, anche perché ero comunque sempre ricoverata in medicina, lo stesso reparto di quella brutta esperienza della prima volta. Mi sono quindi informata e ho scoperto che per questa patologia delle catene leggere uno dei centri migliori era quello del dottor Rossi di Q. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia).
 
Ho contattato il dottor Rossi il quale, dopo una serie di esami, mi ha detto che questa patologia non c’era ma che i miei reni erano comunque da tenere sotto controllo. Mi ha quindi indirizzato dal dottor Bianchi dell’ospedale Manzoni di N.
 
Facendo regolarmente gli esami dei reni, era evidente che i valori peggioravano e che la nefropatia avanzava. Nonostante tutto, questo medico non ha mai approfondito, non è mai andato a vedere personalmente come era la biopsia che avevo fatto al San Pietro. Ha preso per buono il referto ed è andato avanti sulla stessa strada. Finché un bel giorno mi ha detto: “I suoi esami sono peggiorati. Ne ho parlato con il dottor Rossi di Q. che è d’accordo, dobbiamo fare una chemioterapia”.

Mi sono fidata di loro e ho cominciato a fare cicli ripetuti di chemioterapia. Era il 1993 e secondo loro avevo un mieloma multiplo.
 
Il dottor Bianchi ha chiamato mio marito e gli ha detto: “Sua moglie ha poco da vivere”. Una mazzata in testa. È uscito piangendo. A me non hanno detto niente se non che dovevo fare questi cicli di chemioterapia. Sono quindi stata sottoposta ad una chemioterapia così massiccia che hanno dovuto ricoverarmi in un reparto in isolamento: globuli bianchi 0,8. Ero praticamente morta, senza difese. Mi hanno proprio bastonata con questa chemio. Poi mi hanno dato dei farmaci per alzare i globuli bianchi, e anche lì: sopravissuta. Devo avere qualcuno in cielo che mi protegge! Sopravissuta e tornata a casa. Sono andata avanti così fino al ‘97.
 
Nel ‘97 i miei esami erano ulteriormente peggiorati. E quindi di nuovo, il dottor Bianchi di N., d’accordo con il dottor Rossi di Q., hanno deciso di riprendere i cicli di chemioterapia. E via di nuovo.
 
A questo punto, però, succede che nel 1998 mi mettono Internet in ufficio.
Nell’intervallo andavo a cercare la mia malattia, quello che mi avevano diagnosticato. E ho scoperto il nome di un medico che aveva avuto dei riconoscimenti per la ricerca su queste patologie.
 
Il dottor Verdi seguiva diversi ospedali, a C., E., ecc. Ho quindi telefonato a questo dottor Verdi, che era a N., spiegando che mi avevano diagnosticato questa patologia delle catene leggere, mieloma multiplo. Si è subito insospettito perché secondo lui ero troppo giovane per avere una patologia come questa, quindi mi disse:“Se lei è d’accordo le faccio degli esami. Lei faccia la raccolta delle urine nelle 24 ore e io mando il pony a prenderle”. Così abbiamo fatto. Sono passati 15 giorni, finché una sera mi chiama il dottor Verdi dicendomi: “Signora, le devo parlare. Ho visto i risultati degli esami che abbiamo fatto, e questa patologia lei non l’ha mai avuta”. Io allibita risposi: “Ma sta scherzando?! Ho fatto due anni di chemioterapia e lei mi dice che non ho mai avuto questo mieloma” e il dottore nuovamente: “No, non lo ha mai avuto”.
Tra l’altro era amico di un viceprimario del Manzoni di N., dove mi avevano diagnosticato il mieloma. Hanno quindi controllato la mia cartella clinica, e mi hanno confermato che il mieloma non c’era mai stato dicendomi: “Signora, anche dalla cartella clinica si vede che non c’è mai stato! Ma come l’ha curata il suo dottore Bianchi?!”.
 
A questo punto ho voluto parlare con il viceprimario, il quale ha lanciato un po’ di scuse: “Sa, questa patologia alle volte c’è alle volte non c’è, è una malattia che compare a fasi, e poi lei non ha il diabete e allora…”. Ma che c’entra il diabete?! Io non ho mai avuto il diabete! Ho quindi riferito questa cosa al dottor Verdi, che si è trovato in totale disaccordo e mi propose: “Ma cosa dice! Guardi, sono disposto a farle gli esami tutte le settimane per sei mesi consecutivi e vedremo se ho ragione”. E così è stato.
Siamo andati avanti e gli esami erano tutti uguali, risultava un’infezione dei glumeruli. Non era una forma tumorale come sostenevano. Ma loro si difendevano!

A questo punto, siamo nel ‘99, io ero così arrabbiata che ho cominciato a girare tutti gli ospedali della M. (Regione del Nord Italia). A D. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia) mi hanno detto che non potevano mettersi contro il dottor Bianchi perché quando avevano bisogno si rivolgevano a lui. A C. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia) ho contattato il professor Neri, di cui avevo letto tempo prima sul Corriere della Sera, che aveva scoperto dei farmaci per evitare la dialisi.

All’epoca ne avevo parlato con il dottor Bianchi e gli avevo detto: “Senta, perché non posso andare da questo dottore se forse posso evitare la dialisi?” e lui “Ma no, sono tutte palle, lo fa per farsi pubblicità, scrivono qualsiasi cosa sul giornale”. Quindi non ero andata perché mi aveva scoraggiata il dottor Bianchi.
 
Quando invece ho scoperto di non aver mai avuto il mieloma multiplo, ho telefonato al prof. Neri, chiedendo il suo aiuto. Sono stata ricoverata una settimana a C., ho fatto di nuovo tutti gli esami. Ancora una volta, mi ha confermato: “Signora, lei non ha mai avuto nessun mieloma. Però ora è troppo tardi per salvare i reni, è prossima alla dialisi. È vero che abbiamo dei farmaci, ma non glieli possiamo dare perché è troppo tardi. Deve andare in dialisi”.
 
Allora sono andata a N., al Contini, dove ero già andata nel ‘99, prima di andare da Verdi. Ero andata lì senza dire niente della diagnosi iniziale, e mi hanno sottoposta ad un’altra biopsia renale… solo che sono stata riconosciuta da un dottore da cui ero stata in precedenza! Mi ha ritrovato lì in reparto, e quello sapeva tutta la mia storia! Quando hanno scoperto che non avevo detto niente mi hanno sgridata, mi hanno detto: “Ma insomma, perché non ha detto niente, lei ha questa patologia!”
Hanno anche scritto nella mia cartella clinica che avevo la mielosi multipla, e mi hanno fatto la fistola per fare la dialisi.
 
Al Contini ho fatto un paio di dialisi, ma poi ho avuto paura. Ho pensato: se questi non ammettono la verità, se vogliono comunque sostenere questa versione per difendere il Manzoni…
Innanzitutto,  tutti mi avevano detto che il trapianto non potevano farmelo perché avendo, secondo loro, un mieloma multiplo, e che la patologia di base avrebbe rovinato anche l’organo trapiantato. Per cui mi hanno negato il trapianto. E poi dopo un paio di dialisi mi è veramente venuta paura e mi sono detta: “Qui mi vogliono fare fuori perché non vogliono ammettere la verità!”. Così sono scappata dalla dialisi. Non mi sono più presentata. Sono scappata a M. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia), alla nefrologia di M..

Anche lì mi hanno confermato che non avevo nessun mieloma. Erano disposti a prendermi in dialisi, ma dovevo prendere la residenza a M. Per me era una salvezza scappare a M, perché ormai avevo paura del Ospedale Contini.

Ho veramente pensato che mi volessero fare fuori, perché hanno scritto nella mia cartella che avevo il mieloma, per difendere il Manzoni! Non volevano proprio ammettere la verità!.

A M. mi hanno tenuto per un po’, ma poi non ho potuto continuare con loro perché, avendo il lavoro a N, non potevo prendere la residenza lì. E senza residenza loro non potevano tenermi oltre. E quindi sono tornata a N. È stata una situazione veramente angosciante. Non ci volevo proprio andare. Ho preso il treno e sono andata a I. (Capoluogo di Provincia di un’altra regione del Nord Italia).

A I. mi hanno sgridata e hanno spedito una lettera al Contini di N.. A questo punto mi sono detta: “Se devo morire, lo decido io, non vado più in dialisi.” Non sono l’unica che non ha mai accettato la dialisi, e per quanto mi riguarda avevo anche questo motivo. Non volevo morire al Contini perché non volevo che mi facessero qualche cosa per non ammettere la verità. E quindi ho deciso che all’ospedale Contini non ci sarei andata e basta. Ma stando senza dialisi ho anche rischiato di morire.

In quel periodo, un mio amico mi ha mandato da una psicologa che conosceva. A lei ho detto che all’ospedale Contini non ci volevo andare più. Capito che non ero tanto lucida, mi ha spedita da un suo amico nefrologo dell’ospedale Vanzetti. Appena mi ha visto, mi ha subito fatto fare la dialisi. Non potevo più restare senza. Mi ha fatto un paio di dialisi lui e poi ha telefonato all’ospedale Bonelli, che è quello della mia zona, e ha chiesto che mi prendessero loro in carico.

Mi hanno dato un appuntamento per il giorno dopo. Meno male che questa psicologa mi ha mandato da questo primario! Lui mi ha salvato la vita, mi hanno salvato la vita tutti e due!

Al Bonelli, in un primo momento il primario aveva detto che non potevano tenermi, che non avevano posto. Ma ho insistito e ho spiegato che in nessun caso sarei tornata al Contini. Dopo un po’ ha accettato e ha trovato una soluzione. E io finalmente ho trovato un barlume di speranza, ho detto: “Va bene, ce la posso fare”.

Io volevo solo andare in un centro dove mi potessi fidare. Purtroppo sapevo già che i reni non si potevano salvare. Avevo girato tanti ospedali per poterli salvare, ma non c’era stato niente da fare. Ma ero arrivata alla dialisi e finalmente avevo trovato un posto dove mi potevo fidare e dove mi potevano curare. Piuttosto che tornare al Contini preferivo morire a casa da sola.

In quel periodo, poi, ero anche andata un po’ fuori di testa. Avevo litigato con mio marito e c’eravamo divisi per qualche tempo. L’avevo mandato via, non volevo che nessuno mi facesse niente. Volevo morire da sola a casa e basta. Credevo che nessuno mi capisse. Non solo, credevo che nessuno mi credesse! Tutti mettevano in dubbio quello che dicevo, non mi credeva nessuno. E quindi ho detto: “Qua mi fanno passare per matta e basta! Dicono che sono matta, che mi sono inventata tutto”.

A un certo punto ho dubitato anche di mio marito. Ma va detto che anche lui ha i suoi problemi. Ha una malattia dei muscoli da quando aveva 25 anni, per la quale deve fare spesso cure e controlli al Corti. Per questo non volevo coinvolgerlo anche in un’altra cosa. Per cui l’ho mandato via. È andato a vivere altrove. Ci siamo separati. Se decido di morire, almeno non c’è nessuno che mi rompe le scatole, io sto tranquilla, lui è via, almeno muoio in pace. Ecco quel che avevo in testa: voglio morire in pace!

Adesso faccio la dialisi al Bonelli e sono da quattro anni in una lista a Z. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia) per il trapianto. Però lo smistamento degli organi viene fatto al Manzoni di N., e quindi anche in questo caso non mi sono fidata molto… chi lo sa. Infatti la lista d’attesa dovrebbe essere di due anni e io aspetto da quattro. Quindi mi sono messa in lista d’attesa anche a O. (Capoluogo di Provincia di un’altra regione del Nord Italia). Ho fatto tutti gli esami lì durante il mese di luglio, quando ero in vacanza a T. (Cittadina di Provincia del Nord Italia), e in settembre mi hanno messo in lista d’attesa anche lì. Ma sembra che a Z. ormai io sia la prima o la seconda della lista. Comunque da una parte o dall’altra, i primi che mi chiamano io vado, perché il trapianto è la mia salvezza. Mi cambia la vita, perché con la dialisi non è vivere, è sopravvivere.

Faccio la dialisi tre volte la settimana ed è una cosa molto pesante, che cambia la vita.
Si
ha questo rapporto con la macchina, un rapporto di odio-amore. La ami perché salva la vita, e nello stesso tempo la odi perché non ne puoi fare a meno. Che tu lo voglia o no, te la senta o no, comunque devi andare. Poi è una macchina che crea molte ansie, molte paure. Tutti siamo consapevoli che può succedere qualsiasi cosa… può succedere qualcosa al cuore… può succedere qualsiasi cosa con quella macchina.

Tutti noi in dialisi, abbiamo ansie, questa paura di essere attaccati, mentre siamo collegati alla macchina. Non si riesce a dormire, non si riesce a rilassarsi, non si riesce a leggere. Molti non riescono a fare niente. Qualcuno riesce a dormire ma io proprio non so come faccia. E quindi nasce una diffidenza nei confronti degli infermieri, ci si chiede sempre se stiano facendo la cosa giusta. Magari li vediamo un po’ distratti e abbiamo paura che possano commettere degli errori. Una persona umana può anche commettere degli errori. E noi abbiamo la consapevolezza che rischiamo di stare male, o di morire, per un errore. Ci sentiamo sempre in pericolo.

Una cosa che secondo me può tranquillizzare un dializzato, come tutti gli altri malati, è l’essere ascoltato, l’essere tranquillizzato. Questo è molto importante.  Soprattutto da parte dei dottori.
 
Il dottore è una figura molto importante per i malati diciamo, perché è la figura cui il paziente fa riferimento. La figura dell’infermiere è importante, ed è vitale che faccia bene il lavoro, che non faccia errori. È molto importante. Però è più fondamentale il medico perché egli è il punto di riferimento che ha il paziente. Soprattutto il paziente in dialisi. Con tutte queste paure, queste ansie, queste grosse angosce, il paziente in dialisi ha bisogno di essere ascoltato e di essere tranquillizzato. Ed è molto importante anche la presenza costante durante la dialisi, quando tutte queste paure che possa succedere una cosa o l’altra diventano un pensiero fisso. Se il medico è presente, sappiamo che può intervenire subito e comunque tranquillizzarci nel caso ci succeda qualcosa di grave. Se invece è in giro, abbiamo paura che quando lo chiamano col cicalino non possa venire…
 
L’infermiere da solo non basta, perché quando succede qualcosa l’infermiere chiama il medico, che è l’unico in grado di decidere come intervenire.

Purtroppo questi medici sono tutti super impegnati, per cui sono presenti solo quando si attacca e quando si stacca il macchinario. Nelle 4 ore di dialisi non si vedono molto.
Non è cattiva volontà dei medici, perché questi poveri medici si fanno in quattro, ma proprio perché non hanno tempo, sono super impegnati, hanno l’ambulatorio, hanno mille cose. Anche per questo, quando il paziente, con tutte le sue paure, vede il medico che è un po’ distratto, un po’ super impegnato, che non ha molto tempo da dedicargli, si sente un po’ abbandonato.

Una cosa che personalmente apprezzo sono i medici che con i pazienti scherzano, ironizzano, perché almeno così… è anche un po’ per esorcizzare le paure no?

Per un certo periodo ce n’era uno molto bravo, al quale ci siamo tutti affezionati. Ci sono le paure, le angosce, le ansie che creano anche malesseri. Tachicardie, dolori qua e là, e il medico questo lo sa.
Quando c’era il dottor Marroni, scherzando ci sgridava: “Non me ne frega niente di niente dei tuoi dolori!” e dicendo così ci tranquillizzava. Oppure entrava nella stanza della dialisi e tutti lo chiamavano, e lui rispondeva, sempre scherzando: “Zitti, dovete stare zitti! Non vi voglio più sentire!”. Tutti gli volevamo bene e quando lo hanno mandato in un altro reparto siamo stati molto dispiaciuti. Diceva sempre “Non ne posso più di voi”, però era sempre lì ad ascoltarci, scherzava sempre, e a modo suo tranquillizzava. Quando c’era lui ci sentivamo tranquilli, è stato un rapporto molto bello. Siamo entrati tutti in lutto quando ce lo hanno spostato, guai! Abbiamo fatto la raccolta di firme, perchè volevamo lui, perché, era il medico del cuore per noi, lui aveva il cuore per i malati. 

Per quanto riguarda il lavoro sono piuttosto fortunata. Io lavoro per una grossa azienda. Nonostante tutte queste vicissitudini non ho mai perso il posto di lavoro, e questo è importante. Se non avessi avuto tutti questi guai magari avrei fatto qualcosa di meglio nella mia vita. Sicuramente sono stata penalizzata, perché di fatto sono ferma lì da 15 anni, da quando mi sono ammalata nel ‘90. Però mi accontento perché non ho perso il lavoro. E meno male perché se perdevo il lavoro, io e mio marito (lui aveva perso il lavoro), saremmo “finiti sotto i ponti”. Con me sono stati comprensivi. Inoltre, quando ho cominciato la dialisi è subentrato in azienda anche il telelavoro e quindi ormai lavoro da casa. Ed è una fortuna perché altrimenti non sarei potuta andare in ufficio nei giorni di dialisi: è troppo lontano. Così invece mi gestisco bene: tre pomeriggi la settimana sono in dialisi, per cui il giovedì vado in ufficio, mentre le altre mattine lavoro da casa. Con il telelavoro e il computer a casa io la mattina lavoro e il pomeriggio vado in dialisi.

All’inizio avevo paura di essere un po’ tagliata fuori socialmente ma in realtà questo non è un problema. Da una parte, io e mio marito, le amicizie le abbiamo perse lo stesso, perché se uno ha dei problemi, e noi siamo in due ad avere dei problemi, deve rinunciare: o siamo stanchi, o non stiamo bene. Gli amici ti seguono per un po’, ma poi si allontanano. E quindi gli amici li avevamo già persi. Invece le amicizie fatte sul lavoro comunque le sento perché ci sono 2000 modi, anche col computer, tra telefoni, messaggini, e-mail… ci scriviamo tanto, e un giorno la settimana vado in ufficio e quindi comunque vedo delle persone. Davvero l’aspetto sociale non mi manca. Anzi, ora che posso fare il confronto devo dire che preferisco lavorare da casa, perché sono più tranquilla, sono meno disturbata. A casa non sono sola perché c’è lui, mio marito, e comunque le persone le sento lo stesso. Poi vado a fare la spesa, ci aiutiamo, ci sosteniamo a vicenda. Essendo in due ad avere delle patologie serie, nella sfortuna ci comprendiamo e ci sosteniamo. Anche lui tre anni fa ha avuto dei grossi problemi polmonari, è stato in rianimazione ad O. (Capoluogo di Provincia del Nord Italia) per lungo tempo. Un periodo davvero difficile, io avevo la dialisi, mentre lui era in rianimazione. È stato in coma 3 settimane: fibrosi polmonare – polimiosite – neuropolinevrite, ne ha un sacco anche lui! E quindi tiriamo avanti come possiamo, sperando sempre in un futuro migliore…

Di me hanno sempre detto che ho un carattere forte, e questo mio carattere mi ha aiutato a andare avanti e ad affrontare le situazioni della vita. Se dicono che tutto ci è dato per capire, insomma, io spero di avere capito abbastanza nella vita, no? E spero in un futuro migliore.

Ora spero di fare il trapianto e di stare bene. E quindi facciamo dei progetti, perché sognare non costa niente. Dopo che avrò fatto il trapianto vorremmo fare dei viaggi, vorremmo adottare un bambino, per aiutare lui e fare compagnia a noi. L’anno prossimo vogliamo ospitare un bambino bielorusso con noi al lago. Dopo il trapianto ci informeremo.

Per le vacanze, per ora vado al Lago, dove c’è un centro dialisi. Vado sempre lì perché li conosco, e sapendo che mi conoscono sono più tranquilla. Tanti preferiscono rinunciare alle vacanze piuttosto che andare in un centro che non conoscono. L’incognita del posto nuovo fa davvero paura. Noi andiamo sempre lì perché abbiamo una casetta al lago, dove andiamo anche per il fine settimana. Cambiare aria è importante. Infatti, chi è dializzato è sempre stanco, perché viaggia con un tasso di emoglobine basso, perché i farmaci che danno dopo la dialisi non bastano a compensare la perdita di sangue. Siamo sempre stanchi, facciamo una vita trascinata, e proprio per questo bisogna trovarsi degli interessi e degli entusiasmi.

Per me, andare via il sabato e la domenica mi dà la carica per tutta la settimana, mi permette di affrontarla con un altro spirito.

Al lago sto in mezzo alla natura, coltivo il mio giardinetto, i miei fiori, la mia passione, e mi dà entusiasmo, mi dà carica per andare avanti, per affrontare la settimana, per affrontare i problemi, il lavoro… A mio marito piace la musica, per cui quando siamo al lago, io faccio il mio giardino e lui suona la chitarra.
 
Gli interessi sono molto importanti, danno uno scopo di vita. In effetti, molti dializzati dicono: che senso ha questa vita? Però bisogna dare un senso alla vita, fare progetti, aiutare gli altri, perché anche nella malattia aiutare gli altri può aiutare se stessi. È un modo per andare avanti.
 
Alcuni dializzati mi hanno detto che per loro questa vita non ha nessun senso. Io invece credo che noi che siamo malati possiamo capire anche gli altri e aiutarli. E bisogna trovarlo, il senso, perché se già uno soffre e non trova il senso, basta, è finita, si lascia andare.
Di sensi possibili ce ne sono 2000, basta ascoltare ed è già quella è una via.
Per aiutare basta ascoltare. Anche questo è importante, che un medico ascolti il paziente, è molto importante essere ascoltato. Poi una cosa che secondo me è fondamentale è il sorriso. Quando sei una persona sofferente, malata, che fa fatica ad andare avanti, vedi una persona sorridente, ti si allarga il cuore. Se invece vedi musi lunghi, vai ancora più giù. Il sorriso è una cosa fondamentale.


Commenti   

 
#2 carlo 2011-06-21 10:59
La lettera inizia con questa parola "solo un'errore". prima di tutto auguri di cuore alla signora per una pronta guarigione. Io ho sempre pensato che l'uomo nasce intelligente ma muore imperfetto. Nella medicina non devovo esistere gli errori, è una scienza complicata che non tutti possono esercitarLa. E'anche vero che non si nasce imparati, ma chi firma cartelle clinica deve essere consapevole che non c'è nessun errore.
Citazione
 
 
#1 melinda 2009-10-06 02:14
questa storia e' molto triste ma io persi mio padre per le continue dialisi e purtroppo il cuore non resse sono arrabbiata con la vita
Citazione
 

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